Il risiko delle basi militari: gli Stati Uniti ne hanno 750, la Cina solo 2 (per ora).

26 Febbraio 2026

 

basi militari nel mondo

 

Washington non perde occasione per attaccare la «pigrizia» dei Paesi europei sul tema della difesa e minaccia il disimpegno, ma poi fa l’opposto. Ora anche Xi vuole entrare in partita. E l’Africa è il suo obiettivo numero uno.

 

Proiezione della forza e controllo delle rotte aeronavali, per proteggere le linee di approvvigionamento e presidiare aree geografiche più o meno instabili. A questo servono le basi militari sparse nel mondo dalle superpotenze. Sentinelle avanzate in quella che con straordinaria lungimiranza Papa Bergoglio aveva definito «terza guerra mondiale a pezzi».

Il grande confronto strisciante è quello tra Stati Uniti e Cina, i due colossi rivali dell’economia e della geopolitica che finora si battono sul fronte commerciale e tecnologico. Ma che sono divisi anche dalla contesa per il futuro di Taiwan, del Mar cinese meridionale, del Pacifico e del cosiddetto Sud globale.

Gli Stati Uniti contano circa 1,3 milioni di soldati e soldatesse tra truppe di terra, marina, aviazione, corpo dei marines, guardia costiera, forze aerospaziali. L’aviazione USA ha 13.000 apparecchisuddivisi tra Air Force, Army Aviation, Navy e Marine. La US Navy può schierare circa 300 unità da combattimento più altri 180 vascelli di supporto logistico. L’arsenale nucleare contiene circa 3.750 testate, di cui 1.373 su vettori a lungo raggio. La spesa militare USA nel 2025 è stata di circa 900 miliardi di dollari; quella dichiarata dalla Cina è un terzo, 246 miliardi in dollari, ma continua a salire del 7% almeno ogni anno.

 

Camp Humphreys

Camp Humphreys è la più grande base americana all’estero.

 

La muraglia d'acciaio.

L’Esercito popolare di liberazione cinese ha il primato di “manodopera” armata: oltre due milioni di uomini e donne in servizio permanente, più 500 mila riservisti; 3.700 aerei dei quali 500 bombardieri e 1.800 caccia; 370 navi, un centinaio di missili intercontinentali basati a terra e oltre 600 testate nucleari attive. «Grande muraglia d’acciaio» (gangtie changcheng in mandarino) è la metafora ricorrente nella retorica di Xi Jinping per definire il ruolo del «Renmin jiefangjun» (i termini cinesi che noi traduciamo in Esercito popolare di liberazione).

Gli americani dalla fine della seconda guerra mondiale hanno agito come i “poliziotti” dell’ordine internazionale, intervenendo in conflitti lontani, sempre impegnati su diversi teatri, dall’Europa al Medio Oriente, fino al Pacifico. I cinesi per decenni hanno proclamato il «principio della non ingerenza» negli affari del mondo e si sono concentrati nei loro confini: a difesa della Repubblica da una possibile aggressione esterna…Fino all’avvento di Xi Jinping il dispositivo militare cinese era stato soprattutto un’immensa armata di fanteria.

Sono queste due filosofie di impiego della forza militare che hanno spinto Washington a mantenere una rete imponente di basi all’estero e Pechino finora a rinunciarvi (o quasi).

Oggi il Pentagono ha circa 750 installazioni permanenti in 80 Paesi, di gran lunga la più grande presenza militare all’estero tra le potenze mondiali (seguita dalla Russia che ha alcune decine di installazioni in repubbliche ex sovietiche e un paio ancora in Siria).

La popolazione degli questi accampamenti-città fuori dagli Stati Uniti si aggira sui 170 mila soldati.In più, il Pentagono controlla altri 50 siti almeno, più piccoli, che funzionano come avamposti per addestramento e operazioni rapide: in gergo sono noti come «lily pad», un nome delicato che significa «foglia di ninfea» ma cela un potenziale bellico micidiale.
La maggior concentrazione di basi stabili è in Giappone, con 120, e in Germania, con 119: presenze storiche ereditate dal secondo conflitto mondiale e ampliate durante la Guerra fredda. Segue la Corea del Sud, con 73 e la più grande roccaforte americana nel pianeta: Camp Humphreys che fronteggia la Dinastia Kim attestata a Nord del 38° parallelo. 

Guam, nell’arcipelago delle Marianne, è il nodo nevralgico della proiezione americana in Asia: in caso di crisi con Pechino o con Pyongyang da lì decollerebbero i bombardieri. Anche l’Italia ospita forze americane, da Aviano a Ghedi al Nord per la US Air Force, passando da Napoli per la US Navy, fino a Sigonella al Sud con una stazione aeronavale dedicata al controllo del Medio Oriente.

 

base militare cinese di Gibuti

La base cinese a Gibuti, creata nel 2017.

Costata 590 milioni di dollari, supporta le missioni anti pirateria nel Golfo di Aden: ci vivono 2000 persone.

 

L'OMBRELLO DELLA NATO.

Il dispiegamento americano in Europa, sotto l’ombrello della NATO è in discussione soprattutto ora che Donald Trump denuncia la scarsa propensione dei governi del Vecchio Continente a spendere per la loro difesa ed è arrivato a minacciare un’azione di forza per prendere il controllo della Groenlandia strappandola alla Danimarca e quindi all’Unione europea (sostenendo di volerlo fare per prevenire le mire di Russia e Cina)

…Nel 2017 la Repubblica popolare ha aperto la sua prima base oltremare, a Gibuti, sullo sbocco del Mar Rosso. Secondo Pechino serve a proteggere dai pirati del Corno d’Africa il traffico di naviglio commerciale. Il Pentagono la vede come un tentativo della potenza rivale di creare una testa di ponte in Africa orientale e sostiene che i cinesi da quell’avamposto usano raggi laser per «disturbare» gli aerei americani della vicina base di Camp Lemonnier, sempre nel territorio di Gibuti.Una seconda installazione con la bandiera rossa e le cinque stelle gialle è entrata in funzione ad aprile del 2025 a Ream in Cambogia. Ufficialmente serve a operazioni logistiche congiunte e addestramento ad azioni antiterrorismo e umanitarie….Secondo il Rapporto al Congresso di Washington inviato a dicembre 2025 dal Pentagono, Xi Jinping sta preparando un grande ampliamento dei suoi orizzonti militari, ha chiesto al presidente del Gabon una base nel Golfo di Guinea e ci sono segnali di interesse per siti in Angola, Guinea Equatoriale, Kenya, Mozambico, Namibia, Nigeria, Seychelles, Salomone, Vanuatu, Bangladesh, Pakistan, Cuba. Sono tutti Paesi dove la Cina ha investito grandi quantità di denaro in infrastrutture e commerci, per le quali può chiedere in cambio approdi militari.

E poi, nel Mar cinese meridionale che Pechino reclama quasi per intero nonostante si estenda per migliaia di miglia dalle sue coste, dal 2012 è partita la strategia delle isole artificiali. Sette atolli alle Spratly e uno alle Paracel (che in mandarino si chiamano Nansha e Xisha, Isole del Sud e dell’Ovest) sono stati coperti da colate di cemento dove sono stati allestiti moli per le navi da guerra, piste per gli aerei, radar e batterie missilistiche. In sostanza secondo gli analisti occidentali si tratta di «portaerei inaffondabili» in grado di sfidare quelle della flotta americana basata in Giappone. I nomi inglesi di alcune di quelle isole-fortezza suonano ironici: Mischief, che significa più o meno «Furbata» e Fiery, «Infocata».

Pechino non nega i grandi lavori alle Spratly, ma oltre a sostenere che sta costruendo «nel cortile di casa», assicura che a Meiji (il nome in mandarino di Mischief) e nelle altre isole artificiali sta sorgendo nel mare una rete di rifugi anti-tifone, fari, centri di ricerca e soccorso, stazioni meteo. «Utili a tutti», promette la portavoce del ministero degli Esteri…Il governo filippino nel 2023 a concesso di aprire altre quattro basi nell’arcipelago agli americani. L’accesso permette agli strateghi del Pentagono di colmare un vuoto nell’arco di contenimento intorno alla Cina, che attualmente va dalle basi in Sud Corea e Giappone al Nord, fino all’Australia a Sud. Le Filippine erano l’anello mancante, tanto più importante perché l’arcipelago si trova vicino ai due possibili teatri di scontro tra americani e cinesi: l’isola di Taiwan e il Mar cinese meridionale. Tre dei siti sono nell’isola di Luzon, che è la più vicina a Taiwan, la quarta a Palawan, nell’area delle Spratly…Una partita di risiko con mosse continue.

 

Da corriere.it