Notiziario Patria Grande - Giugno 2026.
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NOTIZIARIO GIUGNO 2026.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / BOLIVIA
Bolivia, strutture indigene originarie e crisi politica.
Ciò che una parte del Paese non vede.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN PERU’
Keiko Fujimori vince le elezioni presidenziali con meno di 50.000 voti di scarto.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / APPUNTI DOPO ELEZIONI PERU’
Perù. Appunti dopo i risultati elettorali.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / VENEZUELA
Il governo venezuelano conferma l'operazione congiunta con le truppe statunitensi che ha neutralizzato Niño Guerrero del cartello Tren de Aragua.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / IL TERREMOTO IN VENEZUELA
Il blocco statunitense e le vittime dei terremoti in Venezuela.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / LA CRISI FOMENTATA DAGLI STATI UNITI
Díaz-Canel spiega le priorità per superare le difficoltà del momento.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / BOLIVIA
Bolivia, strutture indigene originarie e crisi politica.
Ciò che una parte del Paese non vede.
di Pedro Pachaguaya, Viento Sur, Resumen Latinoamericano, 25 giugno 2026

1. Un governo che non legge le strutture
Ciò che sta capitando in Bolivia dal 1° maggio 2026 ha almeno due livelli che è necessario distinguere prima di analizzare. Da un lato: le strutture indigene originarie - comunità aymara, quechua ed amazzoniche - che hanno sistemi di governo propri, cosmovisioni proprie e logiche politiche che non derivano dallo Stato né da alcuna ideologia importata. Dall’altro: le strutture corporative e popolari - la Centrale Operaia Boliviana, i maestri, gli autotrasportatori, i minatori, i sindacati - organizzate secondo una logica di categoria, ciascuna con proprie istanze settoriali. Molti dei loro membri hanno ascendenza indigena, ma le modalità organizzative rispondono a tradizioni distinte. Il governo di Rodrigo Paz non ha saputo leggere né le une né le altre.
Di fronte alle strutture indigene originarie, ha operato con un etnocentrismo che Lévi-Strauss decenni fa identificò come l'errore fondamentale dell’Occidente rispetto all'Altro: guardare una logica differente attraverso le proprie categorie e non vedere niente, perché le suddette categorie non hanno strumenti per riconoscere ciò che esiste al di fuori di loro esse. Il pensiero indigeno non è inferiore né primitivo - è una logica complessa e coerente che organizza il territorio, l'autorità e la vita collettiva a partire dalle proprie categorie. Ignorare tale lezione non è solo un errore accademico. In Bolivia nel 2026 è un errore politico con conseguenze molto concrete.
Di fronte alle strutture corporative e popolari, il governo ha cercato di negoziare istanza per istanza, cedendo qui, reprimendo là, ignorando più in là ancora. Questa strategia di frammentazione avrebbe funzionato se le strutture fossero rimaste separate. Ma è successo il contrario. L'antropologo Evans-Pritchard descrisse nel suo studio sui Nuer un principio che opera in molte società segmentali: la fusione. Strutture che normalmente funzionano in maniera autonoma - ognuna con la propria agenda, i propri interessi, le proprie autorità - tendono a fondersi quando affrontano un nemico comune. E quanto più rozzo ed intransigente è tale nemico, più rapida e intensa è la fusione. Il governo di Paz, non ascoltando, insultando, reprimendo senza dialogo, non ha disattivato la mobilitazione, l’ha unificata. Ha trasformato cinquanta richieste disperse in una sola: la sua rinuncia. Egli stesso ha prodotto la fusione che oggi lo tiene accerchiato.
2. Il repertorio che nessuno si aspettava
Quanto avvenuto in Bolivia dal 1° maggio 2026 non è una protesta. E’ l'attivazione simultanea di un repertorio completo di azione collettiva, che ha radici storiche profonde ed una logica territoriale precisa. Ogni strategia corrisponde a un attore, a un territorio e ad una tradizione di lotta specifica.
I popoli indigeni delle pianure amazzoniche attivarono la marcia - la loro strategia storica per eccellenza. Centinaia di indigeni iniziarono la marcia dall’8 di aprile, da Pando fino a La Paz, esigendo l'abrogazione della Legge 1720, che minacciava i loro territori autorizzando la riclassificazione delle terre comunitarie. La marcia non è un semplice spostamento fisico - è una dichiarazione politica che mette il corpo in viaggio ed obbliga lo Stato a guardare ciò che preferirebbe ignorare.
I popoli delle zone montagnose - aymara e quechua dell'altopiano - attivarono il blocco delle strade, la loro strategia tipica. Con oltre cinquanta punti d’interruzione simultanei, la Federazione dei Contadini Túpac Katari ed i Ponchos Rojos installarono una rete di pressione che paralizzò le rotte strategiche che collegano La Paz col resto della nazione e con le frontiere di Cile e Perù. Il blocco non è vandalismo - è una tecnologia politica ancestrale che tramuta il controllo del territorio in potere di negoziazione.
Grazie a quei blocchi si eresse l’accerchiamento a La Paz - la strategia più dura e più carica di storia. Assediare La Paz è un atto politico di enorme portata simbolica: ricorda l’accerchiamento di Tupaj Katari nel 1781, quando le forze aymara mantennero assediata la città per mesi. Attivare quell'immaginario non è casuale - è dichiarare che la pazienza ha limiti storici e che tali limiti sono già stati raggiunti.
A queste strategie territoriali si sommarono quelle di altri attori: la Centrale Operaia Boliviana con marce e sciopero generale, i minatori con attentati esplosivi nel centro di La Paz, le donne percuotendo casseruole e padelle vuote e con scioperi della fame. Ogni attore parla a partire dalla propria tradizione e dal proprio corpo. Nell’insieme formano un linguaggio politico che il governo non ha saputo decifrare.
3. L'assemblea comanda: obbligo collettivo e sistema di governo proprio
Uno degli errori più frequenti leggendo queste mobilitazioni è di interpretarle come la somma di individui indignati che scendono in piazza spontaneamente. Non è così. Ciò che si attiva in ogni comunità indigena, contadina e popolare è un sistema di governo coi propri meccanismi di deliberazione, decisione e sanzione. E questo sistema produce documenti.
Prima di qualsiasi azione pubblica, le comunità si riuniscono in assemblea ordinaria. In quell'assemblea si discute, si dibatte e si vota. Gli accordi si plasmano attraverso voti risolutivi, istruttivi e comunicati - documenti formali che esprimono la volontà collettiva. Non sono volantini - sono atti di governo. Ed il loro contenuto, quando si legge con attenzione, rivela una diagnosi politica di una precisione che sorprende chi sperava di trovarci vani slogan.
Un voto risolutivo delle giunte comunali di Palca, datato 20 maggio 2026, illustra questo con chiarezza. In dodici punti si chiedono: attenzione immediata alle richieste sociali e municipali, imposte ai grandi patrimoni, blocco all’aumento del costo del paniere familiare, rendicontazione delle risorse risparmiate con l'eliminazione della sovvenzione ai carburanti, no alla tassazione dei piccoli produttori, indennizzo per i veicoli danneggiati dalla benzina adulterata, no ai condoni fiscali agli impresari, maggiori investimenti in strade, salute, educazione e servizi basilari. Il documento si conclude con una frase che condensa tutta la logica politica della mobilitazione:
“L'unità del popolo è la forza che difenderà i nostri diritti”.
Un osservatore europeo che lesse questo documento, disse senza titubanze che se si presentasse in un parlamento europeo, ci sarebbero ragionevoli motivi, sufficienti ad interpellare il presidente. Dodici punti concreti, tutti verificabili, tutti legittimi. In Bolivia i media statali non li hanno letti.
Insieme a questo documento circolò la convocazione del Governo Originario di Illas e Marcas del SuyuJachacarangas, datata 22 maggio. Questo testo mostra qualcosa di completamente diverso: il sistema politico andino in funzione con tutta la sua struttura. Convoca Mallkus e Mama t'allas, Tata e Mama Awatiris (nonni e nonne), Expasiris (persone che già assunsero incarichi), leader uomini e donne, wawa callos (giovani e bambini) - ogni incarico designato, ogni funzione riconosciuta - di entrambe le parti Aransaya ed Urinsaya (il territorio si divide in terre alte e terre basse). Assistere è obbligatorio: ‘non si accorderanno permessi'. Il documento termina con ‘Jallalla '- acclamazione rituale che suggella la convocazione con legittimità cosmologica oltre che politica. Al fondo gli Apu mallkus pongono il loro numero di cellulare. Il sistema politico aymara nel secolo XXI: autorità ancestrale e WhatsApp, senza contraddizione.
Una volta che l'assemblea ha deciso, la decisione è obbligatoria per tutti i membri. Il vademecum 03-2026 delle Bartolinas (1) lo spiega senza mezzi termini: ‘si dovrà rispettare ed eseguire in modo immediato e coerente la presente decisione, garantendo una partecipazione attiva, disciplinata e cosciente della base'. Non si tratta di coercizione - è la logica di qualunque sistema di governo che voglia che le proprie decisioni siano efficaci. Tra coloro che partecipano ai blocchi ci sono persone con idee molto diverse: liberali, conservatori, c'è anche gente che preferirebbe non essere lì. Ma tutti fanno parte di una struttura che ha deciso, e l'appartenenza obbliga tutti, compreso quel dirigente che esegue un mandato che non ha scelto personalmente.
4. Tre false scissioni
I mezzi di comunicazione ed il governo hanno interpretato questa crisi utilizzando tre contrapposizioni che semplificano ciò che è complesso e nascondono ciò che è rilevante. Tutte e tre sono false.
La prima è la scissione sinistra/destra. Si dice che quanto sta avvenendo in Bolivia è la ribellione della sinistra contro un governo di destra. Ma come abbiamo appena visto, tra coloro che operano i blocchi ci sono persone con idee politiche molto diverse. La mobilitazione non è ideologica, è strutturale. Non partecipi perché sei di sinistra, partecipi perché la tua struttura lo ha deciso e l'appartenenza ti impegna. Ridurre questo ad un conflitto sinistra/destra è proiettare sulla Bolivia una sintassi politica che non corrisponde a realtà.
La seconda è la scissione rurale/urbano. I media presentano il conflitto come la campagna che assedia la città. Ma la convocazione della COB alla grande marcia delle casseruole vuote del 27 maggio smentisce questa immagine in un colpo solo: in una stessa convocazione ci sono le Bartolinas e quelle di Tupac Catari, le lavoratrici delle manifatture ed i medici, le colf e le dipendenti dell’industria petrolifera, le maestre e le studentesse, le casalinghe e le professioniste. Non c'è settore urbano o rurale che non sia rappresentato. Ciò è possibile perché le stesse famiglie che bloccano le strade sull'altopiano, hanno figli all’università di La Paz, posti al mercato di El Alto, ditte di trasporti e imprese tecniche in città. Sono attori urbano-rurali allo stesso tempo. Chi blocca non è il contadino arretrato che assedia la città moderna, è un cittadino poliedrico che attiva la sua appartenenza comunitaria quando l'assemblea lo decide.
La terza è la scissione arcaico/moderno. L'idea che queste strutture siano retaggi del passato. Ma ciò che vediamo in Bolivia è l’esatto contrario: strutture che producono documenti formali specifici, che deliberano democraticamente, che coordinano migliaia di persone in nove dipartimenti contemporaneamente, che invocano la Costituzione Politica dello Stato Plurinazionale per legittimare le loro richieste. Questa non è arcaicità, è raffinatezza politica. Il problema non è che tali strutture siano primitive. Il problema è che lo Stato e i media non possiedono categorie per leggerle.
5. Il colonialismo interno dei media
C’è un momento che si ripete nella copertura mediatica di questa crisi, che merita un’attenzione particolare. Un giornalista arriva ad un punto di blocco col suo microfono e trova un dirigente aymara. Gli fa domande in lingua spagnola. Il dirigente risponde in spagnolo, sforzandosi, cercando le parole, traducendo in tempo reale non solo un idioma ma una logica politica completa.
Ciò che il giornalista non vede - e ciò che la telecamera non mostra - è quanto è avvenuto prima di quel momento: l'assemblea che deliberò per ore, il voto risolutivo redatto in aymara, il processo di legittimazione interna che diede a quel dirigente il mandato per stare lì. Il dirigente non parla per sé stesso, esegue una decisione collettiva. Ma questa distinzione sparisce nel momento in cui l'intervista comincia in spagnolo.
Questo fenomeno ha un nome: colonialismo interno. Non è che i media siano malvagi, è che operano da un etnocentrismo che assume lo spagnolo come lingua della politica legittima e l'aymara come lingua della cultura folcloristica. Quando un dirigente parla spagnolo con difficoltà, il mass media reputa goffaggine ciò che invece è traduzione forzata. Quando un comunicato perviene in aymara, il mass media non può leggerlo. Quando l'assemblea delibera nella sua lingua, il mass media non è lì.
Il risultato è che l'opinione pubblica vede individui mobilitati, non strutture in funzione. Vede leader che parlano male lo spagnolo, non sistemi di governo che deliberano con raffinatezza nella propria lingua. Per questo motivo la frase con cui le donne della COB conclusero la loro convocazione del 27 maggio non fu uno slogan estemporaneo, fu precisamente una dichiarazione politica rivolta a tale invisibilizzazione: “Né invisibili né silenziose”.
Tre parole che esprimono esattamente ciò che i mass media fanno ed esse respingono. Sapevano che sarebbero state rese “invisibili”. E lo hanno detto.
6. L'influencer non basta: due assedi e il ritorno della strada
In Bolivia nel 2026 stanno operando due tipi di accerchiamento. Il primo è l’assedio alle città: strategia storica aymara che interrompe la fornitura di cibo, combustibile e farmaci per far pressione sul governo, finché cede. Il secondo è l’assedio mediatico: i mezzi d’informazione egemonici che silenziano il conflitto, privando la società di un quadro completo di ciò che sta accadendo ed imponendo un’unica visione soggettiva come fosse la realtà. Entrambi sono violenza. La differenza è che il primo si percepisce nel corpo, il secondo s’impone senza che lo si noti, perché quando ricevi soltanto una versione, non sai che è solo “una” delle possibili.
In questo doppio vuoto - quello dei media che tacciono e quello delle reti di rifornimento che si esauriscono - emerge un fenomeno nuovo. La polarizzazione è tanto cristallizzata che le reti social oramai non producono nuove soggettività. Tutti sanno che cosa dice ogni schieramento prima ancora che lo dica. Quelli che appoggiano la mobilitazione condividono gli stessi video. Quelli che vi si oppongono condividono gli stessi argomenti. Le reti sono diventate “camere dell’eco” dove la soggettività circola ma non si trasforma. In tale contesto, continuare a consumare reti non ti dice nulla che già non sapessi - e la gente lo sente.
Ciò che emerge in quel vuoto sono due tipi di influencer che stanno ridefinendo la copertura del conflitto. I primi sono gli influencer di gabinetto - persone che dai loro spazi privati offrono riflessioni e letture soggettive di ciò che succede. Hanno un pubblico e offrono un contesto interpretativo, ma parlano da lontano. La loro lettura conferma ciò che i follower già pensano - e in tal senso - non sfuggono allo svuotamento delle reti.
I secondi sono gli influencer di strada: qui sta l’aspetto più significativo del fenomeno. Fanno trasmissioni dal vivo dai punti di blocco, dalle marce, dagli scontri. La loro telecamera non ha un’agenda editoriale, viene diretta dagli ascoltatori in tempo reale. ‘Puoi mostrarmi che cosa capita in quell'angolo? ' - chiedono nei commenti - e loro ubbidiscono. Con mille persone connesse simultaneamente, questi influencer sono più vicini alla realtà, non perché siano più obiettivi, bensì perché la loro telecamera si trova fisicamente dove sta il conflitto.
Tuttavia, né gli uni né gli altri riescono a rimpiazzare ciò che soltanto la strada stessa può dare. Perché in un conflitto di questa intensità, l'unica fonte che ancora può produrre qualcosa di genuinamente nuovo - una scena inaspettata, una testimonianza non filtrata, una dimensione del conflitto che nessuna telecamera ha colto - è l'esperienza diretta. La mobilitazione ti obbliga ad uscire. Non necessariamente per protestare, ma per vedere. La strada recupera la sua funzione epistemica: è l'unico luogo dove puoi ancora trovare qualcosa che non sapevi. Questo inverte la logica dominante riguardo a reti e mobilitazione: raggiunto un certo punto d’intensità del conflitto, le reti si svuotano ed è la mobilitazione fisica a riportare la gente in strada, non solo a protestare,
ma a conoscere.
7. Una nuova sinistra senza sinistra?
Negli ultimi vent’anni, la destra latinoamericana ha imparato una lezione che la sinistra non ha saputo elaborare. Ha imparato a parlare il linguaggio del buonsenso: promesse concrete, problemi quotidiani, risposte semplici. Ha abbandonato il tono dottrinario e adottato quello della conversazione di quartiere. Si è fatta capire. E questo, più di qualunque argomento ideologico, spiega la svolta a destra che ha caratterizzato la regione negli ultimi anni. Il governo di Paz è un esempio preciso di questa logica: è arrivato al potere promettendo la soluzione alla povertà attraverso un concetto tanto discutibile quanto seducente: "capitalismo per tutti", tradotto in aymara come "Kamirismo". In una società che da anni cerca risposte concrete a problemi quotidiani, quella promessa fu la benvenuta. Non importò che il concetto fosse contraddittorio, importò che suonasse come soluzione. Quella è esattamente la grammatica della nuova destra: non convincere mediante argomenti, bensì con promesse percepite possibili.
La sinistra, invece, è rimasta intrappolata nella sua superiorità morale. Convinta di avere la ragione storica, ha smesso di ascoltare la base che in teoria rappresenta. La Bolivia è il caso più drammatico: il MAS governò 20 anni in nome degli indigeni e finì per perderli, non per tradimento ideologico, bensì per disconnessione reale dalle strutture che gli diedero origine.
Ciò che sta avvenendo in Bolivia nel 2026 è qualcosa di diverso da tutto questo. Non è la sinistra classica quella che si mobilita. Non c'è un partito che convochi, non c'è un leader carismatico che si ponga alla testa, non c'è un'ideologia che unifichi. Sono strutture indigene originarie contadine e popolari che attivano il proprio sistema di governo, nella propria lingua, coi propri meccanismi di legittimazione. E questo produce una mobilitazione con cui il governo non può negoziare usando i mezzi abituali, perché non ha di fronte interlocutori individuali, ha assemblee. Non ha richieste negoziabili in privato, ha voti risolutivi e pubblici. Non ha leader da cooptare, ha comunità che comandano e revocano.
Le Bartolinas lo esprimono con precisione storica nel loro vademecum: sono ‘promotrici della liberazione dei più oppressi, coerenti con la lotta millenaria'. Non stanno inaugurando qualcosa di nuovo, stanno continuando qualcosa di molto antico. E tale continuità è precisamente ciò che rende invisibile questa mobilitazione a coloro che sanno leggere soltanto il “nuovo”.
L’accerchiamento mediatico e lo svuotamento delle reti descritti nel paragrafo precedente non sono fenomeni separati di questa riconfigurazione, ne sono parte. Quando i media tacciono e le reti si esauriscono, ciò che resta è la struttura. L'assemblea che delibera, il voto risolutivo che decide, la strada che informa. E questa struttura non ha bisogno dei media per funzionare, è da secoli che funziona senza di essi.
La mia ipotesi è che siamo di fronte all'inizio di una riorganizzazione politica che non rientra nelle categorie disponibili, binarie o polarizzate. Non è sinistra né destra. Non è campagna né città. Non è arcaico né moderno. È un sistema politico proprio che da secoli sta funzionando e che oggi, davanti alla crisi di tutti gli altri sistemi - i partiti, i mezzi di comunicazione, le reti - emerge con una forza che nessuno ha saputo prevedere, proprio perché nessuno si è preso il disturbo di comprenderlo.
Il blocco che non hanno visto non è solo l’assedio a La Paz. È l’accerchiamento di una realtà politica che esisteva prima che i mezzi d’informazione venissero a documentarla, prima che il governo arrivasse ad ignorarla, prima che gli analisti giungessero a spiegarla. Stava lì. Sempre è stata lì. Bisognava solo saper guardare.
Alto Hospicio Cile, maggio 2026
Pedro Pachaguaya, aymara, antropologo e dottorando in Scienze Sociali
Note:
(1) Bartolinas: appartenenti alla Confederazione Nazionale delle Donne Contadine Indigene Originarie di Bolivia “Bartolina Sisa” (CNMCIOB-BS); fondata nel gennaio 1980, è la più grande organizzazione di base femminile del Paese.
Articolo originale: Bolivia. Estructuras indígenas originarias y la crisis política. Lo que una parte del país no ve
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN PERU’
Keiko Fujimori vince le elezioni presidenziali con meno di 50.000 voti di scarto.
Con il 100% delle schede scrutinate, Keiko Fujimori ha vinto le elezioni presidenziali con il 50,135% dei voti contro il 49,865% di Roberto Sánchez. Il risultato serrato giunge in un contesto di accuse di irregolarità nel voto all'estero da parte della sinistra. Fujimori si è assicurata la presidenza al suo quarto tentativo consecutivo, dopo aver perso i ballottaggi del 2011, 2016 e 2021. La sua vittoria elettorale segna il ritorno del fujimorismo al potere in Perù 25 anni dopo le dimissioni di suo padre.
Resumen Latinoamericano, 29 giugno 2026

Keiko Sofia Fujimori
L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) ha appena concluso lo spoglio del 100% delle 92.766 schede del ballottaggio presidenziale e conferma la vittoria della candidata di Fuerza Popular, Keiko Fujimori, sul candidato di Juntos por el Perú, Roberto Sánchez.
Secondo i dati ufficiali dell'ONPE (Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali), la candidata di estrema destra Keiko Fujimori, 50 anni, ha ottenuto 9.223.396 voti, mentre Roberto Sánchez ha ricevuto 9.173.755 voti. A fine scrutinio, i due candidati sono separati da soli 49.641 voti, il che rende questo risultato uno dei più deboli nella storia elettorale del Paese e la terza elezione presidenziale consecutiva decisa da meno di 50.000 voti.

Fuente: ONPE
La Commissione Elettorale Nazionale annuncerà ufficialmente i risultati venerdì 3 luglio. Fujimori riceverà le sue credenziali il 15 luglio e presterà giuramento come presidente davanti al Parlamento il 28 luglio, Festa Nazionale del Perù, per governare dal 2026 al 2031.
Il candidato di sinistra Roberto Sánchez, appartenente alla fazione dell'ex presidente Pedro Castillo, attualmente in carcere, ha annunciato che non riconoscerà Fujimori come presidente. Sánchez ha denunciato brogli nel voto all'estero e ha chiesto, senza successo, l'annullamento delle elezioni, sostenendo che questi voti gli avrebbero garantito la vittoria in quanto aveva ottenuto il maggior numero di voti in Perù.
Queste sono state le elezioni presidenziali più complesse della storia peruviana, con un totale di 35 candidati. La frammentazione del voto ha portato Fujimori in testa al primo turno con il 17,19% dei voti, seguita da Sánchez con il 12,03%. L'elezione della figlia ed erede politica dell'ex presidente Alberto Fujimori (1990-2000) segna la sua quarta candidatura alla presidenza, dopo le sconfitte al ballottaggio del 2011 contro Ollanta Humala, del 2016 contro Pedro Pablo Kuczynski e del 2021 contro Pedro Castillo. La traiettoria della leader di Fuerza Popular comprende tre precedenti sconfitte, quattro candidature, oltre 500 giorni di detenzione preventiva e un lungo periodo di impopolarità.
La vittoria elettorale segna dunque il ritorno al potere del fujimorismo dopo 26 anni, da quando il dittatore Alberto Fujimori si dimise via fax dal Giappone in seguito allo scandalo di corruzione che coinvolse la sua amministrazione e che portò alla sua condanna a 25 anni di carcere per corruzione e crimini contro l'umanità.
Durante la campagna elettorale, la candidata ha fatto propria l'eredità del defunto padre fatta di crescita economica, liberalizzazione del commercio e sconfitta di Sendero Luminoso e del Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru (MRTA), una strategia condivisa con il suo consigliere Vladimiro Montesinos, attualmente prossimo alla scarcerazione.
La promessa elettorale principale di Fujimori è quella di "ristabilire l'ordine" di fronte all'aumento della criminalità e della crescente insicurezza. Il suo mandato quinquennale inizierà dopo un decennio di instabilità politica, durante il quale il Perù ha avuto otto presidenti in dieci anni a causa di successive procedure di impeachment parlamentare, la maggior parte delle quali scaturite dai voti della fazione di Fujimori.
Articolo originale:
Perú. Keiko Fujimori gana presidencia por menos de 50.000 votos
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / APPUNTI DOPO ELEZIONI PERU’
Perù. Appunti dopo i risultati elettorali.
La legittimità degli obiettivi e dei voti

Chiunque abbia mai giocato a calcio sa cosa significa perdere, vincere o pareggiare. Quando si perde contro una squadra superiore sia tecnicamente che per numero di gol, ci si abbraccia, ci si congratula con gli avversari e ci si prepara per la partita successiva.
Ma se si perde con l'aiuto dell'arbitro, che espelle i propri giocatori e fischia falli e rigori solo contro di noi, con l'approvazione degli osservatori della Lega e del VAR per convalidare l'imbroglio e far annullare i gol, si perde la partita, ma non ci si congratula mai con la squadra avversaria, tanto meno con l'allenatore e il dirigente che hanno barato e commesso la frode.
In queste elezioni, il Fujimorismo ha organizzato la campagna con largo anticipo, manipolato le norme elettorali e avuto a disposizione tutte le risorse. Ciononostante, hanno perso la partita in patria e vinto con i voti dall'estero. Dopo tutte queste manovre, vogliono che JP vada a congratularsi con loro per una vittoria discutibile? La destra vuole superare i limiti della cortesia, arrivare a umiliare come fanno gli autoritari.
È responsabilità della Commissione Elettorale Nazionale proclamare i risultati a favore di Fujimori; il popolo non ha alcun obbligo di proclamare o festeggiare questi risultati. Al contrario, traendo insegnamento da questi risultati, ha l'urgente necessità di mobilitare le proprie energie di fronte al potenziale governo autoritario che incombe.
Innanzitutto, i partiti democratici hanno l'obbligo di rispettare i propri elettori, garantendo e monitorando la condotta politica nell'elezione dei propri rappresentanti al Congresso. Sarebbe disastroso inaugurare un nuovo ciclo parlamentare con l'emergere di figure corrotte e comprate, come avveniva durante il Fujimorismo. Questo richiede dialogo e il raggiungimento di accordi democratici minimi in entrambe le camere.
In ambito sociale, ancor prima delle elezioni, il popolo conosceva per esperienza diretta il contenuto e il significato del Fujimorismo come dittatura instaurata attraverso un colpo di stato, nonché per la recente storia di presa di potere in Parlamento. I vari settori sociali devono affermare la propria indipendenza e autonomia dal nuovo governo, elaborando proposte e programmi per esaminare, nella pratica, il contenuto e la natura delle politiche economiche, sociali, territoriali, diplomatiche, giudiziarie e culturali che il nuovo governo Fujimori intende presentare. Quest'anno si terrà il Congresso Nazionale del CGTP e, tra le altre attività, è previsto il Sesto Incontro dei Fronti Regionali della Macroregione Meridionale, tutti eventi che dovranno approvare una posizione di resistenza contro il governo.
Per quanto riguarda il fronte territoriale e regionale, le diverse forze democratiche devono vincere le elezioni regionali e municipali di quest'anno, riaffermando la propria vittoria in tutte le 16 regioni. Il fujimorismo e i suoi alleati sono messi alle strette a livello elettorale nel Paese, ma non bisogna dimenticare che il governo nazionale cercherà di manipolare l'esito di queste elezioni promuovendo e finanziando i partiti del patto mafioso che ancora sopravvivono.
Jesús Manya Salas. Revista Amaro. Resumen Latinoamericano, 1° luglio 2026
Articolo originale:
Perú. Apuntes tras los resultados electorales
https://www.resumenlatinoamericano.org/2026/07/01/peru-apuntes-tras-los-resultados-electorales/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / VENEZUELA
Il governo venezuelano conferma l'operazione congiunta con le truppe statunitensi che ha neutralizzato Niño Guerrero del cartello Tren de Aragua.

Il governo venezuelano ha annunciato lo smantellamento di "strutture di criminalità organizzata", operanti nello stato sud-orientale di Bolívar, nell'ambito di un'operazione congiunta tra le forze di sicurezza della Repubblica Bolivariana e degli Stati Uniti.
Secondo il comunicato ufficiale diffuso dal Ministero delle Comunicazioni, durante l'operazione "si sono verificati scontri con membri di queste strutture criminali" che hanno portato alla morte di Héctor Rusthenford Guerrero Flores, alias Niño Guerrero.
La dichiarazione è giunta poche ore dopo che il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato sul social network Truth la "riuscita" esecuzione del presunto leader del clan Tren de Aragua tramite un "attacco cinetico rapido e letale".
Secondo la dichiarazione del governo venezuelano, l'operazione ha beneficiato di "supporto tecnologico specializzato" ed è stata condotta attraverso meccanismi di cooperazione e condivisione di informazioni tra le autorità di entrambi i paesi. Il Venezuela ha inoltre ribadito il proprio impegno nella lotta contro la criminalità organizzata e ha assicurato che continuerà ad adottare misure per garantire "la pace, la tranquillità e la protezione del nostro popolo".
Dopo il ritorno di Trump alla presidenza nel 2015, il clan Tren de Aragua è diventato un punto centrale della sua agenda in materia di immigrazione ed espulsioni. Nel febbraio dello stesso anno, il Dipartimento di Stato lo ha formalmente designato come organizzazione terroristica straniera.
A quel punto, la narrazione internazionale aveva già trasformato il gruppo in una presunta rete criminale transnazionale, con una presenza "dal Cile agli Stati Uniti", presentata come una minaccia alla sicurezza statunitense.
Documenti pubblici e registri dei finanziamenti dimostrano che think tank, ONG e organi di stampa allineati con la politica estera statunitense hanno contribuito a questa narrazione, attribuendole il controllo delle rotte migratorie e la capacità di operare come una rete continentale.
Guerrero Flores era stato incriminato lo scorso dicembre dagli Stati Uniti con l'accusa di cospirazione per aver commesso reati e sostenuto organizzazioni terroristiche. Washington aveva offerto una ricompensa di cinque milioni di dollari per informazioni che portassero alla sua cattura o condanna.
In numerose occasioni, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato che mercenari statunitensi avevano coordinato operazioni con bande criminali come il Tren de Aragua, con l'obiettivo di compiere azioni terroristiche e destabilizzanti in Venezuela.
Nell'ambito della campagna di Donald Trump contro i "narco-terroristi", da settembre l'esercito statunitense ha attaccato decine di imbarcazioni presumibilmente legate al traffico di droga nel Pacifico orientale e nel Mar dei Caraibi, senza presentare alcuna prova. L'escalation ha raggiunto il suo punto più critico nel gennaio 2026, quando gli Stati Uniti effettuarono un'incursione militare a Caracas e rapirono il presidente Maduro e sua moglie, la deputata Cilia Flores, trasferiti a New York per affrontare un processo farsa, illegale, privo di giurisdizione e infondato, basato su accuse di presunto "narcoterrorismo", tra le altre.
Redazione Almayadeen e Resumen Latinoamericano, 13 giugno 2026
Articolo originale: Venezuela. Gobierno confirma operativo conjunto con tropas de EE.UU que neutralizó a Niño Guerrero, del grupo narco Tren de Aragua
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / IL TERREMOTO IN VENEZUELA
Il blocco statunitense e le vittime dei terremoti in Venezuela.

Ogni 24 giugno i venezuelani celebrano la Battaglia di Carabobo (1821), un evento chiave dell'indipendenza e Giornata dell'Esercito. La festa di San Giovanni di Curiepe è una celebrazione afro-venezuelana che si svolge al ritmo dei tamburi nella città di Curiepe, nello stato di Miranda, dove l'immagine di San Giovanni Battista viene venerata con una serie di rituali musicali e di danza dalla mezzanotte del 23 giugno al pomeriggio del 25 giugno di ogni anno.
Ma la data assumerà un ulteriore peso storico a partire dal 2026. Oltre alla Battaglia di Carabobo e ai tamburi di San Giovanni, il Venezuela è stato colpito dal peggiore doppio evento sismico della sua storia: due terremoti consecutivi, di magnitudo 7.2 e 7.5, hanno scosso la parte centro-settentrionale del paese in pochi secondi, aggravando ulteriormente il criminale blocco statunitense.
In mezzo a questa tragedia e a questo dolore, è fondamentale sottolineare la solidarietà del popolo venezuelano: famiglie che si sostengono a vicenda, vicini che si aiutano, sconosciuti che si abbracciano. Alcune persone condividono un'arepa, altre fanno la spesa per i bisognosi.
Le reti di solidarietà si sono attivate rapidamente, come è accaduto in Venezuela negli ultimi decenni, durante le molteplici crisi che il Paese ha attraversato.
Nella notte del 24 giugno 2026, il Venezuela è stato colpito dal terremoto più potente degli ultimi 125 anni, che ha causato il crollo di edifici a Caracas e lungo la costa caraibica, la chiusura del principale aeroporto internazionale del Paese e l'attivazione di allarmi tsunami persino a Porto Rico e nelle Isole Vergini americane.
Riconoscendo la propria responsabilità, gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni contro il loro alleato, offerto 150 milioni di dollari in aiuti e mobilitato navi e aerei militari, tra le altre misure adottate in seguito al disastro. Questo accade in un Paese dove le infrastrutture mediche già indebolite e la carenza di risorse sono messe a dura prova dall'immensa emergenza.
Le operazioni di ricerca sono ostacolate dalla mancanza di attrezzature specializzate per lavorare in strutture crollate. Ciò ha costretto le agenzie di soccorso a operare con risorse insufficienti per far fronte alla portata della tragedia. I volontari, usando qualsiasi cosa trovassero, persino le mani nude, hanno cercato di liberare le persone intrappolate. I resoconti sono devastanti: centinaia di morti, migliaia di feriti di varia entità e l'agonia di cittadini intrappolati sotto le macerie in attesa di essere soccorsi.
Anche a causa del criminale blocco statunitense gli ospedali venezuelani sono a corto di forniture e medicinali; con questa tragedia, l'emergenza è ancora più grave e difficile da gestire. Ad aprile, la Federazione Medica Venezuelana ha dichiarato che "il 90% degli ospedali del Paese è carente di forniture e abbandonato".
L'ultima Indagine Nazionale sugli Ospedali, del 2024, riportava che il tasso di carenza di materiale per le sale operatorie era del 74%. Inoltre, indicava che in media solo 4 sale operatorie su 10 erano operative. Nel 2025, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha lanciato l'allarme sulla crisi che affligge i servizi pubblici venezuelani: il 91% degli ospedali richiede ai pazienti di portare con sé il proprio materiale medico per gli interventi chirurgici.
Per gli ultra-liberali che mettono in discussione la rilevanza dello Stato in Venezuela, questo concetto potrebbe avere una risonanza particolare, perché lo Stato – svuotato e indebolito negli ultimi anni, limitato nella sua capacità di fornire servizi, garantire sicurezza e sovranità territoriale – a causa della propria inefficienza e/o dell'ingerenza statunitense – ha deluso la popolazione, che ora anela alla sicurezza e alla risposta fornite dal governo chavista.
La risposta viene vissuta (subita) in tempo reale. Sappiamo già che l'impatto dei disastri naturali dipende dalla capacità dello Stato di proteggere la popolazione prima, durante e dopo. E tale capacità, in Venezuela, è scarsa e distribuita in modo geograficamente diseguale.
Questo è un dibattito che i terremoti mettono in luce con urgenza. A livello globale, si è rafforzata una corrente ideologica che mette in discussione la rilevanza dello Stato. In Venezuela, questa concezione potrebbe avere una risonanza particolare, perché ora lo Stato ha effettivamente deluso la popolazione. Negli ultimi due decenni, lo Stato venezuelano si è svuotato e indebolito, trasformandosi agli occhi della popolazione in un'entità disfunzionale e corrotta. Oggi vediamo uno Stato limitato nella sua capacità di fornire servizi, garantire la sicurezza e difendere la sovranità territoriale. Come può dunque uno Stato reagire in queste circostanze a un doppio terremoto di tale magnitudo? Stiamo assistendo alla risposta in tempo reale. Il senso di vulnerabilità con cui la popolazione è stata costretta a convivere non deve essere normalizzato. La società venezuelana ha sofferto su più fronti, rischiando la propria vita per sopravvivere e persino autofinanziando la fragilità dello Stato.
I terremoti e le loro conseguenze pongono l'attuale governo sotto un'innegabile responsabilità, sebbene questa responsabilità venga chiaramente rimandata a causa della "tutela" predatoria degli Stati Uniti. Indubbiamente, lo Stato venezuelano deve essere ripensato e ricostruito per assolvere alle sue funzioni fondamentali, ma anche per rispondere e anticipare le sfide future.
Per raggiungere questo obiettivo, deve liberarsi dalla tutela degli Stati Uniti, interessati unicamente ad appropriarsi delle vaste risorse del Paese, in particolare degli idrocarburi, senza curarsi del presente e del futuro di milioni di venezuelani. Questa logica imperialista si è manifestata negli ultimi giorni nella sofferente patria di Bolívar.
Aram Aharonian, Rebelion, Resumen Latinoamericano, 28 giugno 2026
Aram Aharonian è un giornalista specialista in comunicazione uruguaiano, laurea magistrale in Integrazione. Creatore e fondatore di Telesur. Presiede la Fondazione per l'Integrazione Latinoamericana (FILA) e dirige il Centro Latinoamericano di Analisi Strategica (CLAE).
Articolo originale: El bloqueo de EE.UU. y las víctimas de los terremotos en Venezuela
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
GRANMA (CUBA) / INTERNI / LA CRISI FOMENTATA DAGLI STATI UNITI
Díaz-Canel spiega le priorità per superare le difficoltà del momento.

Il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel ha parlato all’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica del clima e del pensiero diffusi nell’Isola improntati alla individuazione di provvedimenti per resistere al feroce blocco imperialista: «In tempi complessi non si può prescindere dalla passione per lo sviluppo, un concetto fidelista che racchiude la volontà di non lasciarsi vincere», ha detto.
Partendo da una domanda a proposito dei difficili momenti che vive il Paese, il Presidente ha parlato della «aggressione a 360° come parte di una politica di ingerenza di totale disprezzo che impatta e complica la vita quotidiana dei cubani», precisando che «in ogni aspetto della vita, in ogni dettaglio della nostra vita familiare e della nostra economia ci sono situazioni complesse che solo un popolo eroico come il nostro può affrontare». E ha aggiunto: «Gli Stati Uniti non ci perdonano che con tutta la pressione che stanno esercitando, la Rivoluzione resiste e il Paese continua a funzionare, nemmeno loro stessi credono a questa storia di cui tanto parlano, dello Stato Fallito. Uno Stato fallito non sarebbe sopravvissuto neanche una settimana a una situazione come quella attuale. L’idea fidelista secondo cui ogni difficoltà in una crisi va utilizzata come momento di crescita va messa in pratica, e allora noi dobbiamo individuare un gruppo di priorità per affrontare questa situazione. La prima è la preparazione alla difesa, e tutti voi conoscete l’intensità con cui si sta preparando ogni elemento del sistema difensivo territoriale».
L’altra grande priorità, ha aggiunto il mandatario, è «il Programma Economico e Sociale per il 2026. Alla fine dell’anno scorso, dalla riflessione collettiva sono uscite molte proposte, soprattutto di elementi di trasformazione nel modello economico e sociale. Questo dibattito popolare ha ampliato, rinforzato e irrobustito le idee alla base del documento originario. Nel rispetto delle indicazioni popolari, in questi mesi si è lavorato intensamente consultando esperti anche internazionali, paragonando l’esperienza dell’Isola con le particolarità di Paesi come la Cina e il Vietnam, anche loro in processi di costruzione socialista e che hanno attraversato momenti di blocco come il nostro. Siamo a un buon livello di maturazione di queste idee e dopo l’approvazione del Burò Politico e dell’Assemblea Nazionale, si darà il via al processo di informazione per spiegare alla popolazione il perché è il modo con cui andranno realizzate e applicate. Sono più di una ventina i temi in materia di trasformazione. Il primo ha a che fare con il sistema di direzione dell’economia: c’è un gruppo di misure che hanno l’obbiettivo di risolvere vecchie contraddizioni tra pianificazione centrale e incentivi».
Díaz-Canel ha messo in guardia sull’importanza di rompere gli ostacoli all’incentivazione della produzione nazionale, sia per offrire più beni e più servizi alla popolazione, sia per l’esportazione: «Se non abbiamo ricchezza è molto difficile avanzare, soprattutto nei programmi sociali per risolvere le disuguaglianze che si sono create, per ridurre la vulnerabilità delle persone, delle famiglie e delle comunità. Bisogna risolvere la contraddizione tra centralizzazione e decentralizzazione. A cosa si deve dedicare la pianificazione centrale del Paese? Si devono togliere ostacoli e conferire facoltà ad altri livelli, per far sì che si esercitino attività in proprio che diano impulso alle potenzialità locali».
L’autonomia municipale e l’autonomia impresariale sono altre priorità sulle quali vanno diretti gli sforzi. In merito alle facoltà che si possono conferire ai municipi, il Presidente si è riferito alla creazione di condizioni per stabilire quali siano le imprese e gli attori economici per costruire sistemi produttivi locali dirigendo e favorendone le attitudini. «Bisogna fare in modo» ha detto «che il municipio abbia facoltà di importare ed esportare, che non dipenda da piani centrali, che possa gestire entrate in divisa che stimolino l’investimento straniero diretto, che possa gestire l’investimento e i progetti dei cubani residenti all’estero e che possa facilitare tutte le interconnessioni tra tutti gli attori economici. Questa idea non contraddice le priorità nazionali, ma al contrario le rinforza. Alla stessa stregua, va facilitata l’autonomia dell’Impresa Statale, che funzioni senza intermediari, e soprattutto con la partecipazione dei lavoratori delle imprese, i quali ne sono i padroni, rappresentano lo Stato, rappresentano la proprietà sociale del popolo».
Così com’è stato ideato e come lo ha spiegato il Capo dello Stato ai giornalisti, a partire dalla partecipazione dei lavoratori alle decisioni, le imprese potranno e dovranno disegnare le loro dimensioni, i loro sistemi salariali, le modalità di reinvestimento degli utili: «Le imprese potranno produrre e dare tutti i servizi di cui saranno capaci, approfittando di tutte le potenzialità. Credo che questo metterà l’Impresa Statale in condizioni simili al resto degli attori economici, una cosa molto richiesta».
Díaz-Canel Bermúdez ha parlato anche della ristrutturazione dell’apparato dello Stato, del Governo, delle imprese, del Partito, delle organizzazioni politiche e delle organizzazioni di massa di tutto il Paese: «C’è già un Progetto di Legge reso pubblico nel sito dell’Assemblea Nazionale prima che vada alla discussione. C’è una riduzione importante, non solo dei ministeri, ma anche degli incarichi. Tutto questo propizierà un risparmio delle spese di Bilancio che sarà disponibile per appoggiare programmi sociali o riforme salariali. Credo che riusciremo ad avere uno Stato, un Governo e organizzazioni che avranno meno burocrazia, più dinamiche, con più capacità d’adattamento alle esigenze dei tempi attuali. Tutto quello che facciamo sarà mirato a demolire le disuguaglianze sociali e a ricostruire l’attenzione alle vulnerabilità».
Un’altra delle priorità di lavoro è il recupero della produzione agricola. Il Presidente si è riferito alle facoltà che saranno conferite per l’uso della terra a coloro che hanno i mezzi e la conoscenza per metterla a frutto, affinché sia ridotta la quantità di terre in ozio. Dovranno essere perseguiti gli obbiettivi di accesso diretto da parte dei produttori ai mercati di consumo sia in divisa che in moneta nazionale, e anche l’accesso al mercato dei cambi per far sì che i produttori di qualsiasi settore statale, cooperativo o privato possano interagire e associarsi tra loro.
Il Presidente ha parlato anche di un gruppo di misure orientate al commercio estero, alle esportazioni, alle catene di valori e alla logistica, tutte orientate a dinamizzare questo ambito della rete nazionale. Nell’enumerazione delle premesse per aumentare la dinamicità, il Diaz-Canel ha sottolineato che «si possono rispettare i depositi in conti reali e si sta valutando anche la possibilità che un gruppo di entità operi nel commercio estero e possa avere conti in altri Paesi».
In quanto alle forme di gestione non statale, Díaz-Canel ha annunciato che verranno liberalizzate molte attività e se ne allargherà l’oggetto, ponendo al contempo regole chiare di legalità. Alla stessa stregua, saranno ampliate le possibilità di partecipazione azionaria. «Attualmente» ha detto il Presidente «si sta operando nel minor tempo possibile un processo di rianalisi di Mipymes - sia statali che non - che avevano presentato progetti che non erano stati approvati. Il lavoro è svolto anche dai municipi e quindi il processo è più semplice».
Ha poi aggiunto: «Esiste un gruppo di misure mirate a incentivare l’investimento straniero diretto. Ha a che vedere con i diritti di superficie e con l’uso dei conti bancari, e si cercherà di farlo in modo agile. Tra le forme di investimento straniero diretto ne abbiamo trattate due particolari: quella dei cubani residenti all’estero e quella dei cubani in Cuba, che in uguaglianza di condizioni possono partecipare come attori economici assieme all’investimento straniero diretto con le imprese statali, alle forme non statali e alle forme di cooperazione. Tutto dovrà essere operato in una solida cornice legale che garantisca sicurezza nel tempo».
Un’altra priorità trattata e incentivata ha a che vedere con le fonti rinnovabili di energia, dato che, come ha spiegato il Presidente, «siamo sempre meno dipendenti dalla generazione di elettricità tramite combustibili fossili e soprattutto di quelli importati, considerando l’impatto che il criminale blocco energetico ha nel nostro Paese. Stiamo scommettendo per incrementare la mobilità elettrica sia sul fronte dell’importazione di dispositivi elettrici, sia per l’assemblaggio e la fabbricazione in Cuba di differenti tipi di apparecchiatura».
Toccando un altro tema ad alta priorità per Cuba, Díaz-Canel ha detto: «Avanziamo gradualmente con l’eliminazione dei sussidi ai prodotti per implementare il sussidio alle persone, con un’attenzione specifica per quelle che necessitano di più. Ci sono proposte di politica fiscale che mirano a non più finanziare con il Bilancio dello Stato l’inefficienza delle imprese statali. Esiste anche una visione verso la politica monetaria, verso un ridimensionamento e a un funzionamento diverso degli attori nel mercato cambiario».
In merito al turismo duramente colpita dall’assedio imperialista, il Presidente ha fatto riferimento al valore di nuove modalità con nuovi attori che permettano lo sfruttamento delle infrastrutture che già abbiamo: «Non possiamo pensare, in questi momenti, solo alle grandi catene quando molte, per la pressione del governo degli Stati Uniti, si sono ritirate dal Paese. Dovremo gestire affari nel settore immobiliare e turistico con nuove modalità e con altri attori che non sono quelli fino ad ora abituali. Dovremo eliminare per quanto possibile i limiti all’importazione di veicoli elettrici, che si caricano con energia solare».
In relazione al commercio interno, Díaz-Canel Bermúdez si è riferito all’importanza di sfruttare la rete di infrastrutture e di locali, e di gestirla in maniera più efficiente e rapida perché il commercio interno divenga un incentivo per la produzione nazionale che fomenti anche lo sviluppo: «Si sta pianificando di stabilire la fatturazione elettronica nella misura delle possibilità del Paese, di procedere con l’uso delle piattaforme digitali per lo sviluppo del commercio interno».
In conclusione, Diaz-Canel ha esortato alla fiducia «perché il Paese non si è fermato, ma sta affrontando con intelligenza la situazione, anche se il nemico ci aggredisce in tutto quello che facciamo. La nostra risposta deve essere quella dell’unità: discuteremo apertamente tutti questi provvedimenti e tutti coloro che hanno idee e proposte migliori dovranno partecipare per valutarle sempre insieme».
Sulla resistenza eroica del popolo cubano ha detto: «Ci condannano tutti i giorni con una nuova misura. È una guerra psicologica per intimorirci e per farci arrendere, ma non si rendono conto che c’è un popolo disposto nella sua maggioranza a non arrendersi e a non lasciarsi umiliare, a non perdere del tutto ciò che si può migliorare. È un processo che appartiene solo a noi e che dovremo perseguire con i nostri sforzi e con il nostro talento, non con l’ingerenza esterna che non condivide nulla di ciò che la Rivoluzione ha sognato per il popolo di Cuba».
Alina Perera Robbio e GM per Granma Internacional, 12 giugno 2026











