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Il 29 settembre della Palestina

 

Una data importante perché segna il 17° anniversario dell'inizio della Seconda Intifada, esplosa in questo giorno 17 anni fa all'indomani della infame visita di Ariel Sharon nei luoghi sacri dell'Islam a Gerusalemme, gli stessi dove poche settimane orsono è scoppiata la rivolta della gioventù palestinese per le stesse ragioni di 17 anni fa.

Tra pochi giorni ricorrerà egualmente il 44° anniversario dell'inizio della guerra del Kippur del 1973 quando Egitto e Siria tentarono invano di recuperare i territori persi sei anni prima. Date e momenti di importanza nella lotta dei Palestinesi contro l'oppressione sionista.

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GAZA, Palestina: nuovi possibili scenari in prospettiva

settembre 2017

“Nessuna apertura diplomatica in vista. Divisioni di cui non scorgiamo la fine

Si è in un periodo di inquietante attesa. Nessuno può sapere  dove ci condurrà”

 

 

Premessa

La Palestina è tornata a occupare un posto di rilevanza nel quadro tragicamente convulso del Medio Oriente. La crisi esplosa nei luoghi di preghiera di Al-Aqsa ha restituito alla crisi arabo-israeliana un ruolo di assoluto rilievo, da diverso tempo assunto dalle guerre in corso in Iraq e Siria e in misura inferiore dall’infame guerra di aggressione contro il più povero Paese della regione, lo Yemen.

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Il jihadismo e i collegamenti con le dinamiche nella regione

30 novembre 2015

 

 

Il terrorismo è l’ultimo stadio della

Violenza. La povertà ne è il primo.

La mancanza di cultura porta alla

Lettura deviata dei testi religiosi.

Su questi detonatori prospera il

proselitismo dell’ ISIL.    ( Rachid Ghannouchi )                             

 

Premessa

 Nella mia precedente riflessione ho attirato l’attenzione sull’espansione territoriale dell’idra jihadista e su come i jihadisti dell’ISIL continuino, a distanza di più di un anno, a occupare  vasti spazi della Siria nord-orientale e dell’Iraq nord-occidentale, mantenendovi un sistema oppressivo di governo, del quale le donne sono le principali vittime, basato sulla versione più severa ed intrattabile della legge coranica o sharia.

Abbiamo altresì visto come la risposta militare dell’Occidente non si sia fatta attendere ma come essa non abbia interamente sortito gli effetti sperati[i], anche per i pesanti condizionamenti diplomatici di cui gli Stati Uniti sono tributari nell’area medio-orientale da parte di Potenze regionali, in primis l’Arabia saudita e la Turchia, che perseguono obiettivi  non propriamente  collimanti con quelli perseguiti da Washington e dai suoi alleati europei; condizionamenti, tuttora persistenti, che spiegano le incongruenze della posizione americana nonché in larga misura certe apparenti esitazioni.

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Un processo di trasformazione poco notato

aprile 2017

 

 

L’Arabia Saudita è una delle realtà più discusse e controverse, ed al tempo stesso più influenti, in un universo arabo sconvolto da eventi tragici, destinati, inter alia, a mutare la mappa della regione così com’era stata configurata dai colonizzatori europei nel secondo decennio del secolo scorso. Un Paese di strategica rilevanza, sede dei due luoghi santi dell’Islam, Mecca e Medina, dove convergono milioni di fedeli ogni anno, oltre che punto d’incontro di tre continenti, Asia, Africa ed Europa.

Il contrasto della monarchia wahabita con l’Iran sciita rimane immutato e implacabile, destinato a costituire uno dei fattori più gravi d’instabilità nella devastata regione. Per taluni commentatori l’avvelenato rapporto con il potente vicino rappresenterebbe la principale minaccia per il Regno, poggiante la propria legittimità su basi che restano, a distanza di quasi un secolo dalla sua creazione, piuttosto vulnerabili. Le “proxy wars” (guerre per procura) che insanguinano da anni alcune realtà arabe, in primis Siria, Yemen e Iraq, costituiscono le aree dove la contrapposizione tra Teheran e Riyadh appare stridente.

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Un soffio di vera o rinata primavera araba

 

Un risultato alquanto inatteso

Le elezioni parlamentari del 7 giugno in Turchia hanno segnato un momento qualificante nella difesa degli equilibri democratici nel grande Paese anatolico.

Il tentativo di Erdogan e del suo partito, il “Justice and Development Party” (AKP), di rendere irreversibile la svolta autoritaria impressa da qualche anno al sistema politico del Paese non ha avuto il successo sperato, nonostante che la formazione islamista, seppur con una perdita del 10% dei voti, continui a raccogliere il maggior numero di consensi, attestatisi ora al 41% del corpo elettorale; una soglia peraltro che non ha consentito all’AKP il conseguimento della maggioranza assoluta nel Parlamento di Ankara.

L’importanza della consultazione non risiedeva tuttavia nella verifica di un primato che resta fuori discussione, anche se il calo dei consensi interviene per la prima volta dopo tre elezioni politiche dal 2002, in esito alle quali l’AKP aveva sempre registrato un crescendo di eclatanti successi, giungendo perfino nell’ultima tornata del 2011 a sfiorare il consenso di metà del corpo elettorale. In tale quadro è bene tenere presente che il cuore profondo della Turchia, lontano dai grandi centri urbani e costantemente ghettizzato nei decenni di dittatura militare, ha ancora una volta manifestato in larga maggioranza una indiscussa adesione alle autoritarie visioni di Erdogan, riconoscendo in lui la figura che più di ogni altro leader nazionale ha permesso la fine di un’emarginazione iniqua dalla quale la massa dei turchi devoti e legati ai valori tradizionali dell’Islam anatolico è, grazie a lui, finalmente uscita. E di questo il merito è in larghissima misura di Erdogan al quale la Turchia profonda continua dunque a elargire consensi.

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