Torino sempre in ballo.
di Juri Bossuto
11 Giugno 2026

Domenica scorsa, les Étoiles Roberto Bolle e Nicoletta Manni hanno tenuto una lezione aperta in Piazza San Carlo a Torino. Duemila danzatrici e danzatori provenienti da tutta Italia, di età compresa tra gli 11 e i 30 anni e rigorosamente vestiti di bianco, hanno eseguito una serie di esercizi alla sbarra sotto la direzione dei due artisti. La grande coreografia corale è stata immortalata dalle telecamere della RAI, in una perfetta cornice da grande evento.
Entusiasta per il successo dell’edizione torinese di “Ballo in Bianco”, Bolle ha sottolineato ai media l’eccezionalità dei numeri, evidenziando come la cifra dei ballerini esclusi fosse così elevata da richiedere, idealmente, un’ulteriore piazza per soddisfare tutte le richieste. Il celebre ballerino del Teatro alla Scala ha dedicato la lezione all’aperto alla valorizzazione della bellezza, della fatica, del sudore e del lavoro.
Un appuntamento di rilievo nazionale, quindi, reso possibile da una macchina organizzativa imponente, nonché da cachet di ingaggio certamente all’altezza all’acclamatissima manifestazione. Il successo è stato garantito anche dalla notorietà del telegenico ballerino Roberto Bolle, oramai habitué dei salotti televisivi. Il sudore e la fatica, invece, sono stati il contributo gratuito offerto al “grande evento” dagli oltre duemila studenti di danza: impegnati per un’ora sotto il sole cocente che inondava “il salotto” di Torino, dopo aver affrontato il viaggio per raggiungere il capoluogo subalpino interamente a proprie spese, oltre ad aver sostenuto i costi di permanenza in città.
Il sacrificio delle ragazze e dei ragazzi alle sbarre ha garantito la buona riuscita della manifestazione. Senza di loro, le due Étoiles avrebbero danzato tra i consueti artisti di strada domenicali, nel mezzo di una folla distratta e alla ricerca affannosa di un caffè in centro.
Pochi giorni prima, il 30 maggio, le mura dell’Allianz Stadium avevano invece ospitato la rock band più grande del mondo: oltre mille musicisti accompagnati da Elio e le Storie Tese e da Nitro. Un “concertone” in perfetta linea con la politica delle iniziative “sorprendenti” che anima gli assessori torinesi: quel collaudato “Panem et circenses” che, in prossimità delle scadenze elettorali, non fallisce mai il proprio obiettivo. Eventi che non sempre hanno le ricadute di pubblico sperato, ma che in compenso sollevano spesso forti contestazioni per il devastante impatto ambientale, come già accaduto per il grande concerto al Parco della Confluenza un paio di anni fa.
Il nuovo Piano Regolatore della città rispecchia, e amplifica, la visione di una Torino così vicina a Milano da esserne contaminata, sino a rischiare di trasformarsi in un sobborgo suburbano meneghino. Una sorta di metropoli dormitorio a servizio della capitale finanziaria del Nord Italia, pronta a dare casa alle iniziative considerate ormai demodé dai VIP del capoluogo lombardo.
L’orgoglio operaio, che un tempo caratterizzava la nostra città, viene oggi sostituito dal modello urbano generato dai “suggerimenti riservati” che la Fondazione Bloomberg consegna regolarmente “pro bono” al Primo Cittadino. Consigli liberal e a stelle e strisce, che sembrano indirizzare il capoluogo piemontese verso l’industria delle armi e dell’effimero, aprendo al contempo una via privilegiata al business dei grandi speculatori statunitensi. Il sistema delle perequazioni e la previsione normativa del Piano, che consente la costruzione di opere edili persino nei parchi pubblici, consegna a molti torinesi la netta sensazione dell’inizio di un’era in cui il denaro prevarrà del tutto sulla solidarietà umana. Si delinea così un futuro incentrato sulla frammentazione del tessuto urbano e sociale.
Mentre le prime ombre della sera calavano su Torino (parafrasando l’indimenticabile Nick Carter), l’ennesimo blackout della rete pubblica lasciava al buio le periferie, gettando famiglie e piccoli imprenditori nell’oscurità dell’abbandono delle istituzioni. La carenza di investimenti nei quartieri ai confini della metropoli si fa sentire, così come il peso del costo di energia elettrica e gas. Prende così forma, giorno dopo giorno, l’embrione del modello urbanistico americano, strutturato sulla sostituzione delle periferie con ghetti in cui confinare il disagio sociale.
In questo scenario di consuma la beffa finale. L’opera delle associazioni, impegnate a ricucire territorio e comunità, finisce per rendere intere aree urbane appetibili al mercato e alle rendite finanziarie: un crudele paradosso che impone ai torinesi la massima vigilanza su quanto accade nelle stanze del potere.
La nuova Torino prende forma, con buona pace di tutti quei torinesi che, per vivere, dovranno scegliere se produrre materiale bellico oppure pulire gli alloggi del centro destinati ai turisti.
Da lospiffero













