Il disastro non è naturale.
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- Scritto da globalproject
13 Febbraio 2026

Il ciclone Harry e la frana di Niscemi riaprono la questione meridionale: tra fondi irrisori, priorità sbagliate e una narrazione che trasforma l’abbandono in fatalità.
Ora che l’emergenza è rientrata e si iniziano a quantificare i danni, una cosa appare chiarissima: il Sud Italia continua ad essere trattato come un’ appendice.
Lo scorso mese Sicilia, Calabria e Sardegna sono state travolte dal ciclone Harry, che ha provocato allagamenti, danni ingenti e interruzioni dei servizi. Un evento meteorologico estremo che ha messo in ginocchio intere comunità e, allo stesso tempo, ha evidenziato le fragilità strutturali e sistemiche dei territori interessati. Come se non bastasse, nei giorni successivi Niscemi, un comune in provincia di Caltanissetta, è stato colpito da una frana che ha causato il crollo di ampie porzioni di terreno, portando all’evacuazione di 1500 persone.
Questi episodi non possono essere semplicisticamente ricondotti ad eventi meteorologici eccezionali. Tante sono le criticità e i problemi che questi eventi hanno portato alla luce, dalla cattiva gestione dei territori alla mancanza di investimenti strutturali, ma un altro dato appare forse ancora più evidente: nonostante la portata estremamente drammatica di questi eventi, i media nazionali se ne sono occupati in modo marginale. Nei palinsesti nazionali non ha trovato spazio nessun racconto approfondito e, soprattutto, nessuna analisi delle cause strutturali. Solo qualche servizio rapido ma senza nessun approfondimento. Solo pochi secondi dedicati alla notizia nei tg. Il ciclone Harry è stato trattato come un inconveniente locale, non come un evento estremo.
L’atteggiamento generale nel dare e commentare la notizia è pregno di una retorica antimeridionalista che colpevolizza il meridione e omette responsabilità politiche che si attestano a più livelli. In particolare, l’atteggiamento registrato dai media, che ben si riflette anche nel dibattito social, fa ricadere la responsabilità su scelte imprudenti e abusivismo edilizio. In questo modo, chi abita quei territori finisce per essere rappresentato non come vittima di un evento estremo e disservizi strutturali ma come corresponsabile. L’idea è che ci sia una pena da scontare.
La postura dei media nazionali non fa che riflettere quella del governo, che ha aspettato quasi una settimana per dichiarare lo stato di emergenza e ha stanziato 100 milioni di euro per i primi interventi a fronte di danni stimati di circa 2 miliardi. I 100 milioni sono divisi per le tre regioni con 33 milioni ciascuna, ma la sola Sicilia, secondo le stime, conta danni che superano il miliardo e mezzo di euro. È evidente come lo Stato risponda con fondi insufficienti, che servono solo a tamponare - e forse non bastano nemmeno per quello.
In generale, fenomeni del tutto eccezionali vengono normalizzati e raccontati come fatalità, quando in realtà sono il risultato di anni di abbandono e assenza di pianificazione. In questo modo si finisce per oscurare responsabilità ben precise: interventi di messa in sicurezza mai realizzati e scelte politiche che hanno aumentato l’esposizione al rischio e la marginalizzazione di interi territori.
La calamità naturale diventa quindi il risultato prevedibile di scelte strutturali.
Per quanto riguarda Niscemi, infatti, non si può non ricordare che si tratta di una zona ad alto rischio idrogeologico, in cui fenomeni simili si sono già verificati in passato. Va ricordata infatti la frana che colpì il comune già nel 1997, che portò all’evacuazione di 400 persone. Era quindi prevedibile che un evento di questo tipo potesse verificarsi e individuarne la causa in un fenomeno meteorologico significa occultare le responsabilità politiche di chi non ha agito per prevenire il disastro e non ha adottato piani di messa in sicurezza adeguati. A questo si aggiunge il fatto che a Niscemi è presente una delle più grandi basi militari statunitensi in Italia, all’interno della quale è stato installato il MUOS, uno dei quattro terminali terrestri al mondo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari Mobile User Objective System, ad uso esclusivo della marina militare statunitense. L’installazione del MUOS ha incontrato negli anni una forte opposizione da parte di residenti, che hanno denunciato i possibili danni che l’impianto avrebbe potuto causare alla già fragile situazione geologica del territorio. Anche in questo caso, però, l’amministrazione ha ignorato le richieste dei cittadini e ha deciso di procedere comunque con l’installazione, dimostrando ancora una volta di preferire gli interessi militari piuttosto che tutelare le persone che abitano quei territori. Inoltre, la marina militare ha recentemente annunciato interventi di messa in sicurezza della base militare, proprio per evitare possibili smottamenti del terreno. Tutto questo mentre il paese letteralmente crolla. Emergono così in modo evidente due pesi e due misure: da un lato il territorio civile, abbandonato e lasciato al collasso; dall’altro quello militare occupante, che viene prontamente messo in sicurezza.
Dal punto di vista delle infrastrutture, emblematica è sicuramente la rete ferroviaria siciliana, che, non a caso, ha subito danni drastici a seguito del ciclone. Il ciclone ha distrutto una linea ferroviaria strategica come la Messina–Catania, i cui binari sono rimasti sospesi nel vuoto. È chiaro che l’Italia viaggia a due velocità diverse. In Sicilia attraversare la regione in treno può richiedere un tempo spropositato: per raggiungere Trapani da Ragusa il tempo di percorrenza minimo è di 7 ore mentre, a parità di distanza (350 km circa), Milano - Firenze è percorribile in 1 ora e 50 minuti.
Il boccone più amaro da deglutire, però, è che, mentre i territori del Mezzogiorno crollano, l’attenzione e le risorse politiche sono state - e rimangono anche in queste settimane - concentrate sul Ponte sullo Stretto, la cui inutilità è sempre stata evidente. Questo fa riflettere, perché dimostra come il ponte non sia una risposta ai reali bisogni di siciliani e calabresi, che invece avrebbero bisogno di investimenti concreti sui loro territori, in termini di sicurezza, infrastrutture e tutela ambientale.
Va ricordato, infatti, che, a fronte dei 33 milioni stanziati per il ciclone Harry per il ponte sono stati stanziati 13, 5 miliardi.
In questo contesto, a seguito della frana di Niscemi, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un ordine del giorno che impegna il governo dell’Isola a destinare parte dei fondi previsti per il Ponte sullo Stretto a un programma straordinario di ricostruzione e messa in sicurezza del territorio. Nonostante ciò, il presidente della Regione Schifani, non a caso di Forza Italia, si è detto fiducioso nella capacità del governo nazionale di reperire le risorse necessarie, ritenendo inutile usare i fondi destinati al ponte.
Altro dato su cui riflettere è quello relativo ai fondi del PNRR. Infatti, al Sud sono destinati meno progetti e, quando questi vengono approvati, i soldi arrivano con enorme lentezza. Il problema, però, non sta nella incapacità naturale del Sud ma nel fatto che i bandi vengono pensati per amministrazioni dotate di adeguate capacità tecniche e organizzative che tipicamente risiedono al Nord e che i comuni del Sud presentano scarsità di tecnici per seguire progetti complessi. Quindi si tratta di un sistema costruito per ignorare, invece che colmare, le disuguaglianze di partenza dei territori. Un esempio plastico di questa dinamica è ancora il caso di Niscemi, dove dei progetti sul dissesto idrogeologico finanziati dal PNRR nessuno riguarda quell’area.
Tutto ciò smentisce ulteriormente la narrazione, ancora molto in voga nel dibattito pubblico, che vede il Sud come il ladro sulle spalle del Nord. Ci offre un’immagine del Sud che non vive di assistenzialismo, come si sente spesso ripetere, ma di stenti.
Un altro esempio di queste carenze strutturali è la crisi idrica che colpisce regolarmente Sicilia e Sardegna e il modo in cui questa viene gestita. Non c’è acqua perché le reti idriche e fognarie sono inadeguate, perché le perdite lungo il sistema superano spesso l’acqua che arriva effettivamente nelle abitazioni, e perché la popolazione subisce politiche che non hanno alcun reale interesse a migliorare la vita di chi abita questi territori. È una scelta strutturale, non un’emergenza improvvisa. A Palermo, come in molte altre zone del Sud Italia, l’acqua è razionata. Ma questo ovviamente non riguarda tutta la città: l’acqua non manca nelle zone del centro storico con un'alta concentrazione di B&B.
È una normalità distorta in cui chi abita i territori conta sempre meno rispetto a chi ne usufruisce per il turismo estivo.
In questo contesto non sembra stridere la dichiarazione di Schifani, secondo cui l’urgenza degli interventi di ricostruzione è dettata dal voler evitare che “tutta quella fascia turistica che costituisce la crescita della ricchezza della Sicilia possa fermarsi e rallentare".
Si tratta quindi di un sistema che considera alcune aree sacrificabili, a meno che non possa trarre profitto dal farle diventare un parco giochi per turisti; un sistema in cui chi arriva da fuori ha più valore di chi quei luoghi li vive ogni giorno.
Il problema è che questo sistema, oltre a produrre danni disastrosi sui territori e un mercato turistico del tutto scollato dalla vivibilità di questi luoghi, alimenta anche una narrazione che viene interiorizzata dalle stesse persone che abitano questi territori.
La foto dei bambini in tre sul motorino che tanto piace agli influencer dell’ultimo periodo, l’immagine di una “vita lenta”, il racconto dell’arrangiarsi, non sono altro che ingiustizia sociale che diventa materiale da romanticizzare. Ma questa estetica del disagio non permetterà mai al Mezzogiorno di uscire dalla condizione di subalternità in cui si trova. Perché romanticizzare il degrado significa nei fatti decidere di far finta di non vedere quanto sia problematico, ingiusto e pericoloso. Se l’abbandono viene romanticizzato, smette, dunque, di essere un problema politico.
Diventa allora necessario avere il coraggio di nominare ciò che non funziona, i problemi strutturali. E va fatto in un’ottica trasformativa, non colpevolista.
Va tenuto presente che la questione meridionale non è un conflitto tra Nord e Sud ma un sistema di corresponsabilità tra il capitalismo e le classi dirigenti. Un’alleanza che ha prodotto subalternità e non sviluppo. Quindi l’antimeridionalismo è prima di tutto una questione di classe, che colpisce il Sud in quanto area strutturalmente privata di potere e peso economico.
Da globalproject










