Notiziario Patria Grande - Luglio Agosto 2026.
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NOTIZIARIO LUGLIO-AGOSTO 2026.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / DISCORSO DEL PRESIDENTE PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI FIDEL CASTRO
“Il lascito di Fidel oggi ci chiama con più forza che mai”.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ANALISI / LE FORME DELLA GUERRA IBRIDA
A nudo le reti di Cerimedo per espandere l'ultradestra in America Latina, a partire da Miami e Washington.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA GUERRA COGNITIVA
Le fattorie di Göbbels "bot".
PAGINE ESTERI (ITALIA) / ANALISI / SIONISMO IN LATINOAMERICA
Honduras, il laboratorio latinoamericano dell’asse Israele-Stati Uniti.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN BRASILE
Lula da Silva apre la campagna elettorale centrata sulla sicurezza e sui programmi sociali.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ASSEMBLEA ALBA
L’Assemblea di ALBA-Movimenti ribadisce l’impegno a costruire il socialismo.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / DISCORSO DEL PRESIDENTE PER IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI FIDEL CASTRO
“Il lascito di Fidel oggi ci chiama con più forza che mai”.

Conferenza di Miguel Díaz-Canel, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, in occasione dell’inaugurazione del 1° Colloquio Internazionale “Fidel: eredità e futuro” svoltosi nel Palazzo delle Convenzioni il 10 agosto del 2026, “Anno del Centenario del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz”.
L’Avana, 10 agosto 2026.
Care sorelle e fratelli.
Distinti accademici e accademiche, intellettuali, artisti, leader sociali e politici, giovani studenti, compagne e compagni che siete venuti dai cinque continenti a condividere questa settimana di riflessioni sull’uomo che ha segnato il XX secolo e il cui pensiero illumina il futuro: in nome del popolo cubano e del suo Partito Comunista, ricevete l’abbraccio più sincero che può offrire l’isola che non dimentica i suoi amici. Vi ringraziamo per lo sforzo di essere qui, sfidando distanze, disinformazione e spesso casi pressioni dei vostri stessi governi. La vostra presenza a Cuba é un gesto di coraggio e di coerenza perché venire a Cuba oggi, nel pieno dell’inasprimento del blocco e dell’ostilità imperialistica, è un gesto di solidarietà militante che onora il lascito di Fidel.
Auguri, compagne e compagni, fidelisti di Cuba e del mondo, che si uniscono per celebrare i cento anni di una vita dedicata alla difesa di tutte le cause giuste!
Le mie parole non pretendono di essere magistrali. Non mi propongo di dissertare, né potrei, sulla vita e l’opera di un leader della statura morale ed etica del Comandante della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz, l’uomo che ha chiesto di non essere ricordato con monumenti, ma non ha potuto evitare che milioni di compatrioti cubani, di Nuestra America e del mondo, onorino ogni giorno la sua memoria e il suo lascito scegliendo e moltiplicando le sue idee.
Non c’è migliore, nè più solido monumento di quello innalzato dalla vostra coraggiosa presenza qui nella Cuba di Fidel, nel suo Centenario!
Ciò che voglio condividere con voi sono solo idee che sgorgano dai sentimenti, dall’emozione e dall’impegno rivoluzionario nel privilegio di parlare di Fidel. Studiare e scegliere con convinzione l’opera immensa del Comandante in Capo, tanto nel pensiero che nell’azione, è una necessità imperiosa per tutti noi che siamo impegnati a promuovere trasformazioni economiche e sociali che fermino il processo di soffocamento al quale è sottoposta la Rivoluzione Cubana, una criminale guerra che dura già da più di sei decenni.
Salvare la Rivoluzione Cubana da una delle minacce più gravi affrontate in 67 anni, con aggressioni di ogni tipo, è la più grande sfida della nostra generazione e ci onora assumerla convinti che vinceremo.
Non si tratta di una certezza senza fondamento. Contiamo su una storia piena di eroismo, su un popolo preparato per la resistenza e sul lascito di un leader sempre all’avanguardia di questo popolo che ha trasformato le sconfitte in vittorie.
Preservare le conquiste che la Rivoluzione e il socialismo diedero a questo eroico popolo, rompere tutti gli assedi che vorrebbero annichilire la nazione come un castigo collettivo alla sua dignità, alla sua resistenza e alla sua decisione di non arrendersi al più potente impero della Storia, è il primo omaggio che dobbiamo a Fidel, nato 100 anni fa in un paese segnato dall’ingiustizia, dalla disuguaglianza e dalla sottomissione, dolorosa realtà che lui promise di cambiare fin dagli anni di universitario ribelle e loquace.
Uscì dall’Aula Magna come rivoluzionario e accese le fiaccole del Centenario dell’Apostolo; più tardi, molto giovane, divenne nel 1953 capo del Movimento 26 Luglio e si lanciò contro le roccaforti di una dittatura sanguinaria e imperialista per iniziare un’altra Guerra Necessaria.
Il brillante avvocato trasformò la sua autodifesa in un Programma Politico del Movimento; il tenace prigioniero vinse i suoi carcerieri trasformando il Presidio Modelo in una scuola di combattenti, fondatore dell’esercito del popolo che sconfisse in due anni l’esercito di professionisti che contava dieci volte il numero delle sue forze. Il Comandante in Capo pose Cuba nella mappa del mondo e riempì di speranza i popoli del Continente: aveva già un luogo nella storia quando a soli 34 anni fece rabbrividire l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il discorso più lungo e trascinante mai pronunciato prima in quel consesso.
In quella appassionata spiegazione della nostra storia, Fidel spiegò al mondo lo scenario che la Rivoluzione che trionfò a Cuba si trovò a fronteggiare e che la propaganda del laboratorio della guerra mediatica pretendeva e pretende di passare alle generazioni come la Cuba prospera e brillante di prima del 1959: seicentomila cubani in età lavorativa erano disoccupati; tre milioni di persone su una popolazione totale di circa 6 milioni non avevano luce elettrica né alcuna comodità; tre milioni e mezzo di persone vivevano in capanne, baracche e tuguri senza la minima condizione igienica. Nelle città gli affitti assorbivano fino a un terzo delle entrate familiari; il 37,5% della popolazione era analfabeta; il 70% dei bambini delle zone rurali non avevano maestri e il 95% soffriva di parassitismo; il 2% della popolazione soffriva di tubercolosi; la mortalità infantile era molto alta e l’aspettativa di vita della popolazione era molto bassa. L’85% dei piccoli agricoltori pagava affitti per lavorare la terra che toccavano anche il 30% delle entrate, mentre l’1,5% del totale dei proprietari controllava il 4% della superficie totale della nazione. I servizi pubblici, le compagnie elettriche e telefoniche e una gran parte delle banche e del commercio d’importazione, le raffinerie di petrolio, la maggior parte della produzione di zucchero, le migliori e le più importanti terre di Cuba erano di proprietà delle compagnie e dei monopoli nordamericani.
Della Rivoluzione Cubana e di Fidel non si dovrebbe parlare se non si conosce questa realtà di partenza, questo stato di cose che richiese la trasformazione più radicale del XX secolo in questa parte del mondo. Occorre guardare le statistiche attuali del Paese che, anche sotto le terribili restrizioni imposte da più di sei decenni di blocco economico, finanziario e commerciale e dopo sette mesi di assedio energetico, anche nel pieno dei terribili apagones, della mancanza d’acqua, di alti prezzi e tanti altri problemi, gli indicatori sociali della Sanità, della Scuola, della Scienza, della Cultura e dello Sport, continuano ad essere migliori che in altri Paesi di pari sviluppo. Per citarne solo tre: Cuba è il Paese con il maggior numero di medici per abitante, più di 9 per ogni mille abitanti; è tra i dieci con la più alta aspettativa di vita nel Continente americano con 77,7 anni, cioè il Paese che secondo i criteri dell’Organizzazione Mondiale della Salute e dell’Unesco ha fatto di più per la salute e l’educazione della sua popolazione e di quella di altre nazioni.
La grande opera sociale e umanistica della Rivoluzione guidata da Fidel Castro, sempre sotto blocco e assedio, ha cambiato radicalmente quel panorama da lui descritto all’ONU nel settembre del 1960, e sarà impossibile per sempre il ritorno di Cuba al passato coloniale e neo coloniale.
Fu in quel consesso che Fidel espresse un’altra delle sue idee più alte sui problemi del mondo i quali, invece di risolversi, con la scomparsa del campo socialista e l’imposizione della visione unipolare si aggravarono. Nel suo storico discorso all’ONU del 1960 disse:
“Le guerre, fin dal principio dell’umanità sono sempre sorte per una fondamentale ragione: il desiderio di alcuni di usare le ricchezze altrui. Se scomparirà la filosofia dello sfruttamento scomparirà la filosofia della guerra! Che scompaiano le colonie, scompaia lo sfruttamento dei Paesi da parte dei monopoli, e solo allora l’umanità avrà veramente raggiunto una tappa di progresso!”.
L’eredità di Fidel ci chiama oggi con più forza che mai. Condivido con voi alcune idee che considero fondamentali. Qual é il lascito del Comandante in Capo?
Ci ha lasciato la certezza che i sogni si conquistano difendendo le idee; ci ha lasciato la lezione che l’internazionalismo ci deve distinguere; ci ha insegnato la convinzione che il socialismo è l’unico cammino per salvare l’umanità dall’abisso.
Fidel è stato il primo a denunciare la globalizzazione neoliberale dell’impero della morte, e anche il primo ad alzare la voce per i diritti di tutti. Ci ha insegnato che la lotta per preservare l’ambiente e la specie umana è una battaglia continua; che la scienza deve essere al servizio del popolo; che l’unità dei rivoluzionari è più importante di qualsiasi differenza tattica.
In Fidel troviamo non solo a un leader storico, ma una scuola perenne di lavoro rivoluzionario: studiare, analizzare, prevedere, ascoltare il popolo e agire con audacia e onestà. Fidel ha guidato i destini di Cuba con una coerenza che non ha pari nella storia contemporanea, ma non è stato solo un dirigente o un leader: Fidel è stato un lavoratore instancabile, uno studente perenne, un oratore che muoveva moltitudini, uno stratega che anticipava il futuro. Fidel ci ha lasciato un modo di pensare e di agire. Non ci ha lasciato ricette: ha lasciato un metodo, e questo metodo nasce dalla prassi, non solo dalle biblioteche.
Quando Fidel formulò nel 16 ottobre del 1953 le Cinque Leggi Rivoluzionarie - la Riforma Agraria, i Diritti del Lavoro, la Riforma Urbana, la Confisca di Beni Mal Attribuiti e la Partecipazione Industriale - non stava elaborando un programma dottrinario importato da un manuale qualsiasi: stava diagnosticando le malattie strutturali di un’economia sottosviluppata e subalterna.
Ha attuato in ogni azione possibile il metodo della diagnosi rigorosa, della proposta programmatica e dell’azione decisa. Nella Sierra Maestra, il principio di non aspettare la fine della guerra per cominciare a produrre, articolò la lotta armata con la costruzione economica. Nel 1960, con la nazionalizzazione del sottosuolo trasformò la sovranità in proprietà collettiva. Nel 1961, a Playa Girón, dimostrò che un popolo armato e cosciente può sconfiggere l’imperialismo.
Fidel comprese qualcosa che molti teorici non riuscirono a vedere, e cioè che l’economia non è una sfera autonoma separata dalla politica, ma l’espressione materiale, sintetizzata nella sua formula: “non c’è economia senza politica, nè politica senza economia”.
Questa idea costituisce un lascito metodologico: pensare l’economia come espressione di un progetto politico e la politica come strumento di trasformazione economica. Non separarle, non contrapporle, ma al contrario, articolarle.
Il lascito della coerenza e dell’etica. Fidel predicò con il suo esempio. Non ha accumulato ricchezze, non ha tradito i suoi principi, ha vissuto come ha pensato ed è morto come ha vissuto. Questo, in un mondo dove la politica è diventata uno spettacolo d’ipocrisia, è una sfida permanente alla coscienza.
Il lascito dell’audacia intellettuale. Fidel è stato un lettore instancabile, un uomo che dialogava con scienziati, economisti, artisti, sportivi e contadini. Ci ha insegnato che il socialismo non è un dogma, ma una scienza in costruzione, che deve adattarsi alle realtà concrete senza rinunciare ai principi. Oggi, quando il capitalismo digitale c’impone nuove forme di annichilimento, il suo richiamo è Studiare!, Studiare!, Studiare!, e risuona come un’avvertenza: non c’è rivoluzione senza conoscenza!
Il lascito dell’internazionalismo. Fidel non intendeva la Rivoluzione Cubana come un fatto isolato. Per lui, Patria era Umanità. Per quello ha appoggiato le cause per la liberazione dei popoli africani, della Palestina, e ha denunciato l’apartheid e il genocidio; ha lanciato la sua voce contro la guerra all’Iraq, contro il blocco e l’appropriazione coloniale di qualsiasi popolo del mondo.
Il lascito dell’ottimismo rivoluzionario. Fidel non è mai stato pessimista. Nei giorni più oscuri, quando il campo socialista crollava e il blocco si inaspriva, lui manteneva la sua fede nell’essere umano, nella Storia. Ci ha insegnato che l’ottimismo rivoluzionario non è ingenuità, ma convinzione assoluta nella vittoria.
Il pensiero e la pratica della strategia militare in Fidel occupano un posto importante nella sua eredità. In breve sintesi possiamo rimarcare che è stato un maestro della lotta di guerriglia che ha condotto Cuba al trionfo del Primo Gennaio del 1959. È stato un profondo studioso dell'arte militare contemporanea che ha apportato vari contributi alla concezione dei più importanti conflitti militari sviluppati nelle nostre missioni internazionaliste. La battaglia di Cuito Cuanavale, diretta personalmente dal Comandante in Capo, ha mostrato le sue qualità di stratega militare. Ha concepito la dottrina della guerra di tutto il popolo: Fidel vedeva la sovranità non come uno stato acquisito, ma come un processo che si conquista e si difende simultaneamente su più fronti: la difesa e la sicurezza del paese, il fronte economico, il fronte ideologico-culturale, il fronte internazionalista e solidale, il fronte scientifico e il fronte della politica estera e delle relazioni internazionali.
Il suo sistema di lavoro si basava su quattro principi:
La priorità della politica. Ogni decisione economica è una decisione politica.
La sequenza tattico-strategica. Cambiano le tattiche, non i principi: sovranità, giustizia sociale, anti imperialismo, internazionalismo, solidarietà.
La mobilitazione popolare come risorsa strategica. La disciplina e la partecipazione imposte dall'alto sono fragili; la disciplina e la partecipazione popolare assunte collettivamente sono indistruttibili.
L'innovazione sotto restrizione. La scarsità non è solo mancanza, è uno stimolo alla creatività.
Fidel ha guidato una generazione, la cosiddetta Generazione del Centenario di José Martí, un gruppo di donne e uomini decisi che non si possono separare dalla Storia, che dall'assalto al Moncada allo sbarco del Granma e alla Sierra Maestra ha condiviso con lui la direzione dei processi di trasformazione della Rivoluzione.
È quella una generazione che integrò giovani con nomi storici: Fidel, Raúl, Che, Almeida, Ramiro, Guillermo, Vilma, Celia, Haydée, Melba e tanti altri. Si collegò con le necessità e le richieste di un popolo intero disposto a dare la vita per conquistare la dignità. Fidel comprese come pochi la necessità di integrare la fermezza ideologica con la flessibilità tattica. Ci ha insegnato che "il marxismo-leninismo non è una dottrina morta; non è un catechismo, ma un metodo, una guida, uno strumento per risolvere concretamente i problemi della vita".
Sulle sue qualità di stratega che anticipava il futuro non c'è alcun dubbio, ma non alimentiamo misticismi. Era un profondo studioso della realtà nazionale e internazionale, seguiva nel dettaglio attraverso tutti i mezzi possibili, era un acuto osservatore del comportamento umano grazie non solo alla sua enorme intelligenza, ma anche alla sua insaziabile ricerca di conoscenza, dei progressi della scienza e della tecnica. Possedeva una vasta cultura, alimentata da letture fondamentali di tutti i generi.
È rivelatrice una lettera di Fidel dalla prigione nella Isla de Pinos a sua sorella Lidia, dove si può leggere: "La mia più grande lotta è stata, da quando sono qui, insistere e non stancarmi mai d’insistere che non ho assolutamente bisogno di nulla: ho solo avuto bisogno di libri, e i libri li ho considerati come beni spirituali".
Questo desiderio di conoscenza, insieme alla passione per la storia e il destino della specie umana, lo hanno accompagnato fino alla fine della sua vita terrena. Di ciò ha fatto menzione nelle sue Riflessioni: 484 testi sui più diversi temi pubblicati tra il 28 marzo 2007 e il 9 ottobre 2016. Dieci anni dopo la sua dipartita, è commovente rileggere ciò che si proponeva con esse e in una delle prime, datata 22 giugno 2007, ha scritto: “Non ho iniziato questo lavoro come parte di un piano elaborato in precedenza, ma per un forte desiderio di comunicare con il protagonista principale della nostra resistenza, mentre osservavo le azioni stupide dell'impero".
Qui ci sono tre componenti: la sua necessità di comunicare magistralmente come solo lui faceva; il suo rispetto per il popolo come protagonista fondamentale; e la sua critica all'impero.
Sotto la guida di Fidel, Cuba riuscì a sradicare l'analfabetismo nel 1961 con una campagna che mobilitò più di 250.000 volontari. Appena due anni dopo il suo successo, sconfisse a Playa Girón un'invasione finanziata, addestrata e scortata dal vicino impero, infliggendogli la prima grande sconfitta in America Latina.
Cuba ha costruito il sistema sanitario universale più avanzato del Terzo Mondo, ha inviato oltre 600.000 operatori sanitari in 165 Paesi attraverso il Programma di Cooperazione Medica Internazionale. Cuba ha sviluppato un sistema educativo gratuito dal circolo infantile fino all'università.
Fidel ha delineato i principi della politica estera cubana e costruito un solido sistema culturale e sportivo erigendoli a punto di riferimento per il mondo. Uno dei capitoli fondamentali della sua eredità a livello continentale si svolge nel periodo più promettente della storia di Nuestra America quando, insieme a Hugo Chávez, ha guidato la rinascita del progetto integrativo di Simón Bolívar che era anche il grande sogno di José Martí.
Ovviamente, non parliamo solo di idee. I fatti che hanno trasformato in pochissimo tempo le relazioni tra i governi e i popoli della regione più disomogenea del pianeta, sono definitivamente entrati nella storia del XXI secolo come momenti determinanti della sua evoluzione successiva.
Nel 1998 è stato creato il Programma Integrale di Salute con il quale Cuba ha affrontato il dramma dei popoli colpiti dai cicloni in America Centrale e nei Caraibi. Nel 1999 viene fondata anche la Scuola Latinoamericana di Medicina, tutte idee di Fidel, che hanno dimostrato nella pratica il valore universale della cooperazione e della solidarietà, un percorso d’emancipazione allora inesplorato che sarebbe poi stato coronato con l'ALBA-Petrocaribe, con le missioni mediche ed educative, con l'Operación Milagro e i suoi oltre 3 milioni di interventi oftalmologici, con il programma d’alfabetizzazione Yo sí puedo e il Contingente Henry Reeve, la cui straordinaria opera di contrasto alle catastrofi ha meritato la sua nomina al premio Nobel per la pace.
I programmi di giustizia sociale menzionati sono in difesa di tutto ciò che la nuova estrema destra regionale organizzata e guidata da Washington vorrebbe cancellare dalla storia di Nuestra America con la stessa ipocrisia imperialistica che cerca di separare nuovamente Cuba dal suo ambiente regionale.
Oggi siamo qui, a poche ore dal 13 agosto, data in cui il nostro Comandante in Capo avrebbe compiuto 100 anni di vita, non per una commemorazione rituale, ma per compiere un dovere: pensare a Fidel non come il passato, ma come strategia che va oltre il suo tempo. Pensare a Fidel non come a una serie di eventi per evocarlo negli anniversari, ma come una guida per superare le sfide che abbiamo davanti, nella Cuba reale di oggi, nel 2026. Non possiamo parlare di Fidel senza guardare il mondo che lui ha analizzato e che noi abbiamo ereditato: quel mondo, come lui diceva, che è un vortice di contraddizioni.
La crisi sistemica del capitalismo ha raggiunto il suo punto più acuto: guerre regionali che minacciano di espandersi; crisi climatica che non è più una divinazione, ma una catastrofe imminente; carestie provocate dalla speculazione finanziaria; migrazioni forzate che trasformano i mari in cimiteri; e una frattura sociale in cui la ricchezza di pochi si accumula sulla miseria di molti.
L'ordine internazionale è in discussione. L'unilateralismo imperiale impone la sua legge con la forza, ma il mondo multipolare è arrivato per restare. Tuttavia, l'impero raddoppia i suoi attacchi, cerca nuovi pretesti, costruisce nemici e destabilizza i governi che non si piegano.
Su questo quadro globale, Cuba rimane uno dei bersagli prediletti della furia imperialista. Non è un caso che nell'anno del centenario di Fidel, Washington abbia intensificato la sua offensiva rafforzando il blocco con misure extraterritoriali che perseguono le relazioni commerciali e finanziarie; mantenendo arbitrariamente Cuba nella lista degli stati sponsor del terrorismo, un'ironia storica per un paese che è stato vittima del terrorismo per decenni; massicce campagne mediatiche che dipingono Cuba come un "regime fallito", mentre silenziano i successi della nostra Sanità, Istruzione, Cultura, Scienza e Sport, e per finire, hanno inventato la ridicola accusa di "potenza dello spionaggio" o centro di sovversione della cosiddetta sinistra radicale terrorista - di cui sembra che facciamo parte tutti, qui - nome patetico e fantasioso, credibile solo nelle loro menti tormentate, ma che usano per confondere, giustificare ulteriori punizioni e legittimare le loro aggressioni.
Insieme all'aggressione economica e politica, implementano la guerra ideologica e culturale, la sovversione digitale, il finanziamento di mercenari interni che, con i fondi delle agenzie americane, intendono frammentare la nostra unità.
Non è un segreto che gli Stati Uniti hanno stanziato milioni di dollari per promuovere il "cambio di regime" attraverso i social media, le ONG e le piattaforme mascherate da "difensori dei diritti umani", ma che in realtà servono gli interessi geopolitici dell'impero.
Non siamo affatto sorpresi dalle rivelazioni dei principali media americani riguardo all'aumento delle operazioni della CIA a Cuba per sovvertire l'ordine interno. Non si tratta di fughe di notizie casuali, come vengono presentate, ma fanno parte del piano deliberato del regime americano di guerra psicologica contro Cuba.
All'apice del cinismo e della perversione, il Segretario di Stato ha recentemente dichiarato che le sanzioni statunitensi contro il regime cubano non faranno altro che inasprirsi: «Quello che stiamo cercando di insegnarvi - ha detto - è che non ci sono valvole di scarico». Si tratta di un'ammissione senza riserve del fatto che la situazione a Cuba è difficile per via di una guerra economica senza precedenti. Questa affermazione costituisce la minaccia aperta dello sterminio genocida di un intero popolo se non si sottomette ai disegni dell'impero.
Gli analisti delle Nazioni Unite hanno sottolineato che le misure coercitive unilaterali illegali degli Stati Uniti contro Cuba violano l'Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e fanno parte di una strategia più ampia di cambio di regime che si attua da decenni di blocco contro Cuba: «Il governo degli Stati Uniti deve porre fine a tutte le minacce e agli atti ostili contro la sovranità di Cuba e revocare tutte le misure che ha imposto al paese che sono in contrasto con il diritto internazionale», hanno sentenziato, aggiungendo inoltre che «Il Consiglio di Sicurezza e l'Assemblea Generale devono affrontare urgentemente queste minacce come una questione di pace e sicurezza internazionale».
Non c'è atto di cinismo più perfido di quando l'aggressore voglia fingere di essere la vittima, di quando i suoi misfatti sono noti ed evidenti da decenni. Gli Stati Uniti non hanno nessuna autorevolezza morale né diritto di puntare il dito contro Cuba, probabilmente la nazione da loro più spiata e con il maggiore stanziamento di fondi per la sovversione economica e ideologica. Il blocco, intensificato negli ultimi anni, non è solo una misura economica, ma un atto di guerra non dichiarata contro un popolo che ha deciso di essere libero. Si tratta di un tentativo sistematico di sottomettere per fame e disperazione una nazione che ha dimostrato, per più di sessant'anni, che la dignità non è negoziabile.
Non è esagerato dire che questo colloquio si svolge in uno dei momenti più difficili della Rivoluzione, ma non siamo qui per gestire la nostalgia. Siamo qui perché il pensiero di Fidel Castro rimane la bussola più precisa che abbiamo per navigare nella tempesta che investe il popolo cubano! E la tempesta è reale, il nostro popolo la vive ogni giorno: nei blackout che interrompono la vita familiare, il lavoro, la scuola dei nostri ragazzi; nell'inflazione che erode il potere d'acquisto del salario; nella scarsità di carburante che paralizza l'economia e i trasporti; nella difficoltà di riempire il paniere di base; nell'emigrazione che ci strappa i nostri giovani. Non siamo qui per negare questa realtà, ma per comprenderla nella sua giusta dimensione e per trovare nel pensiero di Fidel le chiavi per trasformarla.
Vi darò alcuni dati degli impatti del blocco sulla società cubana.
Nel settore dell'energia, avevamo recuperato in questi anni, con uno sforzo enorme, oltre 1.400 megawatt di potenza elettrica su un gruppo di isole a generazione distribuita. Questi impianti non producono energia per mancanza di carburante. Se avessimo a disposizione 1.400 megawatt al giorno, i fastidiosi blackout a Cuba durerebbero solo tre ore e non venti o più come il nostro popolo oggi soffre.
Nel delicato settore della salute, di cui conoscete tutte le potenzialità e le opportunità disponibili a tutti, abbiamo 98.500 pazienti in lista d'attesa chirurgica e, tra questi, 12.000 bambini. Operazioni che sappiamo fare benissimo a Cuba, ma ci mancano le risorse, ci manca l'energia per alimentare le sale operatorie. Abbiamo 34.000 donne incinte alle quali non possiamo fare ecografie durante la gravidanza. Abbiamo 67.000 bambini di un anno di età senza un programma d’immunizzazione aggiornato, quando prima la vaccinazione a Cuba e il nostro sistema di immunizzazione funzionavano alla perfezione. Abbiamo 117.000 adulti e 1.200 bambini affetti da cancro che non hanno cure primarie adeguate, e dobbiamo ricorrere a formulazioni secondarie o terziarie. Abbiamo 16.000 pazienti che hanno bisogno di servizi di radioterapia, 12.400 in chemioterapia e 3.000 in emodialisi. Solo il 30% del quadro di base dei farmaci è disponibile, mentre saremmo addirittura in grado di produrre i farmaci necessari. Il coefficiente di disponibilità tecnica delle ambulanze raggiunge solo il 22% per mancanza di pezzi di ricambio. Non è possibile acquistare fonti di cobalto 60 per le cure oncologiche, e abbiamo ritardi nelle licenze per il rilascio dei medicinali nei porti, anche per il rifiuto delle compagnie internazionali che sono state pressate dall'imperialismo nordamericano a non portare a Cuba le merci di cui abbiamo bisogno.
Nonostante tutto ciò, abbiamo sempre mantenuto i tassi di mortalità infantile tra 4 e 5, che sono i tassi dei paesi sviluppati, ma in questi anni sono raddoppiati e al momento è più di 9,8, che significa la morte di bambini che potevano essere salvati.
Questo è genocidio calcolato al millimetro, da qualunque parte lo si guardi, ma i cerberi di questa ignominiosa politica vogliono dare un altro giro alla corda dello strangolamento.
Cosa ha fatto Cuba a fronte di questa tempesta? Ha risposto con ciò che ci ha insegnato Fidel: la resistenza non è passiva, ma creativa. Pur vittima delle vessazioni, ha sviluppato vaccini propri che ci hanno permesso di affrontare la pandemia in totale sovranità; ha potenziato l'agricoltura urbana e suburbana con agro-ecologia per garantire cibo nonostante la carenza di combustibili e fertilizzanti. Ha rafforzato i sistemi di difesa con una milizia popolare che non ha bisogno di carri armati o aerei per difendere la sua terra, perché la difende con il cuore e con la coesione delle sue forze. Ha saputo trasformare l'avversità in opportunità. La crisi ci impone di essere più efficienti, più innovativi, più partecipativi. I nostri scienziati, insegnanti, medici, contadini e operai hanno dimostrato che l'intelligenza collettiva può fare più del denaro dell'impero. Ma soprattutto, non abbiamo rinunciato all'internazionalismo, continuiamo a inviare brigate mediche nei luoghi più poveri del mondo, condividendo i nostri metodi educativi e scientifici; restiamo l'Isola che costruisce ponti di fratellanza.
Sì, abbiamo molte carenze. Ci opprimono i blackout, la mancanza d'acqua, l'inflazione e le code; ma nessuna carenza materiale ha spento la fiamma della solidarietà nella quale ci ha educato Fidel. Un fatto che lo conferma è che negli ultimi giorni dell'anno scolastico, tesi e difficili come mai, nelle università cubane si sono laureati 30.185 giovani professionisti, di cui 735 provenienti da 62 paesi che si sono formati a Cuba. Un dato che ci onora: più di una ventina sono nuovi medici palestinesi, e cinque sono medici americani.
La risposta del popolo, sotto la guida del Partito Comunista di Cuba, è stata la resistenza ferma e creativa, l'unità, la difesa delle sue conquiste e l'aggiornamento del modello economico e sociale, senza mai rinunciare ai principi del socialismo e senza cedere a pressioni o ricatti. Per raggiungere questo obiettivo stiamo realizzando una serie di trasformazioni economiche e sociali. Questa capacità di resistere ha le sue radici più solide nel pensiero e nell'azione del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz. Si tratta di continuare la costruzione socialista in una piccola isola minacciata dal più grande imperialismo della storia dell'umanità, totalmente bloccata, a cui vengono tagliate tutte le risorse, i finanziamenti e il commercio.
Di fronte a questo dramma, è necessario produrre e generare ricchezza per ridistribuire con tutta la giustizia sociale possibile e preservare le conquiste storiche ed essenziali della Rivoluzione nei settori strategici come la salute, l'istruzione, la cultura, la scienza, l'energia e le comunicazioni. Farlo sarà compito di tutti, dell'impresa statale e non statale, insieme ad altre forme di gestione dell'economia che nel loro insieme formano il tessuto imprenditoriale cubano, focalizzati su un fine unico: costruire il socialismo prospero e sostenibile che merita l'eroico popolo di Cuba.
Voglio sottolineare che questo è un processo per dinamizzare l'economia, non per instaurare il capitalismo; non ci sarà privatizzazione a oltranza, i mezzi fondamentali di produzione restano nelle mani del popolo e si preservano, prima di tutto, la sovranità e l'indipendenza nazionale.
Per un processo così complesso, il Partito Comunista di Cuba, come forza dirigente dello Stato e della società, si erge come principale responsabile della guida, del coordinamento e del controllo, e come zelante guardiano degli interessi del popolo, della classe operaia, delle conquiste sociali e della giustizia sociale, mosse dalla Rivoluzione fin dai suoi inizi.
Compagne e compagni,
Fidel non è patrimonio esclusivo dei cubani. Fidel appartiene a tutti coloro che lottano per un mondo migliore. E a voi, partecipanti di questo Colloquio, intellettuali e attivisti che avete fatto proprio il suo pensiero, spetta un ruolo decisivo.
Vi chiamiamo a diffondere la verità di Cuba e di tutti i popoli in resistenza. In un mondo dove i grandi media fabbricano bugie e narrazioni comode, voi avete la responsabilità di essere portavoce della realtà che noi cubani viviamo: una realtà di carenze, sì, ma anche di conquiste, di solidarietà e di speranza.
Ogni libro che scrivete, ogni articolo che pubblicate, ogni conferenza che tenete nei vostri Paesi è un baluardo contro la disinformazione. La battaglia delle idee si svolge oggi sul terreno digitale contro l'analfabetismo tecnologico e le nuove forme di colonizzazione culturale. Voi dovete articolare reti di solidarietà efficaci, non basta fare discorsi di sostegno. Bisogna tradurre la solidarietà in azioni concrete: campagne per la revoca del blocco, proposte di cooperazione scientifica e culturale, progetti di commercio equo, denunce presso organismi internazionali. Dovete approfondire il pensiero critico sul socialismo del XXI secolo.
Fidel ci ha lasciato domande aperte, non risposte finite. Come costruire il potere popolare nell'era digitale? Come conciliare la pianificazione centralizzata con l'autonomia territoriale? Come affrontare il cambiamento climatico da una prospettiva socialista? Voi, dalle vostre discipline, avete la missione di dare risposte creative e realistiche, e dovete rafforzare l'unità dei movimenti progressisti.
Fidel è stato un maestro nell'arte di unire le volontà, di costruire ponti, di cercare convergenze senza rinunciare alle differenze. Invito tutti i seguaci e gli studiosi della sua eredità a lavorare per l'unità, a superare le divisioni secondarie per concentrarsi sull'essenziale: la lotta contro il capitalismo e l'imperialismo.
Nei giovani la Rivoluzione ha consacrato il massimo del suo impegno e in loro ha riposto le sue maggiori speranze. Fidel ha sempre confidato nel ruolo dei giovani nel processo rivoluzionario. Credere nei giovani è vedere in loro capacità oltre che entusiasmo, energia e responsabilità; oltre che giovinezza, purezza, eroismo, carattere, volontà, amore per la patria, fede nella patria. La gioventù può, la gioventù è capace, sulle spalle della gioventù si possono affidare grandi compiti.
Fu la gioventù che circondò Fidel a concepire sogni realizzabili quando la Patria ne aveva bisogno. Dai suoi lunghi incontri con i giovani nacquero grandi progetti sociali: l'impulso allo sviluppo degli insegnanti nell’arte dei maestri e degli operatori sociali.
È stata la gioventù a impugnare le armi nella Sierra, ad alfabetizzare nelle montagne, ad essere protagonista delle gloriose missioni internazionaliste, a costruire i contingenti, a promuovere la scienza e la tecnologia.
Oggi, nell'anno del suo Centenario, la gioventù cubana è chiamata a formarsi nello stesso respiro storico. Le sfide che ci attendono sono enormi: l'economia colpita dal blocco, i cambiamenti strutturali da affrontare, la necessità di produrre più cibo, di realizzare la transizione energetica, di sostituire le importazioni, di costruire una società con maggior benessere per tutti. Non c'è sfida che i giovani non possono affrontare se si fanno avanti.
Compagne e compagni,
Permettetemi di concludere con la certezza che Fidel ci ha lasciato: il futuro non è già scritto, noi possiamo scriverlo. L'impero è potente, ma la storia è dalla parte dei popoli. Ogni bambino che oggi impara a leggere in una scuola cubana senza elettricità, ogni contadino che coltiva con l'agro-ecologia, ogni scienziato che indaga senza brevetti, ogni giovane che milita in un movimento sociale, ogni madre che difende i suoi figli dalla violenza, è una vittoria anticipata.
Il centenario di Fidel è un punto di partenza. È il momento di riconoscere che la sua eredità non è nel passato, ma nel presente e nel futuro che stiamo costruendo. Non basta ricordarlo, bisogna studiarlo! Non basta ammirarlo, bisogna emularlo! (Applausi).
Vorrei ringraziarvi ancora, dal profondo del cuore, per la vostra presenza. Voi siete gli ambasciatori della verità, i testimoni che Cuba non si arrende, i compagni di strada di una rivoluzione che trascende le frontiere.
Nelle mie parole ho evitato di riferirmi alle mie esperienze personali con lui; tuttavia, voglio dirvi che della scuola di Fidel mi ha profondamente segnato la sua lealtà e la risolutezza nell’affrontare l'imperialismo, così come il destino della sua vita, la sua visione sull'unità, l'essere sempre di esempio, presente negli scenari più avversi senza lasciarsi vincere dal pessimismo, dalla sensibilità verso i più bisognosi, dal suo concetto di giustizia sociale e dal valore che racchiude nel suo preciso concetto di Rivoluzione.
Voglio dichiarare, all'inizio della celebrazione di questi 100 anni che condividiamo, l'enorme impegno della direzione del Partito e del Governo a continuare l'opera incommensurabile di Fidel: abbiamo la responsabilità di salvarla dai venti minacciosi che soffiano ovunque, alimentati dalla sete di conquista e di punizione che ci riserva l'impero.
Mi permetto di finire sottolineando, come ha detto più volte Fidel: "Noi siamo pronti a resistere con dignità e abnegazione per gli anni che saranno necessari al blocco imperialista. Se altri si lasceranno corrompere, se altri tradiranno, Cuba saprà mantenersi come esempio d’una Rivoluzione che non cede".
Ripeto: “Cuba saprà mantenersi come esempio di una rivoluzione che non dubita, che non si vende, che non si arrende, che non si mette in ginocchio!”.
Fidel è un Paese, Fidel è Cuba! Per Cuba, con Fidel, fino alla vittoria sempre!
Viva per sempre Fidel! Socialismo o Morte! Patria o Morte! Vinceremo!
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ANALISI / LE FORME DELLA GUERRA IBRIDA
A nudo le reti di Cerimedo per espandere l'ultradestra in America Latina, a partire da Miami e Washington.

Osservatorio dei Media di Cubadebate, Resumen Latinoamericano, 24 agosto 2026
Il nome di Fernando Cerimedo (foto sopra) ha perturbato lo scacchiere politico regionale, comparendo ripetutamente nell'intreccio fra campagne elettorali, operazioni di comunicazione digitale e reti politiche transnazionali della nuova destra latinoamericana.
L'impresario argentino è stato arrestato in Bolivia la settimana scorsa, con l’accusa di aver organizzato un’aggressione armata contro la sua ex-moglie, Nadia Beller, sopravvissuta a tre colpi di pistola. L'imputazione della Procura è tentato femminicidio e la Magistratura gli ha comminato 180 giorni di carcere preventivo; parallelamente, è stata avviata un’indagine per presunto arricchimento illecito.
Le sue connessioni politiche tracciano una rete regionale associata a campagne di diffamazione e disinformazione social aggressiva: Jair Bolsonaro in Brasile, dove diffuse nel 2022 la falsa tesi di frode elettorale; Javier Milei in Argentina, per la cui campagna presidenziale del 2023 fu un operatore di rilievo della strategia digitale; il blocco del Rifiuto nel plebiscito costituzionale in Cile, dove la sua impresa fu vincolata ad operazioni di disinformazione; e, più recentemente, Rodrigo Paz in Bolivia, inserendosi nella sua cerchia come consulente politico. Sono documentati anche legami o appoggi con l'argentina Patricia Bullrich, l'honduregno Nasry Asfura ed altre figure della destra regionale.
La caratteristica comune del suo lavoro per la destra continentale è l'impiego intensivo delle reti digitali, target politici, media legati a partiti e, spesso, contenuti falsi o ingannevoli per screditare gli avversari e manipolare il dibattito pubblico.
Meno visibile, tuttavia, è stato fino ad ora il vero centro operativo di Fernando Cerimedo: gli Stati Uniti.
E da lì parte la tesi principale di questa nuova inchiesta dell'Osservatorio dei Media di Cubadebate: Cerimedo parallelamente creò una base societaria a Miami, una rete mediatica transnazionale il cui centro operativo era negli Stati Uniti e ottenne i benefici dai suoi legami privilegiati con le principali strutture di potere del governo Trump, in particolare con Marco Rubio.

L'immagine sopra mostra una riunione bilaterale nell'Ufficio Ovale della Casa Bianca, dove il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, riceve il suo omologo di El Salvador, Nayib Bukele, accompagnati da funzionari di entrambe le amministrazioni.
(Foto Casa Blanca)
Il canale di accesso di Cerimedo al potere statunitense è il suo socio, l'argentino-statunitense Damián Merlo, proprietario dell’impresa Latin America Advisory Group (LAAG), con sede a Miami, le cui pratiche con gli uffici del Congresso e dell’Esecutivo statunitense sono documentate in dossier presentati alla Foreign Agents Registration Act (FARA).
Ricostruire quell'architettura - imprenditoriale, mediatica e di agganci politici - permette di vedere Cerimedo non soltanto come un operatore in campagne elettorali latinoamericane, bensì come parte di un'infrastruttura transnazionale con nodo centrale negli Stati Uniti.
L'impresa di Cerimedo creata in Florida
Il 24 maggio 2023 venne registrata la NUMEN Advisors LLC, con effetto dal giorno precedente, in 13499 Biscayne Boulevard, North Miami. Il fascicolo ufficiale della Divisione delle Corporazioni della Florida identifica il numero L23000254200 e permette di aprire i documenti storici: la costituzione, un emendamento del dicembre 2023 e la relazione annuale del 2024. Nella documentazione iniziale figura Fernando G. Cerimedo; dopo l'emendamento, è registrato come membro Aldo O. Arteaga. L'impresa risulta oggi inattiva, non avendo presentato la relazione annuale corrispondente.
La data importa. NUMEN, l'impresa di Cerimedo, venne creata mentre si stava svolgendo la campagna presidenziale argentina e, appena tre mesi dopo, quella stessa impresa firmò un memorandum col consulente di Miami Damián Merlo. La connessione di Cerimedo con Miami fu, pertanto, societaria ed operazionale.
Contemporaneamente funzionava un'altra infrastruttura: La Derecha Diario, progetto associato a Cerimedo e in seguito condiviso con l'impresario spagnolo Javier Negre. Poco dopo acquisirono UHN Plus, una piattaforma dedita fondamentalmente alla disinformazione contro Cuba, che spiega nella sua stessa pagina "Noi", che Negre realizzò un investimento strategico nell’ottobre 2025 e ne divenne così vicepresidente e comproprietario.

Grafico La Jornada
Chi fece da ponte tra Cerimedo e Washington?
La prova essenziale non è una fotografia né una dichiarazione alla stampa. È un documento inoltrato al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Il memorandum del 4 settembre 2023 è diretto a "Fernando Cerimedo, CEO, di NUMEN" e firmato da Damián Merlo, socio e direttore di LAAG: si trattava di un contratto per collaborare con la campagna di Javier Milei fino al 10 dicembre di quell'anno.
Il piano proponeva: valutare opportunità presso i media statunitensi, preparare articoli di opinione, contattare membri della Camera e del Senato - specialmente nel sud della Florida - avvicinarsi a centri come Heritage, CSIS, Council on Foreign Relations ed Atlantic Council, ed organizzare una visita a Washington.
Il supplemento presentato nel gennaio 2024 conferma che Merlo realizzò, in combutta con Cerimedo, consulenze in pubbliche relazioni e contatti con membri del Congresso, media ed organizzazioni di affari pubblici per Milei. La registrazione si fece al Dipartimento di Giustizia, in accordo con la Legge FARA.
Che cos’è FARA? La Legge di Registrazione degli Agenti Stranieri obbliga determinate persone e società che agiscono negli Stati Uniti per conto di entità straniere a rivelare clienti, contratti, attività, contatti e pagamenti. Essere nel registro FARA non significa esercitare spionaggio né attività illegale: è un meccanismo di trasparenza. Il suo valore giornalistico sta nel fatto che lascia una traccia documentale verificabile.
La collaborazione ebbe un risultato pubblico facilmente verificabile: Merlo coordinò la polemica intervista di Javier Milei con l’ultradestro Tucker Carlson, come parte della campagna presidenziale dell'argentino. La conversazione introdusse Milei di fronte al pubblico conservatore statunitense, collocandolo su un asse internazionale contro il socialismo, il progressismo ed il cosiddetto establishment. Merlo affermò al quotidiano La Nazione che l’intervista rese mondialmente noto il candidato.

Contratto di Cerimedo con Damián Merlo per intervenire nella campagna presidenziale argentina.
Fonte: FARA / Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti

Foto tratta da X : il presidente argentino, Javier Milei (sinistra), posa vicino al giornalista statunitense Tucker Carlson e al consulente politico Damián Merlo.
L'espediente, già di per sé, dimostra qualcosa di assai più esteso: Cerimedo mise la campagna elettorale argentina nelle mani di una struttura statunitense progettata per aprirsi spazi nei mezzi d’informazione, nel Congresso e nei “think tank”.
Marco Rubio, María Elvira Salazar, Mario Díaz-Balart e Mauricio Claver-Carone…
Il percorso politico di Merlo è anteriore al suo contratto con Cerimedo. Una dichiarazione FARA del 2021 su iniziative per El Salvador documenta un ciclo di incontri nel dicembre 2020 con Mauricio Claver-Carone - allora presidente della Banca Interamericana di Sviluppo - e Viviana Bovo, assessore dell'allora senatore Marco Rubio.
Lo stesso fascicolo documenta, già in febbraio e marzo 2021, riunioni di Merlo con Bovo, una telefonata con Ricardo Pita (ex assessore del senatore Ted Cruz ed attuale principale consulente agli Affari dell'Emisfero Occidentale del Dipartimento di Stato), una riunione col congressista Mario Díaz-Balart ed una cena introduttiva con la congressista María Elvira Salazar. E’ consultabile nell'emendamento federale originale.
La continuità è evidente in successive dichiarazioni. Il supplemento FARA del febbraio 2025 registra nel corso del 2024 decine di riunioni, messaggi e mail con membri dell'ufficio di María Elvira Salazar e con personale del sottocomitato agli Affari dell'Emisfero Occidentale, oltre a contatti con mezzi d’informazione ed altri legislatori.
Osservatorio dei Media di Cubadebate
Questo insieme permette di dire che l'agente di Cerimedo a Miami, Damián Merlo, aveva accesso di lunga data documentato all'ecosistema anticubano della Florida e a funzionari dell’Esecutivo, con agganci privilegiati alla cerchia del Sottosegretario Marco Rubio.
Merlo e i programmi contro Cuba
L'accesso di Merlo al nucleo cubanoamericano non apparve dal nulla. La sua relazione con Cuba precede di oltre vent’anni la sua attuale attività come lobbista a Washington e Miami. Il suo curriculum professionale colloca il primo vincolo diretto nel 1996-1997, quando lavorò per otto mesi come Screening Officer nell'Ufficio di Interessi degli Stati Uniti a L'Avana, con contratto del Dipartimento di Stato.
Secondo il suo profilo, realizzava interviste preliminari ad ex "prigionieri politici" cubani che richiedevano di emigrare negli Stati Uniti, assicurando di aver esaminato oltre 600 casi. Un'altra biografia professionale, edita nel 2009 dall’Università Francisco Marroquín, include espressamente tra le istituzioni nelle quali lavorò, la United States Interests Section in Havana (USINT), rappresentanza diplomatica statunitense a Cuba prima del ristabilimento di relazioni diplomatiche.
Ma la sua relazione con Cuba non finì lì. Tra il 2002 e il 2007, Merlo fu Program Officer dell'International Republican Institute (IRI) e segnala nel suo curriculum che fu responsabile dello sviluppo di programmi organizzativi per Messico, Cuba e Brasile, oltre a preparare relazioni per il Congresso ed altri alti funzionari statunitensi e gestire proposte per sovvenzioni governative miliardarie. Documentazione dell'epoca permette di precisare il contenuto di quegli incarichi: nel 2005 Merlo è individuato come responsabile del programma dell'IRI che, mediante una sovvenzione al Direttivo Rivoluzionario Democratico Cubano di Miami, promuoveva comitati internazionali di solidarietà destinati a fornire supporto materiale, politico e ideologico ad attivisti cubani.
Questa tappa coincise con gli anni in cui James Casón dirigeva la Sezione degli Interessi degli Stati Uniti a L'Avana (2002-2005) e con un'espansione dei programmi statunitensi di "promozione" della democrazia a Cuba. Sebbene la documentazione individuata non permetta di affermare che Merlo fosse funzionario del Dipartimento di Stato durante quegli anni, tuttavia lo colloca nuovamente dentro l'ecosistema istituzionale che eseguiva programmi statunitensi relazionati con Cuba.
Esiste inoltre una seconda connessione significativa. Una volta lasciato l'IRI, Merlo fu vicepresidente di Otto Reich Associates tra il 2007 e il 2010, società diretta dall'ex funzionario cubanoamericano Otto Reich, figura chiave della politica repubblicana nei confronti dell’America Latina e di Cuba. Tale vincolo lo avvicina anche al Center for a Free Cuba, altra organizzazione presieduta da Reich, come risulta dai moduli fiscali.
Secondo The Guardian, fu Otto Reich a presentare un altro lobbista cubano-statunitense, Mauricio Claver-Carone, all’allora consulente per la sicurezza nazionale di Trump, John Bolton. Claver-Carone finì per diventare il principale funzionario della politica dell'America Latina nel Consiglio di Sicurezza Nazionale nel 2018 e, nel 2025, Donald Trump lo designò come inviato speciale del Dipartimento di Stato per l'America Latina, con l'obiettivo di essere la persona che "avrebbe messo in ordine" la regione. Nel 2026 riappare in Venezuela, come "viceré non ufficiale" degli Stati Uniti e "mano destra di Marco Rubio", secondo The Washington Post.
I precedenti cubani di Merlo ed i suoi legami politici speciali con la banda di estrema destra della Florida, aiuta a capire la geografia politica: Miami, organizzazioni della controrivoluzione a Miami, legislatori del sud della Florida e specialisti in politica emisferica formano un circuito istituzionale relativamente stabile. Quando Cerimedo ricorse a Merlo nel 2023, comprò l’accesso ad una rete coltivata per anni, non un blocchetto di contratti improvvisato per Milei.

Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate
Il salto di Cerimedo nella cerchia di Trump
Il documento più rivelatore è il Supplemental Statement 6898, presentato al Dipartimento di Giustizia il 30 luglio 2026. In una sola data, il 13 gennaio, l'impresa di Damián Merlo dichiarò quattro riunioni per la Presidenza di El Salvador: con Gavin Wax, capo di gabinetto della sottosegretaria Sarah Rogers; Christopher Landau, sottosegretario di Stato; Ana Quintana, di Policy Planning; e Viviana Bovo, consulente senior per l'Emisfero Occidentale (che sta lavorando con Rubio da anni, come abbiamo visto prima).
Quel 13 gennaio, dieci giorni dopo l'aggressione militare al Venezuela, appare una quinta riunione, con Joseph Humire, che la pagina ufficiale del Dipartimento della Difesa colloca a capo degli Affari di Sicurezza delle Americhe, ufficio che formula la politica regionale e sovrintende alla cooperazione in materia di sicurezza e vendite militari. Neanche questo appuntamento sembra essere un approccio del tutto "a freddo". Humire fu direttore del Center for a Secure Free Society e visiting fellow di Heritage, con attività su Venezuela, Cuba, Iran e sicurezza emisferica.
Tanto Damián Merlo come Fernando Cerimedo hanno intessuto relazioni che raggiungono alte figure del potere politico statunitense e circoli prossimi al Presidente. Un pezzo centrale di questa rete è Brad Parscale, ex capo della campagna elettorale di Donald Trump e socio tecnologico di Cerimedo in America Latina, il quale partecipò ad un incontro svoltosi a Mar-a-Lago, presenti anche Marco Rubio, attuale sottosegretario, e la congressista repubblicana María Elvira Salazar.
La coincidenza di questi attori in tale spazio dimostra il livello di agganci politici che ha l'ambiente imprenditoriale e strategico in cui operano.
Fonte: DOJ/FARA / Intensità qualitativa di eventi significativi di Merlo in FARA.
A partire dal 2023 è già associato con Cerimedo.
Conclusioni
La documentazione vagliata permette di vedere qualcosa di più che una successione di contatti personali. Ciò che appare è un'infrastruttura transnazionale di influenza politica con pezzi complementari: NUMEN fornì a Fernando Cerimedo una base imprenditoriale a Miami; La Derecha Diario e, successivamente, la sua connessione con Negre e UHN Plus ampliarono il dispositivo mediatico; Latin América Advisory Group, di Damián Merlo, aprì una via formale verso mezzi di comunicazione statunitensi, uffici del Congresso, think tank e strutture dell’Esecutivo.
In quell'architettura, Miami non funziona come una semplice direzione commerciale. Opera come piattaforma di articolazione tra campagne latinoamericane, media ideologizzati, consulenti politici, organizzazioni dell'ecosistema cubanoamericano e settori del Partito Repubblicano in grado d’incidere sulla politica emisferica degli Stati Uniti.
Il ruolo di Damián Merlo risulta decisivo per comprendere tale circuito. Molto prima del suo contratto con Cerimedo e del suo intervento nella campagna elettorale di Javier Milei, aveva lavorato in spazi legati a programmi statunitensi su Cuba ed aveva costruito relazioni documentate con figure ed uffici del giro di Marco Rubio, María Elvira Salazar, Mario Díaz-Balart e Mauricio Claver-Carone. Le sue dichiarazioni a FARA mostrano poi la continuità ed ampliamento di quella abilità di accesso: nel gennaio 2026, in una sola giornata, sostenne riunioni con quattro figure del Dipartimento di Stato e con Joseph Humire nell'apparato di Difesa dell'amministrazione Trump.
Pertanto qui il dato politicamente rilevante non è unicamente che Cerimedo contrattasse un lobbista a Miami. Contrattò l’accessibilità ad una rete che da anni si andava costruendo, nello stesso ecosistema politico che ha spinto alcune delle posizioni più aggressive di Washington verso Cuba ed America Latina. Quando Cerimedo arriva a Merlo nel 2023, non comincia a costruire questa rete: si collega con un'infrastruttura preesistente.
L'inchiesta non ha bisogno di attribuire cospirazioni né attività illegali che i documenti non dimostrano. I registri FARA stessi esistono precisamente per rendere visibili queste relazioni. Ciò che consentono di stabilire è sufficientemente significativo: campagne elettorali latinoamericane, operazioni di comunicazione politica, piattaforme mediatiche e circuiti di lobby convergono in uno stesso spazio politico statunitense, con Miami come nodo articolatore e Washington come centro di accesso al potere.
Questo è probabilmente il ritrovamento principale. Cerimedo viene abitualmente presentato come un operatore della nuova destra latinoamericana che interviene di nazione in nazione. La documentazione obbliga ad ampliare tale immagine: una parte sostanziale dell'infrastruttura dalla quale si proietta quell'intervento è ancorata negli Stati Uniti.
La geografia politica, pertanto, importa. Dietro le quinte di operazioni che compaiono in Argentina, Brasile, Cile, Bolivia o altri scenari latinoamericani esiste una retroguardia imprenditoriale, mediatica e politica connessa con la Florida e con strutture di potere a Washington. Miami non è qui la periferia dell'operazione: è uno dei suoi centri.
Metodologia
Questo articolo si è avvalso di documenti originali: registri societari storici della Florida; espedienti FARA 6890 e 6898 del Dipartimento di Giustizia; il memorandum NUMEN-LAAG; il supplemento del 30 luglio 2026; relazioni dell'IRI; pagine istituzionali di Difesa e Heritage; il rapporto della Polizia Federale brasiliana. Le note di stampa sono state usate per attribuire accuse, raccogliere scarichi di responsabilità o collegare fatti pubblici. Sono state applicate tre categorie: dimostrato (fonte primaria diretta); contestuale o dedotto (coincidenze consistenti senza prova bilaterale); non confermato (accuse senza supporto indipendente).

Grafico: La Jornada
Articolo originale: Nuestramérica. Al desnudo, las redes de Cerimedo para expandir la ultraderecha en América Latina desde Miami y Washington, 24 agosto 2026
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA GUERRA COGNITIVA
Le fattorie di Göbbels "bot".

Simulazione di fattoria di "bot" (*)
Göbbels comprese qualcosa di elementare e mostruoso: la guerra cognitiva raggiunge la sua massima efficacia quando smette di sembrare guerra. Il propagandista mediocre ordina di credere. Il propagandista sofisticato ottiene che l'individuo desideri quello che previamente fu disposto per lui. La fattoria digitale porta questa logica ad una scala vertiginosa. Ormai non ha bisogno di fabbricare soltanto discorsi; può fabbricare atmosfere. Non deve dimostrare che tutti la pensano allo stesso modo; deve produrre segnali sufficienti affinché ogni persona tema di essere l'unica a pensarla diversamente. L'obiettivo non è conquistare una testa: è modificare il campo psicologico dove milioni di teste prendono decisioni. Un account falso può essere insignificante. Diecimila account coordinati possono fabbricare una realtà politica. La menzogna smette di essere una proposta e si trasforma in ambiente. Dietro questa canagliata ci sono ora presidenti, imprenditori e ogni tipo di perturbazioni ideologiche borghesi. Con molto denaro.
È probabile che il segnale più perfetto di una dittatura della percezione sia quello in cui la vittima creda che sta pensando con la propria testa. Lì sta la trappola decisiva delle fattorie di Göbbels-bot: non fabbricano semplicemente bugie, fabbricano lo specchio sociale in cui una bugia appare accompagnata da migliaia di volti, migliaia di voci, migliaia di presunte coscienze. Quando l'individuo si guarda intorno e scopre la sua stessa indignazione ripetuta in modo costante, la ripetizione acquisisce la veste di evidenza. La quantità soppianta la verità. L'eco si maschera da moltitudine. La moltitudine, da consenso. Il consenso, da realtà. Questa è l'operazione semiotica brutale: ottenere che il segno falsificato governi la condotta vera.
E qui emerge il vero scandalo: i bot non sono la cosa più importante. Ciò che davvero è pericoloso è la moltitudine umana che impara a comportarsi come un bot. Ripetere senza leggere. Reagire senza comprendere. Condannare prima di indagare. Condividere prima di verificare. Trasformare un'emozione in argomento ed uno slogan in identità. La macchina non rimpiazza l'individuo: lo addestra. Lo abitua a rispondere con schemi di comportamento. Gli insegna che pensare equivale a scegliere immediatamente uno schieramento. Lo ricompensa per il furore. Lo punisce con l’invisibilità quando introduce sfaccettature diverse. Gradualmente, l'individuo conserva il suo aspetto, il suo nome, la sua storia e perfino l'illusione di autonomia, mentre i suoi movimenti comunicativi adottano la regolarità di un pezzo industriale.
Per questo bisogna abbandonare l'ingenuità d’immaginare la fattoria come una stanza oscura piena di operatori di fronte a cinquemila telefoni. Quell'immagine è troppo comoda. Ci permette d’identificare il mostro e tornarcene a casa tranquillamente. La fattoria autentica è un circuito sociale molto più vasto: qualcuno fabbrica contenuti, qualcuno finanzia la loro circolazione, una piattaforma organizza la visibilità, un algoritmo individua che cosa provoca reazione, una rete coordinata amplifica, migliaia di utenti completano gratuitamente il lavoro e un'industria dell'attenzione trasforma tutto questo in denaro, influenza o potere. L'operazione funziona perché il capitale umano più abbondante del nostro tempo non è ormai più soltanto la forza lavoro: è la capacità di reagire.
Ogni indignazione si può mietere. Ogni paura può essere frammentata. Ogni umiliazione ha il potenziale per diventare oggetto di commercio. Ogni pregiudizio può trasformarsi in una collettività economicamente conveniente. Ogni conflitto può essere ottimizzato. Il burattinaio conosce una legge fondamentale dell'economia contemporanea: ciò che attrae l'attenzione può diventare potere. Nulla resta nel dimenticatoio. E niente cattura l'attenzione con tanta efficacia come il nemico. Di conseguenza, il cittadino contemporaneo si sente costantemente alimentato da minacce: la donna emancipata che presumibilmente distrugge la famiglia, l'emigrante che presumibilmente usurpa il futuro, il povero che sussiste presumibilmente grazie allo sforzo altrui, il lavoratore organizzato che presumibilmente ostacola il progresso, lo scienziato che presumibilmente cospira contro la libertà, il vicino che presumibilmente appartiene alla fazione sbagliata. Il nemico cambia volto perché la funzione rimanga intatta.
E l'operazione di fondo consiste in un’inversione mostruosa delle relazioni sociali. Chi sta sotto impara a guardare di fianco a sé. L'individuo che perde il salario si volge verso lo straniero, verso un giovane che già subisce la precarietà. Il precario guarda chi riceve un aiuto pubblico. Chi sperimenta la violenza del sistema guarda verso una donna che esige autonomia. La persona che è stata privata di potere trova un ridotto territorio in cui può sperimentare potere: il commento, l'insulto, la persecuzione digitale e l'umiliazione dell'altro. Il sistema ha individuato un metodo sommamente economico per gestire il malessere: concedere il permesso di odiare una persona più vulnerabile.
Anche la violenza di genere trova qui un laboratorio particolarmente fertile. La macchina digitale può trasformare la misoginia storica in una forma industriale di punizione. Una donna messa sotto i riflettori può ricevere, in questione di minuti, molti insulti, minacce, sessualizzazione e critiche. Questo messaggio non colpisce soltanto la persona in questione, ma serve anche da ammonimento a tutte le altre: questo succede quando una donna parla più del previsto, occupa troppo spazio, sfida, dà ordini, investiga, denuncia o semplicemente non accetta il ruolo assegnatole. La fattoria non ha bisogno che tutti i suoi operatori siano coscienti dell’azione. Basta che una struttura culturale abbia insegnato per generazioni quali corpi meritino autorità e quali altri debbano essere disciplinati. L'algoritmo trova tale disuguaglianza già pronta e la trasforma in combustibile.
Dopodiché la dimensione ecologica rivela un'altra oscenità. Ci presentano la sfera digitale come se non avesse corpo, territorio e natura. Un'opinione sembra comparire dal nulla. Un video circola come se non avesse bisogno d’elettricità. Una nuvola assomiglia letteralmente a una nuvola. Non lo è. L'infrastruttura digitale si compone di minerali estratti da territori specifici, catene energetiche, acqua, server, centri elaborazione dati, trasporto, lavoratori e residui. La presunta immaterialità della rete è una delle grandi illusioni ideologiche della nostra epoca. L'economia digitale ha un'ecologia materiale. Estrae dalla Terra per produrre astrazioni e poi restituisce rifiuti, emissioni e disuguaglianze a territori che raramente appaiono sugli schermi. Anche la fattoria di bot ha un suolo, benché gli utenti non possano vederlo.
Pertanto il problema non consiste nel discutere in maniera infondata se una pubblicazione è "veritiera". Bisogna chiedersi quale realtà produce. Che condotta scatena? Che paura organizza? Che relazione sociale deforma? Chi riesce ad ottenere vantaggi quando migliaia di individui dibattono su di un avversario artificiale? Quale problema sparisce dal campo visivo mentre tutti guardano da quest’altra parte? Quale lavoro si smette di compiere poiché l'indignazione occupa il tempo? Quale discorso resta chiuso perché la piattaforma ricompensa la velocità e punisce la complessità? La scoperta decisiva è che la propaganda non ha bisogno di distruggere la verità.
Può fare qualcosa di più efficace: inondarla. L'atto genera cento versioni, ogni evidenzia suscita centinaia di sospetti e ogni dato è seppellito sotto un torrente di rumore. Non necessariamente il cittadino finisce per credere a una falsità specifica. Può giungere alla conclusione che ormai non esista alcuna verità possibile. Questa è una vittoria ancora più profonda. Il cinismo assoluto disarma la capacità di giudizio. Se tutto può essere manipolazione, niente merita di essere investigato. Se tutti mentono, nessuno risponde. Nel caso in cui ogni realtà sia propaganda, l'unica certezza che resta sembra essere la propria tribù. La fattoria produce allora non solamente falsità: produce impotenza epistemologica.
E quell'impotenza è politicamente redditizia. Un cittadino persuaso che niente può essere conosciuto è considerevolmente più semplice da governare di un cittadino in grado di verificare, organizzarsi, paragonare esperienze e riconoscere interessi condivisi. La confusione permanente depoliticizza. L'eccesso di informazione può diventare una forma di oscurità. Avere milioni di messaggi disponibili non significa avere più conoscenza. Una biblioteca incendiata produce più informazione dispersa di una biblioteca intatta, ma meno possibilità di leggere.
Qui pensare è resistere alla velocità che altri hanno progettato per noi. La coscienza comincia quando una persona interrompe il riverbero. Prima di divulgare, poniti una domanda. Prima di odiare, indaga. Prima di selezionare avversari, bisogna analizzare la relazione di potere che si trova al di fuori dell'inquadratura. Prima di accettare una moltitudine, chiediti chi l’ha fabbricata. Prima di apprezzare una tendenza, metti in dubbio e chiedi chi ne trae vantaggio. Previamente alla convinzione che la storia è divisa tra "loro" e "noi", ci si deve chiedere chi ottiene benefici dalla suddetta separazione. La vera rivoluzione delle coscienze comincia proprio lì, nell'istante microscopico in cui l'individuo smette di essere una reazione automatica.
Quell'istante può sembrare insignificante di fronte ad un macchinario di milioni di dollari, piattaforme planetarie ed eserciti di falsi account. Non lo è. Un macchinario di propaganda necessita che la condotta diventi prevedibile. Il pensiero critico introduce una discontinuità. L'organizzazione collettiva ne introduce un'altra. La solidarietà ne introduce una terza. Quando coloro che sono allenati per competere scoprono che condividono le medesime condizioni materiali; quando coloro che sono stati educati a odiare riconoscono che sperimentano pressioni simili; quando una donna scopre che il suo aggressore visibile è anche manipolato da una struttura che lo incita a scaricare la sua frustrazione verso il basso; quando il lavoratore scopre che il presunto avversario culturale non determina la sua retribuzione; quando la società comprende che la distruzione ambientale e la precarizzazione sono parte dello stesso metabolismo economico, la fattoria perde una porzione del suo raccolto. L'inversione concettuale sarà allora completata.
Pensavamo che le fattorie di bot fossero macchine che manipolavano le società umane. Ora possiamo vedere qualcosa di più inquietante: queste ultime sono società organizzate in modo tale che certe macchine possono manipolarle con straordinaria facilità. Il problema non comincia col bot. Il bot è il sintomo tecnologico di una malattia sociale più antica: la concentrazione del potere sui mezzi di produzione della realtà simbolica. La persona che esercita un controllo sulla facoltà di produrre visibilità, acquisisce una forma di potere che non richiede la proibizione del pensiero; basta determinare ciò che si presenta davanti agli occhi in maniera infinita.
Pertanto la domanda conclusiva non è quanti bot esistano. È molto più incendiaria: quanta umanità stiamo disposti a cedere affinché le nostre stesse macchine ci restituiscano una falsa immagine di noi stessi? Perché una società che ha bisogno di migliaia d’identità fittizie per fabbricare consenso, sta già confessando qualcosa sul suo consenso reale. E quando una moltitudine deve essere falsificata per sembrare maggioritaria, chissà che la vera maggioranza sia da un'altra parte, ancora dispersa, ancora senza nome e senza riconoscersi. Il compito storico sta nel trovarla. Non nell'oscurità dello schermo, in attesa di una nuova tendenza, bensì nel mondo materiale dove si lavora, si ama, ci si prende cura, si lotta, ci s’influenza a vicenda, ci si ammala, ci si organizza e si immagina. La realtà che nessuna fattoria di bot di Göbbels può costruire nella sua totalità.
Fernando Buen Abad, 26 agosto 2026
Note: (*) bot (abbreviazione di robot) è un'applicazione software programmata per eseguire attività automatizzate, ripetitive e più veloci rispetto a un essere umano.
Articolo originale: La granjas de Goebbels “bots”
https://www.telesurtv.net/blogs/las-granjas-de-goebbels-bots/
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
PAGINE ESTERI (ITALIA) / ANALISI / SIONISMO IN LATINOAMERICA
Honduras, il laboratorio latinoamericano dell’asse Israele-Stati Uniti.

Armi, intelligence, sorveglianza digitale e controllo dell’informazione. Con il ritorno della destra al potere, Tegucigalpa torna a essere una piattaforma strategica per Washington e Tel Aviv nel continente.
di Giorgio Trucchi, 7 settembre 2026
L’offensiva israelo-statunitense per ridefinire il futuro dell’America Latina e dei Caraibi non è solo politica ed economica, ma si fonda su un variegato spiegamento militare e tecnologico. Questa strategia articola la presenza massiccia di truppe, basi operative, quasibasi (lily-pad bases), installazioni di sicurezza, infrastrutture non dichiarate, vendita di armi, invio di consulenti e addestratori, con una sempre più sofisticata guerra di quinta generazione (5GW). Si tratta di un conflitto ibrido e asimmetrico, basato principalmente sulla disinformazione, sulla sorveglianza e il monitoraggio di massa, sulla manipolazione cognitiva e psicologica, sull’alterazione della percezione della realtà e sul cyberwarfare.
Come spiega l’analista politico internazionale Marco Consolo: “Da tempo, la presenza israeliana non si limita più alla vendita di armi. Negli ultimi anni si è ampliata all’uso del Big Data per manipolazioni elettorali o colpi di Stato digitali, allo sviluppo e alla commercializzazione di software spia, sistemi ed operazioni di intelligence, strumenti di sorveglianza digitale di massa e piattaforme di analisi algoritmica utilizzate sia dai governi che da attori privati” (Israele e America Latina: le relazioni pericolose II, agosto 2026).
L’obiettivo rimane quello di garantire gli interessi del capitale multinazionale statunitense e israeliano, accaparrando il controllo delle risorse strategiche e dei corridoi logistici, oltre a frenare l’espansione cinese nei settori delle terre rare, dei minerali critici, delle infrastrutture, delle tecnologie e dell’estrattivismo. Al contempo, la strategia punta a bloccare, a tutti i costi e con qualsiasi mezzo, i processi d’integrazione e indipendenza latinoamericana e la strutturazione di forze politiche e sociali di resistenza al modello neoliberista estrattivista.
Uno dei “laboratori” di questo progetto è indubbiamente l’Honduras, storica testa di ponte degli Stati Uniti fin dagli anni ‘70 e ’80, oggi assurto a nuovo polo strategico per gli interessi israelo-statunitensi. A gestire ad interim questo nuovo corso è Nasry Asfura (Partito Nazionale), paradossalmente di origini arabe-palestinesi, indicato da Donald Trump come proprio candidato durante le contestate elezioni del novembre scorso. Asfura venne dichiarato vincitore nonostante le pesanti accuse di brogli, manipolazioni informatiche, voti mai conteggiati, ricorsi mai esaminati e ingerenze esterne che hanno inciso in modo determinante sull’esito finale.
Ancor prima del suo insediamento (gennaio 2026), Asfura ha effettuato una visita ufficiale a Gerusalemme accompagnato dalla futura ministra degli Esteri, Mireya Agüero. In quell’occasione ha tenuto incontri chiave ad alto livello politico con il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu – sul quale pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per crimini di guerra – e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar. Poco dopo aver prestato giuramento, ha ricevuto formalmente le lettere credenziali da Nadav Goren. L’ambasciatore d’Israele è diventato così il primo diplomatico straniero a essere ricevuto ufficialmente dalla nuova amministrazione.
A maggio, al termine dell’ennesimo tour negli Stati Uniti, il presidente Asfura è tornato a Gerusalemme per dare il via a una serie di incontri incentrati sul trasferimento di competenze istituzionali e sul rafforzamento dei legami bilaterali. Durante un colloquio formale con Herzog, i due hanno discusso l’agenda di assistenza tecnica gestita dall’agenzia israeliana di cooperazione Mashav. L’intesa tra Agüero e la direttrice di Mashav, Eynat Schlein, ha prodotto anche un addendum al piano di cooperazione, ampliando i programmi dedicati all’innovazione tecnologica, all’adattamento ai cambiamenti climatici e alle riforme dei sistemi di irrigazione agricola, con tematiche relative alla sicurezza.
Ad agosto le due nazioni hanno raggiunto il culmine della propria agenda geopolitica annuale con la firma di un protocollo d’intesa (MOU). L’accordo, siglato in Israele dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz e dal segretario alla Difesa honduregno Enrique Rodríguez Burchard, formalizza un quadro di cooperazione a lungo termine per lo scambio di informazioni militari, l’addestramento tattico e il rafforzamento istituzionale delle forze dell’ordine. È difficile credere che tale intesa sia stata concepita guardando esclusivamente alla dimensione interna dell’Honduras.
Secondo i media locali, infatti, Tel Aviv considera Tegucigalpa un partner cruciale in America Centrale, sia per la solidità delle relazioni bilaterali sia per il sostegno espresso all’interno degli organismi internazionali. Uno dei precedenti più significativi risale al 2017, quando il Paese centramericano fu uno dei nove a votare contro la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condannava il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana da parte degli Stati Uniti. Tale decisione fu interpretata come un chiaro segnale di appoggio diplomatico in un momento di forte pressione internazionale (cit. Aurora Israel).
Questo scenario segna un cambiamento radicale rispetto alla posizione di netta condanna espressa dall’ex presidente Xiomara Castro (2022-2026) nei confronti delle operazioni militari di Israele. Durante il suo governo, Castro si è schierata apertamente a sostegno della causa palestinese, definendo la situazione nella Striscia di Gaza come un genocidio. Ha inoltre richiamato l’ambasciatore honduregno e ha denunciato il silenzio della comunità internazionale mentre ricopriva la carica di presidente pro tempore della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac).
Le relazioni Tegucigalpa-Tel Aviv rientrano nei tentativi israeliani di rompere l’isolamento diplomatico e politico in cui il Paese si trova a seguito dell’invasione della Palestina e del Libano, dell’avanzata in Cisgiordania e delle sentenze della CPI. Riconquistare il consenso a livello globale e proiettare sui media un’immagine di apparente normalità rappresenta, per lo Stato ebraico, una mossa strategica fondamentale.
“Il cambiamento nei confronti di Israele è drammatico e le conseguenze saranno tragiche. Qui non parliamo solo di assistenza e cooperazione tecnica nel campo della sicurezza, ma anche, e soprattutto, di armi, addestramento e intelligence. Si apre uno scenario molto preoccupante per quanto riguarda l’importazione di tecnologie avanzate di sorveglianza e di sistemi di monitoraggio di massa, che sollevano l’allarme per il controllo sulla popolazione e la violazione della privacy, specialmente per chi è impegnato politicamente e socialmente con un profilo progressista, riformista o rivoluzionario”, spiega a Pagine Esteri il docente universitario ed economista Fernando García.
Il docente ricorda come lo scrittore argentino Gregorio Selser scrisse il saggio Honduras, repubblica affittataper descrivere la forte dipendenza e subordinazione del Paese nei confronti degli interessi delle potenze straniere. “Ora rischiamo di passare dall’essere una repubblica affittata a una venduta, perché il governo di Israele, le diverse espressioni sioniste internazionali e i multimilionari libertari (libertarian tech bros) progettano di acquistare nuove terre e occupare territori per costruire ulteriori Zone di Occupazione e Sviluppo Economico (Zede), con un focus specifico sulla produzione e sullo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale”.
Si tratta di progetti di città-stato private destinate a entrare in rotta di collisione con le popolazioni indigene e contadine che abitano quei territori, le quali rischieranno di essere nuovamente represse, sgomberate e costrette a emigrare. Il quadro normativo posto a tutela degli investimenti agroindustriali, turistici e di generazione di energia si muove esattamente in questa direzione e ha già provocato sgomberi di insediamenti e comunità. La popolazione Garifuna figura tra le principali vittime, nonostante la Corte Interamericana dei Diritti Umani (Corte IDH) abbia emesso ben tre sentenze a favore di altrettante comunità.
“Gli Stati Uniti hanno storicamente usato l’Honduras come una piattaforma da cui amministrare conflitti nella regione. Da molto tempo lo fanno insieme a Israele, un partner strategico che compie quelle azioni che il governo statunitense non può svolgere legalmente, a causa dei vincoli imposti dalle proprie istituzioni”, manifesta a Pagine Esteri l’analista politico Rodolfo “Rudo” Pastor de María y Campos.
Secondo il politologo, il bipartitismo tradizionale honduregno di nuovo al potere non fa altro che riprendere i legami storici che ha sempre avuto con gli Stati Uniti e Israele, e lo fa senza remore e alla luce del sole, conscio del ruolo che l’Honduras avrà in questa nuova fase geopolitica di riaffermazione del dominio e dell’egemonia dell’asse Washington-Tel Aviv sulla regione latinoamericana.
“Il legame con Israele è sempre stato molto forte, basti pensare che il governo di Juan Orlando Hernández aveva addirittura permesso l’installazione temporanea della sua ambasciata all’interno del Centro Civico Governativo, complesso in cui hanno sede i principali ministeri dell’Honduras”, ricorda Pastor.
È in questo contesto che assume particolare rilevanza il ruolo strategico dell’ex presidente honduregno. Come evidenziato dai file audio diffusi tra aprile e maggio da Canal RED e Hondurasgate, Hernández agirebbe come operatore politico di Trump e della lobby israeliana nella regione, all’interno di un vero e proprio piano strategico volto a riappropriarsi dei territori e a imporre un modello di sviluppo economico ultraneoliberista disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per l’America Latina. Una svolta a destra nel continente è fondamentale per gli obiettivi del sodalizio geopolitico israelo-statunitense.
“Chiariamo però che la svolta a destra a cui stiamo assistendo non è comunque legata solo alla volontà delle popolazioni, ma è anche il risultato di una manipolazione sistematica per incidere sui risultati delle elezioni. Questo è quanto si evince dalle registrazioni. Basti vedere il ruolo avuto da Fernando Cerimedo – consulente elettorale ed esperto in comunicazione digitale, attualmente in carcere in Bolivia – in importanti campagne elettorali della destra latinoamericana tra cui quelle di Milei in Argentina, Bolsonaro in Brasile e Asfura qui da noi, tutti alleati strategici del blocco Washington-Tel Aviv”, spiega Pastor.
Per l’analista politico, l’Honduras continuerà a fungere da centro di operazioni d’influenza nella regione per garantire a Stati Uniti e Israele il controllo del territorio e delle risorse strategiche. L’ex presidente Hernández e il bipartitismo, in quanto espressioni politiche degli interessi delle oligarchie nazionali e del capitale multinazionale, ne costituiranno il tassello fondamentale.
Non stupisce, quindi, che il 1° settembre scorso un tribunale penale specializzato in criminalità organizzata, ambiente e corruzione abbia emesso una sentenza di proscioglimento definitivo nei confronti dell’ex presidente. Il giudice ha infatti stabilito che non sussistono elementi sufficienti per processarlo per i reati di corruzione e riciclaggio di denaro, per i quali era imputato nel caso Pandora II.
Hernández era rientrato in Honduras il 26 luglio da “uomo libero” e si era messo a disposizione della giustizia honduregna. Quattro anni prima era stato arrestato ed estradato negli Stati Uniti, dove era stato condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga e possesso illegale di armi. Era poi stato graziato dal presidente statunitense Donald Trump a ridosso delle elezioni honduregne.
La pubblicazione di nuovo materiale audio da parte di Hondurasgate conferma la strategia tessuta dalla lobby israelo-statunitense. Tra i principali protagonisti di queste nuove registrazioni spiccano lo stesso Hernández, il presidente Asfura e la vicepresidente María Antonieta Mejía, oltre alle contestate ex consigliere elettorali Cossette López (Partito Nazionale) e Ana Paola Hall (Partito Liberale). Secondo settori dell’opposizione, entrambe sarebbero state “premiate” per il ruolo svolto durante le elezioni con la nomina ad ambasciatrici, rispettivamente presso l’Organizzazione degli Stati Americani e in Spagna.
Le nuove rivelazioni mettono a nudo il controllo della macchina mediatica con cui il governo e Hernández intendono dominare la narrativa in Honduras, riabilitando l’immagine dell’ex presidente e rafforzando i vincoli con la coalizione israelo-statunitense. Le manovre vanno dal finanziamento di interi spazi televisivi alla sincronizzazione delle prime pagine dei principali quotidiani, fino al controllo di canali chiave e all’ingaggio, tramite aziende di comodo, di quasi 150 giornalisti in qualità di consulenti.
Giorgio Trucchi, Pagine Esteri, 7 settembre 2026
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GRANMA (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN BRASILE
Lula da Silva apre la campagna elettorale centrata sulla sicurezza e sui programmi sociali.
Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha reso ufficiale, domenica 16 agosto, nella città di São Paulo, l’apertura formale della campagna per la sua rielezione alla presidenza centrando la sua proposta programmatica sulla lotta alla violenza e al crimine organizzato.
Davanti a migliaia di simpatizzanti concentrati nello storico Stadio municipale Vila Euclides, il Capo di Stato ha promesso di aumentare il bilancio pubblico sulle principali politiche sociali della sua amministrazione.
Durante il suo intervento pubblico, il leader progressista ha ricordato l’importanza storica del luogo che ospitò i grandi scioperi sindacali durante gli anni della dittatura militare. Lula ha espresso la sua profonda emozione tornando nella regione considerata il nucleo della fondazione delle lotte operaie della nazione, per presentare gli obiettivi di un suo eventuale nuovo mandato presidenziale.
La proposta elettorale conta sull’appoggio della Coalizione Brasil lista para más formata dal Partito Socialista Brasiliano, il Partito Democratico Trabalhista e diverse federazioni di sinistra.
I partiti alleati hanno segnalato che la piattaforma governativa darà priorità al consolidamento della stabilità economica e alla creazione di posti di lavoro degni per le fasce più deboli della popolazione.
Gli analisti politici segnalano che la strategia del presidente vuole dare alle domande storiche delle basi popolari risposte effettive a fronte della crescente preoccupazione per la sicurezza cittadina.
Rappresentanti sindacali e movimenti sociali hanno ratificato la loro mobilitazione permanente nei centri urbani per accompagnare il dispiegamento della lotta politica in tutto il territorio nazionale.
Con questa manifestazione di massa l’alleanza officialista inizia la campagna itinerante che sarà fatta di comizi in cui verrà ribadita la garanzia della continuità delle trasformazioni istituzionali.
I portavoce della campagna hanno assicurato che nelle prossime settimane si presenteranno le proposte dettagliate in materia di sviluppo industriale, salute pubblica e preservazione ambientale.
Redazione Granma e GM per Granma Internacional, 17 agosto 2026
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ASSEMBLEA ALBA
L’Assemblea di ALBA-Movimenti ribadisce l’impegno a costruire il socialismo.

La IV Assemblea di ALBA-Movimenti si consolida come uno spazio di articolazione internazionale, riaffermando che la costruzione del socialismo è considerata dai suoi partecipanti come l'unica via di resistenza di fronte alle politiche dominanti.
Foto: Presidenza di Cuba.
8 agosto 2026. La IV Assemblea di ALBA-Movimenti ha riaffermato questo venerdì a L'Avana, Cuba, l’impegno di centinaia di organizzazioni sociali nella costruzione del socialismo come alternativa di fronte alle politiche egemoniche. All’Assemblea hanno partecipato oltre 400 organizzazioni di 25 nazioni, rappresentate da circa 200 delegati internazionali provenienti dagli Stati Uniti, Canada, Spagna, Cina ed altre nazioni.
L'incontro si è tenuto presso il Centro di Convenzioni Félix Varela dell'Università di L'Avana, dove si sono svolti seminari e tavole rotonde di riflessione sui processi rivoluzionari e le sfide attuali. A uno di essi, intitolato “Bilancio delle Rivoluzioni e sfide del progetto socialista", ha partecipato Llanisca Lugo, del Centro Memorial Martín Luther King di Cuba.
Un altro spazio di dibattito, denominato “Il socialismo che costruiamo", ha affrontato le cause dell’ascesa della destra in America Latina e dei suoi effetti sui movimenti progressisti della regione.
Nell'Assemblea, iniziata il 7 agosto e che si conclude questa domenica, tutti si sono trovati d'accordo sul rafforzare l’unità continentale dei movimenti sociali e popolari, consolidando un progetto d’integrazione regionale che trascenda le frontiere.
La rappresentanza venezuelana capeggiata da Hermán Vargas, del Movimento delle Popolazioni del Venezuela, ha messo in evidenza l’eredità di Hugo Chávez e denunciato il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della prima dama Cilia Flores, compiuto il 3 gennaio scorso da forze militari statunitensi.
L'Assemblea, fu inaugurata giovedì 7 agosto alla presenza del presidente Miguel Díaz-Canel Bermúdez, accompagnato da dirigenti quali Roberto Morales Ojeda, Manuel Marrero Cruz e Bruno Rodríguez Parrilla, oltre a rappresentanti giovanili e sociali. L'atto fu anche un omaggio al Comandante in Capo Fidel Castro Ruz.
La IV Assemblea di ALBA-Movimenti si consolida come spazio di articolazione internazionale, riaffermando che la costruzione del socialismo è considerata dai partecipanti come la unica via di resistenza di fronte alle politiche dominanti.
Articolo originale: Asamblea de ALBA Movimientos reafirma compromiso con construcción del socialismo
https://www.telesurtv.net/asamblea-alba-movimientos-compromiso-socialismo/
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG













