Notiziario Patria Grande - Marzo 2026.
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NOTIZIARIO MARZO 2026.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / STATO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA
Ritirata tattica: perché la Rivoluzione Bolivariana è ancora viva.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / GUERRE NON CONVENZIONALI
Guerra digitale: Big Tech, sovranità digitale e imperialismo nel XXI secolo.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / RECRUDESCENZA DELLA DOTTRINA MONROE
Il ritorno della Dottrina Monroe: l’America Latina al crocevia.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / OPERAZIONI IN ECUADOR
Ecuador sotto intervento. Il custode degli interessi statunitensi contro la Colombia.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / SITUAZIONE IN HAITI
Haiti: crisi permanente o punizione storica?
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA POLITICA DELLE SANZIONI
L'umanità tra blocchi e aperture.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / EFFETTI DELL’INASPRIMENTO DEL BLOCCO
Più di 32 mila donne in gravidanza a rischio per il blocco del combustibile.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / I FILE EPSTEIN E LE PROSSIME OLIMPIADI
Lo scandalo Epstein coinvolge Casey Wasserman.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / TERRORISMO CONTRO CUBA
Pirateria e terrorismo in mare, più di sessant’anni di guerra sporca.
GRANMA (CUBA) / ANALISI / I PERICOLI DEI SOCIAL NETWORK
L’architettura digitale dell’estrema destra.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / LA GUERRA CONTRO L’IRAN
Ultimatum all’umanità nel genocidio contro l’Iran.
GRANMA (CUBA) / INTERNI / DIALOGHI IN CORSO CON GLI USA
Funzionari cubani incontrano rappresentanti del governo USA per creare spazi di intesa e cooperazione.
GRANMA (CUBA) / ESTERI / TRATTATIVE CON GLI USA?
Che cosa caratterizza le relazioni bilaterali tra Cuba e gli Stati Uniti.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / STATO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA
Ritirata tattica: perché la Rivoluzione Bolivariana è ancora viva.

Presidente de la AN Jorge Rodríguez, Presidenta (E) Delcy Rodríguez, Ministro Diosdado Cabello
Le prime ore del mattino del 3 gennaio 2026 hanno segnato una svolta nella secolare lotta del Venezuela e dell'America Latina per l'autodeterminazione e l'indipendenza.
L'Operazione Resolución Absoluta ordinata dall'amministrazione Trump ha rappresentato l'attacco militare più brutale e diretto contro uno Stato sovrano nella regione nella Storia recente. In un'operazione sconvolgente che ha causato centinaia di morti, il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores sono stati illegalmente rapiti dal territorio venezuelano e portati negli Stati Uniti, dove ora affrontano accuse pretestuose in un centro di detenzione federale di New York.
Nei due mesi successivi a questo atto di guerra è emersa una valanga di speculazioni da parte di “esperti” e commentatori di tutto lo spettro politico che si sono sviluppate lungo tre linee principali.
Il successo dell'operazione ha indotto a credere a un tradimento ai massimi livelli della Rivoluzione Bolivariana: la presidente ad interim Delcy Rodríguez e il resto della leadership hanno abbandonato il progetto bolivariano e la trasformazione socialista, consegnando il Paese, la sua economia e le sue risorse all'imperialismo statunitense; in politica estera i leader venezuelani hanno abbandonato il loro storico antimperialismo. Nel loro insieme, queste dichiarazioni equivalgono a proclamare che il cambio di regime in Venezuela ha avuto successo.
Ma tutte queste affermazioni sono false e riflettono un approccio dilettantistico e superficiale alla politica: "opinioni affrettate" riproposte come un’analisi o un'indagine autentica che riecheggiano il discorso di Trump invece di smantellarlo. Per comprendere l'attuale traiettoria di Caracas è necessario valutare con lucidità quanto accaduto il 3 gennaio, esaminare attentamente i fatti relativi alla situazione finanziaria ed economica del Venezuela e condurre una valutazione onesta delle dinamiche di potere internazionali in cui opera il Paese sudamericano. È necessario comprendere cosa sia cambiato in questa nuova situazione. Per districare la complessa realtà del presente, alcuni esempi tratti dalla storia degli stati socialisti possono servire da guida.
Un'analisi dettagliata dei fatti dimostrerà che ciò a cui stiamo assistendo non è una resa, ma una ritirata tattica di fronte a una forza soverchiante, per la quale esistono chiare analogie nella storia rivoluzionaria.
Le principali affermazioni che rivelerebbero un "tradimento" vengono di seguito esaminate e confutate, ma prima di iniziare è necessario stabilire un'importante distinzione teorica tra governo e potere statale. Gli uffici e i ministeri governativi stabiliscono e attuano una serie di politiche, rilasciano dichiarazioni e passano temporaneamente di mano dalla "sinistra" alla "destra". Le istituzioni permanenti del potere statale – l'esercito, la magistratura e la polizia – rappresentano il vero potere in qualsiasi società. Quasi tutti i governi di sinistra nella regione sono stati eletti a cariche pubbliche negli ultimi anni, ma non hanno detenuto il potere statale. Presiedendo la politica, ma con lo stesso stato capitalista in piedi (soprattutto nell'esercito), esiste un chiaro limite alla capacità di questi governi di sfidare l'ordine capitalista e trasformare la realtà sociale. Il progetto bolivariano è emerso in modo simile come movimento elettorale, con Chávez che inizialmente ricopriva solo incarichi governativi, ma con un'importante differenza. Decenni di tentativi di colpo di stato appoggiati dagli Stati Uniti, lotte interne e altre crisi hanno gradualmente portato alla sostituzione delle forze fedeli al vecchio ordine nella magistratura, nella polizia e nell'esercito con forze formate dalla Rivoluzione Bolivariana e a essa fedeli. Il Partito Socialista Unito mantiene la sua missione di promuovere il potere della classe operaia e di costruire il socialismo. La lotta può avanzare a singhiozzo, con successi e battute d'arresto, a seconda della pressione esercitata dalle varie forze, ma in ogni fase il partito si impegna a preservare le conquiste e a minimizzare le perdite. Questo è importante perché le concessioni del Venezuela vengono fatte principalmente a livello governativo, non a livello statale e di partito.
Affermazione 1: Il successo dell'operazione statunitense del 3 gennaio ha indicato un tradimento ai massimi livelli della Rivoluzione Bolivariana. Le “prove” portate a supporto:
Nessun militare statunitense è morto nell'operazione che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro e Cilia Flores. Oltre 150 aerei statunitensi sono penetrati nello spazio aereo venezuelano senza essere abbattuti dalle sofisticate difese aeree del Paese, acquisite dalla Russia. Il prelievo "pacifico" di Maduro e Flores è stato possibile solo grazie alla "cooperazione" della cerchia ristretta di Maduro. Non c'è stata alcuna controffensiva militare immediata da parte dei venezuelani.
La realtà: resistenza contro una schiacciante superiorità militare. Sugli eventi del 3 gennaio ora si sa molto di più di quanto si sapesse inizialmente. Contrariamente alla narrazione imposta dai media occidentali, ripetutamente e superficialmente diffusa da alcuni esponenti della sinistra, c’è stata resistenza. Le testimonianze dei sopravvissuti e le dichiarazioni dello stesso presidente Trump confermano che la squadra di sicurezza presidenziale, insieme a unità militari venezuelane e a un contingente di combattenti internazionalisti cubani, ha ingaggiato uno scontro a fuoco con le forze d’aggressione. Trentadue combattenti cubani sono caduti insieme a oltre 50 membri delle forze di sicurezza venezuelane e della guardia presidenziale, che hanno difeso il presidente a costo della propria vita.
Innanzitutto, i sistemi di guerra elettronica degli Stati Uniti hanno neutralizzato completamente le difese aeree e le infrastrutture di comunicazione del Paese. Secondo il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino López, gli Stati Uniti hanno usato il Venezuela come "laboratorio" per tecnologie belliche senza precedenti. Padrino López è noto come il leader militare che ha costantemente denunciato sia i tentativi degli Stati Uniti di corrompere i militari venezuelani affinché si rivoltassero contro Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, sia i precedenti tentativi di assassinio da parte degli Stati Uniti. Incarna l'"unione civile-militare" del Paese che ha sventato anni di tentativi di cambio di regime sotto il motto "Sempre leali, mai traditori".
Un rapporto ufficiale venezuelano del 3 gennaio non è ancora stato pubblicato poiché il Paese è tuttora sotto assedio militare, tuttavia resoconti non ufficiali di testimoni e sopravvissuti corroborano la versione di Padrino López. Descrivono come, con tutte le comunicazioni e le difese aeree disattivate e l'elettricità interrotta nella zona, le forze militari venezuelane siano state attaccate con droni e una sorta di arma sonica che ha reso inoffensivi i soldati. Sono stati immediatamente sottoposti a un fuoco rapido e travolgente che ha provocato un massacro a senso unico, nonostante i soldati rispondessero al fuoco.
Nel suo discorso sullo Stato dell'Unione, Trump ha reso omaggio al pilota del primo elicottero Chinook atterrato nel complesso presidenziale che trasportava le unità d'élite della Delta Force che in seguito hanno condotto l'operazione di terra e rapito il presidente. L'elicottero è stato oggetto di un intenso fuoco che ha gravemente ferito il pilota. Gli Stati Uniti hanno anche ammesso che ci sono state altre vittime tra i militari americani, ma nessun morto.
È emerso che il raid è stato preparato e simulato su vasta scala in una replica esatta del comprensorio di Nicolás Maduro costruito nel Kentucky. Per settimane, i commando della Delta Force si sono esercitati a "sfondare porte blindate a velocità sempre maggiore", e a memorizzare la planimetria dei corridoi e delle stanze di sicurezza. Poiché Maduro era noto per spostarsi tra diverse residenze, l'operazione è stata lanciata solo dopo aver confermato la sua presenza in quel luogo specifico. Il supporto aereo notturno specializzato è stato fornito da un gruppo noto come "Night Stalkers".
Ma la violenza non si è limitata a quell’operazione. Dalle comunicazioni trapelate e confermate da più fonti, Delcy Rodríguez ha rivelato che, fin dal primo contatto del 3 gennaio, l'amministrazione Trump ha lanciato un ultimatum. Rodríguez ha dichiarato: "Le minacce sono iniziate nel momento in cui hanno rapito il presidente. Hanno dato a Diosdado, Jorge e a me 15 minuti per rispondere, altrimenti ci avrebbero uccisi". Qualsiasi rifiuto di negoziare, ha affermato, avrebbe comportato non solo il rapimento, ma anche la decapitazione e l'annientamento dei restanti leader dello Stato venezuelano. Ci è stato inoltre detto che l'esercito statunitense avrebbe continuato ad accerchiare il Paese. Ogni dichiarazione e ogni decisione sarebbe stata narrata come segno di sottomissione oppure di resistenza, e le nostre vite avrebbero potuto essere spezzate in qualsiasi momento.
Si è trattato di una negoziazione sotto la minaccia delle armi, letteralmente, e non è ancora finita. Il momento richiederà una leadership capace di fare la ritirata necessaria per salvare la Rivoluzione senza rompere l'unità interna.
Non è stato il tradimento dei leader venezuelani la causa del successo dell’operazione del 3 gennaio degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno avuto successo perché, dopo oltre 25 anni di tentativi di colpi di stato falliti, guerra economica e campagne di destabilizzazione, alla fine l'imperialismo ha sferrato la sua arma più potente: l’intervento militare diretto supportato da una superiorità tecnologica che nessun Paese indipendente del mondo in via di sviluppo è attualmente in grado di contrastare con successo.
Analisi: L'attacco ibrido di portata schiacciante non è riuscito a superare le realtà politiche. Gli Stati Uniti hanno raggiunto l'obiettivo di catturare Maduro, ma non quello di rovesciare il governo o lo Stato. I leader rimasti – la vicepresidente Delcy Rodríguez, il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, il presidente dell'Assemblea nazionale Jorge Rodríguez e il nucleo del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) e delle Forze Armate Bolivariane – hanno agito immediatamente per stabilizzare le istituzioni e mantenere la continuità di comando.
Gli Stati Uniti non avevano pianificato un'occupazione più ampia a causa della prevista resistenza e della mobilitazione armata di milioni di venezuelani. L'appello alle armi del presidente Maduro ha ampliato enormemente le milizie bolivariane, portando all'armamento di oltre otto milioni di cittadini. Questo, unito alla solidità dell'esercito venezuelano, che non si è frammentato, ha creato uno scenario in cui qualsiasi invasione di terra si trasformerebbe in una prolungata guerra popolare, con costi politici e materiali inaccettabili per gli Stati Uniti. Rimane una solida base di sostegno per il chavismo, un fatto che l'amministrazione Trump ha tacitamente riconosciuto quando ha affermato che bisogna essere "realistici" e ammettere che la destra venezuelana non ha il sostegno necessario per governare il paese.
L'amministrazione Trump ha invece condotto un attacco chirurgico di straordinaria precisione, al fine di ribaltare gli equilibri di potere e ottenere una posizione di forza sul governo venezuelano, che ha dovuto accettare di non poter essere rovesciato. Per quanto Trump e Rubio si vantino di un "cambio di regime", non possono superare questo dato di fatto.
Ma quando Delcy Rodríguez, ora presidente ad interim, ha avviato un dialogo con l'amministrazione Trump dopo l'attentato, molti a sinistra hanno reagito confusamente e con sgomento. Sì, Maduro e i leader avevano promesso una guerra popolare e, se necessario, una guerriglia in stile vietnamita. Ma il fatto era che i commando statunitensi se n'erano andati; non c'erano forze di occupazione da combattere. Questo dovrebbe essere interpretato come un segno della forza duratura della rivoluzione, non di una debolezza.
Come poteva dunque la Rivoluzione Bolivariana sedersi al tavolo con le stesse forze che avevano appena rapito il suo presidente e assassinato i suoi difensori? La risposta risiede nelle condizioni materiali per la sopravvivenza e in una corretta comprensione della strategia rivoluzionaria. La base sociale organizzata e l'unità militare della rivoluzione rappresentavano una sorta di deterrente all'occupazione straniera, ma tale deterrente non può allontanare le enormi forze militari che ancora la circondano, imponendo un blocco navale totale al suo petrolio e puntandole contro armamenti sofisticati. Il 3 gennaio, il Governo ha riconosciuto la realtà militare e ha preso la decisione tattica di mantenere il controllo delle istituzioni statali per guadagnare tempo e poter combattere un altro giorno. Questa decisione ha chiaramente dovuto fare alcune concessioni all'Impero, ma merita un esame più attento. Così come le false accuse di tradimento del 3 gennaio sono ora facilmente confutabili, allo stesso modo lo sono le accuse di tradimento dei due mesi successivi.
Affermazione 2: La presidente ad interim Delcy Rodríguez e gli altri leader hanno abbandonato il progetto bolivariano, consegnando il Paese, la sua economia e le sue risorse all'imperialismo statunitense. Le "prove" portate a supporto:
Il Venezuela ha di fatto aperto le sue vaste riserve petrolifere allo sfruttamento e alla vendita da parte di privati stranieri, e ha avviato un processo di "riconciliazione" con l'opposizione di destra, che prevede il rilascio di 2.500 prigionieri condannati per tradimento e violenza.
I funzionari statunitensi sono stati accolti al Palazzo di Miraflores con sorrisi e accompagnamento musicale, un trattamento normalmente riservato ad alleati e amici.
La realtà: una nuova forza di potere. Dal 3 gennaio, gli equilibri di potere si sono drasticamente modificati. La più grande flotta navale regionale della Marina statunitense della storia è rimasta posizionata al largo delle coste del Venezuela. Nessuno sta venendo in aiuto del Venezuela. In realtà, se guardiamo alla regione, vediamo che i governi di destra di Argentina, Paraguay, Ecuador, El Salvador, Perù e Bolivia celebrano apertamente l'attacco. I governi progressisti di Brasile, Colombia e Messico si sono limitati a condanne retoriche. Il sostegno strategico di Russia e Cina, sebbene significativo negli anni precedenti, si è dimostrato insufficiente a scoraggiare l'aggressione imperialista ed è stato anch'esso principalmente retorico. Ogni paese ha le proprie priorità strategiche militari. Un intervento diretto, inoltre, aumenta il rischio di una guerra mondiale e, data la loro grande distanza, non avrebbero forze militari nella regione per sostenere un simile conflitto.
Gli accordi che si stanno stringendo tra Caracas e Washington rappresentano un compromesso amaro ma necessario. In base a tali accordi, il Venezuela ha concesso agli Stati Uniti un controllo significativo sulle sue esportazioni di petrolio, tornando a un modello di licenze simile a quello precedentemente utilizzato da Chevron e altre compagnie prima dell'inasprimento dell'embargo.
Dopo aver ottenuto le licenze, le compagnie petrolifere straniere non dovranno più cedere una quota di maggioranza allo Stato, come avveniva con le precedenti joint venture; le tasse saranno ridotte e le compagnie venezuelane potranno vendere il loro petrolio sul mercato internazionale senza doverlo cedere alla compagnia statale venezuelana PDVSA. Il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti ha invece iniziato a commercializzare il greggio venezuelano con l'aiuto di operatori del settore e banche, e Washington si è arrogata il diritto di decidere quali compagnie possano partecipare alla ricostruzione delle infrastrutture energetiche del Paese. In base a questo accordo, per la prima volta da decenni e senza alcuna voce in capitolo, il petrolio venezuelano verrebbe trasportato da petroliere straniere verso Israele, un Paese con cui non ha alcun rapporto commerciale.
In cambio, il Venezuela ha ottenuto l'accesso ai proventi delle sue vendite di petrolio attraverso due fondi sovrani esteri di fatto controllati dagli Stati Uniti. Questi fondi, pur essendo soggetti alla supervisione statunitense, forniscono qualcosa che al Paese è stato negato per anni dal regime di sanzioni: risorse per investimenti in sanità, istruzione e infrastrutture. L'accordo è sfruttatore e umiliante, e il Segretario di Stato Marco Rubio lo ha apertamente descritto come gli Stati Uniti che "si prendono tutto il petrolio". Ma permette allo Stato venezuelano di sopravvivere.
Si tratta di una negazione della sovranità del Venezuela sulle proprie decisioni petrolifere? In una certa misura, sì. Ma le caratteristiche fondamentali dell'accordo sono in linea con il desiderio a lungo termine del Venezuela di ricostruire le proprie esportazioni di petrolio verso gli Stati Uniti e assomigliano a ciò che Maduro stesso avrebbe offerto nei negoziati con l'amministrazione Trump. Ciò include l'offerta di riaprire l'esplorazione e la proprietà petrolifera statunitense in cambio della revoca delle sanzioni. Questo coincide anche con le informazioni del giornalista brasiliano Breno Altman. Basandosi su conversazioni con il figlio di Maduro, Nicolás Maduro Guerra, Altman ha riferito: "[Maduro] è informato e il suo messaggio è sempre di sostegno alla presidente ad interim, Delcy Rodríguez".
Il fatto è che le infrastrutture petrolifere del Venezuela sono state costruite principalmente per rifornire il mercato statunitense, e le infrastrutture di raffinazione del sud degli Stati Uniti sono state in gran parte realizzate per lavorare il greggio venezuelano. Da un punto di vista puramente economico, questi paesi rimangono partner commerciali naturali, nonostante le differenze ideologiche. Persino sotto Chávez, gli Stati Uniti acquistavano il 60% delle esportazioni petrolifere del Venezuela per gran parte della sua presidenza, costituendo la maggior parte delle entrate del paese. Persino l'espropriazione dei progetti petroliferi di proprietà straniera in Venezuela fu adottata da Chávez non principalmente per una questione di principio, ma come reazione a tentativi di sabotaggio e al deterioramento dei rapporti con le compagnie che rifiutavano le sue condizioni e lasciavano il paese.
In sostanza, gli Stati Uniti stavano già schiacciando l'industria petrolifera venezuelana con effetti devastanti. In primo luogo, le compagnie petrolifere hanno bloccato la vendita di componenti e tecnologie uniche necessarie per la manutenzione delle loro infrastrutture trascurate. Poi è arrivato un decennio di sanzioni finanziarie e commerciali, il congelamento dei loro conti offshore (alcuni dei quali, incredibilmente, rimangono nelle mani di Juan Guaidó) e, infine, un vero e proprio blocco petrolifero. L'economia venezuelana nel suo complesso è stata gravemente colpita da questa perdita di entrate, con un'inflazione galoppante, una carenza di valuta estera e il collasso di altri settori. Questa è la vera causa dell'emigrazione dal Venezuela. Iniettare miliardi di dollari nell'economia venezuelana, anche in queste ingiuste condizioni di assedio, porterà indubbiamente a un miglioramento delle condizioni di vita. Milioni di persone sono attese alla consultazione popolare venezuelana dell'8 marzo, votando per selezionare 36.000 iniziative comunitarie, che spaziano dalla ristrutturazione dei servizi pubblici a progetti economici, da finanziare con fondi pubblici.
L'accordo con l'amministrazione Trump ha inoltre portato il Venezuela a concedere l'amnistia a oltre 5.000 persone e a rilasciare migliaia di prigionieri. Ciò include circa 800 persone condannate per vari reati legati ai tentativi di rovesciare il governo, compresi atti di violenza. Coloro che sono stati condannati per omicidio e "gravi violazioni dei diritti umani" o "crimini contro l'umanità" non saranno rilasciati. Questa amnistia, denunciata in alcuni ambienti come la liberazione di "prigionieri politici", è meglio comprensibile come una decompressione strategica. Elimina inoltre un pretesto per un intervento umanitario, isola i settori più intransigenti dell'opposizione di estrema destra e dimostra che lo Stato bolivariano conserva l'autorità di definire l'approccio ai propri processi giudiziari. Possiamo presumere che il governo venezuelano speri anche che ciò porti al riconoscimento da parte di altri governi della regione e del mondo. Dalle elezioni del 2024, il governo non è stato in grado di mantenere normali relazioni politiche e commerciali con la maggior parte dei governi della regione, ad eccezione di Cuba, Nicaragua e alcune piccole nazioni caraibiche.
Negoziazione sotto la minaccia delle armi: Brest-Litovsk nei Caraibi
Qui, la storia della Rivoluzione russa offre una lezione imprescindibile. Nel 1918, la giovane Repubblica sovietica si trovò ad affrontare l'avanzata dell'esercito imperiale tedesco con forze decimate e incapaci di opporre una resistenza efficace. Vladimir Lenin, contro le obiezioni dei cosiddetti "comunisti di sinistra", che invocavano una "guerra rivoluzionaria" per difendere l'intero territorio, condusse il neonato Stato rivoluzionario alla firma dell'umiliante Trattato di Brest-Litovsk. Questo accordo cedeva vasti territori, tra cui tutta l'Ucraina e il 40% della base industriale russa, all'imperialismo tedesco. Fu, sotto ogni punto di vista, una sconfitta colossale.
I critici di Lenin denunciarono questo accordo come un tradimento della rivoluzione e, in particolare, di tutti gli operai, i contadini e le nazionalità oppresse dei territori ceduti che avevano combattuto e sacrificato tutto nel 1917, solo per essere relegati al capitalismo con il Trattato di Brest-Litovsk.
Tuttavia, Lenin comprese ciò che i suoi critici non riuscirono a cogliere: l'obiettivo non era morire con dignità, ma preservare lo strumento politico della rivoluzione. Come rifletté il compianto comandante Hugo Chávez dopo la fallita ribellione del 1992: "Oggi dobbiamo ritirarci per avanzare domani". Il trattato fornì il respiro necessario per consolidare lo Stato sovietico, costruire l'Armata Rossa e, in definitiva, sconfiggere non solo l'Impero tedesco, ma anche le forze congiunte della controrivoluzione e dell'intervento straniero. La storia dimostra che coloro che nel 1918 denunciarono Lenin come traditore si sbagliavano. Tutti i territori ceduti tornarono all'URSS pochi anni dopo.
Ciononostante, non fu la fine delle ritirate e delle concessioni. Di fronte alla carestia causata principalmente dalla guerra civile, Lenin contribuì agli sforzi umanitari delle organizzazioni caritatevoli capitaliste americane, sviluppò relazioni con i paesi che lo avevano appena invaso e ristabilì profondi legami economici e commerciali con l'imperialismo tedesco. Abbandonando il “comunismo di guerra”, guidò lo Stato verso la massiccia reintroduzione dei rapporti di proprietà capitalistici e invitò le aziende straniere. Ciò gettò le basi, ad esempio, per la firma di accordi tra lo Stato sovietico e la Ford Motor Company (guidata dal simpatizzante fascista Henry Ford) per la costruzione di uno stabilimento.
Ciò che il governo, tramite Delcy Rodríguez, sta facendo oggi deve essere visto in questa prospettiva. Il fatto che si trovi seduta di fronte al Segretario all'Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, e che riceva il Direttore della CIA, John Ratcliffe, a Palazzo Miraflores, non è un atto di capitolazione, bensì un atto di sopravvivenza in condizioni di estrema coercizione. Che sorrida o che scambi lo stesso benvenuto cerimoniale offerto agli altri visitatori di Stato è irrilevante. L'obiettivo è rinunciare a ciò che può essere temporaneamente sacrificato – il controllo del petrolio, l'accesso al mercato, persino 800 persone condannate per crimini violenti – per preservare ciò che non può essere sostituito: lo Stato rivoluzionario, il partito e la vita delle sue figure di spicco, che hanno svolto un ruolo indispensabile nella coesione del progetto bolivariano nel suo complesso. Con queste fondamenta preservate, una ritirata ora può trasformarsi in un passo avanti per il futuro.
Affermazione 3: In politica estera, i leader venezuelani hanno abbandonato il loro storico antimperialismo. Le “prove” a supporto:
Quando le forze statunitensi e israeliane hanno attaccato l'Iran il 28 febbraio 2026, il Ministero degli Esteri venezuelano ha rilasciato una dichiarazione formulata con attenzione che, oltre a condannare l'aggressione, condannava anche le rappresaglie "ingiustificate" perpetrate dall'Iran contro gli Stati del Golfo che ospitano basi statunitensi. La dichiarazione è stata poi ritirata.
Delcy Rodríguez ha rilasciato una dichiarazione in cui esprimeva la sua "solidarietà" al Qatar dopo una telefonata con il suo emiro, stretto alleato degli Stati Uniti. Non è stata rilasciata alcuna dichiarazione di solidarietà con l'Iran.
La realtà: il Venezuela rimane sotto pressione e vuole preservare i suoi rapporti con il Qatar.
Questa critica ignora il fatto che la relazione con il Qatar ha svolto un ruolo particolarmente importante per il Venezuela negli ultimi anni. Infatti, il Qatar ospita i fondi sovrani venezuelani e, di conseguenza, controlla l'accesso del Venezuela alle proprie entrate petrolifere. Il Qatar ha anche mediato e ospitato gli ultimi round di negoziati tra Stati Uniti e Venezuela. Il Venezuela ha ringraziato pubblicamente il Qatar, in particolare, per il suo ruolo nella liberazione del prigioniero politico Alex Saab dalle carceri statunitensi. Ma soprattutto, questa critica dimentica che il Venezuela rimane sotto la minaccia diretta di annientamento da parte degli Stati Uniti. Ogni parola e ogni dichiarazione continuano a essere soggette al più rigoroso scrutinio, data la posta in gioco. Il direttore della CIA Ratcliffe ha personalmente avvertito i funzionari venezuelani che qualsiasi accordo verrà annullato se servirà da "rifugio sicuro" per gli avversari degli Stati Uniti. In una situazione del genere, la diplomazia non è una vera e propria professione di fede, ma piuttosto uno strumento per preservare la sovranità nazionale.
Le relazioni formali tra Caracas e Teheran restano intatte, ma proclamare solidarietà con l'Iran contro gli Stati Uniti in questa guerra di vaste proporzioni non solo reciderebbe un rapporto con il Qatar che è diventato piuttosto importante, ma fornirebbe a Washington anche un pretesto per una seconda serie di attacchi ben più devastanti.
Chi è veramente Delcy Rodríguez?
Gran parte della narrazione del "tradimento" si è concentrata sulla figura della presidente ad interim Delcy Rodríguez. Questa narrazione è priva di prove concrete, appare completamente inventata ed è una classica tattica della strategia militare e delle operazioni psicologiche statunitensi.
Le credenziali rivoluzionarie della famiglia Rodríguez sono incise nella lotta e nel sangue. Il padre di Delcy e il padre di suo fratello Jorge (presidente dell'Assemblea Nazionale) era Jorge Antonio Rodríguez, leader della Lega Socialista, un'organizzazione marxista-leninista che si era formata a Cuba. Fu torturato e assassinato dal regime di Punto Fijo nel 1976 con la stretta collaborazione della CIA, quando Delcy aveva sette anni. Sia Delcy che suo fratello Jorge provengono da questa tradizione di lotta clandestina e di massa per il socialismo. Lo stesso presidente Maduro era membro della stessa organizzazione. Dopo il ritorno in Venezuela dagli studi all'estero, Delcy Rodríguez si unì al movimento chavista e al governo insieme a suo fratello. Entrambi sono diventati i principali consiglieri di Maduro, dei suoi negoziatori e dei rappresentanti più fidati sulle questioni interne e internazionali più delicate. Lei dichiarò che la costruzione della Rivoluzione Bolivariana sarebbe stata una vendetta per l'assassinio di suo padre, una forma di giustizia. Suggerire che ci sia stato un tradimento o una capitolazione dettata dalla codardia o dall'opportunismo significa ignorare quattro decenni di formazione politica e sacrifici condivisi.
Nella sua prima dichiarazione del 3 gennaio, Trump ha lasciato intendere che Delcy Rodríguez avesse espresso la sua disponibilità a cooperare con gli Stati Uniti e ad accogliere le loro richieste. Alcuni a sinistra gli hannno creduto, interpretando ciò come un segno di capitolazione. Nella conferenza stampa dello stesso giorno ha ribadito la sovranità del Venezuela e le sue richieste agli Stati Uniti, tra cui la liberazione del presidente Maduro. Il giorno successivo, dopo aver presieduto una riunione dei vertici del partito e dello Stato in cui è stata riaffermata anche l'unità dell'esercito, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha invitato il governo degli Stati Uniti a cooperare con il Venezuela per la pace e lo sviluppo, ma nel quadro della sovranità e dell'uguaglianza.
Questa dichiarazione ha riecheggiato tutte le affermazioni fatte da Maduro in passato e durante gli anni di tensione con gli Stati Uniti. Lo stesso Maduro ha costantemente invocato la diplomazia e i negoziati diretti ad alto livello per evitare una guerra totale, e aveva già offerto agli Stati Uniti accordi economici globali per le risorse petrolifere e minerarie del Venezuela. Indubbiamente, un simile accordo sarebbe stato subordinato alla riduzione e alla minimizzazione delle alleanze strategiche con i cosiddetti "avversari degli Stati Uniti", tra cui Iran, Russia e Cina. Possiamo presumere che ciascuno di questi Paesi lo comprenderebbe, dato che hanno chiaramente preso decisioni tattiche difficili simili nella storia recente per la propria autoconservazione e per la tutela degli interessi nazionali. Ciò nonostante, Delcy Rodríguez ha ripetutamente affermato che il Venezuela continuerà a sviluppare relazioni con i popoli di tutti i Paesi.
Se il governo venezuelano guidato da Delcy Rodríguez firmasse un accordo simile a quello offerto da Maduro, ma con Maduro ora rapito, ciò non costituirebbe tradimento. Certo, questo solleva la questione del perché Trump abbia deciso di rapire Maduro, ma la questione è più legata al mantenimento della sua immagine di "duro" che a una sostanziale divergenza politica. Nelle settimane precedenti al 3 gennaio, alcuni settori dei media mainstream avevano deriso Trump, etichettandolo come un "perdente" se avesse raggiunto un accordo lasciando Maduro al potere. Aveva bisogno di un trofeo e voleva apparire come l'uomo forte in grado di dettare legge a chiunque. Trump proclama la vittoria dicendo: "Ora siamo noi al comando". Lo fa principalmente per ragioni di politica interna. Ma questo non lo rende credibile. Incapace di attuare un vero cambio di regime, in sostanza sta usando le parole per dichiarare falsamente che "il regime è cambiato".
Da parte sua, Delcy Rodríguez ha dichiarato che il ritorno di Maduro e Flores rimane l'obiettivo centrale dei negoziati con gli Stati Uniti.
Neutralizzare la Destra e cercare la normalizzazione delle relazioni
Una conseguenza non intenzionale ma significativa di questi negoziati è stata una grave battuta d'arresto politica per l'opposizione statunitense, a lungo sostenuta, che è stata utilizzata per privare il Venezuela di normali relazioni internazionali. María Corina Machado, che per anni ha invocato l'intervento militare straniero e l'imposizione delle sanzioni che hanno devastato il popolo venezuelano, è stata messa da parte dal 3 gennaio. Non ha ottenuto nulla da un'amministrazione che ora tratta direttamente con il governo Miraflores.
Stabilendo relazioni dirette tra Stati basate sull'unica risorsa che l'imperialismo statunitense apprezza veramente – il petrolio – la leadership bolivariana ha surclassato l'opposizione. Gli Stati Uniti, nel loro brutale pragmatismo, hanno scelto di negoziare con l'unica forza che effettivamente controlla il territorio e le risorse, piuttosto che con figure in esilio prive di reale potere. Nella loro frettolosa ritirata, Rubio e Trump si sono spinti persino a screditare pubblicamente la figura dell'opposizione che loro stessi hanno scelto, riconoscendo di fatto lo Stato Bolivariano come unica entità di governo. La piena normalizzazione delle relazioni e il riconoscimento del governo venezuelano sono ancora lontani e potrebbero richiedere ulteriori ritirate tattiche e concessioni, ma se si verificassero, sarebbero considerati una vittoria strategica per il progetto bolivariano.
Il compito della solidarietà internazionale
Per le forze di sinistra di fuori del Venezuela, il momento attuale richiede chiarezza sul significato di solidarietà. Non significa avallare o difendere ogni singola dichiarazione del governo venezuelano, data la situazione in cui opera attualmente. Ma non significa nemmeno pretendere che i leader venezuelani si suicidino in un gesto di purezza o onore rivoluzionario. Non significa farsi eco della propaganda statunitense su "divisioni" e "traditori" senza prove. Non significa valutare ogni decisione tattica secondo uno standard astratto che nessun progetto rivoluzionario nella storia ha mai soddisfatto.
Solidarietà significa comprendere che Delcy Rodríguez, seduta di fronte ai rappresentanti di un impero che da tempo prende di mira la sua famiglia, è impegnata nel tipo di lavoro rivoluzionario più difficile: sopravvivere in condizioni di massima pressione, con il futuro di 30 milioni di persone in gioco. L'obiettivo è preservare un progetto che ha trasformato lo Stato venezuelano, ripristinato l'indipendenza del Venezuela, istituito importanti riforme sociali, creato un settore comunitario e resistito a un prolungato attacco imperialista economico, militare e politico in un contesto di isolamento globale e in un'epoca di controrivoluzione. Partecipare al martirio rivoluzionario in questo contesto non porterebbe ad altro che alla liquidazione della sinistra venezuelana e farebbe regredire la rivoluzione venezuelana per generazioni.
La rivoluzione non è finita. Si è temporaneamente ritirata, si sta riorganizzando e sta combattendo con altri mezzi. La tregua ottenuta grazie a questi negoziati, per quanto costosa, crea le condizioni per i progressi futuri.
Nicolás Maduro rimane il presidente legittimo del Venezuela, sebbene ingiustamente imprigionato e privato persino della possibilità di pagare le spese legali. Il petrolio che scorre verso nord in virtù di questo accordo non è un tributo, ma un riscatto, pagato per garantire la vita del popolo venezuelano e la continuità dello Stato socialista. Quando gli equilibri di potere cambieranno – e cambieranno – il Venezuela lotterà per riprendersi ciò che l'imperialismo gli ha temporaneamente sottratto. Non si tratta di morire per la rivoluzione, ma di vivere e fare la rivoluzione.
Manolo De Los Santos, 12 Marzo 2026
Articolo originale: Retirada táctica: el porqué la Revolución Bolivariana sigue en pie
https://www.telesurtv.net/opinion/retirada-tactica-el-porque-la-revolucion-bolivariana-sigue-en-pie/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
Fonte: Peoples Dispatch
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / GUERRE NON CONVENZIONALI
Guerra digitale: Big Tech, sovranità digitale e imperialismo nel XXI secolo.
A cura dell'Osservatorio Metropolis, 27 Marzo 2026

“Una distopia come quella descritta nel film americano Terminator potrebbe un giorno diventare realtà”. L’affermazione del portavoce del Ministero della Difesa cinese, Jiang Bin, riassume il contenuto del recente avvertimento rivolto dalla Cina agli Stati Uniti riguardo a una possibile “apocalisse” causata dal crescente utilizzo militare dell’intelligenza artificiale. Dal nostro punto di vista non si tratta di un’esagerazione retorica, ma riflette, seppur in modo drammatico, un processo già in atto la cui principale conseguenza sarà profonda e duratura: il consolidamento di una nuova forma di guerra, strutturata dall’interazione tra finanza, analisi di massa dei dati, georeferenziazione, tecnologie algoritmiche e la crescente convergenza tra potere aziendale e apparato militare.
Ciò che è in gioco, quindi, non è semplicemente la creazione e l'introduzione di nuove armi, come i droni, sul campo di battaglia. Ci troviamo di fronte a una completa riorganizzazione della logica che sottende la guerra e dei suoi legami con la vita economica, politica e sociale. Argomentazioni di questo tipo si ritrovano, ad esempio, in Big Tech and total war, un saggio in cui il sociologo Sérgio Amadeu da Silveira propone il concetto di "complesso militare-industriale digitalizzato". Come suggerisce il titolo, l'autore offre un aggiornamento del concetto classico di complesso militare-industriale, evidenziando l'integrazione delle grandi aziende tecnologiche nel nucleo strategico delle operazioni militari contemporanee. In questo nuovo contesto, i big data, l'intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali (hardware e software) diventano elementi centrali per la sorveglianza, il processo decisionale e la condotta della guerra, ampliando il focus dalla produzione di armi al controllo e all'elaborazione dei dati.
Sebbene esistano precedenti, dato che il complesso militare-industriale è sempre stato all'avanguardia dello sviluppo tecnologico, ci troviamo di fronte a trasformazioni radicali. Pertanto, i grandi conglomerati digitali stanno cessando di essere semplici fornitori e stanno iniziando ad agire come attori chiave all'interno di questo complesso. Così facendo, articolano interessi economici e militari secondo un modello che rivoluziona le capacità di sorveglianza e intervento, intensificando al contempo i rischi per la democrazia, la sovranità e i diritti civili.
L'operazione congiunta USA-Israele contro la leadership iraniana lanciata il 28 febbraio 2026 esemplifica questa svolta storica. Sta diventando sempre più evidente che la violenza e gli atti di guerra non sono più governati principalmente da decisioni umane vincolate da principi etici (o, quantomeno, dal calcolo dei rischi politici). Ciò a cui assistiamo ora sono azioni di sistemi capaci di elaborare, in tempo reale, enormi quantità di dati, dai metadati delle comunicazioni e dalle impronte digitali ai dati geospaziali in tempo reale, dalle immagini telerilevate ai modelli di mobilità urbana e militare, dai flussi economici e logistici alle interazioni su piattaforme digitali, fino alle informazioni biometriche e comportamentali. Tutto ciò apre la strada a decisioni letali che possono essere prese quasi istantaneamente, se non automaticamente.
Calcolo algoritmico e finestra di opportunità nell'attacco all'Iran
La cosiddetta "finestra di opportunità" che avrebbe presumibilmente innescato l'attacco che ha ucciso la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei è ben lungi dall'essere un mero dettaglio operativo: riflette la radicale accelerazione dei tempi decisionali che caratterizza la guerra contemporanea. Tutto indica che il tradizionale ciclo militare di osservazione, orientamento, decisione e azione (noto come ciclo OODA) tende a ridursi a minuti, secondi o persino frazioni di secondo in una dinamica in cui la velocità di elaborazione diventa decisiva per lo sviluppo del conflitto.
Secondo quanto riportato, l'operazione condotta da Stati Uniti e Israele è stata preceduta da mesi di intensa sorveglianza e, nei momenti immediatamente precedenti l'attacco, i sistemi di intelligence hanno rilevato la presenza simultanea di alti funzionari iraniani nello stesso complesso di Teheran. Si ritiene che questo tipo di informazione, ottenuta tramite intercettazioni telefoniche, sorveglianza elettronica e analisi dei segnali, sia stata cruciale per l'avvio dell'offensiva.
Come sottolineano alcune fonti giornalistiche, è plausibile supporre che tale identificazione sia scaturita dal confronto incrociato di molteplici database eterogenei elaborati da sistemi di intelligenza artificiale capaci di rilevare anomalie e correlazioni invisibili all'analisi umana convenzionale. In altre parole, l'opportunità non è nata da un singolo indizio, bensì dalla convergenza probabilistica di dati che, nel loro insieme, indicavano l'imminenza di una debolezza strategica iraniana.
In ogni caso, più importante della ricostruzione dei dettagli dell'operazione, che rimangono in gran parte segreti, è comprenderne la logica: la trasformazione di un gigantesco volume di dati, raccolti anche da frammenti sparsi della vita quotidiana, in segnali utilizzabili, convertiti in decisioni letali da sistemi algoritmici. È proprio questo tipo di attività che esprime la razionalità della guerra basata sui dati.
Quando impiegata in Iran, questa potenza algoritmica e informativa, concentrata principalmente negli Stati Uniti e nei loro alleati, ha generato grande incertezza, trascinando diversi Paesi in un nuovo conflitto le cui dimensioni e ripercussioni sono ancora in fase di definizione. Tuttavia, sta già diventando chiaro che i suoi effetti trascendono l'immediata sfera geopolitica e la scala geografica del Medio Oriente.
Questi effetti tendono, ad esempio, a incidere sulle dinamiche della "Grande Inflazione", che, almeno dall'inizio della pandemia di COVID-19, ha esercitato una pressione al rialzo sui prezzi a livello globale. Potrebbero anche modificare il quadro delle elezioni di metà mandato statunitensi, previste per la seconda metà del 2026. Ciononostante, ci troviamo solo sulla soglia di un processo conflittuale le cui trasformazioni più significative rimangono, per ora, incerte. Quel che è certo, vale la pena ripeterlo, è che stiamo assistendo a cambiamenti dirompenti nel modo in cui si conduce la guerra.
Queste trasformazioni dell'"arte della guerra" non possono essere ridotte a un semplice balzo tecnologico. Come già accennato, esprimono una riconfigurazione strutturale del potere militare, che ora si basa su infrastrutture digitali monopolizzate da pochi Stati e grandi multinazionali. Sebbene esistano dei precedenti, si tratta di una svolta storica che lega sempre più strettamente le capacità militari, l'architettura dell'informazione e i circuiti finanziari globali.
Questo processo non è sorto spontaneamente. È stato reso possibile da una massiccia riallocazione di capitali successiva alla crisi del 2007-2008, quando le politiche monetarie espansive, guidate principalmente dalle banche centrali dei paesi sviluppati, hanno favorito la crescita e l'espansione delle aziende tecnologiche. È in questo contesto di abbondante liquidità e finanziarizzazione che si sono gettate le basi materiali dell'attuale potere algoritmico-informatico. Di conseguenza, aziende come Palantir Technologies, Google, Amazon e Microsoft non possono più essere considerate semplici fornitori di servizi. Oggi costituiscono la spina dorsale del complesso militare-industriale basato sui dati.
Tuttavia, tutto ciò non è privo di contraddizioni. La disputa tra Anthropic e il Pentagono, che ha fatto notizia sulla copertina del Time, è sintomatica. Essa rivela uno scontro da un lato tra i tentativi, seppur limitati, di imporre garanzie etiche all'uso militare dei sistemi di intelligenza artificiale e, dall'altro, le pressioni statali per allentarle in nome della "sicurezza nazionale".
Gestione algoritmica della morte: la dimensione antropologica della guerra basata sui dati
La guerra basata sui dati rivela anche un profondo cambiamento antropologico. Alla luce delle argomentazioni di Grégoire Chamayou nel suo saggio Teoria dei droni, si può sostenere che la trasformazione del nemico in una "firma digitale" costituisca il nucleo di questa trasformazione. Non si tratta più di affrontare un avversario identificato sul campo di battaglia, bensì di tracciare e neutralizzare profili costruiti a partire da correlazioni algoritmiche, ciò che l'autore descrive come un passaggio dal combattimento alla logica della caccia. In questo contesto, il bersaglio cessa di essere un soggetto concreto e diventa uno schema comportamentale dedotto a distanza, iscritto nei flussi di dati e suscettibile di eliminazione remota, spesso dissociato da qualsiasi forma di reciprocità o riconoscimento.
In questo regime, quindi, la morte cessa di essere un atto moralmente imputabile e diventa un “esito tecnico”. In definitiva, quando si verifica un errore come il bombardamento di obiettivi civili, non è più un crimine, ma un guasto del sistema o un'imperfezione correggibile nel database. Questa disumanizzazione è esacerbata dall'assoluta asimmetria tra attacco e rischio. Come è noto, l'uso di droni, ad esempio, e di apparecchiature simili, riduce drasticamente le possibilità di rappresaglia. La guerra cessa di essere uno scontro e assomiglia a un processo industriale di caccia ed eliminazione.
Pertanto, l'avvertimento cinese dovrebbe essere interpretato meno come una profezia distopica e più come una diagnosi geopolitica. L'"apocalisse" non è un evento futuro improvviso, ma un processo in corso: la normalizzazione di una forma di violenza sempre più automatizzata, opaca e disumanizzata. In breve, se c'è qualcosa di veramente nuovo nella guerra basata sui dati, non è solo la sua capacità distruttiva fondata sull'analisi massiva dei dati, ma anche la sua pretesa di eliminare il conflitto morale che storicamente ha accompagnato l'atto di uccidere per scopi militari.
La questione della sovranità digitale
Le implicazioni di questo modello per il sistema globale di accumulazione di potere e ricchezza sono altrettanto radicali. La centralizzazione delle infrastrutture dati nelle mani di grandi aziende, con sede principalmente negli Stati Uniti e in altri paesi chiave, genera una nuova forma storica di dipendenza. Come sostenuto nel manifesto del Fronte per la Sovranità Digitale, la concentrazione delle capacità di archiviazione, elaborazione e circolazione dei dati su piattaforme private straniere compromette l'autonomia tecnologica e politica dei paesi periferici, assoggettandoli a regimi giuridici extraterritoriali e a interessi strategici che sfuggono al controllo democratico locale.
Questa dinamica diventa ancora più evidente se collegata al dibattito sulle città intelligenti e sull'urbanistica delle piattaforme. L'urbanizzazione contemporanea, fortemente mediata da sensori, piattaforme e sistemi di gestione algoritmica, trasforma la vita urbana in una fonte continua di estrazione di dati. Mobilità, consumo, sicurezza pubblica e servizi di base sono ormai organizzati attraverso infrastrutture digitali, spesso gestite o fornite da grandi multinazionali. In questo modo, lo spazio urbano diventa un luogo privilegiato per catturare non solo valore, ma anche informazioni, rafforzando la dipendenza tecnologica e accentuando le asimmetrie nel controllo dei dati che la popolazione genera quotidianamente.
Si può quindi concludere che fenomeni come la guerra digitale non indicano la scomparsa delle dinamiche dell'imperialismo e dei rapporti di dipendenza, bensì una loro riconfigurazione su nuove basi. Sebbene il potere economico, l'occupazione territoriale e il controllo diretto delle risorse naturali rimangano rilevanti, queste dinamiche non si fondano più esclusivamente su tali elementi, ma sono decisamente strutturate attorno alla capacità di dominare le infrastrutture digitali, gestire i flussi di dati e costruire architetture algoritmiche che organizzano il mondo contemporaneo.
*Luiz Cesar de Queiroz Ribeiro – Professore presso l'Istituto di Pianificazione e Ricerca Urbana e Regionale (IPPUR) dell'Università Federale di Rio de Janeiro (UFRJ). Coordinatore nazionale dell'Osservatorio INCT Metropolis.
** Nelson Diniz – Professore presso il Dipartimento di Geografia (Corsi di Laurea e Formazione di Base) del Collegio Pedro II. Ricercatore presso l'Osservatorio Metropolis dell'INCT, sede di Rio de Janeiro.**
Fonte: Brasil de Fato
GRANMA (CUBA) / ESTERI / RECRUDESCENZA DELLA DOTTRINA MONROE
Il ritorno della Dottrina Monroe: l’America Latina al crocevia.

La resurrezione della Dottrina Monroe, ora inasprita, non è una semplice nostalgia storica, ma una dichiarazione di guerra silenziosa contro l’autodeterminazione dell’America Latina.
Proclamando l’emisfero occidentale come riserva di caccia esclusivo di Washington con la scusa della sicurezza nazionale, gli Stati Uniti non solo restaurano un arcaico concetto di vassallaggio, ma forza anche la regione a scegliere tra la sottomissione o la sfida in uno scenario globale già sufficientemente complesso e sfidante.
A Washington è urgente far finire la guerra in Ucraina, anche se questo significa complicare le relazioni con i suoi vecchi alleati europei. Il conflitto deve terminare con i migliori risultati possibili per gli Stati Uniti per focalizzarsi su chi considerano la loro principale «minaccia»: la Repubblica Popolare della Cina.
Nonostante la recrudescenza dell’interventismo, gli USA hanno inciampato in qualche ostacolo nella regione: da una parte la resistenza cubana a dispeto del peso dell’assedio economico da più di 60 anni; dall’altra, lungi dall’isolare le potenze extra continentali, si sta generando l’effetto contrario e si accelera la riconfigurazione geopolitica del “cortile di casa”.
La Cina non è un socio commerciale lontano, ma un investitore strutturale, una super potenza capace di sfidare gli USA su vari terreni. La riedizione della Monroe spinge vari governi latino americani ad approfondire vincoli con Pechino per necessità di sopravvivenza economica, per la sovranità tecnologica e il tratto ugualitario offerto dalla nazione asiatica.
Parallelamente, la Russia incontra in questo scenario una possibilità per consolidare la sua presenza nel continente, offrendo cooperazione militare, tecnologica ed energetica senza i condizionamenti e le esigenze della Casa Bianca. Il gigante euroasiatico si rinforza come il garante implicito di quei governi che osano resistere al nuovo corollario.
Tra le altre azioni, l’impero ha invitato vari leader latino americani a partecipare, sabato 7 marzo, a un vertice in Florida in un momento in cui la sua Amministrazione mette a fuoco ciò che considera «una preoccupante espansione dell’ influenza cinese nell’emisfero occidentale».
Intanto cresce l’aggressività contro Cuba da parte dell’amministrazione statunitense, che accusa il Governo cubano di allinearsi con «numerosi paesi ostili», di accogliere «gruppi terroristi trans nazionali», e permette il dispiegamento nell’Isola di «sofisticate capacità militari e d’intelligenza» della Russia e della Cina, e altre false notizie insinuanti per giustificare il suo crimine.
Su queste false fondamenta è stata annunciata la nuova stretta delle sanzioni ai paesi che vendono petrolio all’Isola delle Antille, e questo ha generato una ripulsa internazionale e fomentato la solidarietà verso Cuba.
La riattivazione della Monroe può far precipitare la regione verso una maggior perdita di sovranità e a una balcanizzazione geopolitica più profonda, obbligando il continente a pagare i costi di una guerra per mantenere l’egemonia statunitense nel mondo.
Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 7 Marzo 2026
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / OPERAZIONI IN ECUADOR
Ecuador sotto intervento.
Il custode degli interessi statunitensi contro la Colombia.

Foto d'archivio di soldati ecuadoriani nella città di Puerto Nuevo,
provincia di Sucumbíos, al confine con la Colombia. Foto: EFE
Il 17 marzo 2026, il presidente colombiano Gustavo Petro ha segnalato il ritrovamento di una bomba in territorio colombiano, a 200 metri dal confine con l'Ecuador, in una zona della giungla del dipartimento di Tupumayo. Ha richiesto un'indagine per accertare se si trattasse di un atto intenzionale poiché l'ordigno apparteneva presumibilmente all'esercito ecuadoriano, inasprendo ulteriormente le relazioni tra i due Paesi.
Si presume che la bomba rinvenuta in territorio colombiano facesse parte di un attentato dinamitardo condotto dalle Forze Armate ecuadoriane il 3 marzo a Sucumbíos, vicino al confine. Questo episodio si inserisce in un contesto di precedenti violenze nella regione, tra cui il ritrovamento di 14 corpi carbonizzati a Nariño, anch'essa molto vicina all'Ecuador, nel gennaio 2016. Vale la pena ricordare che, 18 anni fa, 25 persone furono uccise a Sucumbíos nell'ambito dell'"Operazione Fenice", condotta dall'esercito colombiano contro i campi delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC). Infine, dopo diversi giorni di tensione, Ecuador e Colombia hanno concordato di istituire una commissione tecnica paritetica per indagare sull'origine dell'ordigno esplosivo. Grazie alla mediazione della Comunità Andina delle Nazioni (CAN), gli incontri ufficiali tra i due governi si sarebbero dovuti tenere a Lima il 25 e 26 marzo. Nel frattempo, l'ex Segretario alla Sicurezza Interna degli Stati Uniti, Kristi Noem, attualmente inviata speciale di Washington per la strategia "Scudo delle Americhe", è arrivata a Quito mercoledì 25 marzo per coordinare ulteriormente le attività con il governo Noboa.
Questo nuovo conflitto si manifesta in un momento particolarmente delicato: la Colombia sta attraversando un processo elettorale il cui esito potrebbe determinare se il progressismo si consoliderà con la candidatura di Iván Cepeda o se il Paese verrà riconfigurato come un semplice tassello sulla scacchiera geopolitica dominata dagli Stati Uniti. Nel ciclo elettorale del 2025, nella regione, l'amministrazione Trump ha generato interferenze elettorali in Argentina, Cile e Honduras con l’obiettivo di "allineare" la regione agli interessi di sicurezza nazionale dichiarati nella Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025.
Terra bruciata
Durante la presidenza di Daniel Noboa, l'Ecuador si è trovato immerso in uno scenario di "terra bruciata" caratterizzato dall'assenza di strutture istituzionali, dal declino economico, dal crollo del tessuto sociale e dall'aumento del narcotraffico. In questo contesto, il Paese ha assistito a un'intensificazione senza precedenti della militarizzazione della sicurezza pubblica e interna, con il pretesto di combattere il narcotraffico e il "terrorismo" in linea con l'agenda di sicurezza degli Stati Uniti. Tutto ciò si è verificato sullo sfondo di comprovati legami tra le reti di narcotraffico e le aziende produttrici di banane associate alla famiglia Noboa.
L'ondata di violenza in Ecuador è cresciuta a un ritmo vertiginoso, con 9.000 omicidi intenzionali nel 2025 e un tasso di circa 50,91 morti ogni 100.000 abitanti, uno dei più alti in America Latina, in un Paese che fino al 2017 era tra i più pacifici e sicuri del continente. Attualmente, oltre 75.000 soldati e agenti di polizia sono dispiegati in tutto il Paese. Tuttavia, la recente esperienza nella regione suggerisce che questo tipo di risposta non riduce la violenza, ma tende piuttosto ad esacerbarla, favorendo la frammentazione dei gruppi armati e il rafforzamento delle strutture paramilitari.
Nel frattempo, la guerra legale e l'erosione della democrazia continuano ad avanzare parallelamente alla militarizzazione. Dal 2017, con l'ascesa al potere di Lenín Moreno, l'uso del sistema giudiziario come strumento di persecuzione politica si è radicato in Ecuador, erodendo gravemente lo stato di diritto, con l'obiettivo di smantellare il Correismo come forza politica. Le istituzioni amministrative e giudiziarie sono state progressivamente poste al servizio di questa dinamica, diretta soprattutto contro i leader della Rivoluzione Cittadina.
Tra gli eventi più recenti spicca l'arresto del sindaco di Guayaquil, Aquiles Álvarez, uno dei principali oppositori di Noboa, avvenuto il 10 febbraio 2026, in relazione a un caso di presunta criminalità organizzata legata alla vendita di carburante tramite le aziende di famiglia. Álvarez si trova attualmente in un carcere di massima sicurezza (dove sono detenuti i capi delle principali bande criminali) e deve rispondere di tre distinti procedimenti penali per i quali è in custodia cautelare. Solo poche settimane prima, a gennaio, la Procura aveva perquisito l'abitazione dell'ex candidata alla presidenza Luisa González nell'ambito del caso "Fondo Nero", per presunto riciclaggio di denaro e finanziamento illecito proveniente dal Venezuela, un'accusa che lo stesso governo ha collegato a informazioni dell'intelligence statunitense mai rese pubbliche.
Il 9 marzo 2026, i relatori delle Nazioni Unite hanno lanciato l'allarme sull'erosione dello stato di diritto in Ecuador e sull'avanzata di un progetto dalle caratteristiche autoritarie. Uno dei punti centrali evidenziati è stato l'abuso del concetto di "terrorismo", utilizzato dal governo per etichettare automaticamente condotte legate alla criminalità organizzata senza rispettare gli standard internazionali.
Forze di sicurezza statunitensi in Ecuador con Noboa: conteggio minimo
La presenza militare statunitense in Ecuador si è intensificata rapidamente durante il governo Noboa, anche in un contesto in cui il referendum del novembre 2025 ha formalmente impedito la creazione di basi militari straniere.
(…)
In un recente studio accademico, abbiamo dimostrato come, sotto le amministrazioni di Moreno, Lasso e Noboa, il rafforzamento dei legami con l'apparato di sicurezza statunitense abbia trasformato l'Ecuador in una base operativa di Washington nella regione. Questa dinamica si manifesta in accordi come il SOFA (Status of Forces Agreement), che garantisce l'immunità al personale militare statunitense e ne autorizza le operazioni sul territorio ecuadoriano – in linea con strumenti simili in vigore in paesi come Panama (dal 2022) e, più recentemente, il Paraguay – nonché nell'Accordo sulle operazioni contro le attività marittime transnazionali (SHIPRIDER). Entrambi sono stati firmati durante l'amministrazione Lasso e ratificati da Noboa nel febbraio 2025.
Per quanto riguarda le Isole Galápagos, nel dicembre 2024 il governo ecuadoriano ha approvato la risoluzione per il "Progetto di sicurezza globale nella regione insulare" e le relative linee guida di attuazione (che attivano gli strumenti SOFA e SHIPRIDER) per consentire l'accesso militare statunitense all'arcipelago per operazioni contro le "attività marittime transnazionali illecite". Ciò si aggiunge a un aumento esponenziale dell'assistenza in materia di sicurezza, all'approfondimento degli accordi con agenzie come la DEA, l'INL e l'FBI, e al coinvolgimento di attori privati legati al complesso militare-industriale statunitense, comprese società associate a Erik Prince/Blackwater.
In questo scenario di crescente militarizzazione e di intensificazione della cooperazione con gli Stati Uniti, persino le analisi provenienti dallo stesso settore della sicurezza statunitense riconoscono le implicazioni di questo tipo di intervento, anticipandone sia i "potenziali benefici" sia i rischi di instabilità politica e sociale.
Rapporto della società di consulenza Stratfor Security (9 marzo 2026): Data l'estrema insicurezza in Ecuador, è probabile che la maggior parte della popolazione accetti l'assistenza statunitense, soprattutto nel breve termine. E mentre il Movimento Rivoluzionario Cittadino, all'opposizione, continuerà probabilmente a criticare questa cooperazione per motivi di sovranità nazionale, Noboa e i suoi alleati controllano l'Assemblea Nazionale, quindi ci saranno pochi vincoli politici alle operazioni nel breve periodo. Inoltre, l'assistenza statunitense in materia di sicurezza potrebbe in definitiva ridurre la violenza e rendere l'Ecuador più attraente per gli investimenti e le attività commerciali, ma solo dopo almeno un anno di pressione costante sulle bande criminali, cosa non garantita. Nel frattempo, le operazioni aumenteranno gradualmente il potenziale di reazioni negative, soprattutto se emergeranno notizie di operazioni statunitensi che causano morti civili o se le operazioni non riusciranno a ottenere una riduzione sostanziale e duratura della violenza. L'opposizione popolare sarebbe più probabile se le operazioni destabilizzassero l'ambiente criminale in modo da aumentare la competizione tra gruppi criminali rivali o la violenza di rappresaglia contro le autorità e la popolazione civile.
Ecuador: il nuovo garante degli interessi statunitensi nella regione
Sebbene i recenti eventi in Venezuela dimostrino che un'azione militare diretta non sia esclusa, il caso ecuadoriano rivela il consolidamento di uno schema di esternalizzazione della destabilizzazione, in cui gli Stati Uniti delegano funzioni ad attori statali locali che ne adottano i quadri dottrinali, le priorità di sicurezza e le logiche di intervento, in linea con la Strategia di Sicurezza Nazionale 2025. In questo schema, l'Ecuador non solo interiorizza tale agenda, ma inizia anche a proiettarla sulla scena regionale, un ruolo chiaramente assunto dalla Colombia con il Plan Colombia, ma che è stato diluito con il piano Paz Colombia e sotto l'amministrazione Petro.
Anche all'interno della dottrina militare statunitense, l'Ecuador è concepito come una piattaforma per la proiezione regionale. Un'analisi pubblicata su Military Review indica che una potenziale base o presenza militare nel Paese rafforzerebbe le capacità di sorveglianza, intelligence e monitoraggio delle dinamiche che interessano l'intera regione, dal traffico di droga alla competizione geopolitica con potenze come Cina e Russia. In questo contesto, l'Ecuador non è visto semplicemente come un destinatario di aiuti, ma come un hub geopolitico, logistico e di intelligence per operazioni di portata regionale.
Quando questo approccio viene combinato con le dinamiche operative identificate in rapporti come quello di Stratfor (4 marzo) – in cui gli Stati Uniti forniscono intelligence, pianificazione e supporto logistico mentre le forze ecuadoriane conducono le operazioni – emerge uno schema più ampio. Gli Stati Uniti mantengono il controllo strategico delegando l'esecuzione ad attori locali. Pertanto, la loro presenza non richiede necessariamente una base formale o un intervento diretto: operano attraverso reti di "cooperazione" senza assumersi i costi politici, legali e militari. In questo quadro, anche in scenari che coinvolgono direttamente personale statunitense – ad esempio, in casi che comportano la morte di civili – meccanismi come lo SOFA garantiscono la loro immunità.
Allo stesso tempo, si sta intensificando la disputa tariffaria e commerciale tra Ecuador e Colombia , avviata lo scorso gennaio con provvedimenti adottati dal Presidente Noboa e riproposti da Petro. Questa controversia potrebbe avere un impatto di centinaia di milioni di dollari e centinaia di migliaia di posti di lavoro in entrambi i Paesi. La firma del nuovo accordo commerciale tra Stati Uniti ed Ecuador va compresa in questo contesto. Esso faciliterà l'ingresso di prodotti e aziende statunitensi nel mercato ecuadoriano, soprattutto in settori strategici come l'industria mineraria, energetica, delle telecomunicazioni, agricola e farmaceutica. Questa nuova fase implica un maggiore controllo statunitense sull'economia ecuadoriana, in un piano simile a quelli attuati con Argentina, El Salvador e Guatemala.
Inoltre, nei giorni scorsi la stampa statunitense ha riportato che le indagini in corso presso le procure di Manhattan e Brooklyn, i cui dettagli non sono ancora stati specificati, includono un'analisi dei presunti legami tra il presidente Gustavo Petro e organizzazioni di narcotrafficanti. Queste indagini sono condotte anche dalla DEA e dall'agenzia statunitense Homeland Security Investigations e sarebbero ancora nelle fasi preliminari.
Rischi di escalation e urgenza del monitoraggio internazionale
Nell'attuale contesto pre-elettorale in Colombia, questi processi assumono una dimensione regionale critica, in cui organismi regionali come l'UNASUR sono venuti meno. La possibilità che azioni militari ecuadoriane possano avere ripercussioni sul territorio colombiano aumenta il rischio di violazioni del diritto internazionale, di ingerenza straniera e di un'escalation delle tensioni. I precedenti sono significativi: il bombardamento di Sucumbíos nel 2008 ha dimostrato come l'intervento transfrontaliero possa destabilizzare la regione.
A ciò si aggiunge una politica estera ecuadoriana pienamente allineata con quella degli Stati Uniti, che include il sostegno agli interventi militari in Venezuela, accuse infondate sulla presenza nella regione di attori come l'Iran o Hezbollah, e la rottura delle relazioni con paesi come Cuba e il Messico – in quest'ultimo caso, dopo l'attacco alla sua ambasciata a Quito nel 2024 e il rapimento dell'ex vicepresidente Jorge Glas.
In questo contesto, l'esternalizzazione della destabilizzazione cessa di essere un'ipotesi e diventa una dinamica osservabile: l'Ecuador non solo riorganizza la propria politica interna secondo logiche di militarizzazione, esteriorizzazione e persecuzione giudiziaria, ma inizia anche a proiettare queste dinamiche sul piano regionale, con impatti diretti su processi politico-elettorali strategici come quello colombiano, ponendosi come punta di diamante di una nuova strategia militare statunitense di tutela, come dimostrato dall'iniziativa Scudo delle Americhe.
Tamara Lajtman, Marcelo A. Maisonnave e Aníbal García Fernández, 26 marzo 2026
Articolo originale: Ecuador intervenido: guardián de los intereses de EE.UU. contra Colombia
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
Fonte: Lawfare Lab
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / SITUAZIONE IN HAITI
Haiti: crisi permanente o punizione storica?

«Haiti è un Paese che i potenti della comunità internazionale
non perdoneranno», ha affermato San Paolo. Foto: EFE
Quando Haiti compare nelle notizie internazionali, è quasi sempre associata alle stesse parole: crisi, violenza, povertà o disastro. Nell'immaginario collettivo globale, il Paese viene spesso ritratto come un territorio condannato a un'instabilità permanente.
Ma le ragioni storiche e politiche che spiegano tale immagine vengono raramente discusse.
Haiti viene spesso descritta come il paese più povero delle Americhe e come una nazione intrappolata in una crisi senza fine. Tuttavia, questa narrazione tralascia una domanda fondamentale: come ha fatto Haiti ad arrivare a questo punto?
Per iniziare a rispondere, dobbiamo esaminare le sue origini come nazione.
Nel 1804, Haiti divenne la prima repubblica nera al mondo e il primo paese dell'America Latina e dei Caraibi ad abolire definitivamente la schiavitù. La sua indipendenza fu il risultato di una rivoluzione guidata da persone schiavizzate che sconfissero uno dei più potenti imperi coloniali dell'epoca. Ma quella vittoria ebbe un prezzo altissimo.
Nel 1825, la Francia costrinse Haiti a pagare un'indennità colossale agli ex coloni schiavisti in cambio del riconoscimento della sua indipendenza. Quel debito, che il paese impiegò più di un secolo a ripagare, ipotecò gravemente la sua economia. Haiti è probabilmente l'unico paese al mondo che ha dovuto pagare per più di un secolo per conquistare la propria libertà.
«Il problema è che Haiti, storicamente parlando, è il paese che ha guidato la rivoluzione più radicale della storia del mondo», spiega il sociologo haitiano Jean Eddy Saint Paul, professore al Brooklyn College. «La rivoluzione haitiana fu condotta sotto lo slogan "Libertà o morte", in nome della cittadinanza e dei diritti socioeconomici. Ma dopo l'assassinio di Jean-Jacques Dessalines, il leader della rivoluzione, l'economia iniziò a funzionare come un'economia semi-feudale», ha spiegato.
Nel corso del tempo, osserva Saint Paul, il potere economico e politico si è concentrato nelle mani di un piccolo gruppo di attori legati al settore privato e ad alleanze con potenze esterne: «Oggi l'economia del Paese è nelle mani di pochi e la stragrande maggioranza degli haitiani non ne beneficia», conclude.
Questa combinazione di eredità storiche, disuguaglianze interne e pressioni internazionali aiuta a comprendere perché Haiti si trovi oggi ad affrontare enormi sfide politiche, economiche e sociali.
Ma ridurre il Paese esclusivamente alla sua crisi significa anche oscurare un'altra realtà: quella di una società che, nel corso della sua storia, ha costruito molteplici forme di resistenza, organizzazione e difesa del proprio territorio.
Quali interessi economici sono in gioco sul suo territorio? Perché certi progetti estrattivi vengono presentati come soluzioni per lo sviluppo? E quali impatti potrebbero avere sulle comunità e sull'ambiente? Osservare Haiti attraverso queste questioni che spesso vengono tralasciate nel dibattito, ci permette di andare oltre gli stereotipi e di comprendere che la sua storia, segnata da una rivoluzione che ha cambiato il mondo, continua a influenzare le controversie che il paese si trova ad affrontare oggi.
«A causa della sua storia, Haiti è un Paese che i potenti della comunità internazionale non perdoneranno», afferma Saint Paul, «ma il popolo haitiano ha un'enorme capacità di resistenza».
Paula Companioni, 10 marzo 2026
Articolo originale: Haití: ¿crisis permanente o castigo histórico?
https://www.telesurtv.net/opinion/haiti-crisis-permanente-o-castigo-historico/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
Fonte: Nodal
Questo articolo fa parte della "Serie: Attività minerarie ad Haiti - contesto, rischi e dibattiti", realizzata nell'ambito del Programma di Difesa del Territorio dell'Università Itinerante della Resistenza ad Haiti.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA POLITICA DELLE SANZIONI
L'umanità tra blocchi e aperture.

I danni causati dal blocco ammontano a oltre 7,5 miliardi di dollari solo nell'ultimo anno,
con un incremento di quasi il 50% rispetto al periodo precedente. Foto: Cubadebate
Emulando vecchie tattiche militari, il mondo assiste e soffre per la proliferazione delle sanzioni. Assediare e soffocare le popolazioni privandole di cibo, medicine, energia e risorse economiche, ha tra gli obiettivi principali quello di esasperare le sofferenze dei loro abitanti affinché rivolgano il loro malcontento contro i propri governi. Questa crudele strategia costituisce, di per sé, una gravissima violazione dei diritti umani più elementari che dovrebbe essere perseguita a livello internazionale.
La crisi che il popolo cubano sta vivendo oggi non è il prodotto di politiche interne, ovviamente sempre migliorabili, bensì il risultato di un prolungato blocco che dura da oltre sessant'anni. Questo blocco, perpetrato da successive amministrazioni statunitensi, è una reazione violenta a una rivoluzione che ha generato e seminato alternative sovrane alle umiliazioni e ai saccheggi che i nuovi e vecchi colonialismi hanno inflitto al popolo cubano.
Questo assedio si è ora intensificato con nuove tattiche di pressione e una presenza navale statunitense che ha militarizzato le acque caraibiche. Dopo quello che sembrava un periodo di relativa distensione e riavvicinamento durante l'amministrazione di Barack Obama, l'alleanza tra le cricche controrivoluzionarie degli emigrati cubani a Miami (e dei loro discendenti) e il potere politico che sostiene Donald Trump ha rinnovato il suo furibondo attacco contro l'isola. Lo stesso Segretario di Stato – nell'amministrazione statunitense equivale al ministro degli esteri – Marco Rubio, appartiene a questo gruppo di estremisti che hanno coltivato i loro più profondi risentimenti e desideri di vendetta contro il sistema socialista negli ultimi sessant'anni.
Ma non è solo Cuba a subire oggi – in nome di una presunta “libertà” – la violazione dei diritti più elementari, bensì anche il Venezuela, suo alleato nella ricerca di orizzonti di integrazione e liberazione per la regione.
Quel Venezuela bolivariano rivoluzionario, grazie alla spinta democratica del suo popolo e al contempo stanco di decenni e secoli di sfruttamento, seppe trasformare la sua ricchezza petrolifera in progresso sociale e condividerla con le nazioni vicine attraverso PetroCaribe, un sistema che garantiva forniture preferenziali a costi inferiori e con agevolazioni di pagamento ai paesi fratelli con fabbisogni energetici vitali. Questo gli valse l'aggressiva animosità dell'autoproclamato protettore del Nord, che non esitò a utilizzare ogni stratagemma possibile per rovesciare questo nuovo simbolo di cooperazione e solidarietà.
Lo stesso schema di confinamento e fame (e conseguente genocidio) utilizzato contro gli ebrei nei ghetti dell'Europa occupata dai nazisti – veri e propri campi di concentramento urbani a cielo aperto – è stato impiegato dal governo israeliano di Netanyahu per perpetrare lo sterminio sistematico di decine di migliaia di abitanti di Gaza. La barbarie a cui l'estrema destra espansionista – sia a livello locale che con base negli Stati Uniti – ha sottoposto il popolo palestinese e il suo giusto diritto a una nazione libera rievoca il doloroso ricordo dei Bantustan del regime razzista dell'apartheid in Sudafrica, che negli anni '70 condivideva stretti legami economici e militari con il governo israeliano.
Di fronte alla riconfigurazione dello scenario geopolitico e con l'emergere di un nuovo polo, i BRICS, i cui membri non coincidono con gli interessi monopolistici delle principali multinazionali americane, il governo di quel paese ricorre all'ultimo argomento – se così si può definire – di una egemonia in declino: la forza bruta, l'aggressione spietata, la guerra.
Uno dei fattori che ha esacerbato, e che forse è fondamentale per il confronto in corso, è stata l'inclusione nel 2024 dell'Iran e degli Emirati Arabi Uniti nel blocco BRICS, insieme allo status di osservatore dell'Arabia Saudita e allo status di membro associato di paesi con significative risorse energetiche come la Nigeria e il Kazakistan. Queste inclusioni hanno consolidato questo conglomerato come un forte contrappunto alla preminenza assoluta dell'asse atlantista.
Nell'attuale scenario di guerra e in seguito al suo contrattacco, il governo iraniano ha adottato anche la chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz alle petroliere. Nel frattempo, i suoi alleati politici Houthi nello Yemen stanno brandendo una minaccia simile a Bab el-Mandeb, porta d'accesso al Mar Rosso e al Mediterraneo.
Allo stesso modo, muri di vario genere sono diventati una presenza comune, nel tentativo ingenuo di separare le popolazioni in un mondo già completamente interconnesso. Così, i muri – fisici o controllati dalla polizia – eretti dagli Stati Uniti e dall'Europa ai propri confini impediscono l'ingresso a migliaia di migranti in fuga da guerre, povertà e fame, piaghe generate dalle élite di quegli stessi paesi che li controllano. Anche se questi migranti riuscissero ad attraversare le barriere, si troverebbero ad affrontare la segregazione e la persecuzione imposte all'interno dei confini dalla violenza suprematista. Ma come è sempre accaduto nel corso della storia, mentre alcune porte si chiudono, altre si aprono...
Segnali di nuove speranze generazionali
Le massicce rivolte della Generazione Z in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Perù e Madagascar, tra gli altri paesi, hanno avuto un'importanza fondamentale negli ultimi anni. La loro protesta morale contro la corruzione e il nepotismo, le loro richieste di opportunità di avanzamento per i giovani e le loro invocazioni per l'utilizzo delle risorse pubbliche a beneficio della collettività, sono diventate slogan comuni che sono riusciti a rovesciare governi che si sono limitati a reprimere le proteste, causando ulteriore dolore e sofferenza.
A seguito delle rivolte scoppiate in diversi di questi paesi, si sono formati nuovi governi che godono del sostegno della maggioranza e hanno riacceso la speranza in un futuro migliore.
In Sri Lanka, il leader di sinistra Anura Kumara Dissayanake ha assunto la presidenza nel settembre 2024. Il suo partito ha ottenuto il 62% dei voti alle successive elezioni parlamentari. Da allora, Dissayanake ha attuato un programma di riforme sociali e fiscali volte a favorire i cittadini più poveri che includono una pensione di base universale, la distribuzione di terreni pubblici ai piccoli agricoltori, una riduzione dell'IVA sui beni di prima necessità e una tassa sui redditi più alti.
In Bangladesh, dopo un periodo di transizione politica guidato dal premio Nobel per la pace Mohammad Yunus, le elezioni hanno sancito una schiacciante vittoria del Partito Nazionalista, il cui candidato e attuale Primo Ministro, Tariq Rahman, era stato esiliato per 18 anni. Altrettanto significativo è stato l'ampio consenso ottenuto nel referendum sugli emendamenti costituzionali e legislativi proposti nella Carta di luglio, frutto del consenso politico emerso dalla rivolta studentesca del 2014.
Di grande rilevanza sono stati anche i risultati delle recenti elezioni in Nepal, il cui precedente governo è stato costretto a dimettersi in seguito alla rivolta giovanile nel settembre 2025. Conquistando 182 seggi su 275, è risultato vincitore il partito guidato da Balendra "Balen" Shah, un ex rapper trentacinquenne ed ex sindaco di Kathmandu dal 2022 fino a gennaio di quest'anno. L'ascesa politica di Shah è vista come una continuazione dello spirito di politica alternativa promosso da Ujjwal Thapa, scomparso nel 2021. Thapa dedicò anni alla costruzione di un movimento che sfidasse il sistema politico consolidato del Nepal, incoraggiasse i giovani a partecipare alla vita civica e combattesse la corruzione e l'ingiustizia sociale.
Resta da vedere come si svilupperanno questi processi, sempre ostacolati dalla resistenza dei gruppi di potere consolidati. Tuttavia, l'atmosfera in questi luoghi è quella di un nuovo inizio.
Come fuori, così dentro
Come afferma Silo nel suo libro "Lettere ai miei amici", il dilemma tra il caos distruttivo e la rivoluzione come via per superare le differenze tra gli oppressi si fa sempre più evidente. Più di trent'anni fa, il pensatore umanista avvertiva che "la situazione mondiale e la situazione individuale di ogni persona diventeranno ogni giorno più conflittuali, e lasciare il futuro nelle mani di coloro che finora hanno diretto questo processo è un suicidio". Tentare di mettere ordine nel caos crescente non farà altro che accelerarlo. "Non c'è altra via d'uscita che rivoluzionare il sistema, aprendolo alla diversità dei bisogni e delle aspirazioni umane. Inquadrata in questi termini, la questione della rivoluzione assume un significato senza precedenti", afferma Silo, che aggiunge: “Stiamo parlando di una rivoluzione sociale che cambierà drasticamente le condizioni di vita delle persone, di una rivoluzione politica che modificherà la struttura del potere e, in definitiva, di una rivoluzione umana che creerà i propri paradigmi per sostituire i valori decadenti di oggi.
Fedele alla concezione umanistica, si pone la questione della rivoluzione interiore o mentale necessaria affinché il panorama e l'organizzazione umana possano essere effettivamente trasformati.
Per analogia con la celebre frase della Tavola di Smeraldo, attribuita alla figura mitica di Ermete Trismegisto, "Come in alto, così in basso", l'intima e indissolubile relazione tra l'interiorità umana e il contesto sociale in cui essa si sviluppa potrebbe essere espressa anche dicendo che "ciò che è 'esterno' è simile a ciò che è interno, ed entrambi i termini si influenzano reciprocamente, richiedendo trasformazioni simultanee".
I blocchi esterni possono essere interpretati, almeno allegoricamente, anche come qualcosa che si blocca all'interno e tra gli esseri umani.
A partire da queste premesse fondamentali per la concezione del genere umano e del mondo sociale propria del Nuovo Umanesimo, potremmo indagare, al di là di qualsiasi analisi esterna, cosa accade interiormente a coloro che generano blocchi, aggressioni e morte, e quale inquietudine alberga nella coscienza di chi sostiene tali direttive. E, soprattutto, come si possono risolvere e sbloccare i conflitti all'interno dei gruppi umani, superando la sofferenza e la violenza che essi proiettano? Come si può sbloccare il flusso di energia vitale per raggiungere legami più profondi con gli altri, per empatizzare, per condividere sogni di benessere ed evoluzione collettiva, che è una questione cruciale del nostro tempo?
Non c'è dubbio che non sarà leggendo libri di autoaiuto, rifugiandosi in antichi rituali religiosi o diventando eremiti passivi. Né sarà frequentando numerose sedute sul comodo divano di un rinomato psicologo, sebbene la comunicazione sia uno strumento prezioso per sbloccare ciò che è bloccato. Tanto meno sarà possibile eludere le contraddizioni con fughe distraenti o altre forme di illusione.
Certamente, un percorso di liberazione si realizzerà gradualmente attraverso un'azione coerente, solidale e collettiva nel mondo, che contribuisca a unire le parti conflittuali dell'anima, resistendo all'influenza perniciosa degli antivalori di un sistema in decadenza. Costruire in questa direzione, con lo sguardo e il cuore rivolti all'emergere di un'umanità rinnovata e respingendo il canto ammaliatore della meschinità e dell'opportunismo, questo è un cammino che ha senso.
Javier Tolcachier, 22 Marzo 2026
Articolo originale: La Humanidad entre bloqueos y aperturas
https://www.telesurtv.net/opinion/la-humanidad-entre-bloqueos-y-aperturas/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
GRANMA (CUBA) / INTERNI / EFFETTI DELL’INASPRIMENTO DEL BLOCCO
Più di 32 mila donne in gravidanza a rischio per il blocco del combustibile.
Il Ministero di Salute Pubblica fa ingenti sforzi per garantire servizi vitali alla popolazione nel mezzo di una cruenta guerra economica.

La nuova misura del Governo degli USA contro Cuba provoca limiti per la mobilitazione
delle commissioni d’attenzione alla morbilità materna molto grave e del neonato critico.
Foto:Rafael Fernández Rosell
Sono 32880 le donne in gravidanza che affrontano rischi medici aggiuntivi in conseguenza del blocco energetico del Governo degli Stati Uniti imposto a Cuba, mentre col passare dei giorni si deteriorano altri servizi vitali per neonati, minorenni, diabetici e pazienti oncologici o che necessitano di interventi chirurgici o emergenze.
La carenza di combustibile genera gravi problemi all’Ospedale Materno Infantile, a partire dalle ecografie ostetriche per la diagnosi precoce delle morbilità materne e del neonato; ritardi nei programmi di vaccinazione infantile; mette a rischio la vita dei bambini con necessità terapeutiche speciali (ventilazione a domicilio) e molti altri problemi, come la scarsa disponibilità di trasporto sanitario per l’attenzione a casi d’urgenza e d’emergenza.
Inoltre limitano l’assistenza nelle urgenze mediche per pazienti oncologici e o soggetti ai programmi delle malattie croniche non contagiose e contagiose, e questo provoca un incremento diretto della mortalità nel paese.
Le nuove misure arbitrarie contro il popolo cubano aumentano le difficoltà di approvigionamento di medicinali, apparati, reagenti, materiali di consumo, strumenti medici, così come l’acquisto di apparecchi e pezzi di ricambio, e danneggiano il funzionamento degli ospedali, delle sale operatorie e delle terapie intensive.
La diminuzione della frequenza dei voli commerciali e l’incremento del prezzo dei noleggi rendono difficile l’accesso ai medicinali e ad altre risorse imprescindibili nel Sistema Sanitario.
Di fronte ai problemi descritti e a molti altri, il personale e le istituzioni sanitarie cubane si impegnano giorno e notte per assicurare al popolo l’assistenza medica e l’appoggio umano di sempre, divenuto una conquista irrinunciabile per quanto difficili siano le circostanze provocate dall’inasprimento della guerra economica che fomenta il crimine di privare un paese di combustibili e porre a rischio la vita di milioni di persone.
Francisco Arias Fernández e GM per Granma Internacional, 23 Febbraio 2026
GRANMA (CUBA) / ESTERI / I FILE EPSTEIN E LE PROSSIME OLIMPIADI
Lo scandalo Epstein coinvolge Casey Wasserman.

«La mia opinione è che si dovrebbe dimettere», ha detto la sindaca Los Ángeles Karen Bass parlando di Casey Wasserman, capo del gruppo organizzatore dei Giochi Olimpici del 2028, quando ha conosciuto i suoi legami con Jeffrey Epstein.
Wasserman, famoso agente di enterteinment e sport, ha dovuto mettere in vendita la sua agenzia di talenti, criticato dai suoi stessi artisti, dopo la comparsa del suo nome negli Archivi pubblicati dal Dipartimento di Giustizia. I documenti rivelano una relazione profonda e intima con la complice ed ex compagna di Epstein, Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni di reclusione per traffici a sfondo sessuale e altri delitti dal 2021. Epstein si è suicidato nel 2019 mentre aspettava il processo accusato di traffico sessuale, ha informato la CNN.
Dopo un’indagine per conoscere l’interazione di Wasserman con Epstein e Maxwell, «Il Comitato Esecutivo della Giunta ha determinato che basandosi su questi fatti, così come nella solida guida dimostrata negli ultimi dieci anni, il Sr. Wasserman deve continuare al fronte della 28ª e garantire Giochi sicuri e di successo».
Abby Wambach, la ex stella del calcio femminile statunitense ha scritto su Instagram che aveva lasciato l’agenzia di Wasserman dopo la lettura dei suoi archivi elettronici, compresi quelli del caso Epstein: «Dovrebbe andarsene per far sì che altre persone come me non lo debbano fare».
Alla Wambach si aggiunse la cantante Chappell Roan, vincitrice di un Grammy, che abbandonò a sua volta l’impresa con altri cinque artisti che chiedono le dimissioi del padrone. Alcuni membri del Consiglio Municipale di Los Ángeles e della Giunta dei Supervisori della Contea hanno chiesto al capo del Comitato Organizzatore della 28ª di rinunciare al suo posto.
Nella sua recente visita ai Giochi Olimpici d’Inverno a Mlano-Cortina, Wasserman ha mantenuto un basso profilo e non ha risposto alle domande, ma ha solo pubblicato un comunicato per mezzo della sua agenzia, discolpandosi per la sua corrispondenza con Maxwell, ed ha aggiunto che non ha mai avuto una relazione personale né commerciale con Jeffrey Epstein.
Il danno di immagine e la distruzione del suo prestigio è confermato dalla vendita frettolosa dell’agenzia che riunisce stelle come la banda rock britannica Coldplay, il cantante inglese Ed Sheeran e il rapero statunitense Kendrick Lamar, per citare solo tre nomi famosi che producono forti guadagni. Wasserman lascerebbe così facilmente un affare di molti milioni se fosse davvero innocente?
Alfonso Nacianceno e GM per Granma Internacional, 20 Febbraio 2026
GRANMA (CUBA) / INTERNI / TERRORISMO CONTRO CUBA
Pirateria e terrorismo in mare, più di sessant’anni di guerra sporca.
La storia delle aggressioni contro Cuba da parte di gruppi anticubani organizzati, addestrati e finanziati dagli Stati Uniti è estesa e molto ben documentata.

In conseguenza dell’attacco a Boca de Samá, Nancy Pavón, di soli 15 anni,
dovette subire l’amputazione di un piede. Foto: Archivio di Granma
L’incidente armato avvenuto nelle acque del canale El Pino nell’isolotto di Falcones in provincia di Villa Clara, dove un motoscafo della Florida ha aperto il fuoco contro un’unità delle truppe di guardia di frontiera del Ministero dell’Interno, non è un caso isolato.
La storia degli attacchi contro Cuba da parte di gruppi anticubani organizzati, addestrati e finanziati negli Stati Uniti è lunga e ampiamente documentata. Per anni, gli attacchi contro città costiere, pescatori e imbarcazioni cubane hanno dato origine a un modello di violenza che si estende per oltre sei decenni fino ai giorni nostri.
Per citare solo alcuni esempi, nel 1963 due mezzi da sbarco di una nave madre aprirono il fuoco con bazooka e mitragliatrici contro la fabbrica di acido solforico Patricio Lumumba, sulla costa settentrionale di Pinar del Río.
Un caso degno di nota di azione criminale contro i pescatori cubani fu condotto direttamente dalle autorità statunitensi il 3 febbraio 1964, quando diverse unità della Marina statunitense abbordarono e sequestrarono i pescherecci cubani Lambda 8, Lambda 39, Cárdenas 14 e Cárdenas 19 in acque internazionali insieme ai loro 38 membri di equipaggio.
Uno degli attacchi più efferati fu commesso il 2 ottobre 1971 da due motoscafi provenienti dalla Florida contro la comunità costiera di Boca de Samá, nel comune di Banes, Holguín. Il risultato di questa “azione coraggiosa” furono due morti e quattro feriti, tra cui le sorelle Nancy (15 anni) e Ángela Pavón (13 anni).
Nell’ottobre del 1972, diversi motoscafi armati attaccarono i pescherecci cubani Aguja e Plataforma 4 vicino all’isola di Andros, alle Bahamas. Un anno dopo, i pescherecci cubani Cayo Largo 34 e Cayo Largo 17 subirono la stessa sorte e il pescatore Roberto Torna Mirabal fu ferito a morte.
Così, il 6 aprile 1976, un’imbarcazione pirata attaccò due pescherecci cubani, il Ferro 123 e il Ferro 119, affondandoli con il fuoco delle mitragliatrici nella zona tra Cayo Anguila e Cayo Sal. L’equipaggio del Ferro 123 fu ferito e lasciato alla deriva.
In un altro incidente, risalente al 1992, un motoscafo statunitense entrò in collisione con una motovedetta cubana, provocando l’affondamento del primo e la morte di diversi membri dell’equipaggio.
L’elenco degli atti criminali commessi da imbarcazioni pirata che operano dal territorio statunitense è lungo. È ora di porre fine a tali pratiche.
In particolare:
14 aprile 1990: i terroristi Gustavo Rodríguez Sosa e Tomás Ramos Rodríguez si infiltrarono a Santa Cruz del Norte, L’Avana.
17 settembre 1991: due terroristi di Miami vengono arrestati per aver pianificato un sabotaggio di negozi di souvenir. Vengono sequestrate armi e una radio trasmittente.
29 dicembre 1991: Due individui di Miami vengono catturati a Cárdenas, Matanzas. Il loro piano era di sabotare strutture economiche e altri servizi pubblici e ricreativi.
7 ottobre 1992: Attacco pirata all’Hotel Meliá Varadero da parte di un’imbarcazione armata dell’organizzazione terroristica Comandos l.
02 aprile 1993: La petroliera Mykonos, battente bandiera maltese e con un equipaggio cubano-cipriota, è stata mitragliata sette miglia a nord di Matanzas.
11 febbraio 1996: Un motoscafo entrato di notte ha sparato contro l’hotel Meliá Las Américas.
17 settembre 1996: Il terrorista di origine cubana Pedro Pablo Pulido Ortega viene catturato. Si era infiltrato nella zona di Chambas, a Ciego de Ávila, con un carico di armi, munizioni e altri mezzi per compiere azioni terroristiche.
19 maggio 1996: Terroristi residenti negli Stati Uniti sbarcano sulla costa di Pinar del Río, con la missione, tra le altre cose, di cercare di creare un focolaio di banditi sulle montagne di quella regione.
26 maggio 2001: Alcuni controrivoluzionari residenti a Miami, legati alle organizzazioni Comandos f-4 e Alpha 66, vengono catturati mentre tentano di infiltrarsi nella parte settentrionale di Villa Clara.
Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 26 febbraio 2026
GRANMA (CUBA) / ANALISI / I PERICOLI DEI SOCIAL NETWORK
L’architettura digitale dell’estrema destra.

Le piattaforme social facilitano azioni lontane e alla luce del giorno
Le reti sociali non sono neutrali. Sono infrastrutture private che organizzano la conversazione pubblica per accrescere l’attenzione, l’interazione e l’utilizzo. In questo ecosistema, qualsiasi attore politico - e i violenti in particolare - può trovare terreno fertile per captare simpatizzanti, costruire comunità e normalizzare discorsi estremi.
Le recenti informazioni sul gruppo proveniente dal sud della Florida che ha tentato d’infiltrarsi a Cuba e organizzato in parte attraverso piattaforme come TikTok, portano ancora una volta all’attenzione un fenomeno non nuovo: l’uso delle rei sociali come spazio di reclutamento, propaganda e coordinamento di associazioni criminali.
Il dato dell’origine è importante. La Florida – e soprattutto l’ecosistema politico-mediatico della destra più reazionaria – è stata per decenni un’accanita arena pubblica contro Cuba dove l’ostilità è premiata e, storicamente, ha visto proliferare reti e azioni violente con la retorica della “liberazione”.
Per capire come si passa da dai discorsi all’azione diretta, conviene distinguere i livelli. I cosiddetti richiami alla violenza – in formato di video, dirette (lives), simboli, codici condivisi – svolgono una funzione identitaria. Segnalano appartenenza a una “causa”, esasperano presunti problemi di una comunità e costruiscono un racconto epico. In molti casi il contatto iniziale di queste persone si produce sulle piattaforme aperte, ma rapidamente vira verso spazi più chiusi: messaggi diretti, gruppi privati, applicazioni di messaggeria. La parte veramente critica, il coordinamento per la logistica, l’armamento e il finanziamento vengono dopo e di solito si muovono con estrema discrezione per minimizzare i rischi e cancellare le tracce.
Le piattaforme social, con rapidità, facilitano azioni che non avvengono in vicinanza alla luce del giorno. Difficilmente un razzista o un terrorista grida per la strada le brutalità che abbiamo visto molte volte su X o su Facebook attraverso account anonimi, e non incontra nel suo ambiente solito una massa di persone che lo appoggiano apertamente. In cambio, su internet la combinazione di relativo anonimato, la distanza geografica e il minor costo sociale producono “disinibizione”. Per questo vediamo che alcuni clienti si dicono barbarità che faccia a faccia causerebbero uno stigma sociale.
Il famoso algoritmo delle piattaforme fa il resto. Facilita l’incontro di coloro che pensano nello stesso modo e questi “ecosistemi d’affinità” creano camere di riverbero dove l’estremo può diventare la norma perchè si ripete, si celebra e si rinforza senza contrasti.
Non è un caso esclusivo cubano. L’estrema destra negli Stati Uniti ha dimostrato con chiarezza come si articolano queste dinamiche. L’assalto al Capitolio di Washington, il 6 gennaio del 2021, si alimentò con una narrativa di frode disseminata e coordinata su diverse piattaforme, con circolazione incrociata tra reti convenzionali e spazi “alternativi”. La mobilitazione fisica fu il risultato visibile di un’infrastruttura digitale preparata che aveva combinato propaganda, gruppi d’appartenenza e canali chiusi dove si coordinavano le azioni violente contro il principale simbolo del potere legislativo statunitense.
Per questo, non è un problema se appare “un video isolato” o “una provocazione ogni tanto” sulle piattaforme digitali. La violenza simbolica, quando diventa routine e ottiene applausi, riduce la distanza verso la violenza materiale, come i fatti dimostrano.
Questo non significa demonizzare la tecnologia. Le reti servono anche per organizzare progetti legittimi, denunciare abusi e articolare solidarietà. Ma ignorare il suo uso da parte dei violenti è un’ingenuità che può costare cara.
Emilia Reed e GM per Granma Internacional, 2 marzo 2026
GRANMA (CUBA) / ESTERI / LA GUERRA CONTRO L’IRAN
Ultimatum all’umanità nel genocidio contro l’Iran.

Il fascismo continua a espandere la guerra, la menzogna e la morte in tutto il mondo
Il mondo ha ascoltato un ultimatum all’umanità in pieno XXI secolo – degli Stati Uniti – indirizzato al popolo iraniano: arrendetevi o vi uccideremo tutti. In quel momento, le sofisticate bombe del Pentagono e gli aerei sionisti avevano già privato della vita moltissime persone, e il coro complice dei media non poteva nascondere le vittime. Tra i morti molti bambini che non sapevano cosa fosse “una minaccia nucleare”, un “cambio di regime”, una “falsa democrazia”, un “falso negoziato” o la “pace con la forza”.
Nelle prime ore dell’aggressione si parlava di 80 martiri iraniani, mentre quasi nessun Paese della regione con presenza di basi militari statunitensi sfuggiva all’impatto della guerra, e si moltiplicavano le perdite umane, materiali, economiche e il prezzo del combustibile si impennava.
Il fascismo continua ad espandere la guerra, la menzogna e la morte in tutto il mondo. La terza guerra mondiale ha il suo stato maggiore in una Washington di democrazia rotta, ricca solo di risentimienti e polarizzazione politica, di scandali, timori, minacce, estremismi, mancanza di etica e
di scrupoli.
Assassinare il leader religioso e spirituale iraniano era un obiettivo strategico delle prime ondate di bombardamenti e così lo riafferma la concentrazione degli attacchi dall’inizio dell’aggressione di USA e Israele, con i media al servizio del’aggressione.
Uccidere simboli, culture, libertà religiosa patrimonio di milioni di fedeli è parte della sceneggiatura, o meglio degli ostacoli da abbattere per procedere con il piano di dominio globale. All’ONU, al suo Consiglio di Sicurezza, alle superpotenze, all’Unione Europea, ai Brics o allo stesso Congresso statunitense sembra non importare nulla.
Le voci antifasciste di ieri e di oggi sono presenti in un’ora di grave minaccia per l’umanità, e viene in mente l’eterno giornalista e scrittore cecoslovacco Julius Fucik, vittima dei loro artigli, quando ci lasciò un messaggio imprescindibile prima della sua esecuzione: «Uomini, vi ho amato. State all’erta!».
Francisco Arias Fernández e GM per Granma Internacional, 2 marzo 2026
GRANMA (CUBA) / INTERNI / DIALOGHI IN CORSO CON GLI USA
Funzionari cubani incontrano rappresentanti del governo USA per creare spazi di intesa e cooperazione.

Díaz-Canel informa sul dialogo Cuba-USA. Foto: Estudios Revolución
In coerenza con la politica di difesa della Rivoluzione Cubana e della sua storia, supportati dal Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz come leader della Rivoluzione e dal Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista e Presidente della Repubblica Miguel Díaz-Canel Bermúdez, e in azione collegiale con le massime strutture del Partito, dello Stato e del Governo, diversi funzionari cubani hanno recentemente sostenuto conversazioni con rappresentanti del governo degli Stati Uniti.
Il Presidente Díaz-Canel ha dato questa informazione dalla sede del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba di fronte ai membri del Burò Politico, della Segreteria del Comitato Centrale del Partito Comunista, e del Comitato Esecutivo del Consiglio dei Ministri.
Il presidente ha detto che «queste conversazioni sono state orientate a cercare soluzioni con il dialogo alle rispettive differenze tra le due nazioni». E ha proseguito: «Ci sono fattori internazionali che hanno facilitato questi scambi, il proposito di queste conversazioni è prima di tutto identificare i problemi che necessitano una soluzione. Tra gli obbiettivi c’è la determinazione della disponibilità delle due parti di concretizzare azioni a beneficio dei popoli dei due paesi e identificare aree di cooperazione per affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace, e anche il lavoro per la sicurezza e la pace della regione dell’America Latina e dei Caraibi».
Nel suo intervento, Díaz-Canel ha sottolineato che «va ricordato che non è mai stata né è pratica della guida della Rivoluzione Cubana rispondere alle campagne speculative su questo genere di tema. Si tratta di un tema che si sviluppa come parte di un processo molto sensibile, che si conduce con serietà e responsabilità, perché danneggia i legami bilaterali tra le due nazioni e richiede enormi e ardui sforzi per trovare soluzioni che ci permettano d’avanzare e allontanarci dal conflitto».
Il Capo di Stato ha aggiunto che «negli scambi, la parte cubana ha espresso la volontà di far avanzare questo processo su basi di uguaglianza e rispetto dei sistemi politici dei due Stati, della sovranità e dell’auto determinazione dei nostri governi, e questo è stato analizzato considerando un senso di reciprocità e rispetto del Diritto Internazionale».
La giornata è stata guidata anche dal Presidente dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare e del Consiglio di Stato Esteban Lazo Hernández, dal Primo Ministro Manuel Marrero Cruz, dal Segretario dell’Organizzazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba Roberto
Morales Ojeda, così come dal Vicepresidente della Repubblica, Salvador Valdés Mesa, tutti membri del Burò Politico.
Nel suo discorso il Capo di Stato ha affermato che sempre, quando abbiamo avuto momenti di tensione come questo di confronto con il governo degli Stati Uniti, sono apparse persone istituzioni, che hanno facilitato la costruzione di canali di dialogo.
Il presidente ha affermato che «anche in questi momenti di estrema tensione sono sorte queste possibilità».
Alina Perera Robbio e GM per Granma Internacional, 13 marzo 2026
GRANMA (CUBA) / ESTERI / TRATTATIVE CON GLI USA?
Che cosa caratterizza le relazioni bilaterali tra Cuba e gli Stati Uniti.
La crescente aggressività degli Stati Uniti ha un costo molto alto per Cuba e il Governo non sta a braccia conserte. “Piano contro piano”, direbbe Martí
Nelle ultime settimane molte sono state le domande poste sulle relazioni in corso tra Cuba e Stati Uniti. Non è strano perché tutti i giorni ci arrivano tante informazioni, opinioni e versioni dalla nazione del nord, dallo stesso dal governo, dai media tradizionali e dalle ingannatrici “reti sociali”...
Alcuni dicono che «l’ora finale della Rivoluzione è arrivata», altri parlano di accordi segreti, poi ci sono pitonesse e cartomanti che ogni settimana stabiliscono la data della fine del comunismo.
Certamente, sia il nostro popolo che i visitatori stranieri o le persone di altri paesi si chiedono come procedono i legami tra Cuba e USA. Li invito a formarsi un’idea a partire dai fatti, che dicono più di mille parole.
Che cosa caratterizza le relazioni bilaterali? Prima di tutto l’attuale governo degli Stati Uniti ha inasprito il blocco economico, commerciale e finanziario che durava già da sei decenni. L’Ordine Esecutivo della Casa Bianca dello scorso 29 gennaio è la manifestazione più evidente: parliamo del blocco energetico e delle minacce rivolte a terzi paesi e alle imprese perché si adoperino a non far giungere petrolio o i suoi derivati a Cuba per aumentare la pressione e lo stress sulla già complicata vita dei cubani, perchè l’energia muove il trasporto e illumina il paese così come è vitale per la produzione di alimenti, per la gestione dei servizi di base come l’acqua, gli ospedali, insomma per il quotidiano... Questo è un primo aspetto delle relazioni bilaterali.
Un secondo punto, la dichiarata intenzione di Washington di tagliare le entrate legittime dell’economia cubana e aumentare la pressione sulle nazioni terze affinché sospendano i programmi di collaborazione medica con Cuba che, si sa, hanno accompagnato i più bisognosi di aiuto non solo in America Latina e nei Caraibi, ma nel mondo intero.
I popoli dell’Africa, dell’Asia e anche dell’Europa hanno ricevuto l’assistenza medica e il calore umano dei nostri dottori. Certo, tutto l’interesse nordamericano di tagliare i programmi medici si deve al fatto che alcuni paesi pagano i servizi erogati dal Sistema di Salute Pubblica di Cuba.
Un terzo aspetto dell’aggressione degli Stati Uniti attacca l’industria turistica in modo indiretto mediante il blocco energetico, che si somma alle pressioni costanti ai tour operatori e alle linee aeree che volano verso le nostre destinazioni.
A tutto questo si aggiunge un quarto punto: sono sospese le rimesse dei cubani che vivono negli USA e che desiderano mandare un sostegno ai loro familiari per “asfissiare” il popolo di Cuba e generare scontento. Le rimesse sono una importante fonte di entrata e supportano il livello di vita di una parte della popolazione cubana.
Altre notizie sullo stato dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti?
Propongo un quinto punto: nell’attuale amministrazione statunitense esistono tolleranza e impunità per chi attua, pianifica, organizza ed esegue da quel territorio azioni violente e terroriste contro Cuba. L’esempio più recente è l’incursione di un motoscafo e il tentativo da parte di un gruppo di terroristi di infiltrarsi, muniti di armi di grosso calibro e di precisione, esplosivi e abbondanti apparati militari per realizzare attentati. Lo stesso si può dire dei dieci panamensi pagati per preparare cartelli e organizzare la controrivoluzione interna.
Sono solo esempi, i più significativi, dell’atteggiamento degli Stati Uniti contro Cuba, ma propongo ancora un sesto punto: da lì finanziano ed eseguono una campagna mediatica - sia sui media tradizionali che nelle reti sociali - che vuole generare l’idea che il governo cubano sia responsabile di tutte le carenze, degli “apagones”, della mancanza di alimenti, di medicinali e del malfunzionamento dei trasporti. È evidente che la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno come politica ufficiale renderci la vita impossibile.
Ma c’è ancora un ultimo punto, l’ultimo, ma solo per adesso: non solo vogliono che ci auto incolpiamo per i problemi provocati da Washington, ma come punto aggiuntivo tutti i giorni colpiscono con la solita narrativa che mira a confondere e demotivare la popolazione e gli amici solidali con Cuba.
A cosa mi riferisco? Ai presunti accordi. Storicamente il Governo cubano ha sempre mostrato disponibilità al dialogo con il governo degli USA, senza sotterfugi, in maniera seria e responsabile, sulla base del «rispetto della sovranità e del diritto internazionale», alla ricerca di soluzioni alle questioni bilaterali.
Ne ricordiamo qualcuna, come i dialoghi con Obama che portarono al ristabilimento delle relazioni diplomatiche, delle quali sono stato testimone presente come giornalista, e poi con l’amministrazione Clinton sulle questioni migratorie, e ancora con Carter con il quale si aprirono uffici d’interesse nelle due capitali, e potremmo continuare le citazioni…
Lo stesso Presidente Miguel Díaz-Canel ha confermato la disponibilità al dialogo su tutti i temi, per quanto duri siano. Questo sì: il Governo cubano ha detto che difenderà i diritti sovrani di ogni cubano all’autodeterminazione e alla decisione del suo futuro.
La crescente aggressività degli Stati Uniti ha un prezzo molto alto per tutti noi, ma il governo non sta a braccia incrociate: piano contro piano, direbbe Martí
C’è un piano del governo che sa come affrontare la sfida, ma l’opera necessita che partecipiamo tutti con preparazione e ingegno cubano, con creatività e resilienza, per giungere ad opzioni innovatrici e soluzioni percorribili ad ogni nuovo ostacolo.
Credo di aver spiegato i fatti, ma purtroppo solo in modo sintetico: l’aggressività di Washington, l’obiettivo di incolparci di quello che provocano, la manipolazione del presunto dialogo al quale siamo disposti con trasparenza in condizioni di uguali e la risposta di un popolo che va avanti con sforzo e creatività, sicuri che non siamo soli.
Jorge Legañoa e GM per Granma Internacional, 13 Marzo 2026










