Notiziario Patria Grande - Febbraio 2026.

NOTIZIARIO FEBBRAIO 2026.

 

 

HOJAS DE DEBATE (SPAGNA) / CRISI UMANITARIA A CUBA

Lettera aperta al mondo: da Cuba, una donna indomita denuncia il crimine che non si vuole vedere.

 

TELESUR (VENEZUELA) / OPINIONE / TRATTATIVA ASIMMETRICA

Negoziare con i rapitori dei tuoi genitori che minacciano di morte la tua famiglia.

 

TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / LA GUERRA CONTRO L’IRAN

La logica della guerra tra Iran e Occidente.

 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / PRIVATIZZAZIONI IN BRASILE

Brasile. Rivolta indigena contro la privatizzazione dei fiumi.

 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / GOLPE BLANDO IN PERU’

Perù, un altro delinquenziale colpo di Stato parlamentare.

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / OLIMPIADI MILANO CORTINA

Cosa ci fa l’ICE nei Giochi Olimpici d’Inverno?

 

GRANMA (CUBA) / INTERNI / CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE

Le questioni più scottanti della situazione contingente.

 

TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / CUBA DI FRONTE ALLA CRISI

Cuba sta investendo nell'accumulo di energia tramite batterie per rafforzare la propria rete elettrica.

 

 


 

HOJAS DE DEBATE (SPAGNA) / CUBA / CRISI UMANITARIA

Lettera aperta al mondo: da cuba, una donna indomita denuncia il crimine che non si vuole vedere.

 

 

14 Febbraio 2026

 

All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti degni di questo nome, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Mi chiamo come milioni. Non ho cognomi famosi né incarichi importanti. Sono una cubana indomita. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani che tremano, perché ciò che sta vivendo oggi il mio popolo non è una crisi. È un assassinio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.

E il mondo guarda da un’altra parte.

 

DENUNCIA PER I MIEI NONNI:

Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono anzitempo perché il blocco impedisce che arrivino medicine per il cuore, la pressione, il diabete. Non è mancanza di risorse. È proibizione deliberata. Le imprese che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguite, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano si stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

 

DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI:

Denuncio che ci sono incubatrici a Cuba che han dovuto spegnere per mancanza di combustibile. Che ci sono neonati che stanno lottando per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali Paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto in pericolo la vita dei loro figli perché un'ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bebè a 90 miglia delle loro coste.

Dov’è la comunità internazionale? Dove stanno le organizzazioni che tanto difendono l'infanzia? O è che i bambini cubani non meritano di vivere?

 

DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE:

Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché così è. È che c'impediscono di comprarlo. È che le imbarcazioni che trasportano alimenti sono perseguite. È che le transazioni bancarie sono bloccate. È che le imprese che ci vendono cereali, pollo, latte, sono sanzionate.

La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, raffinata nel corso di 60 anni, aggiornata ad ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump ed eseguita con accanimento da Marco Rubio.

La chiamano "pressione economica". Io lo chiamo terrorismo mediante la fame.

 

DENUNCIA PER I MIEI MEDICI:

Denuncio che i nostri medici, gli stessi che salvarono vite durante la pandemia mentre il mondo intero collassava, oggi non hanno siringhe, né anestetici, né apparecchiature per raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Bensì perché il blocco c'impedisce di accedere alle materie prime, ai pezzi di ricambio, alla tecnologia.

I nostri scienziati crearono cinque vaccini contro li COVID-19. Cinque. Senza l’aiuto di nessuno. Contro ogni avversità. Contro il blocco e le menzogne. E persino così, l'impero ci punisce per esserci riusciti.

 

AL MONDO DICO:

Cuba non vi chiede elemosina.

Cuba non vi chiede soldati.

Cuba non vi chiede di volerci bene.

Cuba vi chiede giustizia. Niente di più, niente di meno.

Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.

Vi chiedo di chiamare il blocco col suo nome: CRIMINE DI LESA UMANITÀ.

Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla storiella del "dialogo" e della "democrazia" mentre ci stanno strangolando.

Non vogliamo carità. Vogliamo che ci LASCIATE VIVERE.

Ai governi complici che tacciono:

La storia vi presenterà il conto.

Ai media che mentono:

La verità trova sempre delle crepe in cui passare.

Ai boia che firmano sanzioni:

Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

A coloro che conservano ancora umanità nell’animo:

Guardate Cuba. Guardate ciò che le stanno facendo e chiedetevi: “Da che parte della storia voglio stare?”

Da questa isola piccola, con un popolo gigante,

Una cubana indomita che si rifiuta di arrendersi.

 

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Non mi importa se hai 10 amici o 10.000 seguaci.

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Questo però è diverso.

Questa non è la foto di un tramonto.

Questa non è una notizia da intrattenimento.

Questa non è un'opinione in più.

Questo è un GRIDO. E le grida non si conservano. SI ASCOLTANO. SI REPLICANO. DIVENTANO MOLTITUDINE.

Oggi non ti chiedo un “mi piace”.

Ti chiedo di usare la tue dita per qualcosa di più grande che far scorrere lo schermo.

 

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Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi.

C'è un CRIMINE.

Affinché le madri di altri Paesi sappiano che qui ci sono dei bimbi che stanno lottando in incubatrici spente a causa del blocco.

Affinché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono aspettando medicine che Washington non lascia entrare.

Affinché i governi complici sentano vergogna.

Affinché i media bugiardi non abbiano scampo.

Affinché i boia sappiano che NOI NON TACIAMO.

Una sola persona che condivida questo non cambia il mondo.

Migliaia, milioni, SI’.

Non limitarti a conservare questo testo.

Non essere complice del silenzio.

 

FAI IN MODO CHE QUESTA DENUNCIA ARRIVI PIÙ LONTANO DEL BLOCCO.

CONDIVIDI. ORA.

 

Ikay Romay

 

 

L'Assemblea Generale dell'ONU vota la risoluzione sulla necessità di mettere fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti contro Cuba.

 

Misure di blocco e sanzioni USA contro Cuba. Una guerra economica progettata per asfissiare

Decennio 1960

1. Sospensione di vendita di armi a Cuba (1958).   

2. Proibizione di esportazione di petrolio (1960).   

3. Proibizione di esportazione di macchinari industriali (1960).   

4. Revoca di importazione di zucchero cubano (1960).   

5. Embargo totale del commercio (1962).   

6. Congelamento di attivi cubani negli USA (1963).   

7. Proibizione di assistenza finanziaria e crediti (1963).   

8. Restrizione di viaggi di cittadini statunitensi (1963).   

9. Esclusione di Cuba da organismi finanziari internazionali.  

10. Proibizione di esportazione di medicine e apparecchiature mediche.  

 

Decennio 1970–1980

11. Proibizione di esportazione di tecnologia avanzata.  

12. Restrizione di esportazione di prodotti alimentari trasformati.  

13. Proibizione di importazione di rum e tabacco cubano.  

14. Proibizione di imbarcazioni battenti bandiera cubana nei porti USA.  

15. Restrizione di voli diretti tra USA e Cuba.  

16. Proibizione di transazioni finanziarie in dollari.  

17. Proibizione di investimenti statunitensi a Cuba.  

18. Limitazione alle rimesse famigliari.  

19. Proibizione di cooperazione scientifica.  

20. Proibizione di cooperazione culturale ufficiale.  

 

Legge Torricelli (1992)

21. Proibizione ad imprese consociate straniere di commerciare con Cuba.  

22. Restrizione a imbarcazioni che abbiano toccato porti cubani: 6 mesi fuori dagli USA.   

23. Proibizione di aiuti internazionali a Paesi che appoggino Cuba.  

24. Proibizione di commercio con imprese statali cubane.  

25. Restrizione di esportazione di alimenti basici.  

 

Legge Helms-Burton (1996)

26. Codificazione dell’embargo in legge.  

27. Sanzioni ad imprese straniere che investano in proprietà confiscate.  

28. Proibizione di aiuti internazionali a Paesi che appoggino Cuba.  

29. Proibizione di crediti internazionali a Cuba.  

30. Divieto di investimento straniero nel turismo cubano.  

 

Decadi 2000

31. Limitazione di viaggi familiari ad una sola volta ogni tre anni.  

32. Restrizione delle rimesse a 300 USD per trimestre.  

33. Proibizione di esportazione di forniture mediche.  

34. Proibizione di esportazione di software e tecnologia.  

35. Restrizioni alla cooperazione accademica.  

36. Proibizione di esportazione di prodotti agricoli.  

37. Proibizione di esportazione di ricambi per aerei.  

38. Proibizione di esportazione di ricambi per imbarcazioni.  

39. Restrizione all’esportazione di fertilizzanti.  

40. Restrizione all’esportazione di pesticidi.  

 

Amministrazione Obama (2009 - 2016)

41. Limitazione di viaggi turistici.  

42. Proibizione di transazioni con imprese militari cubane.  

43. Restrizione di esportazione di materiali da costruzione.  

44. Proibizione di esportazione di apparecchiature di telecomunicazione.  

45. Restrizione di cooperazione medica.  

46. Proibizione di esportazione di prodotti chimici.  

47. Restrizione di esportazione di prodotti farmaceutici.  

48. Proibizione di esportazione di apparecchiature energetiche.  

49. Restrizione di esportazione di attrezzature/mezzi di trasporto.  

50. Proibizione di esportazione di attrezzature minerarie.  

 

Amministrazione Trump (2017 - 2021) ripresa nel 2025

51. Proibizione di transazioni con GAESA (gruppo imprenditoriale militare).   

52. Restrizione di voli commerciali.  

53. Restrizione di voli charter.  

54. Soppressione di crociere verso Cuba.  

55. Proibizione di rimesse illimitate.  

56. Limite massimo delle rimesse: 1.000 USD per trimestre.  

57. Inclusione di Cuba nella lista dei Paesi patrocinatori del terrorismo.  

58. Restrizione di esportazione di forniture mediche.  

59. Restrizione di esportazione di apparecchiature di telecomunicazione  

60. Restrizione di esportazione di apparecchiature energetiche.  

 

Misure finanziarie

61. Proibizione dell’uso del dollaro in transazioni internazionali.  

62. Multe a banche straniere che eseguano pagamenti relazionati con Cuba.  

63. Restrizione di bonifichi elettronici.  

64. Proibizione all’uso di PayPal per Cuba.  

65. Proibizione all’uso di Zelle per Cuba.  

66. Restrizione all’uso di Visa e Mastercard a Cuba.  

67. Restrizione all’uso di American Express a Cuba.  

68. Proibizione all’uso di banche statunitensi per transazioni cubane.  

69. Restrizione all’uso di banche straniere per transazioni cubane.  

70. Proibizione all’uso di banche internazionali per transazioni cubane.  

 

Misure diplomatiche

71. Pressioni nell'ONU contro Cuba.  

72. Veto ad accordi multilaterali che includano la cooperazione con Cuba.  

73. Restrizione alla partecipazione di Cuba in organismi internazionali.  

74. Proibizione di cooperazione diplomatica.  

75. Restrizione alla cooperazione culturale.  

76. Proibizione di cooperazione scientifica.  

77. Restrizione alla cooperazione medica.  

78. Proibizione di cooperazione educativa.  

79. Restrizione alla cooperazione tecnologica.  

80. Proibizione di cooperazione energetica.  

 

Misure recenti (2025 - 2026)

81. Blocco all’importazione di petrolio.  

82. Sanzioni ai fornitori di petrolio.  

83. Restrizione di esportazione di forniture mediche. 

84. Restrizione di esportazione di apparecchiature di telecomunicazione .  

85. Restrizione di esportazione di apparecchiature energetiche.

86. Restrizione di esportazione di attrezzature/mezzi di trasporto.

87. Restrizione di esportazione di attrezzature minerarie.

88. Restrizione di esportazione di prodotti chimici.  

89. Restrizione di esportazione di prodotti farmaceutici.  

90. Restrizione di esportazione di materiali da costruzione.  

 

Altre misure accumulate

91. Proibizione di cooperazione nel turismo.  

92. Restrizione di cooperazione in agricoltura.  

93. Proibizione di cooperazione nella pesca.  

94. Restrizione di cooperazione nel settore minerario.  

95. Proibizione di cooperazione nel settore energetico.  

96. Restrizione di cooperazione nei trasporti.  

97. Proibizione di cooperazione nelle telecomunicazioni.  

98. Restrizione di cooperazione nel settore delle costruzioni.  

99. Proibizione di cooperazione nell’ambito educativo.  

100. Restrizione di cooperazione nell’ambito culturale. 

 

Come è stato possibile resistere? Solo la determinazione di un popolo può dare la risposta. Cuba vincerà.

 

Fonte: https://hojasdebate.es/destacado/carta-abierta-al-mundo-desde-cuba-una-mujer-de-a-pie-denuncia-el-crimen-que-no-quieren-ver/

 

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

TELESUR (VENEZUELA) / OPINIONE / TRATTATIVA ASIMMETRICA

Negoziare con i rapitori dei tuoi genitori che minacciano di morte la tua famiglia.

 


La vicepresidente del Venezuela Delcy Rodríguez.

Foto: Vicepresidencia Venezuela

 

Il titolo è una metafora che descrive la situazione del governo venezuelano e della Rivoluzione Bolivariana dopo che gli Stati Uniti, con un'azione militare sproporzionata e in violazione del Diritto Internazionale, hanno rapito il Presidente Nicolás Maduro e sua moglie, la Vicepresidente Cilia Flores, nelle prime ore del mattino del 3 gennaio 2026.
Pochi minuti dopo il rapimento, la Vicepresidente Delcy Rodríguez ha ricevuto una chiamata dai rapitori che la minacciavano di morte e di sterminio del chavismo attraverso ondate di bombardamenti. Questo sterminio non avrebbe preso di mira solo l'Alto Comando della leadership politica e militare della Rivoluzione Bolivariana, ma si sarebbe esteso anche alla leadership di base del chavismo, come stipulato nel contratto mercenario per l'Operazione Gideon, formalmente noto come "Accordo sui Servizi Generali", un documento firmato nell'ottobre 2019 tra i membri dell'opposizione venezuelana e Silvercorp USA, guidata da Jordan Goudreau.
Il contratto prevedeva che i mercenari sarebbero rimasti per almeno 495 giorni, con l'obiettivo di sterminare con la forza letale la leadership di base del chavismo.

La Presidente ad interim Delcy Rodríguez e l'Alto Comando Politico della Rivoluzione Bolivariana stanno agendo e prendendo decisioni per proteggere il popolo da un altro atto di guerra da parte degli Stati Uniti e per prevenire una guerra civile. Il governo venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana non stanno negoziando in condizioni normali; stanno negoziando con rapitori che possiedono armi nucleari, che non rispettano alcuna regola di convivenza e che controllano gli organi responsabili dell'amministrazione della giustizia secondo il diritto internazionale. Si tratta di una negoziazione asimmetrica che segna una nuova era in cui il potere prevale sulle regole.
La negoziazione asimmetrica, quella in cui esiste una significativa disparità di potere economico, militare o politico, è entrata in una fase critica. In un contesto di erosione del Diritto Internazionale, le "regole del gioco", che un tempo fungevano da piccolo scudo per le nazioni più deboli, vengono sostituite dalla forza pura.

In questo contesto, l'"etica della negoziazione" scompare. Il negoziatore della nazione più debole non cerca un esito "win-win", ma piuttosto minimizza i danni e garantisce la sopravvivenza dello Stato.

Stiamo assistendo a una transizione da un ordine basato su regole a uno basato su una gerarchia di potere. Negli odierni negoziati asimmetrici, il Diritto Internazionale non è più l'arbitro, ma un suggerimento che le grandi potenze ignorano quando i loro interessi sono in gioco.
Per le nazioni svantaggiate, l'unica vera difesa è la rilevanza strategica: diventare indispensabili in una nicchia (tecnologia, risorse critiche o posizione geografica) in modo che il costo di essere "investiti" sia troppo alto, anche per la più forte.
Un'analisi dei negoziati tra Venezuela e Stati Uniti dopo il 3 gennaio 2026 rivela un caso estremo di asimmetria, in cui l'uso della forza militare ha ridefinito completamente le relazioni internazionali.

La Presidente ad interim Delcy Rodríguez sta agendo con intelligenza per garantire la sopravvivenza della Repubblica Bolivariana del Venezuela, sfruttando l'importanza strategica dello Stato che possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo e la sua straordinaria posizione geografica. Opera in un quadro di negoziazione asimmetrica, adottando l'approccio pragmatico del chavismo, con flessibilità tattica ma senza ingenuità strategica. La nostra Presidente ad interim, Delcy Rodríguez, merita e ha bisogno del sostegno dell'intera nazione venezuelana.

Francisco Ameliach, Telesur, 5 marzo 2026

 

Articolo originale: Negociar con los secuestradores de tus padres que amenazan de muerte a tu familia

https://www.telesurtv.net/opinion/negociar-con-los-secuestradores-de-tus-padres-que-amenazan-de-muerte-a-tu-familia/

 

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG

 



TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / LA GUERRA CONTRO L’IRAN

La logica della guerra tra Iran e Occidente.

 

"La prima ondata di attacchi missilistici e con droni contro Israele è iniziata in risposta all'aggressione del perfido nemico contro la Repubblica islamica dell'Iran", afferma una dichiarazione dell'IRGC.

Foto: Irna

 

Siamo sul punto di assistere a una trasformazione radicale nella storia mondiale, paragonabile a quelle avvenute durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.
La Prima Guerra Mondiale pose fine a quattro imperi: tedesco, russo, austro-ungarico e ottomano.
La Seconda Guerra Mondiale divise la Germania in due stati: la Repubblica Democratica Tedesca e la Repubblica Federale Tedesca. Gli imperi coloniali di Francia e Inghilterra iniziarono a sgretolarsi. Gli Stati Uniti divennero la potenza egemonica dominante in Occidente. La Guerra Fredda iniziò con un blocco socialista e uno capitalista.
In questo articolo sviluppo la tesi secondo cui l'imminente guerra tra Iran e Occidente ha il potenziale per produrre una trasformazione radicale.

 

di Sandew Hira, REDH, 28 Febbraio 2026

 

Le guerre contro l'Iran.
L’attuale guerra tra Iran e Stati Uniti/Israele sarà molto diversa dalle guerre passate.
Nove mesi dopo la Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, l'Iraq, sotto la guida di Saddam Hussein, invase l'Iran con il sostegno dell'Occidente e dell'Unione Sovietica. Nel giro di tre mesi, l'invasione irachena si bloccò, mentre la popolazione iraniana si mobilitava per difendere la propria rivoluzione. La controffensiva iraniana alla fine recuperò il territorio perduto. La guerra durò otto anni, dal 1980 al 1988, e provocò la morte di 200.000 iraniani.
La Rivoluzione Islamica del 1979 godette di un enorme sostegno popolare. Tuttavia, c'era sempre una parte della popolazione che si opponeva alla rivoluzione. C'erano sostenitori del vecchio regime della dittatura dello Scià. C'era il MEK marxista, che organizzò la resistenza armata contro la rivoluzione con il sostegno occidentale. Ci furono proteste contro varie politiche governative, ma non necessariamente contro il sistema islamico in sé. Nel 2009 si sono verificate proteste di massa guidate dal Movimento Verde, nel 2019 dal Movimento Democratico e nel 2022 in seguito alla morte della ventiduenne Masha.

La guerra più grave contro l'Iran non fu militare, ma economica: furono introdotti embarghi di ogni tipo che portarono a un embargo generale che proibiva le importazioni e le transazioni iraniane, e furono imposte sanzioni contro il sistema bancario iraniano, scollegandolo dalla rete finanziaria SWIFT.
La Guerra dei Dodici Giorni, nel giugno 2025, fu un nuovo tipo di guerra: Israele e Stati Uniti affrontarono l'Iran militarmente, direttamente, non attraverso un intermediario come l'Iraq.
Le rivolte dell'8 e 9 gennaio 2026 in Iran iniziarono con Washington che orchestrava una carenza di dollari in Iran per far crollare il rial e scatenare proteste di piazza.
Il rial salì da 80.000 a 260.000 dollari, innescando un'enorme inflazione. Il 28 dicembre 2025, i commercianti di Teheran iniziarono a protestare pacificamente contro le difficoltà economiche. Secondo il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell'Iran, dieci servizi segreti stranieri, guidati dal Mossad e dalla CIA e coordinati da un centro di comando esterno all'Iran, sono intervenuti per trasformare la protesta pacifica in una rivolta armata contro il governo islamico.
L'8 e il 9 gennaio, agenti del Mossad e della CIA sono intervenuti per trasformare la manifestazione pacifica in rivolte terroristiche, con l’auspicio che ciò avrebbe portato a una rivolta armata generale e a un intervento militare straniero. Gruppi armati hanno attaccato negozi, banche, stazioni degli autobus e moschee.
La Repubblica Islamica era preparata a questo tipo di guerra. Il governo ha interrotto l'accesso a Internet che la CIA all'estero utilizzava per coordinare le proprie azioni. Il Mossad e la CIA avevano previsto l'interruzione.

Prima degli attacchi, in Iran erano stati introdotti illegalmente 60.000 terminali Starlink. L'Iran riuscì a bloccare Starlink e a utilizzare i suoi segnali per rintracciare i proprietari dei terminali. I violenti attacchi durarono solo due giorni, ma più di 3100 iraniani furono uccisi da queste bande, tra cui centinaia di agenti di polizia, vigili del fuoco e personale di sicurezza. [1] Le rivolte furono una continuazione della Guerra dei Dodici Giorni.

 

Le condizioni che determinano la guerra con l'Iran.
L’attuale guerra con l'Iran non può essere separata dalle guerre passate che avevano obiettivi chiari: distruggere la Rivoluzione Islamica iraniana, rovesciare il sistema rivoluzionario e instaurare un regime fantoccio in modo che le aziende occidentali potessero saccheggiare le risorse del paese ed eliminare la forza trainante della resistenza contro l'occupazione della Palestina. È importante notare che questi obiettivi non sono cambiati. Ciò che è cambiato sono le condizioni in cui si svolge la nuova guerra.
I Dodici Giorni hanno avuto un impatto importante sull'Iran. L'Iran è stato attaccato da Israele e dagli Stati Uniti e ha lanciato un contrattacco contro Israele, ma ha accettato la cessazione delle ostilità perché aveva bisogno di tempo per ricostruire le sue forze. E lo ha fatto in modo sorprendente in un tempo molto breve.
Il fondamento di questa ripresa è il sistema militare altamente avanzato dell'Iran, costruito dopo la guerra Iran-Iraq. Nei decenni successivi alla guerra, l'Iran è riuscito a costruire una complessa organizzazione militare. Questa organizzazione ha investito nello sviluppo di armamenti militari sofisticati. La tecnologia militare iraniana è molto avanzata. Tra l'altro, molte donne contribuiscono allo sviluppo della tecnologia militare iraniana, rafforzando l'idea che le donne in Iran non siano state lasciate indietro.
In questa guerra, tre tipi di sistemi d'arma iraniani svolgeranno un ruolo significativo. Tutti sono prodotti dall'Iran e in Iran:
> Missili balistici. L'ultima versione del missile balistico iraniano è il Khorramshahr-4. Ha una gittata di 2.000 km e può trasportare testate multiple fino a 2.000 kg. Ognuno di questi missili può avere l'effetto di una piccola bomba nucleare, senza produrre ricadute radioattive.[2]
> Missili da crociera e droni.
> Sistemi navali. L'Iran dispone di mezzi d'attacco rapidi armati con missili antinave, inclusi missili balistici antinave (con una gittata di 300 km). Dispone inoltre di sottomarini e pattugliatori.

Il sistema missilistico balistico iraniano è così avanzato che ora rappresenta per Israele e Stati Uniti un problema più grande delle armi nucleari. Ecco perché Stati Uniti e Israele insistono sulla necessità che l'Iran partecipi ai negoziati. Ma l'Iran si è categoricamente rifiutato di prenderlo in considerazione.

Oltre al suo sistema d'arma, anche l'infrastruttura militare iraniana è altamente avanzata. I suoi missili e gli impianti di produzione si trovano in città sotterranee che non possono essere distrutte da attacchi aerei. Queste città ospitano migliaia di missili e droni e dispongono di molteplici piattaforme di lancio.
Il punto più debole dell'esercito iraniano era il suo sistema di difesa aerea. Dopo la Guerra dei Dodici Giorni, ha proceduto a ricostruire le sue difese con l'aiuto di Russia e Cina. La Cina ha fornito all'Iran sistemi radar specificamente progettati per contrastare le minacce provenienti da aerei stealth e missili balistici, e poi batterie di missili terra-aria (SAM). L'Iran ha sostituito il suo sistema GPS con il sistema cinese BeiDou, in sostituzione di quello americano. [3]
L'Iran ritiene di essere ora in una posizione migliore per affrontare un attacco statunitense/israeliano ed è preparato.
La prima e la seconda difesa sacra erano guerre difensive. Il 6 gennaio 2026, il Consiglio Supremo di Difesa Nazionale dell'Iran ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che l'Iran si riservava il diritto di lanciare attacchi preventivi basati su "oggettivi segnali di minaccia". Questa volta, opteranno per una guerra totale che trasformerà l'intera regione.
I leader rivoluzionari iraniani hanno articolato due obiettivi per l'asse della resistenza:
> l'espulsione degli Stati Uniti dall'Asia occidentale.
> la distruzione dello stato di apartheid israeliano e la completa liberazione della Palestina.
Questi obiettivi sono sembrati irraggiungibili per decenni, ma ora, in virtù delle circostanze geopolitiche, il loro raggiungimento è più vicino che mai. Sarà il risultato di una guerra totale.
La guerra imminente è inquadrata nel contesto del declino dell'Occidente e dell'ascesa del resto del mondo.

 

Attualmente esistono molteplici centri di potere.
Nel 2021, Iran e Cina hanno firmato un accordo di cooperazione di 25 anni incentrato sull'espansione del commercio, lo sviluppo delle infrastrutture e l'integrazione energetica.
Nel gennaio 2025, Iran e Russia hanno firmato un Trattato di Partenariato Strategico Globale di 20 anni, che mira a rafforzare la cooperazione economica e di difesa e a contrastare le sanzioni occidentali.
Nel febbraio 2026, Cina, Iran e Russia hanno firmato un patto strategico globale. L'accordo, annunciato simultaneamente a Teheran, Pechino e Mosca, è stato descritto dai tre governi come la pietra angolare di un nuovo ordine multipolare. Comprende la cooperazione in ambito energetico, commerciale, di coordinamento militare e di strategia diplomatica. Sta quindi emergendo un nuovo ordine mondiale, con Russia, Cina e Iran che coordinano le loro politiche per crearlo.
Il genocidio di Gaza ha trasformato lo Stato di Israele in uno Stato paria agli occhi del mondo. I suoi sostenitori in Occidente hanno perso credibilità morale. Chi in Occidente non sostiene la Rivoluzione Islamica potrebbe non sostenere l'Iran nella guerra, ma non sosterrebbe nemmeno Israele o gli Stati Uniti a causa del genocidio di Gaza.
Quest'ultimo ha avuto un impatto significativo sulla divisione tra sunniti e sciiti.
Nonostante i continui sforzi per sfruttare questa divisione, l'Iran è riconosciuto da gran parte della comunità sunnita come l'unico paese musulmano credibile che sostiene veramente la lotta per la liberazione della Palestina, mentre altri paesi si limitano a rendere omaggio alla causa, e alcuni sostengono, sia segretamente che apertamente, il regime israeliano. I media occidentali non ne parlano, ma milioni di iraniani sono scesi in piazza per esprimere il loro sostegno al governo e alla rivoluzione.

A metà gennaio, milioni di persone in diverse città hanno partecipato ai funerali del personale di sicurezza ucciso durante i disordini.
L'11 febbraio, 47° anniversario della Rivoluzione Islamica del 1979, milioni di persone sono scese nuovamente in piazza per celebrare la rivoluzione ed esprimere il loro sostegno. Il governo li sta preparando per la guerra imminente.[4]
I media occidentali hanno creato la fantasia che milioni di persone stiano scendendo in piazza in Iran per rovesciare il governo islamico. Ma ripetutamente, queste fantasie si sono rivelate proprio questo: fantasie, non realtà.
Un chiaro esempio della disinformazione sulla situazione delle donne in Iran è il seguente: i media occidentali sostengono che la Rivoluzione Islamica abbia portato a un declino dell'emancipazione femminile, ma la realtà è esattamente l'opposto: la Rivoluzione Islamica ha avviato un percorso in cui il progresso delle donne ha trovato significato nell'interazione con i ruoli familiari e i valori indigeni. Il tasso di alfabetizzazione femminile è aumentato da circa il 36% di prima della Rivoluzione a oltre il 98% attuale. Decine di migliaia di scuole femminili sono state istituite in tutto il Paese e l'iscrizione femminile ai corsi universitari è aumentata dal 31% a oltre il 50%. Le donne iraniane sono pioniere in molti campi scientifici e tecnici.
L'aspettativa di vita delle donne è aumentata da 57 a oltre 78 anni. La mortalità materna durante il parto è diminuita del 90% e le donne hanno accesso all'assistenza sanitaria anche nelle aree più remote del Paese. Il numero di donne rappresentanti in parlamento è aumentato da 4 prima della Rivoluzione all’ordine delle decine.

La presenza delle donne in ambito dirigenziale, giudiziario, scientifico e culturale è cresciuta in modo significativo, e costituisce una manifestazione pratica della loro partecipazione alla definizione del proprio destino politico e sociale.
Adottando un approccio incentrato sulla famiglia, la Repubblica Islamica dell'Iran ha istituito un quadro giuridico completo per proteggere le donne e l'istituzione familiare, comprese leggi che vietano le molestie sessuali sul posto di lavoro.
Il modello della donna iraniana contemporanea è quello di una donna che può essere una scienziata di spicco, una specialista o una dirigente di successo, e che può anche svolgere contemporaneamente i ruoli di madre e moglie con autorità e dignità all'interno della famiglia.
Questo modello multidimensionale contrasta il riduzionismo di entrambi gli estremi e dimostra che il progresso verso l'eccellenza può essere raggiunto basandosi sulla propria cultura.
Contrariamente a quanto dipingono i media occidentali, non esiste alcun conflitto tra l'Islam e i diritti delle donne. L'Islam non opprime le donne; piuttosto, le rafforza. [5]

 

Una guerra totale.
Il rafforzamento militare statunitense nella regione sta procedendo rapidamente. Il suo obiettivo principale è intimidire l'Iran. L'Iran non è pronto ad attaccare in questo momento.
Dispone di un arsenale missilistico e sta ancora ricostruendo le sue forze. Produce 300 missili al mese e potrebbe averne bisogno di molti di più.[6] Quindi entrambe le parti vorrebbero evitare uno scontro militare ora, ma la pressione sugli Stati Uniti persiste.
Il generale Soleimani una volta avvertì Trump della sua minaccia di guerra: "Voi inizierete questa guerra, ma saremo noi a porvi fine".[7] La ​​durata della guerra è legata all'obiettivo finale dell'Iran in una guerra totale: l'espulsione degli Stati Uniti dall'Asia occidentale e la liberazione della Palestina.
Basi e portaerei statunitensi sarebbero prese di mira. Una portaerei trasporta 5.000 persone. Le basi nella regione hanno un totale di 50.000 soldati.
L'elenco degli obiettivi in ​​Israele è enorme. Il 7 giugno 2025, i media iraniani hanno annunciato che le agenzie di intelligence iraniane avevano ottenuto milioni di pagine di documenti israeliani sensibili nella più grande operazione di intelligence della storia. [8] Sulla base di questi documenti, è probabile che l'Iran prenderà di mira gli impianti nucleari israeliani, così come le portaerei, l'aeroporto internazionale Ben Gurion, il quartier generale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), il Ministero della Difesa, la Direzione dell'Intelligence dell'IDF e le città di Tel Aviv-Yaffa, Ramat Gan, Herzliya e Bnei Brak. Si tratta di piccole città con una popolazione compresa tra 100.000 e 500.000 abitanti. Le loro città verrebbero bombardate allo stesso modo di Gaza.

Supponiamo che Israele riesca a far esplodere almeno una bomba nucleare in Iran. L'Iran è il diciassettesimo paese più grande del mondo, con 1,7 milioni di km². Una bomba nucleare avrebbe un effetto devastante su un'area compresa tra 150 e 300 km². Si verificherebbe una ricaduta radioattiva e centinaia di migliaia di persone, su un totale di 90 milioni di abitanti, morirebbero. Ma, a differenza del Giappone, questo non fermerebbe i bombardamenti iraniani su Israele. Al contrario, si intensificherebbero. Il Pakistan potrebbe avvertire che un attacco nucleare contro l'Iran provocherebbe una risposta nucleare da parte del Pakistan. Ma l'effetto sulla regione e sul mondo sarebbe devastante. Decine di migliaia di combattenti musulmani si mobiliterebbero immediatamente per invadere la Palestina occupata e porre fine all'esistenza di Israele. E sarebbero acclamati da milioni di persone in tutto il mondo.
Russia e Cina sarebbero in stato di massima allerta di fronte a un'escalation nucleare con gli Stati Uniti. Le manifestazioni in Occidente contro la guerra nucleare sarebbero massicce. L'epicentro di un olocausto nucleare dominerebbe la politica mondiale. Il mondo come lo conoscevamo prima dell'attacco nucleare scomparirebbe.
Israele ha una popolazione di dieci milioni di persone: due milioni di arabi e otto milioni di ebrei. Un milione di ebrei ha doppi passaporti. Circa 200 mila hanno passaporti americani. Un milione di ebrei proviene dalla Russia. Se il bilancio delle vittime salisse a migliaia senza una fine in vista, come reagirebbe il resto della popolazione? Un gran numero di persone probabilmente vorrebbe lasciare la Palestina occupata il prima possibile. Ciò avrebbe un effetto negativo sul morale degli ebrei israeliani rimasti. La stragrande maggioranza della popolazione musulmana mondiale si schiererebbe con l'Iran.
Alcuni paesi hanno una popolazione prevalentemente straniera. I sei stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) ne sono un buon esempio: Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Se questi paesi venissero bombardati dall'Iran a causa delle loro basi militari statunitensi, come reagirebbe la popolazione straniera? Abbandonerebbe questi paesi e causerebbe il collasso delle loro economie? I loro governi sosterrebbero l'Iran nella speranza di una rapida vittoria?
Mentre la guerra si protrae, centinaia di migliaia di combattenti musulmani in tutta la regione si iscriveranno all'addestramento e si uniranno al movimento per recarsi nella Palestina occupata e combattere per la liberazione di Al-Quds (Gerusalemme). Una volta che questo movimento si sarà rafforzato, i governi della regione potrebbero affrontare una nuova Primavera Araba: Egitto, Giordania e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo potrebbero trovarsi di fronte a ribellioni armate. I loro governi potrebbero crollare entro un anno.
Russia e Cina avranno un'influenza significativa sulla guerra totale. È molto probabile che gli Stati Uniti chiameranno Putin e Xi Jinping per chiedere un cessate il fuoco. Ma ora sarà l'Iran a stabilire le condizioni per una cessazione delle ostilità, non un cessate il fuoco. La condizione sarebbe la creazione di passaggi sicuri per il ritiro degli Stati Uniti dalla regione e per il ritiro di Israele dalla Palestina occupata. Non si tratta semplicemente di fermare i bombardamenti iraniani.
Ciò significa, di fatto, spezzare la spina dorsale dell'impero americano in Asia occidentale e ottenere la liberazione definitiva della Palestina.
Negli Stati Uniti, la base MAGA di Trump si solleverà in massicce manifestazioni, a cui si uniranno americani di ogni estrazione sociale e orientamento politico. Più a lungo si protrarrà la guerra, più profonda diventerà la divisione nella società americana, con la possibilità di un conflitto armato e persino di una guerra civile.
In Europa, le tensioni tra la popolazione ebraica e quella musulmana aumenteranno esponenzialmente. L'Europa sarà dilaniata da queste tensioni.
La sconfitta della potenza militare americana in Asia occidentale avrà un impatto diretto sulla pressione americana su Venezuela e Cuba. Trump ha imposto embarghi a Cuba e Venezuela. Una sconfitta americana in Asia occidentale incoraggerà Russia e Cina a fare pressione sugli Stati Uniti affinché revochino questi embarghi.
Ma una volta presa in considerazione la mia analisi, bisogna chiedersi: cosa è meglio per la pace a lungo termine nel mondo: una guerra totale per sconfiggere l'imperialismo statunitense e il sionismo, oppure minacce infinite, colloqui e attacchi periodici all'Iran dall'interno e dall'esterno?

Sandew Hira, REDH, 28 Febbraio 2026

 

Articolo originale: La lógica de la guerra entre Irán y Occidente

https://www.telesurtv.net/opinion/la-logica-de-la-guerra-entre-iran-y-occidente/

 

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG

 

P.S.: Si può scaricare la versione più completa dell’articolo a questo inditizzo: https://www.sandewhira.com/wp-content/uploads/2026/02/Iran-US-war-ES.pdf .

 

[1] China.org.cn cita dati ufficiali del governo iraniano secondo cui 3.117 persone sono morte durante i recenti disordini, secondo quanto riportato dall'Organizzazione medica forense del Paese. http://www.china.org.cn/world/Off_the_Wire/2026-01/22/content_118293433.shtml .

[2] Consulta https://www.avapress.com/en/news/345831/wall-street-journal-iran-s-missile-power-has-changed-the-equation per vedere alcune cifre. Vedi anche: https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-february-11-2026/ .

[3] https://www.samaa.tv/2087336078-iran-recibe-sams-chinos-en-medio-de-esfuerzos-para-reconstruir-la-defensa-aerea .

[4] www.presstv.ir ha pubblicato molti video e fotografie di queste grandi manifestazioni.

[5] Consulta https://din.today/wp-content/uploads/2026/02/Iranian-women.pdf per vedere i dati.

[6] https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-february-11-2026/ .

[7] https://www.unitedagainstnucleariran.com/qassem-soleimani-sus-propias-palabras .

[8] https://www.timesofisrael.com/los-medios-iraníes-afirman-que-teherán-adquirió-un-tesoro-de-archivos-nucleares-israelíes-sensibles/ .

 



RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / PRIVATIZZAZIONI IN BRASILE

Brasile. Rivolta indigena contro la privatizzazione dei fiumi.

 

 

Oggi si compiono 30 giorni da quando circa 600 persone di 14 popoli indigeni dell'Amazzonia si sono accampate di fronte al porto della Cargill, a Santarem. Chiedono al governo di Lula di revocare il decreto 12.600 che prevede di dragare il fiume Tapajós, trasformando le sue acque in una via fluviale privatizzata per il trasporto di soia ed altri cereali (*).  

Sebbene il governo giorni fa abbia fatto marcia indietro sul dragaggio, tuttavia mantiene in vigore la privatizzazione dei fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins come parte del Programma Nazionale di De-statalizzazione, il che significa passare la gestione e il mantenimento di queste vie fluviali, che ammontano a 280 chilometri soltanto per il Tapajós, a grandi imprese multinazionali legate all'agro-business. Ciò comporta la costruzione di nuovi porti privati, facendolo diventare un corridoio fluviale, senza aver consultato le popolazioni che vivono del e con il fiume.

Le monocolture di soia e mais stanno distruggendo l'Amazzonia, disboscando la selva e avvelenando le acque e l'ecosistema per abuso di pesticidi. Ciò che sta succedendo con uno dei principali affluenti del Rio delle Amazzoni, il Tapajós, è semplicemente allucinante: treni di fino a 35 chiatte trasportano cereali verso Cina ed Europa, sono stati costruiti o sono in progetto 41 porti su questo fiume, dove l'anno scorso sono circolate oltre 15 milioni di tonnellate di merci. 

L'inquinamento da mercurio prodotto dal settore minerario, legale e illegale, e la rimozione del fondo del fiume sono ciò che più resta alle popolazioni. Secondo Rafael Zilio, concependo un fiume come una mera "idrovia", "lo Stato e le grandi compagnie minerarie e dell'agro-business perpetuano la devastazione ambientale in Amazzonia".  

Nell'ultimo mese, sono anche state bloccate per alcune ore la strada che va all'aeroporto e l’aeroporto stesso di Santarém. Silvia Adoue ricorda che "i munduruku non hanno aspettato la demarcazione del proprio territorio da parte dello Stato", ma come popolo hanno proceduto “all’auto-demarcazione in accordo con le comunità di pescatori", il che dimostra la capacità di "coordinamento tra popolazioni con diverse visioni del mondo".  

Questa è una breve ed incompleta sintesi di una resistenza per la vita, in corso da molti anni. Credo possiamo trarre alcune evidenti conclusioni da questa pregevole lotta. 

La prima è che avviene sotto un governo progressista, quando segretario della Presidenza è Guilherme Boulos e ministra dei Popoli Indigeni Sonia Guajajara, ambedue del "radicale" Partito del Socialismo e della Libertà (PSOL). Chi crede che essi possano fare qualcosa di diverso da ciò che vuole il grande capitale, si sbaglia. Perché sono i migliori rappresentanti delle ambizioni delle multinazionali, di fronte al vergognoso silenzio del movimento sindacale e del Movimento dei Senza Terra (MST), il cui obiettivo principale è la rielezione di Lula. 

La seconda è che il capitalismo pretende, e sta implementando, la completa privatizzazione della Natura, per accumulare sempre più capitale. Far diventare i grandi fiumi amazzonici delle vie fluviali infestate da infrastrutture, è garanzia della loro distruzione e dell'annichilimento delle popolazioni che ne abitano le sponde. 

L'accumulazione di capitale non ha limiti, salvo ciò che possono fare i popoli e i movimenti per frenarla. Mentre quelli che stanno “in alto”, di sinistra o di destra, perfino gli "estremisti", avallano l'agro-business, sbandierano una narrazione "corretta" in cui si permettono di mentire e addirittura di assicurare che stanno appoggiando le istanze dei popoli originari. Lo stesso Boulos si era impegnato a realizzare consultazioni prima di dare avvio alle opere, impegno a cui non ha mai tenuto fede. 

La lotta è del tutto impari. Cargill fattura 154 miliardi di dollari ogni anno, conta sull'appoggio dello Stato e del governo brasiliano, mentre i popoli indigeni sono relativamente piccoli (i munduruku sono in 13.000) e non possono far conto che sul sostegno di altri popoli simili, com’è risultato evidente in questi giorni. 

La terza ha a che fare con la determinazione di difendere la vita e la dignità dei popoli. Il resoconto di Sumauma mette in evidenza che questi popoli costituiscono la "prima linea di resistenza contro l'agro-capitalismo globale". Benché siano in pochi, sono fermi e risoluti e non indietreggiano. Una donna munduruku ha affermato: "I bianchi vedono il fiume come merce, per noi è vita". È giusto ciò che stanno dicendo i popoli originari di tutte le geografie, da Wall Mapu fino alla Mesoamerica. 

Questa resistenza all'avversità dovrebbe essere fonte di apprendimento per tutti e tutte. Una volta constatato che né la destra né la sinistra faranno nulla per salvare l'umanità dalla catastrofe, è il turno dei popoli che ci stanno mettendo il corpo e il sangue, a difendere la vita e la Natura. 

Raúl Zibechi, Resumen Latinoamericano, 20 febbraio 2026

 

(*) Informazione tratta da Silvia Adoue, Desinformémonos 5/02/2026Rafael Zilio, Desinformémonos 11/02/2026Guilherme Guerreiro Neto, Sumauma, 12/02/2026, e dal collettivo Aldea Urbana (https://www.youtube.com/live/vs-bSMviJw).

 

Fonte: Brasil. Levantamiento indígena contra la privatización de ríos - Resumen Latinoamericano

 

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / GOLPE BLANDO IN PERU’

Perù, un altro delinquenziale colpo di Stato parlamentare.

 

  

 

Questo martedì pomeriggio si è compiuto, per l’ennesima volta, un nuovo delinquenziale colpo di Stato parlamentare in Perù, dove comandano il fujimorismo di estrema destra e l’oligarchia reazionaria di Lima. Quest’ultima destituzione, quella del presidente interino appena imposto ad ottobre dalla destra e dal fujimorato fascista, puzza di Trumpismo oligofrenico imperiale e della sua strategia “Monroe per il 21° secolo”, sul "suo cortile di casa”, giacché il motivo di questa nuova destituzione parlamentare peruviana è l'accordo tra il Perù e la Cina Popolare, che non fu rescisso dal recente e questo pomeriggio caduto governo peruviano. Ovvero: fa parte della guerra ibrida di Washington, di Trump e di una gran parte dell'UE, contro i BRICS ed il Mondo Multipolare in ascesa, e per la distruzione dell'America Latina come potenziale blocco di quel mondo nuovo.

Parallelamente e in separata sede, Trump e Rubio hanno convocato per il 5 marzo a Miami, un summit di presidenti di 7 governi di ultradestra del continente, tra cui gli impresentabili Noboa e Milei, per concordare, tra le altre misure, un’accelerata imposizione della dollarizzazione in tutta la regione, come l'analista statunitense Dennis Small, dell'Istituto Schiller, giustamente allertava lunedì 16 febbraio 2026.

Al contrario, i governi progressisti e/o di sinistra, da Petro a Claudia, da Cuba al Venezuela, passando per Lula, hanno optato per negoziare isolatamente e separatamente ciascuno con Trump e l'impero fascistizzato, e non per autoconvocarsi allo scopo di escogitare una soluzione collettiva ed unificatrice, o quanto meno coordinata. Lo dovremo fare noi, Popoli: non c'è tempo da perdere.

Hitler, Mussolini e Franco stanno avanzando di nuovo, ma i Chamberlain e i Leon Blum creoli, tentennano di fronte al Fascismo del 21° secolo.

La drammatica ora latinoamericana che sta vivendo il Sud, è cruciale. Sono già 8 i governi caduti in Perù, in appena dieci anni. Quant’è indignante constatare che nessuno isola la nuova dittatura, imposta questo pomeriggio in Perù.

Soltanto la Revoca (del mandato presidenziale) in Ecuador e la lotta civica e Mobilitazione popolare (nel caso dell'Ecuador) e per estensione, solamente la Mobilitazione ed il lasciarsi alle spalle il suscettibile tempo di Stare sulla Difensiva, in Perù e in tutte le altre nazioni, potrebbe fermare questa barbara Offensiva dei fascisti pedofili. Se lottiamo separatamente, la Patria (quelle balcanizzate e la Patria Grande) muore.

Alexis Ponce (dall’Ecuador), Resumen Latinoamericano, 7 febbraio 2026

 

Fonte: https://www.resumenlatinoamericano.org/2026/02/17/peru-otro-delincuencial-golpe-de-estado-parlamentario/

 

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / OLIMPIADI MILANO CORTINA

Cosa ci fa l’ICE nei Giochi Olimpici d’Inverno?

 

 

  

L’evento ha visto la presenza degli agenti del Servizio di Controllo d’Immigrazione e Dogane statunitensi (ICE), provocando manifestazioni di cittaidni italiani.

 

«Mi fa male al cuore quello che succede negli Stati Uniti. Come paese dobbiamo concentrarci a rispettare i diritti di tutti e assicurarci di trattare bene i nostri cittadini», ha dichiarato lo sciatore Chris Lillis, statunitense, nei Giochi Olimpici d’Inverno a Milano-Cortina, Italia.

L’evento è terminato il 22 febbraio e ha visto la partecipazione di 2871 atleti di 92 nazioni con il lemma: «È la tua atmosfera», una festa della gioventù che è stata segnata dalla presenza degli agenti del Servizio di Controllo d’Immigrazione e Dogane statunitense (ICE), fatto che ha provocato la protesta di cittadini italiani.

Che cosa fa una polizia progettata per esercitare deportazioni in un evento sportivo mondiale?

Quando è stato confermato che 45 di questi militari sarebbero stati presenti all’evento, è stato chiaro che il loro impegno non aveva niente a che vedere con la sicurezza degli atleti, ma con l’uso dello sport per espandere il potere autoritario della Casa Bianca.

L’ICE evoca retate, centri di detenzione, separazioni di famiglie e una violenza istituzionale contro gli emigranti. Portarla ai Giochi Olimpici è esportare l’ideologia della forza per imporre un obiettivo, non un protocollo di sicurezza come afferma il sito Spanish Revolution.

La reazione dell’Italia è stata immediata. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha affermato che non avrebbe ricevuto nella sua città «una milizia che uccide», riferendosi agli espisodi di Minneapolis di Renee Good (madre di tre figli) e dell’infermiere Alex Pretti, tutti e due di 37 anni.

Il Governo degli Stati Uniti utilizza le grandi gare sportive come strumenti d’interesse nazionale.

Non si tratta di proteggere une delegazione, ma di proiettare poteri, normalizzare un’agenda e riaffermare l’egemonia, ha detto il politologo Timothy Sisk, specialista in sport e relazioni internazionali.

Insomma, assistiamo all’uso dello sport come diplomazia culturale al servizio di un riordino globale nel quale la Casa Bianca vuole far predominare il suo messaggio: siamo qui e comandiamo anche qui!

 

Alfonso Nacianceno e GM per Granma Internacional, 18 Febbraio 2026

 



GRANMA (CUBA) / INTERNI / CONFERENZA STAMPA DEL PRESIDENTE

Le questioni più scottanti della situazione contingente.

 

L'incontro è stato trasmesso dalla radio, dalla televisione nazionale e attraverso il canale YouTube della Presidenza.

 

  

 

> Cosa cambia nelle relazioni tra Cuba e Venezuela dopo l’aggressione militare perpetrata dal Governo degli Stati Uniti?

> Che portata ha la solidarietà internazionale con Cuba dopo le recenti misure dell’amministrazione Trump che includono il blocco energético?

> È possibile un dialogo con gli Stati Uniti? Sotto quali principi?

> Qual’è lo stato attuale della situazione elettro-energetica nazionale? Quali sono gli aggiornamenti per il suo recupero? Come accelerarli per giungere all’autosufficienza energetica?

> Di fronte alle condizioni di blocco estremo, come dirigere la vita del paese verso priorità di sopravvivenza che dipendano di più dalla capacità di produzione locale, sotto la conduzione del Partito che, a livello locale a sua volta dev’essere più efficace per ottenere risultati più rapidi?

 

A queste e ad altre domande ha risposto il Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, nella conferenza stampa di fronte ai media nazionali e internazionali sui temi pressanti della realtà cubana attuale, più complessa dopo l’aggressione militare al Venezuela e la minaccia diretta a Cuba da parte del Governo degli Stati Uniti compresa nella recente misura di blocco petrolifero fatta all’Isola.

 

La nostra Resistenza a fronte della teoria nemica del collasso.

All’inizio della conferenza stampa, il Presidente ha affermato che la teoria del collasso di Cuba come quella di Stato fallito, sono costruzioni con le quali il Governo degli Stati Uniti cerca di caratterizzare la situazione cubana nel suo obiettivo storico di far crollare la Rivoluzione mediante i due stratagemmi dell’asfissia economica e dell’aggressione militare, ed ha assicurato che la prima è stata riconosciuta esplicitamente dallo stesso Presidente degli USA: «Ha detto che avevano applicato contro Cuba tutte le pressioni possibili, riconoscendo allora che non c’è uno Stato fallito, ma che c’è uno Stato che ha dovuto affrontare resistendo le massime pressioni per l’asfissia economica non di uno Stato qualsiasi, ma da parte della principale potenza mondiale, con una base imperialistica e un proposito egemonico di dominio. Ma c’è anche aggressione militare, perché poi dice che non resta altro da fare che impadronirsi dell’isola».

Il Presidente ha sottolineato che la maggioranza delle attuali generazioni di cubani sono nate sotto il blocco economico degli USA: «Sotto il peso di questa afflizione economica abbiamo sempre avuto carenze, difficoltà complesse, e abbiamo dovuto funzionare in mezzo a mille vicissitudini, imposizioni e pressioni che a nessun altro al mondo, e tanto meno così prolungate. Sono tempi particolarmente difficili, ma li supereremo insieme, con resistenza creativa, con lo sforzo e con il talento di tutti». 

 

La relazione con il Venezuela non è dipendenza ma collaborazione.

Il Presidente cubano, rispondendo a una domanda di Rusia Today, ha affermato che la relazione con il Venezuela non si può qualificare come una dipendenza: «Molti vogliono vederla come una relazione di dipendenza tra due Paesi, e con questo operano per ridurla a uno scambio di merci e servizi, ma questa non è la realtà che abbiamo con la Rivoluzione Bolivariana».

Poi ha spiegato che, sin dall’inizio, con Chávez avevano intessuto una relazione di cooperazione, di collaborazione con il principio solidale, soprattutto d’integrazione, di complementarità, come due Paesi fratelli e che per questo sorse, più di 25 anni fa, l’Accordo di Collaborazione Integrale: «Perché integrale? Perché comprende molte sfere. Comprende i temi dell’energia, della sovranità alimentare, dell’educazione, dell’educazione superiore, dell’alfabetizzazione, della formazione di quadri, della formazione di risorse umane. Ci sono temi che hanno a che vedere con l’industria, con le miniere, con le telecomunicazioni, con lo scambio culturale, e anche con lo scambio politico. Questo è ciò che ha guidato le relazioni tra Cuba e il Venezuela».

Poi ha ricordato che quattro anni dopo sorse l’ALBA-TCP, e poi ancora Petro-Caribe, «con un focus energetico, ma anche verso il sociale, la giustizia sociale, l’equità, le opportunità e il benessere, lo sviluppo dei popoli e non solo del Venezuela e di Cuba, ma dell’America Latina e dei Caraibi».

Ha assicurato che non esiste nessun blocco d’integrazione regionale che ha ottenuto in così poco tempo i successi sociali ottenuti dall’ALBA-TCP, e ha ricordato vari esempi concreti. Ovviamente ha precisato che sono state intessute relazioni economiche, commerciali e progetti di collaborazione molto importanti. Uno di questi progetti, soprattutto nel campo dell’energia, era che la prestazione dei servizi medici si compensava con combustibile, e significarono una parte importante delle necessità di Cuba: «Non tutte ma una parte importante, soprattutto nei tempi più recenti. In altri momenti hanno coperto tutte le necessità di combustible del nostro paese, ma in questi tempi già non la coprivano, perché, lo ricordiamo, il Venezuela è stato sottoposto a sanzioni, a misure coercitive, a pressioni, e questo ha danneggiato anche questo scambio, che si è mantenuto ma non ha raggiunto i livelli di sempre. Lo scambio è stato danneggiato ulteriormente quando è cominciato il blocco energetico, il blocco navale al Venezuela che ha impedito che navi venezuelane o di altri paesi portassero combustibile venezuelano a Cuba, ed è stato inasprito con l’ordine esecutivo del governo USA nei giorni scorsi, manipolando attraverso la minaccia delle imposte i paesi che somministrano petrolio. Con questo pretesto hanno stabilito un blocco energetico al nostro paese».

Díaz-Canel ha affermato che «il futuro delle relazioni del Venezuela sta nella maniera in cui saremo capaci di costruire questo futuro dalla presente situazione di un Venezuela che è stato aggredito: «Diamo collaborazione, condividiamo collaborazione, condividiamo con solidarietà quando un governo, quando popoli di nazioni ce lo chiedono. E seguendo questo concetto abbiamo mantenuto la collaborazione con il Venezuela in tutti questi anni», ha precisato.

Ha ricordato la frase di Martí sul suo impegno con il Venezuela, ed ha aggiunto che con questa terra bolivariana «abbiamo impegni, sentimenti intensi, e finché il governo venzuelano propizia e difende la nostra collaborazione, Cuba sarà disposta a collaborare».

 

Cuba non è sola.

Il Presidente ha ripetuto che, immediatamente all’annuncio del blocco energetico a Cuba, è scattato un appoggio a livello interno e nazionale, e ha citato varie di queste manifestazioni di solidarietà da parte di portavoce, cancellerie, leader internazionali e movimenti che raggruppano paesi…

Si è riferito tra queste alle conversazion telefoniche tra il presidente della Russia e il segretario generale del Partito Comunista della Cina, che hanno espresso l’appoggio, l’impegno e la decisione di continuare la collaborazione e la cooperazione con il Venzuela e con Cuba.

Oltre a queste manifestazioni di solidarietà «ci sono più cose che oggi non possiamo spiegare apertamente, perché il nemico applica la persecuzione di tutte le luci che si possono accendere a Cuba, ma posso assicurare con tutta la responsabilità che Cuba non è sola. In un momento come questo, c’è molta gente, ci sono governi, paesi, istituzioni, imprese, che sono disposti a lavorare con Cuba e che ci hanno già fatto giungere assicurazioni di come possiamo fare. La persecuzione energetica, la persecuzione finanziaria, l’inasprimento delle misure coercitive è tale che sappiamo di dover fare un lavoro molto intenso, creativo e intelligente per superare tutti questi ostacoli, ma c’è valore in un gruppo di istituzioni, di persone e di governi nel mondo per appoggiarlo», ha assicurato Díaz-Canel.

 

Il mondo non può permettere che la forza calpesti il multilateralismo.

Il Presidente ha risposto all’agenzia cinese Xinhua su quello che può fare la comunità internazionale per contenere l’aggressione imperialista del Governo degli Stati Uniti in molteplici direzioni, che «il mondo non può farsi schiavizzare, umiliare, non può permettere che la forza calpesti il multilateralismo». Ha poi considerato che tutti i popoli del mondo sono esposti senza eccezioni, a una guerra politica e ideologica che ha una componente culturale e un’altra comunicazionale, mediatica: «Perché è una guerra ideologica? Perché si sta cercando di imporre il pensiero egemonico della principale potenza imperialista del mondo. Perché è una guerra culturale? Perché per far sì che si affermi l’egemonia di questa potenza a livello mondiale si devono rompere i legami con le radici culturali dei popoli e far sì che i popoli vedano come osbsolete la loro culura e la loro storia, che la gente rinneghi la propria identità, che si vergogni della sua storia, perché allora possa assimilare e si possano imporre i paradigmi della filosofia egemonica imperiale».

Ha fatto l’esempio dell’aggressione al Venezuela, perché è anche una guerra mediatica, e ha denunciato che la stessa cosa la fanno contro Cuba con una guerra psicologica «di pressioni per spezzare l’unità, per creare sfiducia e incertezza, e sono elementi che dimostrano la loro perversione». Ha quindi sollecitato le nazioni del Sud globale a capire ciò che che è in ballo per rafforzare «un’unità che non può essere solo di principio, ma anche d’azione, di denuncia costante, di cercare tutte le integrazioni possibili in un unico fronte, difendendo idee, cercando anche azioni economiche, commerciali, di cooperazione e collaborazione, che difendano il multilateralismo».

Ha precisato che ci sono blocchi che stanno divenendo leaders: «I BRICS, con prospettive distinte per il Sud Globale, e le stesse relazioni tra potenze come la Cina e la Russia; con i paesi del sud è diverso; l’Unione Euroasiatica e altri blocchi… Il Movimento dei Paesi Non Allineati deve giocare un ruolo fuondamentale, il Gruppo dei 77…». 

Ha sottolineato che questa mobilitazione dev’essere antiegemonica, ma anche antifascista: «Si stanno cmportando come fossero le orde hitleriane, quando si aggredisce un paese, quando si schiavizza il mondo, quando si sequestra un presidente o quando si commettono azioni criminali contro imbarcazioni o contro persone in maniera extra giudiziaria, senza nessun elemento di legalità. Ci sono delle strade, sono sicuro che ci sono, ma per imboccarle e ottenere l’integrazione, dobbiamo tutti credere nel valore e nel coraggio del Sud globale», ha concluso.

 

Cuba è sempre stata disposta al dialogo con gli USA, ma senza pressioni e in parità.

A proposito delle relazioni con gli Stati Uniti nell’attuale contesto e della possibilità reale di un dialogo con questo Governo, il Presidente ha ricordato che la storia dopo il Trionfo della Rivoluzione è stata sempre caratterizzata dall’assimmetria imposta dal blocco economico, commerciale e finanziario dei governi nordamericani, oggi inasprito. Ciò nonostante, ha detto, sono sempre esistiti, dentro e fuori dagli Stati Uniti, persone, gruppi e organismi che hanno favorito rotte, ponti e spazi di dialogo o canali di comunicazione: «È avvenuto molte volte, e quando lo abbiamo ottenuto è stato possibile parlare come uguali su temi nei quali si possono condividere anche criteri differenti. Ma sono temi che dobbiamo affrontare in maniera comune perché siamo nella stessa area geografica, siamo vicini».

Ha citato i temi delle migrazioni, della sicurezza, della lotta contro il narcotraffico, contro il terrorismo, per l’ambiente e altri temi che hanno a che vedere con la collaborazione scientifica: «C’è una grande agenda di temi che si possono toccare. Ed è sempre esistita una posizione storica di Cuba che il Comandante in Capo Fidel Castro definì e difese, continuata dal Generale dell’Esercito Raúl e che è inalterabile e invariabile nei momenti attuali. Cuba è disposta a un dialogo con gli Stati Uniti, a un dialogo su qualsiasi tema che si voglia dibattere. Con quali condizioni? Senza pressioni, sotto pressione non si può dialogare; senza pre-condizionamento, ma in posizione di uguali, di rispetto della nostra sovranità, della nostra indipendenza, della nostra autodeterminazione; senza questioni che si possono intendere come ingerenza nei nostri temi interni».

Díaz-Canel ha assicurato che con un dialogo come questo si può costruire una relazione civile tra vicini, con benefici per i popoli delle due nazioni: «Le cubane e i cubani non odiano il popolo nordamericano; riconoscono i valori del popolo nordamericano, i valori della sua storia, i valori della sua cultura. Esistono spazi di dialogo (per esempio nei settori scientifico, sportivo, religioso, culturale, sanitario, e anche a livello politico) e ci sono molte cose nelle quali si può lavorare insieme senza pregiudizi, cose di cui i due popoli si sono privati a causa della politica decadente, prepotente, criminale e di blocco del Governo degli Stati Uniti. La disposizione a questo tipo di dialogo non è nuova, è anche una posizione di continuità, e io credo che sia possibile».

 

Non siamo una minaccia per gli Stati Uniti.

Il Capo di Stato, sulla preparazione alla difesa del Paese e sulla manipolazione costruita su una nota del Consiglio di Difesa Nazionale relativa a un presunto passaggio allo stato di guerra, ha chiarito che la preoccupazione minore è quella del popolo cubano «perchè la popolazione sta partecipando. La preoccupazione è tutta di questo sciame di annessionisti che cominciano a vacillare, che si mostrano codardi o deboli di fronte alle pressioni della guerra psicologica che ci stanno facendo; di fronte ai proclami di una possibile aggressione militare, o di ulteriori inasprimenti del blocco, con le conseguenze per il nostro popolo». 

Il mandatario ha spiegato che la dottrina militare di Cuba è quella della guerra di tutto il popolo, un concetto di difesa della sovranità e dell’indipendenza del Paese: «Non sarà mai in nessun momento e in nessuna situazione l’aggressione a un altro Paese. Noi non siamo una minaccia per gli Stati Uniti. Sono gli Stati Uniti che praticano la retorica insultante di una possibile aggressione a Cuba. I rivoluzionari sanno bene quanto vale difendere una Rivoluzione, che se non si sa difendere la Rivoluzione è molto difficile che sopravviva a determinate circostanze. Il nostro dovere sovrano di fronte a un pericolo d’aggressione è prepararci per la difesa».

Dopo l’aggressione al Venezuela e le minacce alla regione, Díaz Canel ha detto che è stata stabilita come priorità la realizzazione di un piano di preparazione per la difesa, nell’interesse della guerra di tutto il popolo, che comprende la preparazione di tutto il sistema difensivo territoriale in tutti i suoi anelli; dalla zona di difesa, al municipio, alla provincia, al Consiglio di Difesa Nazionale; delle unità regolari delle FAR e del Minint; delle brigate di produzione e difesa; delle milizie delle truppe territoriali; dei gruppi speciali: «È legittimo ed è perfino contemplato nella nostra Costituzione», ha ribadito. Poi ha riferito che «in una riunione del Consiglio di Difesa Nazionale è stato aggiornato il piano per il passaggio allo stato di guerra, se fosse necessario, ed è stato pubblicato, perché non lo nascondiamo». 

Ha poi condannato la manipolazione fatta dai media nemici di questa nota, per generare confusione.

Ha ripassato i termini esatti della sua comunicazione e ha chiarito: «Non dice che passiamo allo stato di guerra. La nota dice che ci stiamo preparando se fosse necessario passare allo stato di guerra in qualche momento».

 

Gli Stati Uniti sì, sono una minaccia per la sicurezza del mondo.

Rispondendo alle domande di Prensa Latina sulle falsità che la Casa Bianca ha usato per dare argomenti al recente Ordine Esecutivo del Presidente Trump, Díaz-Canel ha rimarcato che invoca il terrorismo, e ha ricordatao la storia delle azioni terroriste contro Cuba «organizzate, finanziate e apoggiate dai Governi degli Stati Uniti. Si conoscono piani appoggiati, finanziati e in preparazione negli Stati Uniti per aggredire Cuba in un momenti come questi, e di cui daremo informazione nel momento opportuno. È sfacciato e immorale che si accusi Cuba di promuovere il terrorismo. È una manipolazione, una menzogna, una calunnia. Cuba non è un paese terrorista. Cuba non è nemmeno una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Cuba non ha mai fatto né ha mai proposto, né ha mai armato un’azione aggressiva che ponga in pericolo l’integrità territoriale o la sicurezza o la stabilità del Governo degli Stati Uniti. Noi non proteggiamo i terroristi. Non ci sono forze militari in Cuba di altre nazioni, né di altri gruppi. Non ci sono basi militari di altri paesi a Cuba. Facciamo cooperazione militare e accordi con paesi amici, con alleati, ma questo non significa che ci sono basi militari. L’unica base militare illegale a Cuba si trova a Guantánamo, è degli Stati Uniti, contro la volontà del popolo dell’Isola. Chi sono quelli che hanno basi militari in tutto il mondo? Chi si distingue per l’appoggio dato al terrorismo di Stato nel mondo? Forse la pressione al Venezuela e il sequestro di un presidente non sono un fatto di terrorismo di Stato? Forse l’appoggio degli Stati Uniti al genocidio a Gaza del popolo palestinese, non è un fatto di terrorismo? Forse sparare a imbarcazioni con persone alle quali non è stato provato alcun vincolo con il narcotraffico, in maniera extra giudiziaria, senza indagini, senza prove, non è un’azione di terrorismo? Allora, da che parte sta la verità in questo mondo? Qual è il principale Stato che sì, è un pericolo per la sicurezza del mondo, per la pace del mondo? Gli Stati Uniti!».

 

Non si sono fermati gli investimenti per stabilizzare il sistema elettrico.

Alla domanda sulle attuali vulnerabilità del Sistema Elettrico Nazionale e alle prospettive per far sì che migliori la sua stabilità lo sfruttamento delle risorse energetiche della nazione, il Presidente ha spiegato in dettaglio com’è stato aggiornato il programma economico del Paese per il benessere della popolazione.

Prima di tutto, e per via delle persecuzioni e delle coercizioni degli Stati Uniti, ha ribadito l’importanza di accelerare la transizione energetica verso le fonti di energia rinnovabili. Ha assicurato che a causa delle complessità, l’anno scorso – uno dei più difficili e con meno risorse finanziarie e meno combustibile – non era emerso tutto ciò che era stato fatto in materia d’investimenti, come ad esempio il recupero della capacità di generazione e distribuzione per più di 900 megawatts (MW). Perché non si è notato l’impatto? Perché non c’era combustibile per farli funzionare, come nelle ultime quattro settimane non si è potuto generare nulla con i nuovi motori, e nemeno con quelli che erano attivi da prima (in totale, tra 1300 e 1400 MW).

Partendo dal deficit attuale, ha illustrato quanto si potrebbe ridurre se ci fosse combustibile per far lavorare questi motori: «Sarebbe stato ridotto a 500 o 400 MW in un momento di massimo consumo, e avremmo potuto chiudere la maggioranza delle notti dopo il picco e all’alba. È un risultato che non abbiamo potuto utilizzare nella sua potenzialità, per i problemi di combustibile, ma che è alla portata. Con la riparazione e la manutenzione delle centrali termiche è stata recuperata capacità. Una terza direzione consiste negli investimenti nelle fonti rinnovabili: nel 2025 sono state installate capacità per generare 1000 MW in 49 parchi solari fotovoltaici. Questa infrastruttura fa sì che di giorno non ci siano gli stessi picchi di deficit che di notte. Questi 1 000 MW di parchi fotovoltaici stanno generando una media quotidiana nelle ore del giorno in cui funzionano del 38% dell’energia che il Paese consuma in questi momenti. E ha potuto mantenere un livello di deficit controllabile e gestibile nelle ore del giorno. Se non avessimo questa infrastruttura installata in funzione, il Paese vivrebbe sistematicamente passando da un blackout all’altro. Ossia, il sistema sarebbe costantemente instabile, ci sarebbe stato un apagon totale, avremmo recuperato, ma in due o tre giorni saremmo tornati all’instabilità. Ma non è successo. Il motivo per cui gli apagones di giorno sono aumentati si deve a un’altra ragione: fino al 2025 si lavorava con il concetto di priorizzare la generazione elettrica di giorno per la popoalzione, ma avevamo l’economia bloccata, le industrie, le attività agricole d’irrigazione, le fabbriche principali, i più importanti centri esportatori di produzione dei beni per la popolazione. Allora è stato deciso di dare più energia all’economia. Se l’economía non produce, ci complichiamo la vita e aumentiamo i problemi energetici nella vita delle cubane e dei cubani. Tutte le province avevano problemi ma dove si sente di più è a L’Avana, perchè è quella che aveva più capacità d’offerta di una parte dell’energia per potenziare l’economia», ha dettagliato sulla capitale.

Il Presidente ha detto che valutando le pressioni crescenti, Cuba deve giungere a sostenersi energeticamente con le fonti d’energia che possiede: petrolio nazionale pesante e fonti rinnovabili

d’energía: vento, acqua, sole, biomassa, biogás. «È un concetto», ha precisato, «che deve permeare tutta la strategia energetica; senza dubbio continuerà il programma di recupero delle centrali termoelettriche, perché con questa base termoenergetica possimao generare con petrolio nazionale senza dipendenza d’importazioni di combustibile. Alla stessa stregua continueranno gli investimenti in parchi solari fotovoltaici: alla fine di febbraio ci saranno 98 MW in più installati, e alla fine di marzo 58 MW, così continueremo in tutti i mesi dell’anno aumentando i megawatts come abbiamo fatto l’anno scorso».

Si stanno già realizzando investimenti che non solo incrementano la generazione con fonti rinnovabili d’energia per garantire stabilità nella frequenza del sistema e avere alcune capacità d’offerta nella notte.

Il Presidente ha anche informato che si stanno installando 5000 sistemi fotovoltaici domestici, di 2 Kw, in abitazioni isolate e non elettrificate, e ugualmente altri 5000 moduli fotovoltaici daranno energia a: centri vitali di servizi alla popolazione; 161 case materne; 121 case dove vivono bambini con malattie che necessitano un trattamento elettrico; 156 case di riposo per anziani; 305 case dei nonni; 556 policlinici (soprattutto nei pronto soccorso e altre aree vitali); 336 succursali bancarie;     349 uffici commerciali e di tramite. Inoltre ci sono 10 mila sistemi fotovoltaici domestici che si offrono con priorità a lavoratori del sistema dell’educazione e della Salute.

Sono stati approvati incentivi per l’acquisto e l’installazione di questi sistemi per attori non statali che decidano d’apportare al SEN o beneficare la comunità, e ci sono anche incentivi sulle imposte, di prezzi e di forme di pagamento che facilitano l’espansione dell’uso di tecnologie di generazione basata su fonti rinnovabili.

«Quest’anno», ha proseguito Díaz-Canel, «si recupereranno capacità eoliche per la generazione in alcuni parchi con determinati problemi tecnici e ci sono nuovi investimenti. L’esperienza maturata nell’installazione di infrastrutture potrebbe anche essere un servizio esportabile».

 

Si applicheranno misure per affrontare la carenza acuta di combustibili.

Alla domanda se è possibile far crescere la produzione dell’industria nazionale del petrolio ed equivalenti (include il gas e altri derivati) per dipendere meno dal combustibile importato, il Capo di Stato ha detto che la disponibilità attuale di combustibile è complicata: «Abbiamo problemi nella disponibilità di combustibile per garantire non solo la generazione elettrica, ma anche le attività basiche che hanno a che vedere direttamente con la popolazione. Per questo motivo si è riunito il Consiglio dei Ministri, con il fine di disporre direttive di governo per affrontare la scarsità acuta di combustible. Abbiamo preso come riferimento le indicazioni del Comandante in Capo per il periodo speciale. Un gruppo di vice primi ministri e di ministri informeranno la popolazione con dettagli, il contenuto delle misure perché si sappia come affrontare la situazione».

Il Presidente cubano è stato fermo nel dichiarare che, «anche se c’è il blocco energetico, non reinunciamo a ricevere combustibile nel nostro paese. Questo è un diritto che abbiamo. E faremo tutto ciò che è necessario per far sì che il Paese possa avere nuovi rifornimenti di combustibile».

Ugualmente, ha trasmesso fiducia nel fatto che il Partito e il Governo stanno lavorando perché si la popolazione e l’economia non siano danneggiati: «In condizioni difficili c’è molta paura e un forte impatto psicologico su armatori e imprese marittime nei paesi che ci possono rifornire di combustibile».

Il Capo di Stato ha condannato che una potenza possa assumere una politica così aggressiva e criminale verso una piccola nazione: «Cosa significa bloccare, non permettere che giunga una goccia di combustibile a un Paese? Significa danneggiare il trasporto degli alimenti, la produzione, il trasporto pubblico, il funzionamento degli ospedali, delle istituzioni di ogni tipo, la scuola, la produzione dell’economia, il turismo. Come manteniamo le classi dei bambini senza combustibile? Come funzionano i nostri sistemi vitali senza combustibile? Come distribuiamo gli alimenti? Come seminiamo? Come prepariamo la terra? Come raccogliamo i prodotti? Come ci trasportiamo?».

Ha ricordato che le misure che si devono prendere, anche se non saranno permanenti, dipenderanno dalla disponibilità di combustibile, precisando che implicheranno sacrifici ancora una volta, ma che la resa non è un’opzione: «C’è molto da difendere. Ci sono molte cubane e cubani degni che hanno dato la vita per questo Paese, per l’indipendenza, in tutte le epoche, e i più recenti sono i 32 compagni uccisi in Venezuela. La loro morte ha indignato il nostro popolo. E questa ferita è ancora aperta, non si chiude. Perché hanno agito così? Perchè avevano una convinzione, sapevano quello che stavano facendo. Non era solo un presidente, non era sola una nazione sorella, erano la dignità, la sovranità, era Cuba, era la Rivoluzione, era l’America Latina e i Caraibi. Questo è il Sud Globale. E lo hanno fatto come solo si poteva fare: con il coraggio, con il valore. Che diritto ha un governo straniero di impedire che giunga combustibile a un Paese? Non solo agiscono contro Cuba e contro il popolo cubano. A quanti impediscono d’avere una relazione normale di commercio con Cuba ?

Quante imprese e entità stanno pregiudicando? Forse questo non viola tutto il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite? Questo non va contro il commercio libero difeso dal capitalismo e dall’imperialismo? Chi credono di essere per imporci questo? Chi nel mondo può desiderare che si faccia questo a un Paese? Esiste un minimo d’umanesimo, di decenza, di sensibilità, di decoro in qualcuno che agisce così?».

Poi ha spiegato che, in conseguenza, «ci sono cose che dobbiamo fermare, posporre, per poter continuare a funzionare nelle cose fondamentali», e ha fatto appello alle riserve per il risparmio che esistono in tutti i luoghi, mentre si materilizzano le azioni che promuovono la prossimità alla sovranità energetica. Tra queste azioni ha citato l’incremento delle capacità d’immagazzinaggio di combustibile, come quelle perdute con l’incendio dei Supertanqueros.

Ha poi parlato delle azioni per l’incremento della produzione di petrolio nazionale (o petrolio equivalente). Come parte di questa strategia, che comprende l’estrazione di gas per generazione elettrica e combustibile per usi domestici, quest’anno a L’Avana, i consumatori aumenteranno di 20 mila unità: «Incrementare la produzione di petrolio equivalente ci permette d’avere più coperture di petrolio per far funzionare con la generazione elettrica le nostre centrali termo elettriche. Ma stiamo anche studiando e già di fatto compriamo motori che aiutano la generazione elettrica o che funzionano per altre applicazioni che assumano questo petrolio cubano».

Ha poi informato che è stato dato agli scienziati l’impegno di riprendere studi dell’Istituto delle Investigazioni Petrolifere per ottenere la raffinazione del petrolio cubano e migliorare la sua qualità, raffinarlo e ottenere benzina, fuel oil, diesel: «Alla fine dell’anno abbiamo fato una piccola prova di raffinazione del petrolio nazionale e si aprono prospettive».

Il Presidente ha ricordato altre alternative che, nelle condizioni attuali, contribuiranno ad alleviare il deficit di combustibile, tra le quali il biogas, la biomassa e l’energia idraulica; alcune in avanzato stato di test. Ha poi assicurato che, per le dimostrazioni d’appoggio ricevute in questi giorni tanto convulsi «nel mondo ci sono molte persone e organizzazioni che condannano i ricatti e l’assedio economico contro Cuba e sono disposti a rischiare per lavorare con Cuba».

 

Per trovare soluzioni non si può perdere tempo.

Rispondendo al quotidiano Granma, Miguel Díaz-Canel ha riflettuto su come si dovrebbe muovere la vita del paese per dare priorità alle attività di sopravvivenza, sull’urgenza di mobilitare tutte le capacità per la produzione locale e su cosa deve cambiare nel modo di conduzione del Partito a livello locale, per far sì che si vedano risultati e si vedano rapidamente: «Non possiamo perdere tempo, ci sono cose che fanno fatte subito».

Molte proposte nelle province, ha sottolineato, hanno superato il previsto, e per questo è apprezzabile la volontà non solo di resistere, ma anche di creare e superare, e che ci sono molte cose che si cominciano anche a vedere, ma che necessitano di maturare per essere possibili.

Il Presidente è partito dalla discussione nel XI Plenum del Comitato Centrale del Partito: «Un Plenum molto preoccupante nell’analisi sulle insoddisfazioni, con una visione verso l’emergenza, con attenzione su come diamo risposte alla popolazione nel minor tempo possibile, ma che ha anche fornito concetti per il lavoro ideologico per affrontare la battaglia economica. Quali sono le trasformazioni fondamentali che ci definiscono oggi? Cosa dobbiamo fare nel modello economico e sociale, per avanzare più rapidamente? Primo, dobbiamo elevare il funzionamento del Partito, del Governo, dello Stato, delle istituzioni armate, delle organizzazioni di massa, delle organizzazioni sociali, di tutto il sistema del paese. Dev’esserci anche un piano di mobilitazione politica, con espressioni come quelle che abbiamo visto negli omaggi ai 32 combattenti uccisi in Venezuela. C’è anche la risposta economica di come, nel minor tempo possibile, implementiamo le trasformazioni fondamentali contenute nel Programma di Governo per risolvere i problemi strutturali dell’economia, e potenziarla. C’è il piano energetico attualizzato e c’è l’articolazione internazionale che stiamo promuovendo tra le forze di sinistra, i movimenti sociali, perchè tra tutti dobbiamo organizzarci per denunciare, per trovare risposte, per combattere questa offensiva imperialista».

 

La comunicazione.

Díaz-Canel ha anche precisato come perfezionare la comunicazione, un’arma decisiva di questi tempi: «La comunicazione politica, sociale e istituzionale deve rispondere a una comunicazione di tempo di guerra, di crisi, una comunicazione che affronti quest’offensiva mediatica imperiale che sta intossicando tutti gli spazi comunicazionali nel mondo, che sta cercando di assassinare i popoli e le loro reputazioni, dirigenti, leaders, persone, che sta cercando di creare una cortina di fumo attorno a quello che sta accadendo, che giustifica tutto quello che decide l’impero».

Su come perfezionare il lavoro del Partito, il Primo Segretario ha detto: «Un primo concetto, basico, lo ripetiamo perchè è necessario, è l’unità. L’unità è quella che ci dà la forza, e poi discutere e partecipare. Discutere per perfezionare, essere critici, dibattere, contribuire. Questo non divide, ma unisce, soprattutto se dopo, partendo dalle riflessioni, marciamo insieme e difendiamo tutti uniti. Quando c’è pigrizia, quando qualcuno non dice quello che pensa, quando qualcuno non è onesto o sincero, è questo che crea frammentazioni nell’unità».

Sulla partecipazione come elemento dell’unità ha detto: «Quando tutti partecipiamo, condividiamo e lottiamo, otteniamo risultati e vittorie, c’è più identità, impegno, autostima e forza in tutto quello che facciamo».

Díaz-Canel ha tuttavia allertato sulla necessità di lavorare per un vincolo più efficace con la base: «Il miglior tempo è quello che si passa nei luoghi dove si produce, con le persone, con i collettivi, nei principali fatti ideologici, economici o sociali. Bisogna andare nei luoghi, ma non per fare presenza, ma per apprendere, apportare e aiutare a trasformare».

Un altro tema che ha sottolineato è la democrazia nel Partito: «Non siamo solo il Partito dei militanti comunisti di Cuba, siamo il Partito della Nazione Cubana», e ha esortato a che a tutti i livelli il Partito sia capace di coinvolgere i giovani, i lavoratori non militanti «per far sì che contribuiscano anche loro, che discutano insieme i problemi, perchè ci appoggino nelle soluzioni».

 

Le altre priorità.

A proposito delle priorità alle quali si deve lavorare più rapidamente e prendere decisioni e annunciare decisioni per ottenere risultati con l’urgenza di questi momenti, il Presidente cubano ha elencato:

• Attualizzazione del sistema di direzione dell’economia. Procurare un’adeguata relazione tra centralizzazione e decentralizzazione, e un’adeguata relazione tra quello che si deve vedere dalla pianificazione e quello che va affrontato con determinati segnali del mercato.

• Nuova strutturazione di tutto l’apparato statale, del Governo, del Partito, istituzionale. Ci sono istituzioni che raddoppiano le funzioni con troppe persone nell’ambito di quello che non è produttivo, con molto peso nel bilancio dello Stato in attività non fondamentali.

• Definitiva autonomia nell’impresa statale, un’autonomia vera. Non tutte le imprese approfittano delle facoltà che hanno per esportare, cercare entrate che paghino i loro propri strumenti e le materie prime.

• Autonomia dei municipi, che utilizzino le loro facoltà per risolvere i problemi del cittadino.

Il Presidente ha detto che non si può sperare che, insieme allo sviluppo del Paese, si sviluppino da sole anche le province e i municipi: «È un assurdo. Dobbiamo ottenere che il municipio si sviluppi, e se si sviluppano i municipi si svilupperanno anche le province, e se si svilupperanno le pronvince si sviluppa anche il Paese. Per far sì che i municipi possano produrre per loro stessi, devono approfittare delle loro capacità endogene, sviluppare le loro strategie di sviluppo territoriale e locale, devono, prima di tutto, avere sistemi produttivi locali robusti. Nelle questioni dell’alimentazione, quello che si produce nel municipio stabilirà ciò che lì si mangia, perché con meno combustibile il cibo non deve viaggiare troppo, e deve anche cambiare il criterio della libreta, che fino ad ora dipende da importazioni e da una decisione centrale. Se mangeremo quello che produce il municipio, poi quello che il Paese puo comprare è un di più. La gente non deve aspettare quello che possiamo importare, ma deve cercare di produrre. Non è realista pensare che in ogni luogo si avanzi nello stesso modo, né che si uscirà bene e subito, ma stiamo creando la cultura e stiamo dimostrando i risultati, avanziamo correggendo, e siamo stimolati e compensiamo anche con la nuova distribuzione centrale le differenze che ancora ci sono e chi può restare in svantaggio».

Poi ha proseguito con le altre azioni in corso:

• Rinegoziare il debito estero del paese.

• Adeguare le relazioni tra il settore statale e il settore non statale. Stimolare le associazioni economiche tra i settori statali e non statali; che tutti e due stiano nelle strategie di sviluppo locale e territoriale.

• Approfittare le flessibilità per l’investimento straniero diretto.

Creare facilità che stimolino la partecipazione dei cubani residenti all’estero, con progetti che apportino allo sviluppo economico e sociale delpaese.

• Non tralasciae l’attenzione ai vulnerabili, a chi resta in svantaggio con ogni decisione e compensarlo.

• Perfezionare la politica tributaria, la política monetaria, il risanamento finanziario e il sistema bancario e finanziario che si deve attualizzare e mornizzare per far sì che appoggituto quelo che si dve fare in economia .

• Incorporare tutto quanto si può fare in materia di scienza e innovazione, di trasformazione digitale, d’intelligenza artificiale, di comunicazione politica, istituzionale e sociale, e sviluppare il concetto di economia della conoscenza, conoscimento che è l’economia che si genera come parte dell’apporto della scienza e l’innovazione.

 

Cosa aspettarsi dai giovani.

Il Presidente, a proposito dei giovani in circostanze tanto difficili, ha affermato: «Ogni volta che parliamo del popolo e ogni volta che parliamo dei giovani, come dice il detto popolare: ci dobbiamo togliere il cappello. L’eroismo di questo popolo stupisce, anche se viviamo in questa quotidianità di diversità, affrontando cose difficili. Quando parliamo di unità, non c’è unità se i giovani non stanno in questa unità. Quando parliamo di continuità, non c’è continuità senza i giovani. Per questo nel concetto di partecipazione popolare, io dico sempre che tutto deve avere la partecipazione popolare, e in questa partecipazione popolare tutto deve avere uno sbocco in come coinvolgiamo i giovani».

Ha esaltato i valori della spregiudicatezza e dell’intelligenza dei giovani, anche quando li coinvolgi per cose difficili, e ha ricordato l’esperienza del covid, quando furono chiamati per l’assitenza ai malati: «Si mobilitarono da soli, perché avevano compreso quello che potevano dare al Paese, nessuno meglio di loro. E lo fecero i giovani di tutti i settori».

Il Presidente ha sottolineato che ascoltando i giovani uno può vedere le cose anche in un modo diverso, più reali, più contemporanee, con più audacia, e ha ricordato il protagonismo della gioventù nella storia emancipatrice della nazione, dall’inizio delle gesta indipendentiste agli ultimi eroi morti in Venezuela: «Questi sono i notri giovani, presente e futuro della nazione, presente e futuro della Patria, e li dobbiamo curare molto», ha concluso Díaz-Canel.

Dilbert Reyes Rodríguez e GM per Granma Internacional, 5 febbraio 2026

 

Articolo originale: Comparece el Presidente cubano ante medios de prensa (+Video en vivo)

https://www.granma.cu/cuba/2026-02-05/comparecencia-especial-ante-la-prensa-del-presidente-miguel-diaz-canel-05-02-2026-08-02-23

 

 


 

TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / CUBA DI FRONTE ALLA CRISI

Cuba sta investendo nell'accumulo di energia tramite batterie per rafforzare la propria rete elettrica.


L'implementazione di sistemi BESS è la risposta alla sfida posta dalla discontinuità delle fonti di energia pulita, soprattutto in considerazione della rapida crescita dell'energia solare fotovoltaica in tutta l'isola.

 


Sebbene questi investimenti non eliminino immediatamente il deficit

di generazione che il Paese sta attraversando, garantiscono stabilità.

Foto: teleSUR.

 

Cuba ha avviato l'implementazione strategica di sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS) per rafforzare la stabilità del Sistema Elettrico Nazionale. Le province di L'Avana, Holguín e Granma sono i luoghi di questo salto tecnologico, che mira a garantire maggiore efficienza e reattività alle fluttuazioni della generazione di energia.

L'integrazione di questa tecnologia risponde alla necessità di gestire l'intermittenza intrinseca delle fonti energetiche rinnovabili, in particolare l'energia solare fotovoltaica, che si è recentemente diffusa in tutto il Paese.
Per decenni, la produzione di energia elettrica sull'isola caraibica si è basata principalmente sui combustibili fossili, una struttura che è attualmente in fase di trasformazione per contrastare l'instabilità causata dall'embargo statunitense sulle forniture di petrolio all'isola.

 

  

Le batterie aiutano a prevenire il collasso totale del sistema elettrico

e a ridurre al minimo il rischio di blackout.

Foto: teleSUR

 

Los BESS actúan como un pulmón energético, estos sistemas permiten acumular el excedente de electricidad producido durante las horas de mayor radiación para liberarlo de forma inmediata cuando la demanda lo requiera o la generación fluctúe.

I sistemi di accumulo di energia a batteria (BESS) fungono da riserva energetica, consentendo di immagazzinare l'elettricità in eccesso prodotta durante le ore di picco di irraggiamento solare e di rilasciarla immediatamente quando la domanda lo richiede o la produzione fluttua.
Sebbene questi investimenti non eliminino immediatamente il deficit di produzione del Paese, garantiscono stabilità. Rispondendo in frazioni di secondo a qualsiasi fluttuazione della rete, queste batterie contribuiscono a prevenire il collasso totale del sistema elettrico e a ridurre al minimo il rischio di blackout diffusi.
Gli esperti del settore sottolineano che il funzionamento di queste batterie è fondamentale per la regolazione della frequenza e la correzione degli squilibri di rete in pochi secondi. Secondo Carmen Santos Roque, esperta coinvolta nell'installazione di queste apparecchiature, la flessibilità tecnica offerta dal sistema è ciò che consente l'integrazione di maggiori volumi di energia pulita senza compromettere la sicurezza dell'approvvigionamento elettrico.

Questa modernizzazione tecnologica, supportata dalla formazione di personale specializzato, trascende il mero miglioramento tecnico per diventare un pilastro della sovranità energetica dell'isola. Con l'implementazione di questi sistemi, Cuba sta consolidando una strategia a lungo termine che mira a una maggiore efficienza operativa e alla transizione verso un modello energetico più autonomo e diversificato.
Nell'ambito dei suoi sforzi per la sovranità energetica, l'Unione Elettrica Cubana (UNE) sta installando 5.000 impianti fotovoltaici da 2 kW donati dalla Cina. Questo programma contribuisce a mitigare l'impatto della crisi energetica diversificando il mix di generazione.
Del totale delle unità, 2.671 sono destinate a servizi municipali vitali, garantendo l'operatività di strutture come case di maternità, poliambulatori, filiali bancarie e stazioni radio indipendentemente dalle emergenze della rete elettrica nazionale. Nel frattempo, 2.329 impianti vengono installati in abitazioni situate in comunità difficili da raggiungere.
L'installazione di questi sistemi isolati garantisce funzioni essenziali come la refrigerazione dei vaccini e l'assistenza medica di emergenza durante le interruzioni di corrente. Mira inoltre a trasformare la qualità della vita nelle aree rurali, consentendo l'uso di elettrodomestici di base e incoraggiando i residenti a rimanere nelle loro comunità, riducendo così la migrazione interna dovuta alla carenza di energia.
Nell'ambito di questa strategia statale, il governo cubano ha rafforzato la trasformazione della propria matrice energetica attraverso la Risoluzione 41/2026. Questa legislazione incentiva gli investimenti in fonti di energia rinnovabili esentando coloro che investono in queste tecnologie dal pagamento delle imposte sugli utili e sul reddito personale. Questo sforzo interno per rivitalizzare la matrice energetica è sostenuto dalla solidarietà internazionale.

Redazione Telesur, 3 Marzo 2026

 

Articolo originale: Cuba apuesta por almacenamiento energético en baterías para fortalecer la estabilidad eléctrica

https://www.telesurtv.net/cuba-almacenamiento-energetico-baterias-estabilidad/?utm_source=planisys&utm_medium=NewsletterEspa%C3%B1ol&utm_campaign=NewsletterEspa%C3%B1ol&utm_content=9

 

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG