Notiziario Patria Grande - Aprile 2026.

NOTIZIARIO APRILE 2026.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ANALISI / CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE
All’indomani della crisi di Suez del 1956,
sulle rive del canale di Hormuz sorge l'alba di un nuovo ordine mondiale.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / LA SINISTRA ARGENTINA
Argentina, la sinistra di fronte a una grande sfida.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / VENEZUELA E FMI
Venezuela, sovranità e resistenza.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / COLOMBIA
Progetto Jupiter: il piano milionario per manipolare le elezioni in Colombia.
TERCERA INFORMACION (SPAGNA) / ESTERI/ NICARAGUA
Gli "esperti" ONU alimentano gli attacchi di Washington contro il Nicaragua.
GRANMA (CUBA) / ANALISI / STRATEGIE DELLA NARRAZIONE
La comunicazione nell’era digitale: la cornice inquadra la realtà.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / AIUTI UMANITARI RUSSI
La Russia invierà una seconda petroliera a Cuba.
GRANMA (CUBA) / COMUNICAZIONE E MEDIA / META E YOUTUBE A PROCESSO
Meta e YouTube: colpevoli.
RESUMEN LATINOAMERICANO / ANALISI / L’EDUCAZIONE IN CINA
La superiorità delle università cinesi.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ANALISI / CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE
All’indomani della crisi di Suez del 1956, sulle rive del canale di Hormuz sorge l'alba di un nuovo ordine mondiale.

Il fallimento dell'aggressione contro l'Iran segnerà un declino dell'egemonia statunitense e l'ascesa di potenze che condividono la leadership globale, in particolare Cina e Russia, con un ruolo cruciale per l'Iran.
Il primo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran si è concluso. Un numero considerevole di analisti ha espresso pareri negativi sull'esito di questi colloqui a seguito delle dichiarazioni sia degli Stati Uniti che dell'Iran, che proclamavano un "divario sostanziale" nelle richieste negoziali di entrambe le parti. Tuttavia, per valutare questo round, è indispensabile considerare il contesto più ampio del conflitto al fine di comprendere la direzione che prenderanno gli eventi.
Due dei dieci punti presentati dall'Iran sono di fondamentale importanza:
• l'interconnessione dei fronti di confronto in Iran, Iraq, Libano e Yemen per quanto riguarda il cessate il fuoco e il rifiuto dell'Iran di separare la questione libanese da quella iraniana;
• la questione relativa alla gestione del transito nello Stretto di Hormuz.
La centralità di Hormuz nel processo di trasformazione geopolitica
Per quanto riguarda il primo punto, la questione trascende la mera dimensione di principio ed etica della solidarietà con gli alleati che hanno profuso tutte le loro risorse in una battaglia decisiva che ha unito Iran, Forze di Mobilitazione Popolare irachene, Hezbollah in Libano, i movimenti di resistenza palestinesi e Ansar Allah in Yemen nella stessa trincea.
Inoltre, questa alleanza ha conferito all'Iran una solida presenza geopolitica nella regione del Mar Rosso da un lato, e nella regione del Mediterraneo orientale dall'altro.
Infine, questa coalizione ha garantito alle suddette fazioni un considerevole sostegno geopolitico contro l'offensiva israelo-americana nella regione negli ultimi tre decenni.
Ciò spiega l'insistenza dell'Iran affinché nessun fronte, e in particolare quello libanese, venga escluso dall'accordo di cessate il fuoco: per impedire che americani e israeliani possano successivamente isolare una delle parti.
Per quanto riguarda il secondo punto relativo al diritto di gestione del transito e alla sovranità sullo Stretto di Hormuz, esso ha molteplici implicazioni. Il semplice fatto che gli Stati Uniti abbiano accettato questo punto come base per i negoziati con l’Iran costituisce una pietra miliare nella storia delle relazioni internazionali e nella struttura del sistema globale.
Il riconoscimento da parte di Washington della sovranità di Teheran e Mascate sulla navigazione nel Canale di Suez, dato che l'Iran e il Sultanato dell'Oman sono gli stati costieri, rappresenta un cambiamento rispetto a una traiettoria stabilita duecento anni fa, precisamente nel 1819, quando la Marina britannica, salpata dall'India, entrò nello Stretto e bombardò le coste occidentali e orientali del Golfo, da Julfar (Ras al-Khaimah) al Kuwait, con il pretesto di combattere la pirateria.
Il controllo britannico di questa regione durò 150 anni, impedendo all'Iran e a Mascate di gestire il passaggio attraverso lo Stretto come avevano fatto in precedenza, sostenendo che lo Stretto fosse una via navigabile internazionale aperta alla navigazione.
Dal 1819 al 1971, l'egemonia britannica sullo Stretto rimase in vigore fino a quando il governo laburista dell'epoca decise di ritirarsi dalla regione a est di Suez, a seguito della crisi finanziaria che stava travolgendo la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti l'hanno sostituita come forza dominante nella sicurezza della navigazione nello stretto, con il pretesto di garantire la libertà di navigazione internazionale.
Di conseguenza, la semplice accettazione da parte degli Stati Uniti di negoziare su questo punto costituisce, di per sé, un cambiamento fondamentale nella struttura della navigazione internazionale, considerata un elemento chiave nella configurazione del sistema globale nel suo complesso.
Negoziare su questo punto rappresenterebbe un riconoscimento americano della mutata realtà delle relazioni internazionali, segnalando la fine dell'egemonia anglosassone (prima britannica e poi americana) sulla struttura del sistema globale e sul commercio mondiale durata ben due secoli.
È opportuno sottolineare che le radici di questa egemonia risalgono almeno alla metà del XVIII secolo, quando la Gran Bretagna emerse come prima vincitrice della Guerra dei Sette Anni e divenne la padrona dei mari, ruolo che perdurò fino all'ascesa degli Stati Uniti a dominatori dei mari e principale potenza mondiale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Tra l'aggressione contro l'Iran e l'aggressione tripartita contro l'Egitto: quali analogie esistono?
In questo contesto, quanto accaduto nelle ultime sei settimane, dall'inizio dell'aggressione contro l'Iran all'avvio dei negoziati in Pakistan, può essere paragonato all'aggressione tripartita contro l'Egitto dell'ottobre 1956. Settant'anni fa, il mondo era destinato ad assistere a un momento storico cruciale che segnò l'apice della trasformazione della struttura del sistema internazionale.
Il sistema globale stava attraversando una transizione, passando da un mondo dominato dalle vecchie potenze coloniali – Gran Bretagna e Francia – a uno in cui stavano emergendo due nuove potenze: gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica.
Era trascorso un decennio dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dal dibattito sul nuovo ordine internazionale, quando il processo di trasformazione raggiunse il suo culmine con la decisione di una potenza regionale emergente, l'Egitto, di sfidare l'egemonia occidentale.
Gli eventi culminarono con l'annuncio da parte del leader egiziano Gamal Abdel Nasser della nazionalizzazione del Canale di Suez. Lo slogan prevalente all'epoca era lo sviluppo indipendente dell'Egitto, che trovò terreno fertile nei movimenti di liberazione arabi e globali.
Il Canale di Suez fu il premio che l'Egitto si aggiudicò dopo il fallimento dell'aggressione lanciata dalle potenze del vecchio mondo, Gran Bretagna e Francia, in collaborazione con "Israele".
L'Egitto eliminò così l'eredità di settant'anni di occupazione britannica e di appropriazione del Canale di Suez, avvenuta con il pretesto di garantire la libertà di navigazione internazionale.
Nella nostra epoca, l'aggressione contro l'Iran presenta sorprendenti analogie con quanto accaduto all'Egitto nel 1956. Da circa due decenni si parla di trasformazioni nella struttura del sistema internazionale, intese come il declino delle potenze che lo controllano a favore dell'ascesa di nuove potenze che aspirano a un ruolo nel nuovo ordine globale.
Si sono formati dei blocchi, guidati dall'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dai BRICS, per costituire piattaforme alternative a quelle internazionali che gli Stati Uniti avevano istituito come base della loro egemonia globale.
In questo contesto, la potenza che rappresenta gli interessi del sistema mondiale unipolare, emerso con la sua nascita nel 1991 – ovvero gli Stati Uniti – si è impegnata a difendere la struttura del sistema che serve ai suoi interessi.
Tuttavia, in mezzo a questo conflitto tra Washington, da un lato, e le potenze eurasiatiche dall'altro, è emersa una potenza regionale, l'Iran, che ha dichiarato il suo rifiuto della subordinazione agli Stati Uniti.
Il motto dell'Iran era lo sviluppo scientifico indipendente, concretizzatosi nel possesso della conoscenza nucleare. La bandiera del sostegno agli oppressi e ai movimenti di resistenza ha rappresentato il crogiolo, lo spazio vitale, per questo progetto iraniano.
L'aggressione contro l'Iran da parte delle potenze mondiali che presto diventeranno obsolete – ovvero gli Stati Uniti, insieme a Israele – ha costituito il momento culminante della trasformazione del sistema mondiale, il passaggio da un mondo unipolare sotto l'egemonia statunitense a un mondo multipolare in cui Washington rimarrà un attore internazionale, ma questa volta in piena collaborazione con Russia e Cina.
Il premio dell'Iran sarà la sovranità sullo Stretto di Hormuz, così come il premio dell'Egitto è stato il recupero della sovranità sul Canale di Suez.
La durata dei negoziati e il loro legame con la profondità del processo di trasformazione
Pertanto, ciò a cui stiamo assistendo oggi è l'alba di un sistema internazionale che avrà una propria dinamica e nuove potenze. Se il processo di trasformazione avvenuto con il fallimento dell'aggressione tripartita contro l'Egitto nel 1956 richiese solo poche settimane affinché le potenze del vecchio mondo accettassero la realtà di una nuova situazione globale, il processo di trasformazione in corso potrebbe richiedere più tempo affinché gli Stati Uniti accettino la realtà di non essere più l'unica potenza dominante nel mondo.
Nel 1956, ci si aspettava che il processo di transizione fosse più rapido di quello attuale perché, nel 1956, la leadership all'interno dell'Occidente collettivo si stava trasferendo dalla leadership britannica a quella americana.
Tuttavia, oggi, questo processo di transizione assisterà non solo al declino della potenza dominante in un sistema mondiale in decadenza, ma preannuncia anche la ritirata del potere occidentale e la perdita della sua leadership globale dopo oltre tre secoli di egemonia mondiale occidentale.
Di conseguenza, e data la profondità del processo di trasformazione nella struttura del sistema internazionale, questo processo di transizione potrebbe richiedere più tempo rispetto a quello di settant'anni fa, culminato nell'aggressione tripartita contro l'Egitto.
Pertanto, dopo il fallimento dell'aggressione contro l'Iran, gli Stati Uniti avranno bisogno di tempo per accettare la nuova realtà, ovvero che non godono più di una libertà assoluta di dominare il sistema globale. Per questo motivo, non ci si aspettava che il primo round di negoziati, sotto l'egida del Pakistan, producesse risultati, ma sarà solo questione di tempo prima che Washington riconosca l'emergere di un nuovo mondo, in cui la sua egemonia non sarà assoluta.
Da questa prospettiva, non ci resta che attendere i prossimi round. E se la crisi di Suez ha consolidato il declino di Gran Bretagna e Francia a favore dell'ascesa del ruolo globale di Stati Uniti e Unione Sovietica, con un ruolo centrale per l'Egitto nelle relazioni internazionali, il fallimento dell'aggressione contro l'Iran preannuncerà la ritirata dell'egemonia americana e l'emergere di potenze che condivideranno la leadership mondiale, guidate da Cina e Russia, con un ruolo centrale per l'Iran.
Jamal Wakim. Resumen Medio Oriente, 16 aprile 2026
Fonte: Al Mayadeen
Articolo originale:
A orillas de Ormuz: El albor de un nuevo orden mundial, tras las huellas de Suez 1956
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / LA SINISTRA ARGENTINA
Argentina, la sinistra di fronte a una grande sfida.

Da Huella del Sur pubblichiamo la “lettera aperta alla sinistra” con l’obiettivo di contribuire ad alcuni dei dibattiti centrali in corso oggi all’interno delle organizzazioni di sinistra e di base. Precisiamo che la sua pubblicazione non implica l’approvazione da parte di questa redazione.
Care compagne e cari compagni,
Ci rivolgiamo fraternamente a tutte le organizzazioni politiche che compongono il Fronte di Sinistra dei Lavoratori Uniti (FITU), così come alle organizzazioni politiche, sindacali e sociali che simpatizzano con questa coalizione. Desideriamo offrire con umiltà il nostro punto di vista sulle attuali sfide che le forze rivoluzionarie si trovano ad affrontare in Argentina, in un contesto che, a nostro avviso, ha pochi precedenti storici.
Il sostegno al governo Milei sta significativamente diminuendo, parallelamente all'aggravarsi della crisi economica, caratterizzata da salari e pensioni in discesa, inflazione persistente, chiusure di fabbriche, aumento della disoccupazione ed emergere continuo di nuovi casi di corruzione.
Forse uno dei maggiori "punti di forza" di Milei è l'enorme debolezza dell'opposizione incarnata dal peronismo. Un peronismo frammentato (dilaniato da aspri conflitti interni come quello di Cristina-Axel), privo di proposte politiche capaci di sollevarci dalla miseria in cui stiamo affondando, ferito dalla capitolazione della CGT e dalla chiara subordinazione al governo nazionale di molti dei suoi governatori, deputati e senatori, e ancora gravato dal pesante fardello del governo Fernández-Fernández, che senza dubbio rimane impresso nella memoria del nostro popolo e che, con il suo crollo, ha spianato la strada alla vittoria di Milei.
In questo contesto, non è un caso che i sondaggi mostrino una notevole crescita della sinistra, sia nelle intenzioni di voto per la FITU (che supera il 10%) sia nell'indice di gradimento di Myriam Bregman, che figura tra i leader con percentuali di immagine positiva simili a quelle di Milei, Kicillof, Bullrich o Cristina, e con la più bassa immagine negativa. Tutto indica che la radicalizzazione non si è arrestata con la crescita esponenziale dell'estrema destra, che è passata – attraverso un posizionamento di rottura – dalla marginalità alla presidenza in quattro anni. Vi sono segnali che suggeriscono la possibilità di una radicalizzazione in direzione opposta. Ma perché ciò si concretizzi, la sinistra deve accettare la sfida di offrire un'alternativa di governo completamente indipendente dalla classe economicamente dominante e dall'élite al potere, intransigente nel suo programma di cambiamento strutturale e che si presenti come alternativa non solo all'estrema destra, ma anche a tutte le varianti di amministrazione statale e di gestione sociale prive di una trasformazione radicale.
Inevitabilmente, i segnali offerti dai sondaggi sono diventati un argomento scottante nei media e tra chi detiene il potere, ma anche tra la gente comune. "È possibile che Myriam diventi presidente?", "Riuscite a immaginarla al governo?", "La sinistra è pronta a governare?".
In modo alquanto sorprendente, tuttavia, abbiamo sentito figure di spicco di questo panorama politico – come la stessa Myriam Bregman e Cristian Castillo – ridimensionare l'idea di un governo di sinistra, sottintendendo che un governo non sia ancora possibile perché mancano le condizioni necessarie: una struttura di potere duale ben sviluppata come i soviet, una classe operaia organizzata e mobilitata, e così via. Spiegano, come il kirchnerismo ha ripetutamente fatto quando era al potere, che "essere al governo è una cosa, avere il potere è un'altra" e che, nelle condizioni attuali, qualsiasi governo di sinistra verrebbe bloccato dai gruppi che detengono il potere e non sono disposti a rinunciare a nessuno dei loro privilegi.
Si tratta indubbiamente di preoccupazioni legittime che ci pongono di fronte a sfide significative. Ma oggi, a un anno e mezzo dalle elezioni, riteniamo sbagliato sottolineare che non sussistono le condizioni per governare e insistere esclusivamente sulla resistenza. Non si tratta di ignorare le proteste di piazza, né di "vendere illusioni". Esiste però la possibilità che un governo operaio, guidato da una figura impegnata in un progetto rivoluzionario, possa essere considerato una reale opzione. Il semplice fatto che questo dibattito sia aperto, forse per la prima volta nella storia del nostro Paese, testimonia una realtà unica, con risvolti positivi che ci impongono di essere al contempo molto responsabili e molto audaci.
Ora che il dibattito è aperto, alla luce delle spiegazioni fornite, sorgono due domande fondamentali per molti: "Perché si candidano?" e "Milei non aveva una struttura né esperienza di governo... la sinistra non può fare lo stesso?".
Quando Lenin si prefisse l'obiettivo di prendere il potere nell'aprile del 1917, lo fece praticamente contro tutta la sinistra russa, compresa gran parte della leadership bolscevica. Coloro che si opposero a questa audace scelta politica avevano certamente le loro ragioni: basandosi su una serie di circostanze convincenti sostenevano che le condizioni non fossero favorevoli alla costruzione del socialismo nell'arretrato Impero russo. La storia avrebbe riservato alla rivoluzione dolorose lezioni che sarebbe ingenuo ignorare. La sua traiettoria si rivelò ben più complessa e contraddittoria di quanto chiunque avrebbe potuto prevedere nel 1917. Ma fu l'orientamento di Lenin (in linea con la prospettiva di Trotsky) a consentire loro di cogliere un'occasione storica.
Le condizioni ideali non si verificheranno mai. Ogni rivoluzione richiede una dose fondamentale di volontà e audacia. È necessaria una fredda valutazione delle diverse situazioni, ma ci sarà sempre un ampio margine di incertezza. Oggi, tuttavia, abbiamo un'opportunità assolutamente eccezionale nella storia argentina affinché un ampio segmento della classe lavoratrice inizi a guardare con simpatia a un'opzione politica (un governo rivoluzionario dei lavoratori) che è stata bandita per decenni. Questa nascente simpatia, crediamo, deve essere rafforzata da segnali molto chiari che le organizzazioni rivoluzionarie di questo paese siano determinate a impadronirsi del potere statale, anche attraverso mezzi elettorali in prima istanza, come passo preliminare verso una trasformazione radicale dello Stato stesso e della struttura sociale. Questa trasformazione priverebbe il potere economico della minoranza capitalista e trasferirebbe la maggior parte dei mezzi di produzione socializzati alla maggioranza lavoratrice. La simpatia che la figura di Myriam Bregman sta attualmente generando offre l'opportunità di inserire in modo decisivo questa prospettiva nell'agenda popolare. Ciò significa concentrarsi maggiormente sulle nostre proposte piuttosto che denunciare i problemi altrui, e dimostrare la volontà di essere più che semplici paladini della resistenza. Dobbiamo dare segnali inequivocabili della nostra disponibilità a prendere il potere.
Sappiamo che un governo operaio – per quanto di sinistra – non può consolidare la propria linea se non procede verso l'espropriazione della classe capitalista. Questa è la differenza principale tra "avere il governo" e "avere il potere". Attualmente, il malcontento accumulato da anni di frustrazione nei confronti delle diverse forze politiche del sistema ci permette di spiegarlo alle masse, anche se non ci avevano mai riflettuto prima. Ed è chiaro che una linea politica di questo tipo richiederà molto più che voti: serviranno milioni di persone mobilitate a difesa di questo orientamento. Ma perché decidano di intraprendere un percorso così insolito e rischioso, le organizzazioni rivoluzionarie dovranno dimostrare la massima risolutezza, manifestando una "vocazione al potere": non il potere di gestire la miseria capitalista, ma il potere di avviare una trasformazione rivoluzionaria che richiederà anche proposte programmatiche più concrete e dettagliate di quelle che solitamente esprimiamo nell'arena pubblica.
Nell'Argentina odierna esiste la possibilità che un'opzione rivoluzionaria possa essere accolta con favore da un settore che non è più marginale: questo è il merito storico della FITU come coalizione e del PTS come partito con la maggiore influenza in questo fronte politico.
L'unità necessaria e la necessità di un'alternativa
La sfida del nostro tempo è costruire livelli significativi di attivismo e unità per perseguire un obiettivo rivoluzionario. Ovvero, superare la resistenza o la mera amministrazione dello Stato. Per quanto riguarda la domanda che molti si pongono sull'unità per sconfiggere Milei, non basta rispondere che l'unità con chiunque (Pichetto, Villarruel, Rocca) preannuncia solo un altro fallimento, come è accaduto con l'amministrazione Fernández. Questo è vero, ma non sufficiente. Crediamo che si tratti di proporre la più ampia unità possibile attorno a un programma minimo indispensabile che getti le basi per risollevare il nostro Paese da un declino che dura ormai da decenni. Per questo, è necessario che la maggior parte della classe lavoratrice comprenda che lo Stato non è né l'angelo presentato dai peronisti né il demone scatenato dalla destra liberale. Lo Stato è un elemento importante, ma subordinato alla struttura del mercato globale e alla proprietà privata della classe dominante. La presa del potere statale darà frutti solo se costituirà il primo passo verso una trasformazione radicale dello Stato stesso e dei rapporti di produzione che strutturano la società. In questo senso, il programma di un governo operaio che non si accontenti di gestire il capitalismo (che oggi si riduce a gestire la miseria e l'alienazione) deve includere misure fondamentali di sovranità, come il non pagamento del debito estero, il controllo del settore bancario e del commercio estero, l'abrogazione delle leggi di Milei sugli investimenti esteri e sulle attività finanziarie, la promozione dell'abrogazione di tutte le leggi e i decreti anti-operai e anti-popolari dell'attuale governo e, naturalmente, lo sviluppo di una ferma opposizione alla guerra imperialista.
È inoltre necessario riportare all'ordine del giorno obiettivi classici come l'abolizione del diritto di successione sui mezzi di produzione, la socializzazione della terra e l'espropriazione delle grandi imprese. E sembra imperativo introdurre altri punti, meno classici ma indispensabili nel mondo odierno, come la necessità di promuovere l'agricoltura biologica, sviluppare un'industria dei beni durevoli per contrastare l'obsolescenza programmata, e così via. Elaborare questo programma e presentare diverse opzioni e possibilità per il dibattito pubblico potrebbe essere un'impresa monumentale di politicizzazione di massa, in grado di consentire alla classe lavoratrice di superare l'oscillazione tra resistenza difensiva e impotenti opzioni elettorali. In Argentina esistono le condizioni perché tutto ciò venga discusso nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle piazze.
Allo stesso modo, non crediamo sia sufficiente denunciare semplicemente le (innegabili) carenze della democrazia borghese che governa la nostra vita politica. Dobbiamo contrapporre i contorni di una democrazia rivoluzionaria a possibili profili istituzionali più espliciti di alcune idee molto generiche (come "democrazia diretta" o "soviet"). Un dibattito aperto sulle forme istituzionali di una democrazia socialista, così come sulle forme specifiche di pianificazione economica socialista, contribuirebbe alla politicizzazione popolare e aprirebbe nuovi orizzonti che potrebbero essere a portata di mano se tutte le forze di sinistra, con la FITU in prima linea, si assumessero questo compito. In un mondo che si avvia verso una predazione sempre più militarizzata da parte dei dominatori mondiali, offrire un'alternativa socialista e rivoluzionaria di massa è imperativo. E, nel nostro contesto, possibile.
Accettare la sfida
È innegabile che uno dei punti di forza della FITU nel suo complesso sia stata la sua ferma opposizione a questo governo e ai precedenti. La sfida ora è quella di elaborare e presentare una nostra proposta, più concreta di una manciata di slogan.
Le masse devono smettere di vederci semplicemente come una buona opposizione e iniziare a considerarci l'espressione di un'alternativa radicale e concreta. Se riusciremo a far sì che (soprattutto) i settori mobilitati e in lotta inizino a discutere di un programma rivoluzionario, avremo fatto un grande passo avanti. E certamente dovremo discutere francamente i percorsi tattici e strategici da intraprendere.
Siamo solidali con l'idea di costruire una grande forza politica rivoluzionaria di lavoratori. Ma è probabile che la rivoluzione sarà opera di più partiti, non di uno solo. In ogni caso, ciò che serve per fare una rivoluzione sono milioni di persone che agiscono e deliberano in diverse forme di organizzazione. Poiché partiamo dal presupposto che una democrazia socialista debba necessariamente essere pluralistica, non abbiamo fretta di costruire un unico partito. Nelle circostanze attuali, sembra auspicabile e fattibile (anche se non è necessariamente ciò che sta accadendo) che le forze che compongono la FITU e quelle ad essa strettamente allineate stringano legami più stretti, privilegiando l'obiettivo rivoluzionario rispetto a particolari strutture organizzative: faremo la rivoluzione insieme e i reazionari non faranno distinzioni. Al di là delle tattiche o delle strategie necessarie per compiere il primo passo (un governo dei lavoratori), la costruzione di un nuovo ordine socialista richiederà un'enorme energia intellettuale, morale e fisica che non potrebbe essere incanalata attraverso strutture istituzionali troppo ristrette. Sarà indubbiamente necessario un grande sforzo fisico, ma sarà altrettanto necessario un grande sforzo intellettuale. Dobbiamo elaborare proposte, immaginare nuove istituzioni, sviluppare alternative e intraprendere percorsi inesplorati.
Come si passa da un governo di sinistra che ha vinto le elezioni a un nuovo quadro istituzionale? Nessuno ha la risposta. Ma la FITU è in grado di lanciare la sfida e indicare la strada. È necessario convocare gruppi di lavoro su diverse questioni. Dobbiamo riunire persone che non necessariamente la pensano come i marxisti, ma che possono simpatizzare con la candidatura di Myriam Bregman. Possiamo discutere pubblicamente di tutte le principali questioni – agroindustria, industria mineraria, energia, settore bancario, istruzione, alloggi, trasporti, sanità, politica estera, modello industriale, intelligenza artificiale, genere, media, ecc. – e farlo senza la camicia di forza del rispetto per la proprietà privata capitalista e dell'imperativo del profitto privato, ecc.
Ci troviamo di fronte a una grande opportunità. La crisi economica e sociale, le esperienze negative con i governi precedenti e le profonde contraddizioni all'interno dell'opposizione tradizionale stanno portando alla radicalizzazione di una parte del movimento di massa che si identifica con Myriam Bregman e la sinistra, e che vede le elezioni del 2027 come un evento cruciale. Con il peronismo che continua a spostarsi a destra, si creerà più spazio per un'opzione di sinistra. Ma se la sinistra non riuscirà a presentarsi in tempo come un'alternativa credibile, la destra liberal o il peronismo si riprenderanno. Questa finestra di opportunità non durerà per sempre.
Tutto ciò non significa abbandonare le strade per giocarsi tutto sulle elezioni. Significa piuttosto aggiungere alla più determinata resistenza di piazza un orizzonte politico in cui le elezioni non siano viste semplicemente come un'opportunità per conquistare uno spazio di resistenza (una piattaforma per denunciare le ingiustizie e sostenere le lotte), ma come un'occasione per offrire alle masse un programma davvero trasformativo e dettagliato e, infine, per prendere il potere e dare inizio a una rivoluzione. Oggi questo può sembrare strano e persino lontano. Ma viviamo in un'epoca di accelerazione del tempo storico e di improvvisi cambiamenti politici. Questa possibilità, inoltre, non è incompatibile con un processo in cui l'accesso al potere si ottiene con altri mezzi: l'insurrezione, ad esempio. Sarà necessaria una grande flessibilità tattica. Ma, allo stato attuale, all'orizzonte si profila più chiaramente un salto elettorale che un assalto insurrezionale. Del resto, non si può escludere la possibilità di un'insurrezione per difendere il potere conquistato per via elettorale.
Come possiamo non cogliere questa opportunità per amplificare la nostra influenza e organizzare migliaia e migliaia di attivisti? Dobbiamo dichiarare con orgoglio e con tutto il cuore il nostro impegno a sostenere la presidenza di Miriam Bregman e, per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo organizzarci e lottare ora.
Perché non promuovere ovunque (università, ospedali, fabbriche, scuole, quartieri, aziende, ecc.) un'iniziativa come "Comitati per la lotta per un governo operaio: Miriam Bregman presidente"?
Fino a poco tempo fa, questo sarebbe stato impossibile, un movimento minoritario o meramente simbolico. Oggi, può diventare un fenomeno estremamente dinamico, a condizione che le forze della FITU decidano di presentarsi come un'alternativa chiara e decisamente dirompente (rivoluzionaria), un'alternativa che sia anche pronta a governare.
Senza dubbio, ci troviamo di fronte a un'opportunità e a una sfida straordinarie.
Restiamo a vostra disposizione per qualsiasi cosa riteniate opportuna.
Saluti rivoluzionari!
Aldo Casas, Juan Pablo Casiello, Eduardo Lucita, Ariel Petruccelli
Aderiscono: Eduardo Gruner, Miguel Mazzeo, Mabel Bellucci, Sergio Barrera, Sergio Zeta, Lucía Caisso, Angel Paliza, Santiago Deschutter
Redazione Resumen Latinoamericano, 26 aprile 2026
Fonte: Huella del Sur
Articolo originale: Argentina. La izquierda ante un gran desafío
https://www.resumenlatinoamericano.org/2026/04/24/argentina-la-izquierda-ante-un-gran-desafio/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / VENEZUELA E FMI
Venezuela, sovranità e resistenza.

L'annuncio del ripristino delle relazioni tra la Repubblica Bolivariana del Venezuela e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha scatenato un'intensa campagna volta a indebolire il Governo Bolivariano, in particolare l'amministrazione della presidente ad interim Delcy Rodríguez, e a dividere le forze rivoluzionarie. Questa campagna si basa non solo su menzogne e mezze verità, ma anche sul deliberato disprezzo del rapporto storico tra il FMI e il Venezuela, soprattutto durante l'era chavista.
Il primo punto da sottolineare è che il rapporto tra il FMI e la Repubblica Bolivariana del Venezuela non può essere ridotto a un episodio tecnico di politica macroeconomica, come è accaduto in altri Paesi e durante il periodo del Punto Fijo nella nostra storia recente.
Un esame di questo rapporto attraverso i governi del Comandante Hugo Chávez, poi del Presidente Nicolás Maduro, e più recentemente sotto la presidenza ad interim di Delcy Rodríguez, rivela che esso rappresenta due progetti contrapposti. Da un lato, si parla di un'architettura finanziaria emersa dagli accordi di Bretton Woods, basata su principi che mirano a stabilire condizioni strutturali, politiche neoliberiste e gerarchie monetarie incentrate sul dollaro. Dall'altro lato, si parla di un modello di integrazione sovrana che, fin dalla Rivoluzione Bolivariana, ha privilegiato la pianificazione endogena, la cooperazione Sud-Sud e la decolonizzazione delle istituzioni economiche globali.
Nel quadro della suddetta campagna, il ripristino dei rapporti con il FMI è stato dipinto come una resa o una capitolazione da parte del Governo Bolivariano e la sua sottomissione alle condizioni che l'organizzazione economica ha tradizionalmente imposto ai paesi con cui stipula accordi di prestito e programmi di finanziamento.
È accaduto esattamente il contrario. Come hanno affermato in diverse occasioni e in vari forum il Presidente Rodríguez e il Vicepresidente per l'Economia e le Finanze Calixto Ortega, la decisione del FMI rappresenta il fallimento del blocco finanziario a cui hanno cercato di sottoporre il Venezuela di fronte alla Diplomazia Bolivariana di Pace.
La riapertura del dialogo con il FMI non riflette il ritorno del Venezuela al paradigma di Washington, bensì la crisi dell'egemonia finanziaria unipolare. È importante ricordare che questa decisione giunge in un contesto di crescita sostenuta dell'economia venezuelana per venti trimestri consecutivi, nonostante l'imposizione di misure coercitive unilaterali e altre manifestazioni del blocco finanziario.
Si tratta quindi del consolidamento di una nuova mappa di correlazioni. Il Venezuela ha contribuito a rompere il monopolio che le istituzioni di Bretton Woods hanno mantenuto per decenni.
Il FMI nell'era Chávez e la rottura programmatica
Quando il Comandante Hugo Chávez assunse la presidenza nel 1999, il Venezuela era gravato da decenni di subordinazione ai programmi di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca Mondiale. L'eredità del cosiddetto Consenso di Washington si era concretizzata in un'accelerazione delle privatizzazioni, nella deregolamentazione finanziaria e del lavoro, nella contrazione della spesa sociale e nella dipendenza dai mercati dei capitali esteri. Fin dai primi mesi, il governo bolivariano ha inaugurato una strategia di progressivo disimpegno da questo sistema. La tappa più simbolica e operativa si è verificata nell'aprile del 2007, quando Rodrigo Cabezas, allora Ministro delle Finanze, annunciò il versamento di 3 miliardi di dollari, con i quali il Venezuela ha estinto anticipatamente l'intero debito nei confronti del FMI e della Banca Mondiale, liberandosi dalle clausole condizionali e riacquistando l'autonomia nella definizione delle politiche di investimento pubblico e di protezione sociale.
Questa decisione non fu un atto isolato. Al contrario, rappresentò il culmine di una dottrina economica che considerava la sovranità un prerequisito per lo sviluppo.
Chávez estinse il debito, mise in discussione la legittimità politica delle organizzazioni che lo amministravano e ne denunciò la natura selettiva e asimmetrica, nonché la loro subordinazione agli interessi delle multinazionali. Subito dopo aver cancellato il debito, il Comandante Chávez annunciò il ritiro del Venezuela dal FMI e dalla Banca Mondiale. Sebbene Chávez comprendesse e sostenesse la necessità per il Venezuela di raggiungere la sovranità economica, le procedure amministrative per formalizzare tale ritiro, come aveva ordinato ai suoi ministri, non furono mai completate e il Venezuela rimase membro di entrambe le istituzioni, come lo era stato fin dal 1946. Allo stesso tempo, il governo bolivariano promosse lo sviluppo di altre iniziative e la creazione di altri meccanismi: l'ALBA-TCP come spazio di scambio non commerciale; la Banca del Sud per fornire all'America Latina un organismo di finanziamento regionale che non imponesse condizioni di alcun tipo, soprattutto ideologiche; il Sistema Unitario di Compensazione Regionale (SUCRE) per ridurre la dipendenza dal dollaro negli scambi intraregionali; e la promozione di meccanismi di integrazione produttiva che privilegiavano la sicurezza alimentare, energetica e tecnologica.
Queste iniziative e meccanismi, che hanno incontrato diverse limitazioni che ne hanno condizionato lo sviluppo disomogeneo, hanno costituito quello che potremmo definire un laboratorio di sovranità finanziaria, anticipando le crisi di legittimità che il FMI ha attraversato. Il chavismo ha dimostrato che l'autonomia monetaria era una decisione politica basata sulla mobilitazione delle risorse interne, sulla nazionalizzazione dei settori strategici e sul riorientamento dello Stato verso funzioni di pianificazione e redistribuzione.
La guerra economica, il blocco e il crollo istituzionale nell'era Maduro
La morte del Comandante Chávez nel 2013 ha imposto elezioni anticipate che hanno portato Nicolás Maduro alla presidenza. Alcuni attori, sia nazionali che esteri, hanno interpretato questo evento come un momento di debolezza per il governo bolivariano e hanno lanciato una strategia per riconfigurare il contesto internazionale. Tale strategia mirava a isolare il Venezuela e a imporgli un blocco economico, con l'obiettivo di provocare un cambio di regime, un processo senza precedenti nella storia del Paese.
Da allora, in un contesto di calo dei prezzi del petrolio, i governi degli Stati Uniti, del Canada, dell'Unione Europea e di alcuni Paesi latinoamericani hanno attuato una serie di misure coercitive unilaterali, rivolte in particolare al settore finanziario. Queste misure includevano la dichiarazione del Venezuela come "minaccia insolita e straordinaria" per gli Stati Uniti, il congelamento dei beni venezuelani all'estero, il blocco delle transazioni bancarie e le pressioni esercitate sugli enti multilaterali affinché isolassero il Venezuela dal sistema finanziario globale.
Sono state imposte anche sanzioni individuali – misure contro funzionari governativi, le loro famiglie e i loro alleati – che includevano il congelamento dei beni, la limitazione del rilascio dei visti e il divieto di transazioni finanziarie. Queste misure erano apparentemente concepite per fare pressione sulla leadership senza colpire la popolazione.
Il FMI si è unito a questa strategia di isolamento del Venezuela e del suo governo legittimo. Nel 2019, di fronte alla crisi di riconoscimento diplomatico innescata dall'autoproclamazione di Juan Guaidó a presidente, l'istituzione ha temporaneamente riconosciuto i rappresentanti nominati dall'opposizione, ha sospeso l'effettiva partecipazione del governo costituzionale alle sue strutture e ha paralizzato tutti i canali di dialogo tecnico.
Il 15 marzo 2020, appena quattro giorni dopo che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva dichiarato il COVID-19 una pandemia, il governo del presidente Nicolás Maduro ha formalmente richiesto 5 miliardi di dollari di finanziamento al Fondo Monetario Internazionale (FMI), destinato a rafforzare la risposta sanitaria alla pandemia.
La storia è nota, ma vale la pena ricordarla: con risorse proprie, una politica sanitaria coraggiosa e intelligente (rigoroso lockdown precoce, sospensione di attività e voli e obbligo di indossare la mascherina) e con il sostegno di alleati come Cuba e Russia, il governo di Nicolás Maduro ha affrontato con successo la pandemia, ottenendo i migliori risultati in termini di contagi e decessi non solo a livello regionale, ma anche globale.
Il FMI, dal canto suo, ha rifiutato di elaborare la richiesta, adducendo una mancanza di chiarezza in merito al riconoscimento internazionale e alla legittimità del governo del presidente Maduro. Chiaramente, questa decisione non si è basata su criteri economici, bensì su una logica di pressione istituzionale volta ad approfondire l'isolamento del Paese e a legittimare gli interventi esterni.
L'Osservatorio venezuelano contro il blocco ha ampiamente documentato il funzionamento di questo blocco finanziario, strumento di guerra economica non convenzionale, e i suoi effetti devastanti sulla capacità produttiva del Venezuela, sull'accesso alla valuta estera, sulla catena di approvvigionamento alimentare e medica e sulla stabilità monetaria.
La risposta non si è limitata alla resistenza passiva. È stata messa in atto una strategia che ha incluso la diversificazione delle alleanze, la promozione di meccanismi di pagamento in valuta locale, il rafforzamento della cooperazione con i Paesi non allineati, l'esplorazione di asset digitali sovrani e la riattivazione dei canali commerciali con i Paesi BRICS e CELAC e altri movimenti non allineati.
In queste condizioni di blocco economico e finanziario, l'economia venezuelana ha dimostrato una capacità di resilienza che ha smantellato le previsioni di collasso totale che accompagnavano ogni misura contro il Paese e ha costretto i centri di potere a riconsiderare l'efficacia dell'isolamento. La rottura con il FMI, lungi dall'indebolire la posizione negoziale del Venezuela, ha messo in luce la dipendenza delle stesse organizzazioni multilaterali dalla convalida dei propri mandati tecnici. L'assenza del Venezuela da questi gruppi di lavoro non ha prodotto i risultati sperati. Al contrario, essi sono stati semplicemente l'espressione di un'architettura che privilegiava la coercizione rispetto al dialogo tra pari.
Diplomazia Bolivariana di Pace
Quegli analisti che adottano una strategia di comoda amnesia nascondono opportunamente il fatto che Delcy Rodríguez ricopre la presidenza della Repubblica ad interim in virtù di un mandato conferitole dalla Camera Costituzionale della Corte Suprema di Giustizia e della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela, fondamento stesso contro cui sono stati sventati tutti i tentativi di destabilizzazione. Prima di assumere la presidenza ad interim, Delcy Rodríguez ha ricoperto le cariche di Vicepresidente Esecutivo della Repubblica, Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Finanze, dove ha potuto sviluppare funzioni strategiche nel coordinamento delle politiche estere ed economiche del Paese.
La sua leadership è stata cruciale nella transizione da un periodo di aperto confronto a una diplomazia di ricostruzione istituzionale, negoziazione pragmatica e riposizionamento multilaterale. La presidente ad interim ha promosso iniziative per normalizzare le relazioni bilaterali, incoraggiare il dialogo sulle misure coercitive unilaterali, recuperare i beni congelati in giurisdizioni internazionali (Portogallo, Regno Unito) e posizionare il Venezuela in forum come l'ONU, la CELAC e i BRICS come interlocutore valido e sovrano.
Fin dall'inizio, la presidente Delcy Rodríguez ha parlato alla nazione di pazienza e prudenza strategica. Questo è ciò che caratterizza la sua amministrazione: la difesa incrollabile e non negoziabile dell'autodeterminazione, della sovranità energetica e della pianificazione statale, integrando una narrazione e una pratica diplomatica che consentano di costruire ponti con gli attori istituzionali senza subordinarsi alle loro condizioni.
Questo approccio ha dato priorità alla depoliticizzazione dei canali tecnici, alla trasparenza nella gestione delle riserve e alla ricerca di quadri di cooperazione che riconoscano la realtà economica del Venezuela senza imporre soluzioni estranee alla nostra struttura produttiva. Questa linea d'azione è stata fondamentale per creare le condizioni che oggi consentono il ristabilimento del dialogo con il FMI, non come atto di sottomissione, ma come esercizio di diplomazia di pace bolivariana che ha costretto le organizzazioni internazionali a trattare il Venezuela con rispetto per le sue istituzioni costituzionali e la sua storia di resistenza al blocco.
Ripristino delle relazioni e sblocco dei fondi
Come è noto, il FMI ha recentemente annunciato formalmente il ripristino delle relazioni istituzionali con il Venezuela, compreso l'invio di missioni di valutazione tecnica, la riattivazione dei canali di comunicazione con la Banca Centrale del Venezuela e l'attuazione di meccanismi per lo sblocco graduale dei fondi congelati nei circuiti internazionali. Allo stesso tempo, l'organizzazione ha dichiarato l'avvio di un dialogo sulla ristrutturazione delle passività esterne, la modernizzazione dei sistemi statistici e la cooperazione sulla stabilità del tasso di cambio e la sostenibilità fiscale.
Questi annunci hanno indotto alcuni ambienti mediatici a parlare di un "ritorno alla normalità finanziaria" o di un'"apertura al consenso di mercato", interpretandoli come una capitolazione del Venezuela a Bretton Woods.
Va ricordato, come già accennato, che il ripristino delle relazioni non rappresenta una concessione unilaterale da parte del FMI, bensì un tacito riconoscimento del fallimento della sua strategia di isolamento e pressione economica volta a provocare un cambio di governo. Il Venezuela ha dimostrato una straordinaria capacità di gestione macroeconomica in condizioni avverse, sopportando il peso di oltre mille misure coercitive unilaterali e di un blocco che ha comportato la perdita di quasi il 99% delle entrate del Paese.
Il Venezuela ha mantenuto il controllo delle proprie riserve strategiche, diversificato i mercati di esportazione e consolidato alleanze con le economie emergenti che offrono alternative al dollaro e ai circuiti finanziari tradizionali. Lo sblocco dei fondi a disposizione del governo venezuelano non costituisce un "salvataggio" nel senso classico del termine, bensì una parziale riparazione per gli effetti collaterali delle misure coercitive unilaterali, che sono state descritte da Alena Douhan, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sull'impatto negativo delle misure coercitive unilaterali sul godimento dei diritti umani, come violazioni del diritto internazionale e dei diritti economici e sociali della popolazione.
Il FMI si limita a riconoscere che, senza la partecipazione del Venezuela, i suoi rapporti mancano di legittimità regionale, che i mercati non possono operare stabilmente finché persistono le asimmetrie di accesso e che la governance finanziaria globale richiede inclusione, non l'esclusione selettiva che l'ha caratterizzata finora, soprattutto nel caso del Venezuela.
La storia della regione dimostra che i programmi del FMI hanno teso a privilegiare l'equilibrio fiscale rispetto allo sviluppo produttivo, la liberalizzazione del tasso di cambio rispetto alla sovranità monetaria e gli investimenti esteri rispetto alla tutela dell'occupazione e dei servizi pubblici. In questa nuova fase, il Venezuela si avvicina al dialogo con il FMI senza riserve, da una posizione di forza negoziale, stabilendo limiti chiari alle condizioni che alcuni analisti iniziano già a identificare come tipiche dei programmi del FMI, dando priorità alla riattivazione del settore produttivo nazionale, alla diversificazione della matrice delle esportazioni e alla tutela della spesa sociale.
La Presidente Delcy Rodríguez e il Vicepresidente Calixto Ortega hanno chiarito che non è previsto alcun programma di finanziamento o meccanismo di prestito. Entrambe le autorità hanno insistito sul fatto che le risorse sbloccate (Diritti Speciali di Prelievo) a cui il Venezuela ha ora accesso saranno utilizzate per investimenti pubblici, infrastrutture critiche (sistema elettrico, idrico e ospedali), trasferimento tecnologico e rafforzamento della capacità statistica sovrana, evitando la riproduzione di dinamiche di dipendenza finanziaria.
In conclusione
Il ristabilimento delle relazioni con il FMI e la conseguente riapertura dei canali di comunicazione con l'istituzione finanziaria devono essere compresi nel contesto di un più ampio processo di riconfigurazione dell'ordine economico internazionale di cui il Venezuela fa parte. Il sistema multicentrico e multipolare a cui Chávez faceva riferimento è una realtà tangibile: l'espansione dei BRICS+, la creazione di meccanismi di compensazione in valute locali, la progressiva dedollarizzazione del commercio energetico e il consolidamento delle banche regionali di sviluppo stanno frammentando il monopolio delle istituzioni di Bretton Woods.
Queste istituzioni, a loro volta, stanno cercando di adattarsi a un mondo in cui la coercizione unilaterale non garantisce più risultati, la legittimità tecnica dipende dalla rappresentanza politica e i paesi in via di sviluppo esigono parità di trattamento.
Per il Venezuela, questo momento storico presenta tre sfide strategiche. In primo luogo, garantire che la cooperazione tecnica non si traduca nella creazione di condizioni occulte che smantellino i progressi compiuti in materia di sovranità alimentare, energetica e tecnologica. In secondo luogo, rafforzare le istituzioni nazionali affinché la gestione delle risorse sbloccate avvenga con trasparenza, efficienza e responsabilità nei confronti del popolo venezuelano, consolidando la fiducia interna ed esterna. In terzo luogo, approfondire la cooperazione Sud-Sud e l'integrazione regionale come contrappeso strutturale alla tradizionale architettura finanziaria, garantendo che il Venezuela non sia nuovamente esposto a cicli di dipendenza.
Il ripristino delle relazioni e lo sblocco dei fondi non segnano la fine di un conflitto tra i modelli sostenuti dalla Rivoluzione Bolivariana e il FMI, bensì l'inizio di una nuova fase di negoziazione in cui la sovranità sarà il principio guida. Il Venezuela ha dimostrato che è possibile resistere al blocco finanziario, mantenere la governance istituzionale e riposizionarsi sulla scena multilaterale senza abbandonare il proprio progetto nazionale. Il FMI, dal canto suo, si trova di fronte allo storico dilemma di trasformare il proprio mandato verso un modello di autentica cooperazione o di rimanere ancorato a logiche di subordinazione che la storia ha già iniziato a superare.
La lezione fondamentale è chiara: l'architettura finanziaria globale sarà legittima solo quando cesserà di essere uno strumento di pressione geopolitica e diventerà una piattaforma per lo sviluppo condiviso. Il Venezuela, con la sua storia di resistenza e la sua vocazione multilateralista, continuerà a impegnarsi per partecipare a questa trasformazione, non attraverso la sottomissione e la resa, ma attraverso la fermezza della sovranità, la chiarezza strategica e la convinzione che un altro sistema economico sia possibile e necessario.
Il ripristino delle relazioni e lo sblocco dei fondi non rappresentano una concessione da parte del FMI. Sono il riconoscimento, seppur tardivo, di una realtà che la Rivoluzione Bolivariana sostiene da oltre vent'anni: che la vera stabilità finanziaria scaturisce dalla giustizia, dall'equità e dal rispetto dell'autodeterminazione dei popoli.
Domingo Medina Gutiérrez, Telesurtvnet.com, Resumen Latinoamericano, 22 aprile 2026
Articolo originale: Venezuela. Soberanía y resistencia
https://www.resumenlatinoamericano.org/2026/04/22/venezuela-soberania-y-resistencia/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / COLOMBIA
Progetto Jupiter: il piano milionario per manipolare le elezioni in Colombia.

L'uomo che portò Álvaro Uribe al potere nel 2002 dirige oggi un'operazione da 1.7 milioni di dollari circa, per distorcere il risultato delle elezioni presidenziali del 31 maggio. Il sistema obbliga migliaia di lavoratori colombiani ad assistere a discorsi di indottrinamento nelle loro stesse imprese, volte ad incitare all'odio contro il candidato progressista Iván Cepeda.
La Colombia sceglie il presidente il 31 maggio 2026. Se nessun candidato supera il 50% dei voti, il ballottaggio avrà luogo il 21 giugno. Mentre la campagna elettorale si svolge in maniera manifesta, un'altra operazione avanza nell’ombra con finanziamento milionario, portata nazionale ed il proposito dichiarato d’influenzare il voto dei colombiani prima che arrivino alle urne. La dirige Jaime Bermúdez Merizalde, ex ministro degli Esteri dell'ex presidente Álvaro Uribe Vélez e architetto della comunicazione che lo portò al potere per la prima volta nel 2002. L'operazione si chiama Progetto Jupiter.
Un'inchiesta di Señal Investigativa - alleanza tra Señal Colombia e la rivista Riga – ha avuto accesso a documenti, video e audio di riunioni private, in cui Bermúdez dettaglia il piano. La strategia opera su due fronti. Il primo: seminari d’indottrinamento rivolti ai lavoratori di grandi imprese. Il secondo: produzione massiccia di contenuti di disinformazione, diffusi attraverso le reti social per influenzare l'opinione pubblica, ed è qui che si collega il media digitale “La Sedia Vuota”. Il denaro raccolto fino allo scorso 3 marzo superava i 7 miliardi di pesos colombiani - circa di 1.7 milioni di dollari.
Lo scenario elettorale e la minaccia contro Cepeda
Per interpretare il Progetto Jupiter bisogna sapere “chi è chi” in questa elezione. Il presidente in carica, Gustavo Petro, è il primo presidente progressista nella storia della Colombia. Il suo governo termina ad agosto ed il candidato che punta a continuare tale progetto è Iván Cepeda Castro, senatore e figura del Patto Storico.
Le inchieste più recenti lo danno per favorito. Un sondaggio di Celag Data realizzato a marzo 2026 e pubblicato il 7 aprile, lo colloca al primo posto col 44,3% di intenzioni di voto, seguito da Paloma Valencia col 25,7% e Abelardo De la Espriella col 19,6%.
Questi numeri preoccupano assai l'uribismo. Il 17 aprile, il ministro della Difesa colombiano, Pedro Sánchez, confermò che un organismo di intelligence dello Stato fornì agli Stati Uniti informazioni su un possibile attentato contro Cepeda. Quella stessa notte, il governo convocò una sessione straordinaria della Commissione di Intelligence Congiunta e ordinò a tutte le unità competenti dello Stato di mobilitarsi per proteggere il candidato.
La minaccia di morte contro il leader progressista e l'operazione di disinformazione che lo attacca in maniera coordinata non avvengono separatamente. Condividono lo stesso clima politico che il Progetto Jupiter sta fabbricando da mesi.

Sul versante opposto del ventaglio si raggruppa la destra colombiana, con due candidati che rispondono allo stesso schema. Paloma Valencia rappresenta il partito di Uribe, il Centro Democratico, e Abelardo De la Espriella è altrettanto vicino all’ideologia dell'ex-presidente. La scommessa del Progetto Jupiter consiste nell’attaccare entrambi gli avversari - Cepeda e De la Espriella - per presentare Valencia come un'opzione di centro moderato. La manovra, tanto grossolana quanto efficace, cerca di collocare una candidata di estrema destra come fosse di centro, sfruttando il fatto che il suo competitore in tale area è percepito come ancor più radicale.
Il macchinario della disinformazione ha lasciato prove quasi in tempo reale.

Alcuni presunti dati del Centro Strategico Latinoamericano di Geopolitica (Celag) sono circolati in rete in una versione manipolata che scambiava le posizioni di Cepeda e di De la Espriella, mettendo quest’ultimo al primo posto. Il montaggio venne diffuso tra oltre 4.000 utenti prima che fosse verificato come falso. Colui che era in testa nei sondaggi passò, in quell'immagine artefatta, ad occupare il terzo posto.
Struttura del Progetto Jupiter
Cinque giorni prima delle elezioni legislative del 8 marzo 2026, Bermúdez presentò il Progetto Jupiter di fronte ad impresari della Camera Colombiana dell'Infrastruttura a Cali. La convocazione prometteva una conferenza su azienda, imprenditoria e democrazia. Le immagini proiettate quel giorno rivelarono altro.
Era una strategia in due fasi per elevare l'indignazione di fronte al governo Petro ed identificare i responsabili, con tre emozioni-obiettivo impresse su quelle stesse pellicole: paura, indignazione, incertezza. Una condizione attraversava tutta l'architettura del piano: le imprese partecipanti non sarebbero state identificate pubblicamente. «No si pubblicheranno i nomi di nessuna azienda", recitava testualmente una delle diapositive.
L’elemento più grave sono i seminari, che Bermúdez definisce democratici, ma che sono, in realtà, sessioni di indottrinamento politico in orario lavorativo. Soltanto nel mese di febbraio 2026, il piano svolse 31 seminari presso 13 imprese nella Valle del Cauca. Tra le compagnie partecipanti figurano Postobón - la maggiore azienda produttrice di bibite del Paese – gli zuccherifici Incauca e Providencia e la Famiglia Carvajal, uno dei gruppi imprenditoriali più grandi della Colombia, tutti quanti proprietà di milionari della destra colombiana.
I seminari erano progettati per operai ed impiegati di media categoria, e per i lavoratori di base. Fino al 3 marzo, il progetto aveva “formato” oltre 40.000 lavoratori. Le attività si estenderanno fino al termine del processo elettorale.
Lavoratori delle suddette aziende hanno denunciato tali pratiche al Ministero del Lavoro, il cui titolare, Antonio Sanguino, confermò a Señal Investigativa che l’ufficio sta ricevendo crescenti denunce relative a convocazioni in orario lavorativo con contenuti che condizionano la partecipazione politica. L'articolo 49 del Codice Sostanziale del Lavoro colombiano proibisce ai datori di lavoro di esercitare pressioni sui propri dipendenti nell'esercizio della loro libertà politica. Sanguino è stato tassativo nell’annunciare che il Ministero avvierà indagini amministrative, richiederà copie all'autorità elettorale e alla Procura per il reato di costrizione elettorale, una pratica che si estenderà poi alle reti social attraverso le cosiddette "botteghe uribiste" e mezzi d’informazione associati.
Fino al 3 marzo 2026, il Progetto Jupiter aveva raggiunto oltre 17 milioni di colombiani in 32 dipartimenti del Paese, con 1.730 contenuti. Settimanalmente produce almeno 40 notizie, distribuite via TikTok, tutte le piattaforme di Meta e una rete di influencers. I contenuti attaccano Cepeda e De la Espriella per aprire la strada elettorale a Valencia. Alcune imprese dove si sono svolti i seminari, riproducono quello stesso materiale sui loro siti corporativi, come documentato da un video della campagna «E’ nelle nostre mani» pubblicato sulle reti ufficiali di Postobón.
Il monitoraggio psicologico delle reti social lo esegue la compagnia Baos e Orosco, i cui precedenti includono la creazione di falsi profili per attaccare l’attuale presidente Petro quando era senatore. La produzione di contenuti è affidata a Trending Lab ed al canale Digital Economia per il Popolo. L’estensione territoriale poggia su fondazioni regionali con presenza nelle tre principali città dello Stato. Bermúdez ha costruito un'infrastruttura di propaganda politica che opera sotto l'apparenza di iniziativa civica.
Un modello con sentenza giudiziaria
La strategia ha un precedente diretto. Nel 2016 Uribe capeggiò la campagna per il rifiuto dell’accordo di pace con le FARC, che l’allora presidente Juan Manuel Santos portava avanti dopo anni di negoziati. Il direttore di quella campagna in seguito ammise che la strategia si era basata sul mobilitare gli elettori attraverso il sentimento della rabbia. Il No vinse di stretta misura.
Il Consiglio di Stato stabilì in una sentenza che quella campagna aveva propiziato un clima di manipolazione, disinformazione e distorsione della realtà, con menzogne sistematiche che di fatto annullarono la libertà dell'elettorato di decidere in autonomia. Ciò che il Progetto Jupiter realizza oggi è la stessa architettura, con più denaro, più raggio d’azione e strumenti digitali con maggior potere di penetrazione.
Redazione TeleSur, 21 aprile 2026
Articolo originale: Proyecto Júpiter: el plan millonario para manipular las elecciones de Colombia
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
TERCERA INFORMACION (SPAGNA) / ESTERI/ NICARAGUA
Gli "esperti" ONU alimentano gli attacchi di Washington contro il Nicaragua.

Gli "esperti" delle Nazioni Unite che si occupano del Nicaragua, che operano per sdrammatizzare gli effetti del fallito tentativo di colpo di Stato istigato dagli Stati Uniti, non hanno messo piede nel Paese da quando si perpetrò la violenza otto anni fa.
Eppure per loro il Nicaragua è “una gigantesca prigione” in cui il governo sandinista “ha preso realmente in ostaggio la sua stessa popolazione".
Secondo l'avvocato Jan-Michael Simón, il leader tedesco del gruppo, del quale non si ha notizia che abbia visitato il Nicaragua, il governo sta facendo “esattamente ciò che fece il regime nazista".
Il gruppo di "esperti" di Simón, che include avvocati ungheresi e uruguaiani, ha già pubblicato una dozzina di resoconti sul Nicaragua finanziati dall'ONU, ogni volta con accuse ulteriormente gonfiate rispetto al precedente.
Due aspetti di tale lavoro ne rivelano la funzione, come parte della macchinazione propagandistica statunitense. Il primo: il gruppo ignora le prove dettagliate che gli sono state fornite e che non si adattano alla narrativa di Washington sul Nicaragua; di fatto accetta soltanto le prove dei cosiddetti gruppi dei "diritti umani” che si oppongono al governo sandinista.
Il secondo: distribuisce il proprio materiale ai mezzi di comunicazione dell'opposizione nicaraguense, cui Simón concede interviste con molta facilità. La sua funzione è dare copertura continua ai reportage e, se possibile, attrarre l'attenzione dei media mainstream, come The New York Times.
Il fatto è che tali gruppi per i "diritti umani" e media d’opposizione non sono indipendenti. Tutti ricevono considerevoli finanziamenti dagli Stati Uniti.
In febbraio, durante un intervento di fronte al Comitato per le Assegnazioni della Camera dei Rappresentanti USA, il presidente della Fondazione Nazionale per la Democrazia (NED), Damon Wilson, affermò che finanziare questi "soci" che si oppongono al governo nicaraguense era il "terzo programma più importante" della NED nell'emisfero, dopo Venezuela e Cuba. La NED è un’organizzazione di facciata della CIA, che utilizza fondi federali per promuovere gli interessi statunitensi nel mondo, specialmente quando ciò implica fomentare cambi di regime.
Wilson fu restio a nominare le persone straordinariamente coraggiose del Nicaragua che conobbe in una recente visita in Costa Rica. Tuttavia, menzionò per nome uno dei soci della NED, il cosiddetto Movimento dei Lavoratori Rurali. Sapevate che questo gruppo nel 2018 organizzò attacchi mortali contro stazioni di polizia in zone rurali del Nicaragua, documentati in dettagliate dichiarazioni dei testimoni? Sapevate che i loro assalti provocarono numerosi morti e feriti, sequestri e furti di armi, e terrorizzarono la popolazione locale? Pare di no, poiché Wilson affermò che la NED sostiene gruppi che "capiscono l'importanza della resistenza pacifica e non violenta".
In totale, il tentativo di colpo di Stato del 2018 causò centinaia di morti, tra essi 22 poliziotti. In quel momento, la Commissione dei Diritti umani dell'ONU riconobbe di sfuggita la partecipazione dell'opposizione alla violenza, ma tanto la Commissione quanto altri organismi internazionali, rapidamente focalizzarono la loro attenzione esclusivamente sulla presunta violenza esercitata da parte dello Stato.
Il ruolo dell'attuale gruppo di "esperti" dell'ONU è stabilire in modo definitivo la narrativa che il governo sandinista è il colpevole, senza eccezione, delle centinaia di morti e feriti causati dal tentato golpe.
Nell’ultimo rapporto gli "esperti" vanno ancora oltre: fanno la strana affermazione che centinaia di attacchi violenti dell'opposizione furono, in realtà, incidenti di "falsa bandiera". "Gli atti di vandalismo contro proprietà e attività private di militanti del FSLN [sandinisti], quali lanci di pietre, saccheggi e incendi dolosi", dichiarano, in realtà furono portati a termine da "gruppi armati filo-governativi" finanziati con fondi statali.
Sarebbe risibile, se questi incidenti non fossero stati estremamente gravi, se in molti casi le vittime superstiti non avessero potuto identificare i loro aggressori, se i leader del golpe e i loro seguaci non si fossero vantati apertamente degli attacchi e non ne avessero pubblicato i video sui social, la maggior parte dei quali successivamente eliminati.
Eppure secondo gli "esperti" dell'ONU, si trattava in realtà di operazioni di "falsa bandiera" perpetrate dal governo sandinista.
I nicaraguensi aggrediti dai teppisti dell'opposizione o le cui case furono incendiate - molti li conosco personalmente - sarebbero costernati che l'ONU abbia pubblicato menzogne tanto evidenti.
Il nuovo rapporto dichiara anche che vennero deviati fondi pubblici destinati a progetti sociali per reprimere la violenza del 2018, come se questo costituisse un'irregolarità da parte del governo. In ogni caso è evidente che tre mesi di attacchi violenti contro polizia, funzionari pubblici ed edifici pubblici, compresi incendi di scuole e centri sanitari, ebbero un costo enorme.
Il governo richiese un prestito al FMI per far fronte a danni che superavano il miliardo di dollari, ma gli venne rifiutato. Venne informato che, se avesse presentato un sollecito formale, il governo statunitense avrebbe posto il veto.
Naturalmente, una volta posta fine al tentativo di golpe, il governo sandinista si adoperò per garantire che qualunque nuovo atto di terrorismo, perpetrato sia all’interno del Nicaragua sia dall'estero, venisse individuato e possibilmente neutralizzato. Tale risposta è quella che ci si aspetta da qualunque Paese civilizzato. Tuttavia, per il gruppo di "esperti", ciò si è convertito in una “rete transnazionale di vigilanza e spionaggio" che esegue omicidi all’estero.
L’argomento poggia sul caso di Roberto Samcam, che nel 2018 capeggiò uno dei gruppi d’opposizione più violenti e che fuggì in Costa Rica per evitare l’arresto. Fu assassinato nel giugno 2025, e nonostante gli intensi sforzi dei gruppi d’opposizione per incolpare il governo sandinista della sua morte, le autorità hanno arrestato da allora cinque costaricani. A febbraio le autorità costaricane annunciarono che "tutte le persone coinvolte nell'assassinio di Samcam sono state arrestate"; nessuna di loro era nicaraguense, né a quanto pare aveva legami col Nicaragua. Ad ogni modo, si insinuò che l'omicidio era relazionato col narcotraffico.
Ovviamente, dal giorno dell'assassinio, gli oppositori del governo del Nicaragua hanno affermato che quest’ultimo sia il mandante. In dichiarazioni al media oppositore “Confidencial”, Jan-Michael Simón semplicemente annunciò che così era, pur non avendo prove. La stessa cosa fece Damon Wilson nella sua testimonianza di febbraio, di fronte ad un sottocomitato del Comitato per le Assegnazioni della Camera dei Rappresentanti.
Un ultimo esempio dell'estrema parzialità di questi "esperti" è la loro opinione sui nicaraguensi che hanno abbandonato il Paese. Citano cifre secondo cui oltre 300.000 nicaraguensi avrebbero chiesto asilo in Costa Rica. Ma omettono di menzionare che le autorità costaricane affermano che normalmente la maggior parte delle richieste proviene da nicaraguensi che semplicemente desiderano regolarizzare la loro situazione nel Paese: finora solo una su dieci è stata accolta.
Gli "esperti" ignorano pure l'estrema fluidità del traffico transfrontaliero, con circa 900 nicaraguensi che attraversano il confine quotidianamente in entrambe le direzioni, secondo i dati di un altro organismo dell'ONU. Se fuggono “dalla sorveglianza, dalle minacce, dalla persecuzione e dalla violenza fisica" che ipoteticamente subiscono in Costa Rica per mano degli "agenti segreti" del Nicaragua, risulterebbe davvero straordinario che in così tanti tornino alla "gigantesca prigione" creata dal governo sandinista.
La narrativa della "repressione" sandinista (una definizione utilizzata 42 volte in una relazione di 26 pagine) si conforma alla strategia di Washington d’inasprire la pressione sul Nicaragua. Gli "esperti" chiedono sanzioni selettive addizionali, ignorandone l’illegittimità nel diritto internazionale e il fatto che l’ONU stessa ne respinga l’imposizione unilaterale.
L'ex-consigliere indipendente dell'ONU, Alfred de Zayas, ha segnalato che "l’industria dei diritti umani" si trova in una situazione critica. Come questo gruppo di "esperti" continua a dimostrare, il principale obiettivo è creare consenso per un cambio di regime. La loro agenda è quella di Washington, un’agenda che non trova eco tra la maggioranza dei nicaraguensi, i quali desiderano semplicemente che si conservi la stabilità recuperata dopo il tentativo di golpe del 2018.
Un'inchiesta realizzata a febbraio ha rivelato che in tutta l'America Latina, il Nicaragua conta sul terzo governo più popolare del continente. Ciò smentisce l'immagine mostruosa che ne proiettano i presunti "esperti" dell'ONU.
John Perry, 3 aprile 2026
Articolo originale: Los “expertos” de la ONU alimentan los ataques de Washington contra Nicaragua
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
GRANMA (CUBA) / ANALISI / STRATEGIE DELLA NARRAZIONE
La comunicazione nell’era digitale: la cornice inquadra la realtà.

La scelta delle parole costruisce una realtà differente e quindi una risposta sociale politica distinta.
Le origini del concetto di frame (cornice) risalgono alla psicologia della metà del XX secolo. Fu l’antropologo e linguista Gregory Bateson che, nel 1955, ne introdusse la nozione per spiegare come gli individui facciano distinzione tra differenti livelli di comunicazione e contesto, portando attenzione ad alcuni stimoli e scartandone altri.
Per Bateson, la “cornice” è uno strumento psicologico che induce il soggetto a interpretare un messaggio all’interno di un determinato senso.
Mentre l’agenda (setting) si occupa dela scelta dei temi, il framing costruisce il senso e crea la connessione degli elementi per dare coerenza all’argomento, promuovendo una specifica interpretazione della realtà.
La “cornice” inquadra alcuni aspetti della realtà e li pone in risalto stabilendo una particolare interpretazione, una diagnosi e, spesso, una soluzione. Le parole trasmettono l’informazione e ci permettono di riconoscerla, assimilarla e poi condividerla.
Un esempio classico lo troviamo nel trattamento della violenza di genere: uno stesso fatto può essere “dato” come “crimine passionale” minimizzando al massimo la violenza, oppure come “femminicidio”. La scelta delle parole costruisce una realtà differente e quindi una distinta risposta sociale e/o politica. Tutto questo non è casuale e risponde a linee editoriali, interessi politici e alla lotta per imporre una narrazione. Chi domina la “cornice” vince il dibattito prima di cominciarlo.
Alla stessa stregua, l’irruzione delle reti sociali e la trasformazione digitale della sfera pubblica hanno profondamente sconvolto i postulati classici del framing.
Come sottolinea Natalia Aruguete, in questo ambiente moderno il modello di framing, le inquadrature, non è semplicemente subìto, ma è attivato in forma condivisa, con un nuovo significato per gli utenti all’interno delle reti sociali.
La circolazione del senso non è verticale, ma orizzontale, e gli utenti che sono oggetto dell’influenza delle loro comunità virtuali interagiscono con i contenuti mediatici e politici, contribuendone ad amplificare le “inquadrature” mentre ignorano o ne combattono altre.
D’altra parte, la disinformazione e le fake news hanno aperto una nuova linea di lavoro che lega il framing alle strategie di manipolazione. Le “inquadrature” falsificano deliberatamente la realtà o sfruttano le emozioni per polarizzare il dibattito pubblico.
La teoría del framing offre uno strumento analitico inevitabile per svelare le lotte simboliche che sottostanno alla costruzione della realtà, e ci permette di comprendere come i messaggi mediatici non solo conformano, ma orientano e creano l’agenda. In definitiva, disciplinano la nostra percezione del mondo.
Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 28 marzo 2026
GRANMA (CUBA) / ESTERI / AIUTI UMANITARI RUSSI
La Russia invierà una seconda petroliera a Cuba.
Lo ha annunciato il ministro russo dell’Energia, Serguéi Tsiviliov.

Il ministro dell’Energia russo, Serguéi Tsiviliov, ha affermato pochi gioni fa che la Russia si sta preparando per inviare una seconda nave con petrolio a Cuba, nel mezzo della severa crisi energetica nell’Isola provocata dal blocco statunitense: «A San Pietroburgo si è tenuta una riunione importante, c’erano i rappresentanti cubani. Cuba è sottoposta a un blocco totale, è isolata. Una nave russa ha infranto il blocco. Ora si sta preparando un secondo invio. Non lasceremo i cubani nei guai», ha assicurato Tsiviliov.
La nave cisterna russa Anatoli Kolodkin è arrivata a Cuba con 100 mila tonnellate di petrolio come aiuto umanitario. La nave ha attraccato nel porto di Matanzas ed ha già completato lo scarico.
Questa è stata la prima petroliera arrivata a Cuba da tre mesi, dopo che gli Stati Uniti hanno obbligato il Venezuela e il Messico a tagliare i rifornimenti all’Isola.
Il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha ringraziato la Russia per il suo aiuto: «Grazie Russia. Grazie Presidente Putin. Grazie all’equipaggio della nave cisterna Anatoli Kolodkin che, attraccando con il suo prezioso carico nel porto di Matanzas ci portate la certezza di un’amicizia provata nei momenti più duri, com’è avvenuto tante volte nella storia», ha scritto.
Il leader cubano ha precisato che dopo lo scarico e il trattamento, il carburante sarà distribuito in modo razionale e, anche se non sufficiente a superare la crisi acuta, allevia la situazione per qualche settimana.
Il portavoce del presidente russo, Dmitri Peskov, ha detto che Mosca si rallegra che il primo lotto di petrolio russo sia giunto alla nazione dei Caraibi: «Cuba si trova in condizioni di blocco severissime e necessita di prodotti derivati dal petrolio e petrolio greggio per il funzionamento dei sistemi di supporto vitali nel paese, per generare elettricità, per offrire servizi medici o di altro tipo alla popolazione». In questo contesto, il portavoce ha sottolineato che «la Russia considera un suo dovere offrire l’assistenza necessaria a Cuba» ed ha assicurato che Mosca continuerà a lavorare per somministrare più petrolio all’Isola: «Continueremo a lavorare per alleviare la disperata situazione che non ci può lasciare indifferenti. Continueremo ad occuparcene».
Le minacce degli Stati Uniti a Cuba. Il 29 gennaio. il presidente degli Stati Uniti, ha firmato un ordine esecutivo che dichiara l’”emergenza nazionale” a fronte della «minaccia inusuale e straordinaria» che, secondo Washington, rappresenterebbe Cuba per la sicurezza del paese nordamericano e la regione. Il testo
accusa il Governo cubano di allinearsi con «numerosi paesi ostili», di accogliere «gruppi terroristi
trans-nazionali» e di permettere il dispiegamento nell’Isola di «sofisticate capacità militari e d’intelligenza della Russia e della Cina. Su queste basi è stata annunciata l’imposizione di sanzioni a paesi che vendono petrolio a Cuba, alle quali si sommano minacce di rappresaglie contro quelli che agiscono contro l’ordine esecutivo della Casa Bianca.
Questa è l’escalation messa in atto da Washington contro L’Avana, che ha sistematicamente respinto le dichiarazioni di Trump e ha avvertito che difenderà la su integrità territoriale.
Il Presidente di Cuba ha risposto che «questa nuova misura evidenzia la natura fascista, criminale e genocida di una banda che ha sequestrato gli interessi del popolo statunitense con fini puramente personali».
Lo scorso 7 marzo, Trump ha annunciato che «presto avverrà un grande cambio a Cuba», aggiungendo che sta giungendo «la fine del suo cammino».
Gli Stati Uniti mantengono il blocco economico e commerciale contro Cuba da più di sei decenni.
Il blocco che danneggia gravemente l’economia del paese è stato inasprito con numerose misure coercitive e unilaterali da parte della Casa Bianca.
Redazione Granma e GM per Granma Internacional, 2 aprile 2026
GRANMA (CUBA) / COMUNICAZIONE E MEDIA / META E YOUTUBE A PROCESSO
Meta e YouTube: colpevoli.
Per la prima volta un tribunale ha giudicato le reti sociali come causa di danno.

La sentenza emessa alcuni giorni fa a Los Ángeles con la quale un Tribunale ha dichiarato responsabili Meta e YouTube per i danni provocati a una ragazza per via della dipendenza nell’utilizzo delle relative piattaforme, può sembrare a prima vista solo un caso in più tra i tanti già noti. Senza dubbio, quello che la trasforma in un fatto rilevante è che non si tratta di una multa isolata, né di uno scandalo passeggero.
Per la prima volta, un Tribunale ha giudicato direttamente il disegno stesso delle reti sociali come causa di danno. Fino ad ora, le grandi piattaforme sono sempre riuscite a proteggersi con la scusa di non essere responsabili di quello che avviene nell’eco sistema digitale, perché il contenuto lo generano gli utenti. Ossia, si sono presentate come puri intermediari, come fossero una piazza pubblica neutrale dove ognuno dice quello che vuole. Hanno rifiutato di riconoscersi come editori, anche se in pratica ordinano l’informazione con algoritmi, decidono ciò che si deve vedere di più e disegnano l’esperienza dell’utente. Cioè influiscono come media senza assumerne gli obblighi che sono regolati negli Stati Uniti.
Questa sentenza rompe questa logica. La giuria non condanna Meta e YouTube per quello che pubblica la gente, ma per come sono costruite le sue piattaforme. Per capire perchè questo è importante, è opportuno spiegarlo in modo semplice.
Le reti sociali sono progettate non solo per mettere in comunicazione le persone, ma per far sì che restino il maggior tempo possibile connesse, e questa non è casualità: quanto più tempo restiamo connessi a loro, più pubblicità si vede e più denaro si genera per le imprese.
Per ottenere questo effetto, si utilizzano meccanismi molto concreti come video che si riproducono automaticamente, schermi che non terminano mai di attivarsi (quello che si conosce come «scroll infinito») e algoritmi che ci mostrano contenuti sempre più adattati a quello che ci “ingaggia”. Non è che l’utente «vuole restare»: è che il sistema è pensato per renderne difficile l’uscita.
Il verdetto introduce un’idea nuova nel dibattito pubblico: se un’impresa progetta e realizza un prodotto sapendo che può generare comportamenti compulsivi, soprattutto nei minori, allora non può lavarsene le mani. È responsabile. Come lo sarebbe un’impresa che commercia un prodotto difettoso, ingannatore o pericoloso.
Questo apre una porta che può avere conseguenze profonde, in primo luogo perchè ci sono migliaia di denunce simili in corso: se questo criterio venisse confermato, le piattaforme potrebbero dover affrontare un fiume di denunce. Per questo, oltre a quello giudiziario, l’effetto è politico: obbliga a riconsiderare cosa siano realmente le reti sociali.
Per anni sono state presentate come strumenti di libertà di connessione, di democratizzazione dell’informazione, ma questo caso mostra la verità: sono sistemi disegnati per catturare l’attenzione, modellare il comportamento e, in alcuni casi, intaccare la salute mentale, specialmente dei più giovani. Il cambiamento potrebbe non essere immediato, le imprese chiederanno un appello alla sentenza e il processo sarà lungo. Ma il precedente c’è, e partendo da questo sarà più difficile difendere l’idea che queste piattaforme siano neutrali, e questo porterà a nuove regole, a cambiamenti del disegno dei sistemi e delle applicazioni e a maggiori controlli su come operano.
Quello che è in gioco, in fondo, è una questione più ampia: il beneficio economico può giustificare qualsiasi disegno tecnologico? Il verdetto suggerisce di no, e per la prima volta si segnala che le reti sociali non solo devono rispondere per quello che contengono, ma per quello che fanno contro di noi.
Emilia Reed e GM per Granma Internacional, 6 aprile 2026
RESUMEN LATINOAMERICANO / ANALISI / L’EDUCAZIONE IN CINA
La superiorità delle università cinesi.

A volte non riusciamo a cogliere la portata dei cambiamenti in atto. Un buon modo per osservarli è concentrarsi su casi specifici, magari esemplari. Un esempio è offerto dalle nuove classifiche universitarie mondiali, da sempre dominate dall'Occidente.
Solo vent'anni fa, la classifica universitaria globale basata sulla produzione scientifica e sugli articoli pubblicati su riviste specializzate mostrava sette università statunitensi tra le prime 10 al mondo. Ovviamente, la prima era l'Università di Harvard. In quegli anni, c'era solo un'istituzione cinese, l'Università di Zhejiang, che riusciva a classificarsi tra le prime 25 (The New York Times, 15 gennaio 2026).
In un brevissimo lasso di tempo, appena un quarto di secolo, abbiamo assistito a un vero e proprio tsunami, uno sconvolgimento totale che non ha lasciato nulla al suo posto. Oggi, tra le prime 10 università al mondo, otto sono cinesi, una è canadese e una è statunitense. L'iconica Harvard è stata scalzata al terzo posto, mentre Zhejiang ora occupa la prima posizione.
Indubbiamente, le università americane continuano a produrre una grande quantità di ricerca, ma la novità è che le università cinesi lo stanno facendo a un ritmo molto più sostenuto. Le sei università americane che erano tra le più importanti negli anni 2000 (l'Università del Michigan, l'Università della California, Los Angeles, la Johns Hopkins, l'Università di Washington-Seattle, l'Università della Pennsylvania e l'Università di Stanford) producono più ricerca di quanta ne producessero vent'anni fa, eppure sono state superate dalle università cinesi.
Secondo tutti gli analisti, dal Paese asiatico provengono una quantità e una qualità eccezionali di articoli accademici che eclissano la produzione statunitense. Una delle ragioni principali di questo cambiamento è che la Cina ha investito miliardi di dollari nelle sue università e si sta impegnando per renderle attraenti per i ricercatori stranieri. Al contrario, l'amministrazione Trump ha tagliato milioni di dollari di sussidi alla ricerca universitaria per ridurre il considerevole deficit pubblico.
Inoltre, la stretta contro i migranti ha spinto molti stranieri, così come molti americani, a lasciare il Paese dirigendosi principalmente verso l'Europa. Quest'anno, l'arrivo di studenti internazionali negli Stati Uniti è diminuito del 19%, inducendo la crisi di alcune università. Secondo Bloomberg, il calo del numero di potenziali studenti porterà nel prossimo decennio 370 università private alla chiusura o alla fusione con altri istituti.
A questo va aggiunto che altre 430 istituzioni, con 1,2 milioni di studenti, si trovano ad affrontare "moderate minacce esistenziali", oltre alle 114 università private senza scopo di lucro che hanno chiuso tra il 2010 e il 2020, quasi il doppio rispetto al decennio precedente. Gli studenti terminano gli studi indebitati e le loro famiglie devono sostenerli contraendo a loro volta dei debiti. La retta, l'alloggio e il vitto per un corso di laurea quadriennale in un'università privata ammontavano in media a 56.000 dollari nell'anno accademico 2023-2024, mentre nelle università pubbliche statali erano di soli 24.000 dollari. Ciononostante, le famiglie della classe media faticano sempre più a coprire le proprie spese, soprattutto a causa della stagnazione dei salari sul mercato del lavoro.
Questo è uno dei motivi per cui il 26% degli studenti universitari ha seriamente preso in considerazione l'idea di abbandonare gli studi o rischia di farlo.
Siamo entrati in una sorta di nuovo ordine mondiale anche nel campo dell'istruzione. Ora i migliori scienziati si stanno trasferendo in Cina, proprio come un tempo si faceva trasferendosi negli Stati Uniti. Gli esempi sono numerosi. Jiang Jian-feng, uno degli scienziati più brillanti, a soli 30 anni ha lasciato il rinomato Massachusetts Institute of Technology per tornare all'Università di Pechino come ricercatore senior e supervisore di dottorato. Il genio della matematica Wan Daqing, vincitore del più prestigioso premio cinese di matematica, si è ritirato dall'Università della California a luglio ed è tornato in Cina per assumere il suo nuovo incarico.
Casi come questi sono molto comuni anche tra gli scienziati occidentali che decidono di trasferirsi in Cina o in altri paesi. Dal 2018, tra i 70 e i 100 scienziati cinesi e sino-americani di fama internazionale hanno lasciato gli Stati Uniti ogni anno. In generale, l'aumento storico degli americani che si trasferiscono all'estero è dovuto a motivi di sicurezza, costo della vita, istruzione e assistenza sanitaria.
Il mondo è cambiato e queste cifre rappresentano solo un piccolo campione. Tuttavia, coloro tra noi che non credono che i cambiamenti di cui abbiamo bisogno verranno dall'alto, dagli Stati, non possono ignorare la portata delle trasformazioni perché, in un modo o nell'altro, esse ci riguardano.
Raúl Zibechi, La jornada e Resumen Latinoamericano, 17 abril 2026
Articolo originale: La superioridad de las universidades chinas
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG












