Il Paese degli utili record e dei salari da 2,50 euro.

15 Febbraio 2026

 

https://www.marx21.it/wp-content/uploads/2026/02/sfruttamento.png

 

Ci sono momenti in cui l’analisi politica potrebbe limitarsi a mettere in fila alcune notizie, lasciando che siano i fatti a parlare. Nell’ordine: domenica 8 febbraio Il Sole 24 Ore informava dell’aumento delle ore di cassa integrazione nel 2024 (+10,45%); negli stessi giorni si apriva a Milano un’inchiesta sulla Foodinho srl, società legata a Glovo; mercoledì 11 febbraio, sempre Il Sole 24 Ore, annunciava gli utili record delle banche: 27,7 miliardi di euro.

 

Tre notizie. Un’unica fotografia.

Il governo Meloni rivendica l’aumento dell’occupazione. Ma di quale occupazione parliamo? In larga parte si tratta di lavoro precario e sottopagato, mentre il sistema economico-produttivo mostra segnali di crisi sempre più strutturale. L’incremento delle ore di cassa integrazione racconta di un’industria in difficoltà, di un tessuto manifatturiero che si assottiglia anno dopo anno. Nel frattempo, cresce la diseguaglianza e aumenta la povertà. L’orizzonte che sembra profilarsi è quello di un Paese che punta quasi esclusivamente sul turismo: un settore importante, certo, ma tra quelli a più basso valore aggiunto e con un alto tasso di sfruttamento della manodopera.

Il caso Glovo diventa allora emblematico. Secondo le accuse, i compensi dei rider sarebbero stati inferiori fino all’81% rispetto a quanto previsto dalla contrattazione collettiva e fino al 76% sotto la soglia di povertà: circa 2,50 euro a consegna. Lo sfruttamento non era esercitato da un caporeparto in carne e ossa, ma da un algoritmo. È l’applicazione a premiare o penalizzare i rider in base alla loro “efficienza”, determinando di fatto anche il compenso. Una modernizzazione che ricorda l’Ottocento, con la differenza che al posto del caporale c’è un software.

L’intervento della magistratura segnala che forse si è superato un limite. Ma non possiamo ignorare che molte delle cosiddette “riforme” degli ultimi decenni – dal pacchetto Treu al Jobs Act – hanno progressivamente ridotto tutele e salari. Diverse di queste portano la firma del centro-sinistra, che le ha presentate come strumenti per includere i lavoratori non tutelati. Il risultato, però, è stato l’abbassamento delle garanzie per tutti.

La “modernizzazione” è passata attraverso la compressione del costo del lavoro, nella convinzione che salari più bassi avrebbero reso il sistema più competitivo. Non potendo più svalutare la moneta, si è scelto di svalutare il lavoro. Ma comprimere i salari significa anche ridurre i consumi interni, colpendo proprio quel tessuto produttivo che si dice di voler difendere. Per questo l’aumento dei salari non è solo una questione etica o sociale: è anche una necessità economica.

Dalla vicenda Glovo emergono almeno due considerazioni finali.

La prima riguarda l’autonomia della magistratura. Sarebbe stato possibile un intervento del genere se il pubblico ministero fosse stato sottoposto al controllo dell’esecutivo? In un contesto in cui i governi mostrano spesso maggiore attenzione alle esigenze delle imprese che a quelle dei lavoratori, è lecito interrogarsi. Colpisce, ad esempio, l’assenza dell’Ispettorato del lavoro in questa vicenda. Non si tratta di una questione di volontà individuale degli ispettori, ma di organici insufficienti e risorse limitate. Se la vigilanza sul lavoro non è mai stata una priorità, non è difficile immaginare che possa non esserlo nemmeno in futuro. È anche per questo che, di fronte alla riforma proposta dal governo, occorre votare no al prossimo referendum.

La seconda considerazione riguarda il sindacato e, più in generale, la rappresentanza del lavoro. La tutela dei lavoratori non può essere delegata esclusivamente alla magistratura. Le trasformazioni legislative degli ultimi trent’anni hanno prodotto una precarietà diffusa che non può essere lasciata a sé stessa. Oggi discutiamo di Glovo; domani potremmo tornare a parlare delle troppe morti sul lavoro. In entrambi i casi, il nodo è lo stesso: il rapporto di forza tra capitale e lavoro.

Il settore della logistica – di cui i rider sono una componente – ha una caratteristica decisiva: non è delocalizzabile. È qui che si gioca una parte centrale del conflitto sociale contemporaneo. Molti di questi lavoratori sono stranieri, spesso tra i più esposti al ricatto occupazionale. Sostenere le loro battaglie significa difendere l’insieme del mondo del lavoro.

Da oltre trent’anni la classe operaia è in ritirata, forse è arrivato il momento di serrare i ranghi e iniziare a combattere.

 

Da marx21