Il declino indifferente

20 febbraio 2024

 

Alle radici della rabbia | Eurozine

 

Qualche tempo fa, dalle pagine del Domani, Gianluca Passarelli compiva un’impietosa fotografia della spettrale pace sociale che avvinghiava l’Italia.

I dati economici erano e sono da horror-movie, anche per le categorie sociali che sinora hanno avallato di tutto, sposando l’individualismo e l’ideologia liberale in nome del mito dell’opportunità, gioco che sinora pochissime volte ha valso la candela.

Il dato sistemico più impressionante è il crollo della produzione industriale, dato che più rappresenta lo stato dell’economia e della produzione reale, al netto della speculazione finanziaria e dei profitti speculativi dei rentiers. Ad aprile 2023 il dato precipitava al - 7,2 %. Un crollo peggiore lo si era registrato solo nel luglio 2020, in piena pandemia. Del resto, ad ottobre 2023, si registrava il nono mese consecutivo di calo della produzione industriale italiana. 

Sempre nell’ottobre del 2023, l’Istat decretava la brusca frenata della crescita del PIL. Se nel 2021 il rimbalzo post-pandemia attestava la crescita intorno all’8,3%, nel 2022, durante il governo Conte, si registrava ancora una crescita del 3,7 %. Nel 2023,. con la gestione di Draghi e Meloni, la crescita scendeva ad un misero 0,7 % che verrebbe cautamente confermato anche per il 2024, ma - come vedremo - con mille riserve. 

Il dato che attesta come il sistema produttivo italiano abbia ingranato violentemente la retromarcia è quello sugli investimenti: Se nel 2021 e nel 2022 questi erano cresciuti rispettivamente del 20 e del 10 per cento, nel 2023 gli investimenti scendono ad un misero + 0,6 %, dato anche qui prudentemente solo confermato per il 2024. (1) 

In pratica, il nostro sistema economico non alloca e non pare più intenzionato ad allocare risorse nella produzione. 

Gli ultimi movimenti dei grandi possessori di capitali, famiglia Agnelli in testa, Della Valle, Benetton, mostrano una dematerializzazione dei soggetti imprenditoriali che si rivolgono al mondo dell’economia finanziaria, aspirando alla  concentrazione di capitali da gettare nella finanza e chiudendo sempre più sedi produttive. 

D’altronde, al di là dei monopoli di distribuzione dell’energia che lucrano sull’inflazione in gran parte generata dalle guerre imposte da USA, UE e NATO, la politica della BCE volta al rialzo dei tassi di interesse ha tutelato la rendita parassitaria delle banche, le quali hanno registrato, nel 2023, ancora utili stellari: quasi 8 miliardi di Euro per Banca Intesa, oltre 8,5 miliardi di Euro per Unicredit. Mentre Banca Intesa devolve circa due terzi dei guadagni ai dividendi e il resto in buona parte ad operazioni di acquisto delle proprie azioni, nei limiti di legge, al fine di far salire il prezzo del titolo e operare una nuova speculazione finanziaria, Unicredit ha destinato il 100 per cento dei provitti ai dividendi degli azionisti, che in questo caso sono i fondi speculativi, tra i quali, per Unicredit, il famigerato fondo Blackrock. In totale, i profitti delle banche nell’anno passato hanno complessivamente sfiorato in Italia quasi 50 miliardi, la gran parte destinati ai dividendi e quindi non ad investimenti nel settore produttivo, ma a speculazioni e bolle finanziarie.

In parole povere, ciò significa che le coccolate Banche, le quali hanno scampato anche una minima imposta sugli extraprofitti finita nel nulla come ogni impresa propagandistica del governo Meloni, non investono, non concedono mutui al sistema produttivo nazionale, ma buttano tutti i soldi nel Gran Casinò della speculazione finanziaria globale. 

Il risultato è un’economia in completo declino, proprio quando gli investimenti avrebbero potuto produrre opportunità di rimbalzo in settori che saranno sempre più colonizzati da chi la produzione la finanzia, anzichè azzopparla. 

Le ricadute della decadenza di un sistema produttivo sono note: crisi occupazionale, crisi di reddito che si estende a fasce della popolazione che sinora ne erano indenni, scomparsa del welfare State, della sanità, dell’istruzione, delle infrastrutture, che divengono sempre più un parco per le speculazioni private.

I dati non fanno che confermare questo corso. La gestione Meloni ha poi aggravato la situazione dal punto di vista dell’investimento pubblico; dei soldi ricevuti per il PNRR, sono stati sinora spesi solamente il 14,7% del piano. Nel 2023 sono stati allocati solo 2,5 miliardi, il 7,4% delle somme da spendere per l’anno, registrando un’inazione e un ritardo vergognoso. Proprio nel settore della sanità, nonostante la dura lezione della pandemia, sono stati spesi solo l’1% dei 15,6 miliardi da allocare, e solo nei settori ad alto profitto, lasciando a secco di finanziamenti settori essenziali, riproducendo quel “modello” lombardo di Sanità responsabile della Caporetto nella Pandemia. 

Il corso dell’inflazione aggredisce anche i redditi più poveri, mentre fiumi di soldi si accumulano nelle tasche dei ricchi. Mentre nell’ultimo trimestre il potere di acquisto è ulteriormente sceso del -0,1%, così come la propensione al risparmio (-0,4%), gli ultimi dati della Paris School of Economics attestano che gli italiani più ricchi hanno trasferito nei paradisi fiscali 196,5 miliardi di Euro, 181 dei quali in conti offshore e fondi aventi giurisdizione in paradisi fiscali. A questi, l’istituto somma i valori spesi per opere d’arte, yachts, oggetti di lusso sottratti a tassazione perchè acquistati anch’essi in altrettanti paradisi fiscali. Si sitima che esistano inoltre circa 150 miliardi di Euro occultati in cassette di sicurezza. Il totale ammonta a oltre 400 miliardi di Euro sottratti alla comunità da una piccola percentuale di ricchi che beneficia ugualmente dei diritti universali concessi al cittadino, pagati colle spese dei lavoratori che hanno reddito infinitamente più basso e sempre decrescente.

 

La domanda del marziano che scende nel nostro paese è spontanea: perchè, a fronte di un così enorme furto di ricchezza, sono poche le lotte, gli scioperi, le manifestazioni dure e durature che vi oppongano una efficace resistenza?

Negli ultimi tempi, a seguito delle mobilitazioni degli agricoltori in Francia e Germania, si sono viste  finalmente in Italia prime manifestazioni di una certa rilevanza, seppur con una dimensione più corporativa rispetto a quelle d’oltralpe. Ci si chiede come mai non si mobilitino gli interi settori dei lavoratori dei comparti produttivi, degli utenti di servizi e diritti sempre più negati. 

In Francia, ed anche in altri paesi della UE, si sono viste imponenti manifestazioni: dai Gilet Jaunes, alle mobilitazioni dei lavoratori, del sindacato e della sinistra contro le leggi del governo Macron, per giungere alle dure manifestazioni degli agricoltori francesi davanti ad ogni Prefettura della Repubblica.

Giorni fa, da un intervista concessa al canale indipendente Ottolina TV, Carlo Galli, storico delle dottrine politiche, autore dell’ultimo lavoro Democrazia Ultimo Atto, rimarcava come tali tipi di manifestazioni rimangono a livello di rivolte, non producendo un involucro politico od una classe dirigente in grado di contendere il potere.  Agli inizi del secolo, ricorda Galli, i lavoratori in mobilitazione incontrarono i socialisti. Le manifestazioni di oggi, per il filosofo, tenterebbero di unire, partendo da un vuoto politico, una serie di domande insoddisfatte. Un’illusione teorica Laclauiana che si è spesso infranta sulla fragilità stessa delle soluzioni raggiunte. A tal proposito Galli citava il punto di esaurimento del  Peronismo in Argentina, spazzato via da un populismo contrario, armato a suon di personaggi come Milei. (2) 

La questione è complessa. 

Andrebbe rimarcato che proprio il duraturo movimento dei Gilet Jaunes, indebolitosi alla fine solo in occasione della Pandemia, aveva dato luogo ad una piattaforma autenticamente politica, ed anche discretamente onnicomprensiva, se non una proposta di sistema.

Come ben ricorda Chiara Parisi, la “Charte officielle des Gilets jaunes” appare sul social network Facebook, sullo sfondo di un gilet giallo. Sono 25 richieste che intrecciano temi di economia e lavoro, politica, salute, ambiente e geopolitica.

In materia economica, contro lo schiacciamento a ribasso dei salari iniziato a partire dalla bolla dei mutui sub-prime esplosa nel 2007-2008, il movimento chiedeva l’aumento immediato del 40% del reddito minimo garantito, delle pensioni e dei sussidi sociali, nonchè un piano di costruzione di edilizia popolare per ridurre il canone; infine: dare nuova vita all’economia produttiva con nuove assunzioni. Veniva affrontata anche la contraddizione della schiavitù all’impero economico e militare USA e NATO: si chiedeva l’uscita immediata dalla NATO e il divieto per l’esercito francese di partecipare a qualsiasi guerra di aggressione, la fine delle ingerenze politiche e militari nei territori africani e il controllo maggiore dei flussi migratori impossibili da accogliere e integrare vista la crisi di civilizzazione in corso. Anche l’ambiente veniva toccato: si pretendeva il divieto di commercializzare bottiglie, bicchieri e imballaggi di plastica, e in ambito agricolo di abolire l’uso di OGM, pesticidi, perturbatori endocrini e monoculture.

Analizza Chiara Parisi:  “Studenti, impiegati pubblici, contadini, operai, femministe e sindacati: il movimento di protesta si presenta da subito come estremamente composito, difficilmente etichettabile nell’affiliazione politica e nella sua configurazione ideologica. Viene definita una “moltitudine in movimento”, le cui fila sono ingrossate da soggettività provenienti dalle aree periurbane, meno modernizzate della Francia e in via di spopolamento. Sembra che la molla principale fosse l’opposizione all’establishment politico, il rifiuto delle istituzioni percepite come casta. La molteplicità di istanze, soggettività e forme della protesta trova infatti un trait d’union nell’attacco radicale al presidente Macron di cui si chiedevano le dimissioni: il “président des riches”, accusato di aver demolito il welfare state francese sotto la facciata di una finta politica innovatrice”. (3)

Senza dubbio il movimento dei Gilet Jaunes ha posto in immediata discussione il modello del liberismo globale, bloccando nelle rotonde le catene di rifornimento in tempo reale dei centri commerciali, imponendo uno stop forzato ad un modello sociale che volevano ripensato in toto.

Sicuramente, questa moltitudine non ha ritrovato un involucro politico, ma - nello scenario politico francese -ai Gilet Jaunes sono seguite le manifestazioni contro Macron della sinistra e del sindacato, si è formato altresì un forte blocco politico di opposizione radicale stavolta a sinistra e non solo a destra, con l’evoluzione della France Insoumise, Pur con tutte le contraddizioni e le perplessità che può giustamente generare nei critici, almeno si è formata. 

E’ vero che mancano oggi quegli involucri politici che erano presenti all’inizio del secolo nel movimento operaio. Ma gli involucri politici non nascono dal nulla, così come non è nato dal nulla nemmeno il movimento operaio. 

Sono le lotte e le mobilitazioni che generano il terreno sociale, politico, culturale e teoretico per la nascita di un involucro politico. Sicuramente lo sono le mobilitazioni fisiche, non quelle virtuali, mediate o addirittura dirette dai mezzi di produzione del consenso di cui si avvale il regime.

Come ben nota Filippo Barbera nel suo libro Piazze Vuote, “Società e spazio non sono separabili: come nel nastro di Möbius non è possibile distinguere l’esterno dall’interno, così non è concepibile disgiungere la società dalla sua organizzazione spaziale … Lo spazio condiviso è alla radice dell’interazione faccia a faccia… siamo corpi in azione nello spazio: corpi che scambiano, promettono, mentono, agiscono, negoziano, discutono, confliggono e cooperano attraverso l’organizzazione fisico-spaziale dell’interazione sociale”; quando poi “i rituali dell’interazione si costituiscono a partire dai bisogni, interessi e priorità dei senza voce, si danno le condizioni per l’emergere della domanda di un futuro collettivo più giusto e inclusivo” (4)

Il problema non è dunque quello di costruire in laboratorio un involucro politico che possa produrre egemonia, svalutando ogni esperienza di movimento. ma proprio il contrario. 

La tradizionale organizzazione politica dei residui partiti gode oggi di cattiva fiducia, per essere simbolo di pratico e opportunista asservimento alle elites dirigenti. 

La formazione di una linea di equivalenza delle domande insoddisfatte, la mobilitazione dei “senza voce” non è mai avvenuta con l’iniezione di ideologia precostituita in vitro, senza verifica sperimentale. L’ attuale sentimento di antielitarismo può avere poliedriche forme e contraddizioni, ma queste devono essere affrontate nello “spazio” delle mobilitazioni. Ogni movimento politico che ha dato il via alla liberazione dal colonialismo, da Cuba al Vietnam, all’India, al Sudafrica, includendo la stessa Cina, è sempre nato in forma di primigenia mobilitazione laica, strutturandosi via via con un corpo ideologico che ha preso forme ed evoluzioni inaspettate, anche in senso socialista.

E’ indubbio che un ruolo rilevante sia giocato dalle contraddizioni economiche: ancora oggi, categorie sociali che hanno avallato di tutto e svenduto la propria organizzazione sociale ad una chimera individualista di stampo liberale, non sentono e non vedono le adeguate contraddizioni. Selbstgerechten, o Presuntuosi, vengono definiti da Sahra Wagenneckt, i membri di quel ceto istruito, universitario, progressista, che gode di reddito da lavoro nelle professioni legate ai servizi privati o pubblici in ambito di alta o media amministrazione, più attento al linguaggio che alle contraddizioni materiali: “Il linguaggio della nuova sinistra è profondamente diverso da quello della sinistra tradizionale. Spesso è elaborato in ambienti universitari colti e molto lontani dai sobborghi malfamati di alcune città. È una sinistra che rifiuta l’ideologia, ingombrante eredità del XX secolo e della modernità e parla di “racconto” o di “narrazione” che sono termini tipici della filosofia del post-modernismo e quindi più adatta all’epoca post-ideologica e post-nazionale (pag. 58-67). Lotta di classe, patria, popolo sono termini tabù, mentre rifugiato, migrante, straniero, gender, cambiamento climatico sono i nuovi termini della lingua della sinistra alla moda. Per la sinistra alla moda è più importante cambiare le desinenze per questioni di genere o il linguaggio degli enti pubblici per ragioni legate all’immigrazione che aumentare il salario minimo o introdurre una patrimoniale” (5) (pag. 44).

La nostra società vive pertanto una grande frammentazione. Quest’ultima viene strumentalizzata dai mezzi di produzione del consenso, pronti a veicolare una verità conformista, che spesso dipinge le mobilitazioni come manifestazioni di irrazionalità, intolleranza, violenza reazionaria, qualunquista o fascista.  Basti vedere quanti siano caduti nella celebrazione ad orologeria della morte di Navalnj (tutto sommato un irrilevante oppositore, in carcere non per motivi politici, ma per sgradevoli reati comuni di truffa, pur se severamente puniti), e dimentichino che Julian Assange è stato condannato ed incarcerato come spia solo per aver diffuso la verità sulle guerre degli USA, per aver cioè fatto il proprio mestiere di giornalista.

All’interno di una società così frammentata e manipolabile, è difficile immaginare quale sia il bandolo della matassa della mobilitazione. Di certo non lo si può improvvisare in una riflessione.

Tuttavia, appare doveroso muovere da una seria analisi storica di questi ultimi movimenti antielitaristi comparsi in occidente, per capire quali siano gli insegnamenti per uscire in modo organizzato da un declino sociale ogni giorno più grave. questo è il proposito di chi scrive.

Contemporaneamente, è sempre più necessario organizzarsi attivamente e laicamente  per la controinformazione, per costruire media indipendenti, al fine di avvicinare quanti più cittadini possibile a scoprire le bugie dei mezzi di produzione del consenso, ed identificare tutti coloro che in qualche modo collaborano a salvare quell’elite di rentiers che vegeta impunita sulle rovine sociali che provoca.

 

Note. 

 

  1. Gianluca Passarelli, Anche l’Italia si annoia: nel paese diseguale la lotta di classe non c’è più (https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/anche-litalia-si-annoia-nel-paese-diseguale-la-lotta-di-classe-non-ce-piu-hr449p1v )
  2. dal canale Youtube di OttolinaTV:  “Ottosofia: perchè i “liberali” odiano la democrazia” Intervista con Giorgio Galli: https://www.youtube.com/live/Z70_s7eSNLQ?si=Q0uKw6xe3_F_RLoY 
  3. Chiara Parisi, Gilet gialli, collera nera, Maremosso, on line: https://maremosso.lafeltrinelli.it/news/anniversario-prime-proteste-gilet-gialli-francia.
  4. Filippo Barbera, Piazze Vuote, ritrovare gli spazi della politica, Laterza, 2023, introduzione.
  5. Sahra Wagenneckt, Contro la Sinistra neoliberale (traduzione italiana di Die Selbstgerechten, con prefazione di V. Giacchè. pagine citate nel testo.