Milano-Cortina: sport, petrolio, greenwashing.

11 Febbraio 2026

di Claudia Vago, Gianluca Cicinelli e Giovanni Caprio.

 

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Milano Cortina 2026, i Giochi italiani “sostenibili”… ma ciò che si vende è “made in Bangladesh” (senza veri controlli). E quasi nessuno dice che la sostenibilità diventa marketing se ignora filiere, subappalti e diritti di chi produce il merchandising.

«Abbiamo puntato sulla sostenibilità», dichiarava Giovanni Malagò, presidente dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026 in un’intervista alcune settimane fa. E del resto, le sostenibilità era al centro dello stesso dossier di candidatura. Anzi, ne era una parola chiave. «Rispetto a dieci anni fa – spiegava Malagò –, il mondo delle Olimpiadi invernali ha vissuto un’evoluzione significativa. La sostenibilità ha assunto un ruolo centrale, guidando un ripensamento del modello organizzativo. Questo orientamento è stato delineato dal CIO e formalizzato nell’Agenda Olimpica 2020+5, secondo cui «i Giochi devono adattarsi al territorio, e non viceversa».

Questo cambio di paradigma, secondo il dirigente, si traduce in scelte operative precise: «Impianti esistenti, comunità locali, riduzione dell’impatto ambientale, visione di lungo termine». Quanto di tutto questo si ritrova nelle Olimpiadi di Milano Cortina? Intanto, facciamo un passo indietro.

 

Quando le Olimpiadi scoprono la sostenibilità: da Lillehammer 1994 ai “White Green Games”

Siamo a Lillehammer, è il 1994 e si svolgono le Olimpiadi invernali ricordate come le prime “White Green Games”. Cioè i primi Giochi a mettere in evidenza pratiche ambientali come parte stessa dell’organizzazione, stabilendo nuovi standard per eventi sportivi di quella scala. Si tratta di uno dei primi momenti in cui “l’ambiente” smette di essere un tema esterno e diventa un pezzo dell’identità dell’evento.

Siamo ancora lontani dai «Giochi sostenibili e impeccabili», come definiti da Andrea Varnier, amministratore delegato della Fondazione Milano Cortina 2026, e il termine “greenwashing” ha ancora meno di un decennio di vita. Ma è il momento in cui ci si rende conto che l’impatto sociale e ambientale dei grandi eventi sportivi è troppo grande per essere ignorato. Anche grazie alla pressione di cittadine e cittadini, ong, sindacati e media che chiedono allo sport globale di partecipare al dibattito sul clima, sulla responsabilità d’impresa e sui diritti dei lavoratori.

 

Sydney 2000: la sostenibilità entra nelle candidature (e diventa un vantaggio competitivo)

Nel 2000, a Sydney, la sostenibilità entra già nella candidatura con un documento dedicato – le Environmental Guidelines del 1993 – che è riconosciuto per avere creato un precedente per le città candidate. L’obiettivo del documento è chiaro: portare l’ambiente dentro la governance dei Giochi, trattandolo come un criterio di progetto e non come un elemento decorativo ponendolo come terzo pilastro dell’evento, insieme a spot e cultura.

Le linee guida traducono l’idea di “sviluppo ecologicamente sostenibile” in una serie di indirizzi operativi: efficienza energetica, gestione responsabile dell’acqua, riduzione e recupero dei rifiuti, tutela della biodiversitàmobilità e infrastrutture a basso impatto. Il testo inquadra questi impegni dentro un sistema multilivello – dagli accordi internazionali alle normative locali – e stabilisce requisiti per costruzioni, impianti e organizzazione dell’evento, con l’obiettivo di limitare inquinamento e consumo di risorse.

La più grande eredità di Sydney 2000, tuttavia, è questa: la sostenibilità inizia a diventare un elemento competitivo, un criterio con cui vincere (o perdere) l’assegnazione dei Giochi.

 

L’Agenda 21 olimpica e il greenwashing istituzionale (con il supporto di Shell)

Nel frattempo, anche il Comitato Olimpico Internazionale prova a darsi una cornice: nel 1999 adotta la Olympic Movement’s Agenda 21, un documento che colloca lo sport dentro il lessico dello sviluppo sostenibile, sulla scia dell’Agenda 21 delle Nazioni Unite. Potremmo aprire una lunghissima parentesi sul fatto che il testo è «Pubblicato con il supporto di Shell international», considerando che Shell che è una delle più grandi aziende al mondo nel settore degli idrocarburi, principale causa della crisi climatica. Non apriamo la parentesi, ci limitiamo a sospirare un “greenwashing”.

L’Olympic Movement’s Agenda 21 non è un piano operativo per un singolo evento, ma una dichiarazione di indirizzo: un linguaggio comune per legare lo sport a obiettivi ambientali e sociali e per collocare la sostenibilità dentro l’identità stessa dell’olimpismo.

Il testo insiste su due dimensioni: da un lato la gestione responsabile delle risorse (energia, acqua, biodiversità), dall’altro l’idea che i grandi eventi e le politiche sportive possano produrre ricadute economiche e sociali durature. In questo senso, l’Agenda 21 olimpica contribuisce a consolidare l’idea che “l’ambiente” non sia più un tema esterno, ma un pilastro dichiarato del sistema olimpico. Pur con tutte le ambiguità che questo comporta quando la sostenibilità diventa anche uno strumento di reputazione.

 

Londra 2012: dalle dichiarazioni alle regole (a parole) sulla filiera

È un passaggio politico e culturale. Ma resta una domanda: come si passa dalle dichiarazioni agli strumenti concreti? Arriviamo così a Londra 2012. Non il primo grande evento sportivo in cui si parla di sostenibilità, abbiamo visto. Né il primo a produrre documenti in materia. Si tratta però di uno dei primi casi in cui la sostenibilità diventa un’infrastruttura vera, con regole, governance e obblighi contrattuali.

Già nel 2007, con aggiornamenti negli anni successivi, le Olimpiadi di Londra 2012 mettono nero su bianco un Sustainability Plan, un documento operativo che individua cinque aree chiave – clima, rifiuti, biodiversità, inclusione e salute – e le lega a scelte concrete su costruzioni, logistica, approvvigionamenti e gestione dell’evento.

Ma il vero salto, soprattutto se si osservano le catene di fornitura (e i diritti umani calpestati lungo queste catene), è un altro. Il comitato di Londra definisce un Sustainable Sourcing Code, cioè un codice che disciplina le procedure di acquisto e fornitura includendo aspetti ambientali, sociali ed etici. Anche per quanto riguarda materiali e forniture molto diversi tra loro, compreso il merchandising. Non è un dettaglio: significa riconoscere che l’evento non “finisce” nello stadio. Continua nelle fabbriche, nei subappalti, nei magazzini, nelle catene globali dove si produce ciò che poi viene venduto come “ufficiale”.

 

Tra audit e realtà: i diritti negati lungo la filiera olimpica nel Sud globale

Ma come spesso succede, tra il dire e il fare ci si mette di mezzo un modello economico che, per sua natura, deve massimizzare i profitti. E, per farlo, in genere taglia su tutto ciò che è “superfluo”, a cominciare dai diritti delle persone che lavorano, dai controlli, dalla qualità dei materiali impiegati… Così Londra 2012 diventa un caso emblematico nel dimostrare la distanza tra le policy scritte nei documenti e la realtà di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori nel Sud globale.

Nel report “Fair Games?”, pubblicato dalla campagna Play Fair, questa distanza prende la forma di numeri e testimonianze: 175 interviste raccolte tra Cina, Sri Lanka e Filippine in dieci fabbriche della filiera legata alla produzione di beni per le Olimpiadi 2012. Lì dove la sostenibilità avrebbe dovuto significare anche tutela sociale, emergono invece salari da fame, orari di lavoro massacranti, contratti precari usati per tenere le persone in ricatto e, in molti casi, aperta ostilità verso chi prova a organizzarsi sindacalmente.

E quando entrano in scena i controlli, il quadro non migliora: gli audit vengono raccontati come procedure spesso inefficaci, talvolta “messe in scena” per risultare conformi, mentre i meccanismi di reclamo restano lontani dai lavoratori, poco accessibili o persino sconosciuti. Il messaggio, alla fine, è netto: senza trasparenza sulla filiera e verifiche indipendenti, perfino un evento che si presenta come modello può finire per scaricare i costi della propria reputazione “verde” sulle spalle di chi cuce, assembla e produce dall’altra parte del mondo. Che è poi quello che raccontiamo ogni volta in cui parliamo di filiere tessili, che siano quelle del lusso o quelle della fast fashion.

 

Milano Cortina 2026: può dirsi “sostenibile” un evento che non controlla il merchandising?

Torniamo ora a Milano Cortina, i «Giochi sostenibili e impeccabili», secondo le parole di Andrea Varnier. Olimpiadi che hanno basato l’intera candidatura sul concetto di sostenibilità e che si svolgono in un Paese che si fa talmente vanto del Made in Italy da avergli addirittura dedicato un ministero.

È quantomeno curioso sfogliare il catalogo del merchandising dell’evento e imbattersi in felpe e pantaloni made in Bangladesh e polo made in Cambogia. Paesi dove da anni ong, sindacati e inchieste giornalistiche documentano e denunciano condizioni di lavoro critiche lungo la filiera tessile. E allora la domanda è una sola: quanto può dirsi “sostenibile” un’Olimpiade che non controlla nemmeno ciò che vende come ufficiale?

Testo e foto originali: https://valori.it/milano-cortina-2026-sostenibilita-filiera/

 

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Chi manifesta contro le Olimpiadi manifesta per l’Italia di Gianluca Cicinelli (**)

Le Olimpiadi sono belle. Nessuno è “contro le Olimpiadi” in quanto tali: lo sport è una lingua comune, la festa collettiva è reale, l’orgoglio pure. Il punto è un altro, ed è più italiano che olimpico: siamo contro la privatizzazione delle Olimpiadi, cioè contro il meccanismo per cui i benefici diventano rendita — immagine, immobili, contratti, sponsorizzazioni — mentre i costi si spalmano sul pubblico e, soprattutto, sui territori.

Perché Milano-Cortina non è una fiaccola: è un bilancio. E il bilancio non è uno. È almeno due: organizzazione e opere. Mischiarli è il modo più efficace per dire “tranquilli, paga il mercato”. Separarli è il modo più efficace per capire chi paga davvero. Quando la premier Meloni sostiene che chi manifesta contro le Olimpiadi manifesta contro l’Italia, oltre a proporre una bugia facilmente confutabile, afferma, di fatto, che le Olimpiadi non appartengono ai cittadini. Vediamo perchè.

Sulle opere, i numeri non sono opinioni: la società pubblica SIMICO pubblica il Piano delle opere con 98 interventi, di cui 47 impianti sportivi e 51 infrastrutture di trasporto, per un valore complessivo di 3,5 miliardi di euro. Non “stima”, non “sensazione”: è scritto lì, nero su bianco, con l’aggiornamento legato a rimodulazioni fino ad agosto 2025.

Ora, proviamo a fare un esercizio che in Italia viene scambiato per polemica solo perché è aritmetica: cosa succede se mettiamo quei miliardi accanto ai bisogni sociali che raccontiamo ogni giorno? Il Fondo per la non autosufficienza nel 2026 è riportato a 934,6 milioni di euro.

Tradotto: meno di un miliardo per anziani fragili, disabilità gravi, assistenza domiciliare, famiglie che si arrangiano quando lo Stato non arriva. Mettere 3,5 miliardi sulle opere olimpiche significa, nella scala delle priorità, spendere circa tre-quattro volte quello che destiniamo alla non autosufficienza.

E sul fronte casa il cortocircuito diventa quasi indecente. Il rifinanziamento per la morosità incolpevole è indicato in 2 milioni di euro per il 2026 e 2 milioni per il 2027. In un Paese dove l’emergenza abitativa non è un titolo, è una cronaca — e dove persino il tag “Olimpiadi Milano-Cortina” si incrocia con storie di sfratti e famiglie che finiscono in strada — quei “milioni” suonano come un biglietto di scuse, non come una politica.

A questo punto arriva la frase-totem: “Ma le Olimpiadi sono un investimento”. Benissimo. Allora pretendiamo le condizioni minime di ogni investimento: perimetro chiaro, costi tracciati, rendimenti misurabili, responsabilità esplicite. Perché anche sul lato organizzativo — quello presentato come più “coperto” — i conti non sono granitici: Reuters riporta che il budget di staging è passato da circa 1,3 miliardi a oltre 1,7 miliardi, e che la preparazione è stata descritta come una corsa in “modalità emergenza”.

Se preferiamo una cifra in euro da una fonte istituzionale locale, la Provincia autonoma di Bolzano parla di un budget complessivo di circa 1,6 miliardi di euro per la Fondazione, con circa 400 milioni legati al CIO (broadcast). In altre parole: anche la parte “evento” non è un monolite, e la parola “emergenza” non è un dettaglio estetico — è il contesto in cui, storicamente, le varianti e gli extracosti trovano terreno fertile.

Ma se vuoi capire davvero Milano-Cortina, non devi guardare la fiamma: devi guardare una pista. La pista di bob. Perché se esiste un’immagine che sintetizza la contraddizione tra narrazione e realtà, è quella del Cortina Sliding Centre.

A Cortina d’Ampezzo l’abbattimento di un bosco di larici secolari per fare spazio al nuovo Sliding Centre è tornato al centro dei riflettori. Le stime riportate da più fonti parlano di circa 560 larici interessati dal taglio nell’area, diventati il simbolo pubblico delle “Olimpiadi sostenibili” che sostenibili non riescono più a sembrare.

Le istituzioni e i soggetti coinvolti rispondono con il linguaggio standard delle grandi opere: compensazioni, nuove piantumazioni — si parla persino di oltre 10 mila nuovi alberi, “12 per ciascuno tagliato”. Peccato che, nel mondo reale, un albero maturo non è un numero sostituibile con un altro numero: i servizi ecosistemici e la biodiversità non sono una ricevuta, e soprattutto non si ricostruiscono in tempi elettorali.

Sul piano economico, la pista è altrettanto eloquente: il progetto viene indicato intorno ai 118 milioni di euro. Lo dice la stessa SIMICO in un media kit, con una cifra precisa (118.424.000 euro) e la descrizione dell’intervento come “riqualificazione”. Reuters conferma l’ordine di grandezza (118 milioni) e ricorda che la scelta è stata controversa anche perché il CIO aveva suggerito di usare strutture già esistenti all’estero per contenere costi e tempi, mentre i critici temono un “white elephant”, un impianto costosissimo da mantenere e poco utilizzato dopo i Giochi.

Persino l’iter politico-amministrativo è parte della storia: la definizione come “riqualificazione” è stata contestata da analisi e reti civiche che sostengono abbia contribuito a evitare passaggi più stringenti della Valutazione di Impatto Ambientale, o comunque a trattare l’opera come meno “nuova” di quanto sia nei fatti. E nei fatti, infatti, si è intervenuti dove sorgeva la vecchia pista Eugenio Monti, ma con demolizioni e ricostruzione sostanziale: una pista “nuova” nel corpo di una “vecchia”, perfetta per la retorica e per l’ambiguità.

È qui che la critica “sociale” smette di essere un discorso astratto e diventa una domanda diretta: se spendiamo 118 milioni per una singola infrastruttura contestata, in un territorio fragile, con un impatto ambientale trasformato in simbolo, quale sarebbe il ragionamento se quegli stessi standard di urgenza e determinazione venissero applicati alla casa, alla cura, ai servizi? Perché è questo il punto: la modalità emergenza funziona benissimo quando deve funzionare per i cantieri. Per la povertà, invece, l’emergenza è sempre “complessa”.

E attenzione: non è solo una questione di sensibilità. È una questione di controllo. Quando muovi miliardi, il tema non è “fidarsi”: è rendere conto. La Corte dei conti ha richiamato l’attenzione sul monitoraggio dell’impiego delle risorse e delle tempistiche per opere infrastrutturali legate a Milano-Cortina (Delibera 68/2025/G). Non è una nota a piè pagina: è il promemoria istituzionale che i grandi eventi, in Italia, non possono vivere di storytelling. Devono vivere di dati aggiornati e leggibili, altrimenti il “lascito” diventa un debito: economico, ambientale, sociale.

E allora arriviamo alla domanda finale, quella che dovrebbe chiudere ogni talk show prima ancora dei video emozionali: cosa resta agli abitanti di tutti questi soldi spesi? Resta un sistema di trasporti davvero migliore per chi si sposta ogni giorno o solo una somma di interventi “legacy” che legacy lo diventano solo a parole?

Resta una montagna più vivibile per i residenti o una montagna più cara, più turistica, più difficile da abitare? Resta lavoro stabile o lavoro da cantiere e da evento, e poi il vuoto? Resta un patrimonio di impianti sostenibili o una lista di manutenzioni che nessuno vorrà pagare quando le telecamere saranno già altrove?

Le Olimpiadi sono belle, sì. Ma se alla fine restano soprattutto rendite private e costi pubblici, allora non è più una festa: è un modello. E se quel modello, mentre finanzia la vetrina, lascia i fragili a fare la fila con fondi da milioni, allora non stiamo discutendo di sport. Stiamo discutendo di che Paese siamo diventati. (**) ripreso da «Diogene – Lotta alla povertà»

 

Cerchi olimpici che colano petrolio di Giovanni Caprio (***)

Greenpeace contesta la presenza tra i principali sponsor delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 del colosso del petrolio e del gas Eni, le cui emissioni di gas serra minacciano la sopravvivenza della stagione invernale e dei Giochi stessi. “È assurdo, ha dichiarato Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia, che fra i principali partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina figurino aziende che, con le loro emissioni fuori controllo, rischiano di far scomparire il ghiaccio e la neve da cui dipendono le Olimpiadi Invernali».

Nel lungo termine, si stima infatti che le emissioni di Eni per il solo 2024 (pari a 395 Mt CO₂eq) a livello globale potrebbero fondere 6,2 miliardi di tonnellate di ghiaccio glaciale, che corrisponderebbero a oltre la metà (58%) del volume dei ghiacciai alpini italiani. È quanto ha svelato l’associazione Greenpeace con un video diffuso pochi giorni fa, realizzato dallo Studio Birthplace: https://www.youtube.com/watch?v=Xm8mfvmJ18Q.

Greenpeace ha anche inviato una lettera aperta al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) per chiedere di rinunciare alle sponsorizzazioni delle aziende del gas e del petrolio, a partire da Eni, per salvaguardare i Giochi presenti e futuri. “Consentire a società del petrolio e del gas, come Eni, si legge nella missiva, di sponsorizzare i Giochi Olimpici e Paralimpici significa permettere operazioni di “reputation laundering” che contraddicono direttamente i valori olimpici, in particolare l’impegno a rispettare gli atleti e le atlete, a proteggere l’ambiente e a servire l’interesse pubblico. Questo mina la credibilità degli atleti e delle atlete che già denunciano l’impatto della crisi climatica sui loro sport, indebolisce la fiducia del pubblico nel Movimento Olimpico e allinea i Giochi ad aziende le cui azioni minacciano il futuro stesso dello sport.

Già sponsor della nazionale di calcio italiana, Eni investe grandi risorse economiche in sponsorizzazioni e cause legali per difendere la propria immagine, ma investe molto meno nella transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno. Nel 2024, ad esempio, per ogni euro investito in Plenitude (la sua presunta divisione “verde” che in realtà comprende tanto energie rinnovabili quanto gas fossile e ricerca sul nucleare), Eni ha investito 7,7 euro nel settore petrolifero e del gas.

Nello stesso anno, Eni ha avviato una causa per diffamazione, ancora in corso, nei confronti di Greenpeace Italia per aver diffuso un report sulle morti premature attribuibili alle emissioni di gas serra di cui secondo l’associazione è l’azienda è responsabile. L’associazione ambientalista e nonviolenta fa riferimento ad uno studio commissionato dallo stesso Comitato Olimpico Internazionale (CIO), dal quale emerge che entro il 2080 oltre la metà delle località idonee a ospitare i Giochi Olimpici Invernali non potrà più farlo a causa del riscaldamento globale, alimentato dalle aziende dei combustibili fossili come Eni.

Tonnellata dopo tonnellata di gas e petrolio bruciati potrebbero compromettere per sempre i luoghi che oggi ospitano le Olimpiadi Invernali. E senza neve e ghiaccio non ci saranno più Giochi Invernali. “I risultati di questa analisi, si legge nelle conclusioni dello studio del CIO, indicano chiaramente che un futuro a basse emissioni comporta un rischio molto inferiore per il numero di potenziali località ospitanti che possono essere considerate climaticamente affidabili.

Percorsi di emissioni più elevati porteranno i cambiamenti climatici a superare le soglie delle attuali strategie di mitigazione del rischio meteorologico, riducendo la capacità di garantire competizioni di sport sulla neve eque e sicure nella maggior parte delle località ospitanti entro la fine del XXI secolo. Le profonde ripercussioni di un futuro ad alte emissioni sul patrimonio culturale mondiale rappresentato dai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali sottolineano l’urgenza di ridurre rapidamente le emissioni globali di gas serra”

(https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13683500.2024.2403133#d1e598).

Greenpeace ha anche avviato una petizione per chiedere al Comitato Olimpico Internazionale di interrompere tutte le sponsorizzazioni delle aziende di petrolio e gas, per fermare i colossi dei combustibili fossili, che sono tra i maggiori responsabili della crisi climatica e per scongiurare che entro il 2080 oltre la metà dei luoghi che potrebbero ospitare le Olimpiadi Invernali non potrà più farlo. Se vogliamo salvare i nostri ghiacciai, la neve e le montagne per lo sport, per la natura, per noi e per le future generazioni, è l’appello di Greenpeace, dobbiamo fermare chi inquina!

Qui per approfondire e per firmare la petizione: https://www.greenpeace.org/italy/.

(***) ripreso da Pressenza

 

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Da Bottegadelbarbieri