Notiziario Patria Grande - Dicembre 2025.
- Dettagli
- Scritto da Patria Grande/CIVG

NOTIZIARIO DICEMBRE 2025.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / CILE
Cile, caduta nell’abisso.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA STRATEGIA USA A LUNGO TERMINE
Trump fa marcia indietro e cerca il controllo del continente americano prima di riprendere la disputa con Russia e Cina.
TELESUR (VENEZUELA) / INTERNI / LA RESISTENZA VENEZUELANA
145.000 comitati popolari: il Venezuela ha la più grande struttura partitica dell'America Latina.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA SITUAZIONE MONDIALE
Il nemico principale ce l’abbiamo in casa.
RESUMEN LATINOAMERICANO / HONDURAS / BROGLI ELETTORALI
L'ex presidente Zelaya chiede la mobilitazione contro i brogli elettorali nel municipio di Tegucigalpa.
RESUMEN LATINOAMERICANO / GUATEMALA / ARBITRATO CONTRO AZIENDA USA
Il Guatemala vince l'arbitrato dopo anni di resistenza pacifica a La Puya.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ACCORDO PARAGUAY-USA
Il Paraguay e gli Stati Uniti firmano un accordo militare senza precedenti che consente lo schieramento di truppe statunitensi.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ECUADOR
L'Ecuador dice quattro "No" al regime neocolonialista e neofascista di Noboa.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / COLOMBIA
Crisi umanitaria a Catatumbo: gli scontri tra ELN e 33° Fronte costringono a sfollamenti di massa durante le festività natalizie.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA GUERRA PER L’ACQUA
Geopolitica dell'acqua in America Latina e nei Caraibi.
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA DESTRA LATINOAMERICANA
La marea impetuosa dell'estrema destra latinoamericana.
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / SIRIA
La Siria un anno dopo la caduta di Assad: L'autorità di Sharaa tra crollo della sicurezza e ambizioni internazionali.
TELESUR (VENEZUELA) / COSTUME / TEMPO DI RICORRENZE
Il diritto di vivere in pace.
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / CILE
Cile, caduta nell’abisso.

Il candidato di estrema destra José Antonio Kast ha sconfitto con ampio margine
la candidata di centro-sinistra Jeannette Jara: 58% dei voti contro il 42.
Nei 35 anni trascorsi da quando il dittatore Augusto Pinochet dovette consegnare il potere presidenziale ad un mandatario eletto, la politica cilena si è mantenuta in un gioco di sfumature alimentato dagli andirivieni tra centro-sinistra e centro-destra. Nell'esercizio alternato dell’Esecutivo, sette presidenti sono stati incapaci di superare l'eredità costituzionale, sociale ed economica del pinochetismo, limitandosi ad amministrarla nell’ambito di un formalismo democratico.
Questa lunga fase di ambiguità e precari equilibri è finita al ballottaggio elettorale di domenica scorsa, in cui il candidato di ultradestra José Antonio Kast ha superato con ampio distacco la candidata di centro-sinistra Jeannette Jara: 58% dei voti contro 42%. Con ciò, la reazione più troglodita e retrograda torna alla patria di Salvador Allende e comincerà a governarla a partire da marzo del prossimo anno.
La vittoria di Kast non è stata, certamente, una sorpresa. Si prefigurò già al primo turno il 16 novembre, quando la candidatura di Jara, sebbene avesse ottenuto il maggior numero dei voti, restò intrappolata in un'aritmetica implacabile: con meno del 27% dei suffragi, avrebbe dovuto affrontare Kast, che ottenne il 24%, e che poteva contare sull’appoggio dei candidati piazzatisi al terzo e quarto posto: rispettivamente il populista di destra Franco Parisi con quasi il 20% e l’ultraconservatore Johannes Kaiser col 14%.
Ciò che sorprende, in ogni caso, è il fatto che una società che si vanta dei suoi valori democratici abbia finito per inclinarsi, e con tanta forza, verso un aspirante presidenziale che rivendica la passata dittatura militare, condivide posizioni internazionali con Donald Trump e Javier Milei, che è apertamente xenofobo, repressivo, omofobico, misogino, contrario ai diritti sociali e lavorativi e che è figlio di un nazista tedesco che si rifugiò in Cile dopo la caduta del Terzo Reich.
Per spiegare simile paradosso, non basta l'auge internazionale e regionale dell'ultradestra. Bisogna considerare anche il logoramento e la delusione provocati da tre decenni e mezzo di governi che non furono capaci di rompere con l'eredità del pinochetismo e con una sinistra partitica, che invece di far convergere e agglutinare i molteplici movimenti di protesta e resistenza sociale che si sono succeduti in quel lungo periodo - studenteschi, lavorativi, indigeni - si dedicò a reprimerli o a mediare. L'esempio più scoraggiante è quello del presidente uscente Gabriel Boric, che fu spinto alla presidenza da un'ampia ondata di malcontento popolare e con la promessa, alla lunga incompiuta, di una nuova costituzione.
Così, dopo la liquidazione di governi progressisti in Ecuador, Perù e Bolivia, l'arrivo al potere di Milei in Argentina e la negligente gestione elettorale recentemente perpetrata in Honduras, la destra e l'ultradestra s’insediano da padrone in America Latina. Fuori dalla ridotta Alleanza Bolivariana - in cui restano solo Cuba, Nicaragua, il perseguitato Venezuela ed alcuni stati insulari dei Caraibi - gli unici Paesi della regione che resistono alla burrasca reazionaria sono Brasile, Colombia, Messico ed Uruguay.
Nell’immediato in Cile sta per iniziare un periodo di abissali arretramenti politici e sociali e di conseguenti focolai di molteplici e profondi malcontenti, che non hanno trovato rappresentazione nelle urne. Il sogno di Allende - l'apertura dei grandi viali per la costruzione di una nuova società - è stato nuovamente rimandato a tempo indefinito.
Redazione Resumen Latinoamericano, 16 dicembre 2025
Fonte:Al Mayadeen
Articolo originale: Chile. Caída al abismo
https://www.resumenlatinoamericano.org/2025/12/16/chile-caida-al-abismo/
Traduzione a cura di Adelina B., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA STRATEGIA USA A LUNGO TERMINE
Trump fa marcia indietro e cerca il controllo del continente americano prima di riprendere la disputa con Russia e Cina.
La nuova strategia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti rappresenta una ritirata tattica nella disputa tra le grandi potenze e pone sfide importanti al presidente Lula.

Kuala Lumpur, Malesia, 26 ottobre 2025.
Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva durante un incontro con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il 47° vertice dell’ASEAN (Foto: Ricardo Stuckert/PR)
La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti annunciata dal Presidente Donald Trump offre un quadro accurato dell'attuale momento geopolitico. La superpotenza, che detiene ancora i maggiori strumenti di potere globale, sia militari che ideologici, riconosce alcune sconfitte strategiche e decide di ritirarsi tatticamente per riorganizzare le proprie forze.
Questo ritiro non significa debolezza definitiva, ma piuttosto un tentativo di ricostruire la propria capacità d'azione. E il punto di partenza scelto da Washington ci riguarda direttamente. L'attenzione è rivolta al cosiddetto "emisfero occidentale", ovvero le Americhe, considerate una sfera di influenza naturale e, in larga misura, vulnerabile. Un cortile di casa.
La sconfitta nella guerra per procura in Ucraina è il primo elemento di questo riorientamento. L'aspettativa di indebolire la Russia non si è concretizzata. Mosca ha mantenuto il suo apparato militare, ha ampliato la sua influenza in regioni strategiche e ha rafforzato le sue alleanze con il Sud del mondo. L'Europa, d'altro canto, ha pagato un alto prezzo economico ed è uscita politicamente indebolita.
Il secondo elemento è la consapevolezza che gli Stati Uniti hanno perso la battaglia della globalizzazione. Il trasferimento della base industriale in Asia, guidato da un capitalismo finanziario che ha indebolito la base industriale e la classe media americana, ha permesso alla Cina di diventare la più grande potenza manifatturiera mondiale. La guerra commerciale, lanciata da Trump in risposta, non ha ostacolato il progresso cinese, e oggi la Cina compete per la leadership tecnologica, finanziaria e diplomatica.
Il terzo elemento è l'erosione dell'egemonia unipolare. L'ascesa della Cina, la rinascita strategica della Russia, la formazione di nuove coalizioni globali e il rafforzamento delle economie emergenti hanno reso il mondo molto più complesso. Gli Stati Uniti rimangono la potenza dominante, ma non hanno più la stessa capacità di imporre il consenso esclusivamente attraverso il loro soft power.
Di fronte a questo scenario, Trump ha chiaramente annunciato le sue nuove priorità. Incapace di dominare per il momento lo scacchiere eurasiatico, ha deciso di consolidare le sue retrovie. È in questo contesto che è emerso il cosiddetto "Corollario Trump", che non è altro che la Dottrina Monroe 2.0, volta a impedire a Cina e Russia di espandere la loro presenza economica, tecnologica o militare in America Latina. In altre parole, la superpotenza ferita ha riorganizzato le sue linee prima di riprendere controversie più ampie.
Questo cambiamento presenta sfide immense per il Presidente Lula, la cui visione del mondo è diametralmente opposta alla logica imperialista. Lula è attualmente uno dei leader mondiali più chiaramente allineati con la multipolarità, un sostenitore dell'ascesa del Sud del mondo e un attivo architetto di programmi per l'integrazione, la sovranità e la cooperazione internazionale. Il suo progetto di politica estera mira ad ampliare i margini di autonomia ed evitare la sottomissione a qualsiasi egemonia.
Tuttavia, le realtà interne del Brasile impongono gravi limitazioni alla piena realizzazione di questa visione. Il Paese ha forze armate strutturate secondo il modello americano, dall'addestramento alla dottrina, fino all'equipaggiamento. Coesiste con un'élite economica profondamente legata ai circuiti finanziari di Wall Street, circuiti che influenzano le decisioni di investimento, le aspettative del mercato e l'orientamento della politica economica. E si confronta con organi di stampa egemoni allineati agli interessi storici di Washington, che spesso mettono in discussione qualsiasi gesto di affermazione sovrana.
In queste circostanze, Lula dovrà essere, più che mai, un funambolo d'eccezione. Da un lato, dovrà mantenere il suo impegno per la multipolarità, l'integrazione latinoamericana e la costruzione di alternative alla dipendenza storica. Dall'altro, dovrà muoversi con pragmatismo e cautela all'interno di un sistema interno che resiste a cambiamenti profondi e che, in molti casi, agisce come un'estensione informale delle pressioni geopolitiche esterne.
Trump è consapevole di questi limiti. Sa anche che molti governi latinoamericani sono vulnerabili a programmi che combinano neoliberismo, sottomissione agli interessi stranieri e repressione interna: i tre pilastri che Trump afferma di aspettarsi dai suoi partner latinoamericani. Rafforzando la propria presenza nel continente, il governo degli Stati Uniti sta cercando di impedire che la regione diventi una base di proiezione per potenze rivali e sta cercando di contenere qualsiasi progetto di autonomia.
Oggi, il mondo sta vivendo una lotta strutturale tra egemonia e multipolarità, tra il mantenimento di un unico centro di potere e l'emergere di nuove forze politiche ed economiche. Trump sta cercando di riposizionarsi in questo contesto. Lula, nel frattempo, rappresenta una delle voci più coerenti nel campo multipolare.
La differenza sta nel fatto che Trump opera con l'esercito più potente del pianeta. Lula opera in un Paese con debolezze interne che non possono essere ignorate. Il futuro della sinistra e dei progetti sovrani nelle Americhe dipenderà, in larga misura, dalla capacità di Lula di navigare in queste acque turbolente.
Leonardo Attuch, 8 dicembre 2025
Fonte: Brasil 247
Articolo originale: Trump retrocede y busca el control del continente americano, para luego reanudar la disputa con Rusia y China
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / INTERNI / LA RESISTENZA VENEZUELANA
145.000 comitati popolari
Il Venezuela ha la più grande struttura partitica dell'America Latina.
Mentre la sinistra continentale dibatte su come riallacciare i rapporti con le proprie radici popolari, il Venezuela ha mobilitato tre milioni di persone in assemblee di piazza e consolidato una struttura di partito senza precedenti nel XXI secolo. Il PSUV mira a diventare un punto di riferimento globale per l'organizzazione popolare.

Ora c'è un dato di fatto verificabile: tre milioni di persone si sono radunate in due giorni eleggendo strutture collettive in ogni strada del Paese. In termini di organizzazione politica, non è un dettaglio da poco.
Tra l'8 e il 9 novembre, il Venezuela ha vissuto un periodo che difficilmente passerà inosservato nella storia dell'organizzazione politica latinoamericana. In quei due giorni si sono tenute 145.465 assemblee di quartiere con una media di venti partecipanti ciascuna. Il risultato è stato che oltre tre milioni di persone hanno eletto, di persona, i Comitati Integrati di Base Bolivariani, che ora fungono da struttura primaria del Partito Socialista Unito del Venezuela.
Il presidente Nicolás Maduro ha riassunto la portata dell'operazione durante la riunione della Direzione Nazionale del PSUV: "Ho qui con me i primi verbali redatti durante le assemblee, scritti a mano, con l'inchiostro fresco del popolo. Non conosco un'esperienza organizzativa più potente di questa".
Mentre gran parte della sinistra continentale dibatte su come ricostruire i legami con la base, la Rivoluzione ha optato per convocare grandi assemblee di quartiere. E il popolo è venuto.
Una cellula collettiva. La strategia risponde a una delle cinque direttive emerse dal V Congresso del PSUV: creare una nuova architettura del partito basata su tre livelli. In primo luogo, i Comitati Integrati di Base Bolivariani . Poi, i Comandi Integrali Comunitari Bolivariani . Infine, le strutture consolidate dell'UBCH , le Unità di Battaglia Chávez che funzionano come centri territoriali del partito.
Il cambiamento di modello è significativo. Finora, ogni strada aveva un leader responsabile della mobilitazione locale. Ora quella figura scompare e al suo posto opera un comitato eletto dall'assemblea con responsabilità definite: formazione politica, propaganda, azione comunitaria, pianificazione territoriale e preparazione per una difesa globale. Non si tratta solo di cambiare i nomi, ma di sostituire la leadership individuale con una leadership collettiva con un mandato popolare diretto.
Jorge Rodríguez, vicepresidente del PSUV, ha descritto il processo con un riferimento storico: "Fin dal primo momento in cui il comandante Hugo Chávez ci ha chiamati a formare i comitati promotori del partito, ha avuto assoluta chiarezza sull'orizzonte strategico: costruire un grande partito di massa, ma anche un partito con spirito gramsciano in cui si formino, si temprino e emergano i quadri della Rivoluzione".
L'allusione ad Antonio Gramsci non è casuale. Il teorico italiano sosteneva che il partito rivoluzionario dovesse funzionare come un "intellettuale collettivo" capace di formare dirigenti e al contempo di organizzare le masse. Questo è esattamente l'approccio: ogni comitato di quartiere diventerà contemporaneamente un nucleo di mobilitazione, una scuola politica e un agente di trasformazione sociale.

Il Venezuela ha una risposta pratica a un problema teorico che la sinistra continentale discute da decenni senza mai risolverlo del tutto: come costruire un potere popolare efficace.
Rodríguez sottolinea addirittura che "il Partito Socialista Unito del Venezuela è l' unico partito in questo continente che nel XXI secolo è riuscito a raggiungere questo livello superiore di organizzazione popolare. I Comitati Integrati di Base Bolivariani catapulteranno il PSUV come punto di riferimento mondiale".
La dottrina di Chávez. Il capo dello Stato ha insistito sul fatto che questa riorganizzazione è la materializzazione di un piano elaborato quasi due decenni fa: "Uno dei grandi punti di forza della nostra Rivoluzione è la coerenza tra pensiero e azione, tra teoria e pratica, tra ciò che abbiamo scritto nei documenti fondativi e ciò che viene vissuto in ogni comunità".
Le Linee Strategiche di Azione Politica che Chávez elaborò al momento della fondazione del PSUV includevano già l'idea che il livello fondamentale della Rivoluzione Bolivariana fosse locale: a livello municipale, parrocchiale e fisicamente in ogni quartiere. La premessa era chiara, perché è nelle comunità urbane e rurali che gli interessi della vecchia cultura capitalista si scontrano direttamente con gli sforzi socialisti e partecipativi. È lì che si costruisce il potere popolare; è lì che si conquista o si perde la base sociale di sostegno.
Ora quella dottrina ha 145.000 punti concreti di attuazione. Il Segretario Generale del PSUV, Diosdado Cabello, ha delineato le cinque direttive del Quinto Congresso che inquadrano questa riorganizzazione. La prima mira ad approfondire il processo costituente e a rafforzare il movimento popolare, articolando ventisette settori sociali in un piano d'azione che si estende per quest'anno e il prossimo. La seconda mira a trasformare le vecchie strutture di governatorati e sindacati attraverso nuovi metodi di governance: le 7T (7 Trasformazioni), l'Agenda di Azione Concreta, la Mappa dei Sogni e le Sale di Governo Comunale.

A partire dalla direzione del partito e con tutti i dirigenti regionali e territoriali, la struttura accompagna, articola e rafforza le forme esistenti di organizzazione popolare.
La quarta istruzione riguarda l'organizzazione per la difesa globale, rafforzando la capacità di transizione, se necessario, dalla lotta disarmata a quella armata e rafforzando le comunicazioni e la lotta internazionale. La quinta conferisce al presidente del partito piena autorità per prendere le decisioni necessarie a garantire l'adempimento di questi compiti strategici.
Ma è la terza istruzione che articola l'intero quadro con la creazione dei Comitati Bolivariani di Base Integrale come fondamento della nuova struttura del partito.
Diagnosi geopolitica. Il presidente venezuelano ha dedicato parte del suo discorso a delineare l'equilibrio di potere. La sua interpretazione è chiara: "La Rivoluzione Bolivariana ha raggiunto una forza politica, sociale e territoriale senza precedenti". Ha elencato i punti di forza: una comprovata capacità di vincere le elezioni, sconfiggere i tentativi di destabilizzazione violenta, resistere ai blocchi e alle sanzioni economiche, neutralizzare i tentativi di invasione e affrontare le aggressioni ibride. Ha aggiunto una leadership che emerge dal basso, una consolidata alleanza civico-militare-di polizia e un ampio settore del Paese – economico, sociale, culturale e religioso – che converge nel Consiglio Nazionale per la Sovranità e la Pace, a cui partecipano anche partiti di opposizione democratica, settori imprenditoriali e comunità religiose.
La domanda posta dal presidente Maduro era diretta: "Cos’ha l' estrema destra?". E lui ha risposto senza mezzi termini: "Quella che una volta chiamavano 'leadership' si è dissolta. L'estrema destra venezuelana è diventata un fantasma, una figura senza corpo, senza territorio, senza popolo. Si è dissolta politicamente, si è autodistrutta nella sua ambizione, nella sua dipendenza dal denaro straniero, nella sua assoluta disconnessione dalla realtà nazionale".
Potrebbe essere interpretato come propaganda, ma ci sono cifre che supportano la narrazione ufficiale. Mentre l'opposizione radicale si concentra sulla pressione internazionale, il chavismo sta costruendo strutture tangibili e sta per attivare la sua quattromillesima comune, con elezioni comunali previste per il 23 novembre. Un milione e duecentomila contadini hanno partecipato al Congresso Contadino, da cui è nata l'Unione Nazionale Contadina Ezequiel Zamora. E ora ci sono questi 145.000 comitati che operano in ogni angolo del paese.
Bolívar come asse ideologico. C'è una componente simbolica nel nome che non è casuale, e la domanda sorge spontanea: perché "bolivariano"? Maduro, senza ambiguità, sottolinea: "Perché Bolívar è la spina dorsale della nostra identità. Perché sintetizza i processi di resistenza indigena, la lotta degli afrodiscendenti, l'emancipazione guidata dai nostri liberatori e la costruzione della repubblica. Perché Bolívar non era solo un uomo: era una causa. E oggi, quella causa è la nostra".
Il riferimento al Libertador comporta un compito concreto, poiché ogni Comitato Bolivariano deve studiare Bolívar nelle fonti originali (la Lettera della Giamaica, il Discorso di Angostura, i documenti fondamentali) e anche nel Libro Azzurro, dove Chávez aggiorna Bolívar per il XXI secolo.

Vale a dire, la formazione ideologica come parte del programma fondamentale. I comitati non sono solo una macchina elettorale; sono centri di pensiero politico. Ed è qui che emerge la fase successiva: la formazione della Rete dei Comitati Bolivariani di Base Integrali, che evolverà nei Comandi di Coordinamento Comunitario. Una struttura a più livelli che si eleva dal livello stradale al quartiere, alla parrocchia e al comune.
"Sostenere e rafforzare con amore, altruismo e compassione i consigli comunali e le comuni", ha esortato Maduro. "Il partito e le comuni non sono in competizione; si completano a vicenda. Il potere popolare e il partito devono camminare insieme".
Si tratta di un progetto che rompe con la logica tradizionale dei partiti politici latinoamericani, dove la struttura partitica spesso assorbe o soppianta il movimento sociale. Qui, l'approccio è invertito: il partito sostiene, articola e rafforza le forme esistenti di organizzazione popolare .
Daniel Ruiz Bracamonte, 17 novembre 2025
Articolo originale: 145 mil comités populares: Venezuela con la mayor estructura partido-pueblo de América Latina
https://www.telesurtv.net/142-mil-comites-populares-mayor-estructura/
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA SITUAZIONE MONDIALE
Il nemico principale ce l’abbiamo in casa.

Nel 2018, María Corina Machado ha chiesto al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu
di intervenire in territorio venezuelano con un'operazione militare. Foto: EFE/Archivio
(Ricordando Rosa Luxemburg prima della guerra economica contro il Venezuela)
Se la lettura del libretto Junius di Rosa Luxemburg, scritto in risposta all'esperienza della Prima Guerra Mondiale nel 1914, mi ha insegnato qualcosa, è che i momenti decisivi non si riconoscono dal rombo dei cannoni, ma dal silenzio complice di coloro che pretendono di parlare a nome del popolo.
Oggi, mentre gli Stati Uniti, con il loro consueto tono imperialista, dichiarano ripetutamente il Venezuela una "minaccia insolita e straordinaria" per la loro sicurezza e schierano contro il suo popolo una combinazione di sanzioni, blocco finanziario, operazioni sottocoperta, tentativi di colpo di stato e minacce militari palesi con l'unico obiettivo dichiarato di impossessarsi delle ricchezze dei venezuelani, ci troviamo, come nell'agosto del 1914, di fronte a una prova storica: da che parte stanno i partiti che si definiscono democratici, progressisti e responsabili? Dalla parte del popolo o dalla parte del capitale e dell'impero?
Nel 1914, la maggioranza del Partito Socialdemocratico Tedesco votò a favore dei crediti di guerra. Invece di dire "no" al massacro imperialista, cedette allo slogan ingannevole di "difesa della patria". I deputati che avevano giurato di rappresentare la classe operaia approvarono, senza esitazione, i fondi che avrebbero mandato quella stessa classe a uccidere e morire per interessi che non erano i loro. Quel voto suggellò la bancarotta morale della Seconda Internazionale e aprì la porta alla barbarie.
Oggi, quando vediamo governi, parlamenti, partiti e organi di stampa allinearsi alla narrazione di Washington contro il Venezuela, ripetendo acriticamente parole come "dittatura", "regime illegittimo" e "minaccia regionale", stiamo assistendo a un gesto simile. Non indossano uniformi, non alzano la mano al Reichstag, ma fanno la stessa cosa: danno il loro appoggio politico, il loro silenzio complice o la loro ipocrita neutralità a una politica di guerra, anche se oggi si presenta nella forma "civilizzata" delle sanzioni, dei blocchi e della "pressione diplomatica".
Chiamiamo le cose con il loro nome. Le sanzioni che gli Stati Uniti e i loro alleati impongono a Venezuela, Cuba e Iran, finanziando al contempo, sotto la falsa bandiera del diritto all'autodifesa, il genocidio di Gaza e la retorica neonazista del governo ucraino, sono una forma di guerra economica volta a spezzare la resistenza e il diritto all'autodeterminazione dei popoli che si rifiutano di inginocchiarsi davanti all'impero. Cercano di distruggere la loro capacità produttiva, di provocare scarsità, sofferenza e rabbia, per forzare un cambiamento politico favorevole agli interessi del capitale transnazionale. Sono l'equivalente dei crediti di guerra del 1914: finanziare un'offensiva imperialista condotta non con le baionette, ma con banche, embarghi e “black list”.
Chi è, allora, il vero nemico di ogni popolo? Nel 1915, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht ci insegnarono che "il nemico principale è nel nostro Paese", e non si riferivano ai contadini francesi o agli operai inglesi o russi, ma alla borghesia tedesca e al suo Stato, che spingevano la classe operaia in guerra per ridisegnare la divisione del mondo.
Oggi, il principale nemico dei popoli degli Stati Uniti e del Venezuela, dell'Europa e dell'America Latina, non è un Paese lontano o un governo che si rifiuta di obbedire alla Casa Bianca. Il vero nemico si trova nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, nelle sedi delle banche, negli alti comandi militari che fanno carriera con la guerra, negli apparati mediatici che fabbricano consenso per l'aggressione e in tutti coloro che preferiscono finanziare le guerre piuttosto che soccorrere il loro popolo che grida contro la fame, la carenza di alloggi, la mancanza di assistenza sanitaria e di istruzione, tra le altre cose.
Questo nemico parla il linguaggio della "democrazia" e dei "diritti umani", soffocando intere popolazioni con sanzioni che negano loro cibo, medicine, pezzi di ricambio e tecnologia, e sabotano qualsiasi tentativo di sovranità economica. I nemici del popolo venezuelano sono i pochi venezuelani, come María Corina Machado, che preferiscono invocare la guerra contro il proprio Paese affinché coloro che si credono padroni del mondo possano godere dei proventi del petrolio e di tutti i beni comuni e della ricchezza che la Repubblica Bolivariana del Venezuela possiede, in cambio di una fetta per sé. E i nemici del popolo americano sono Trump e i suoi amici, che preferiscono investire miliardi di dollari per finanziare la guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza e in Sudan e l'occupazione del Sahara, invece di migliorare la vita dei milioni di poveri, malati e tossicodipendenti che vivono oggi negli Stati Uniti e che, con solo una frazione di quelle risorse, potrebbero risolvere la maggior parte dei loro problemi. E la classe operaia non deve mai dimenticare che in queste avventure muoiono solo i degni rappresentanti della classe operaia, perché i parenti di Machado e Trump non andranno in guerra, né lo faranno i generali che controlleranno dai loro uffici come i poveri, carne da cannone del Grande Capitale, sacrifichino le loro vite per i meschini interessi di coloro che li mandano in guerra, che vinceranno due volte, la prima volta attraverso gli affari della guerra e la seconda volta attraverso il saccheggio che faranno se vinceranno, dopo la guerra, tenendosi tutto, il petrolio, il gas, le coste, l'oro e tutto ciò che li motiva.
Chi approva queste sanzioni, chi giustifica il blocco, chi rimane in silenzio di fronte a questa aggressione che dura ormai da decenni, si comporta come quei socialdemocratici che nel 1914 alzarono la mano per votare i crediti di guerra. Possono anche avvolgersi nella bandiera dei diritti umani, possono parlare di "preoccupazione per la democrazia", ma il vero contenuto delle loro azioni è lo stesso: schierarsi con l'imperialismo contro un popolo e le sue decisioni. Da una prospettiva marxista, la questione è cristallina. La classe operaia degli Stati Uniti e del Venezuela, dell'Europa e dell'America Latina, non ha nulla da guadagnare da questa guerra economica. La distruzione dell'economia venezuelana non migliora la vita di un lavoratore americano; rafforza solo il potere delle compagnie petrolifere, dei fondi di investimento e del complesso militare-industriale. Allo stesso modo, il popolo venezuelano soffre non solo per gli errori o i limiti del proprio processo, ma anche per l'aggressione esterna il cui obiettivo è domare qualsiasi nazione che tenti di deviare dal copione neoliberista.
Pertanto, per una politica autenticamente di sinistra, ci sono due principi che non ammettono ambiguità. In primo luogo, la classe operaia deve sempre opporsi alla guerra tra Stati e promuovere la pace tra i popoli. Non si tratta di un pacifismo astratto, ma di comprendere che in ogni guerra imperialista i morti sono sempre gli stessi: i poveri, i lavoratori, le donne e i bambini di entrambe le parti. In questo caso, la "guerra" che non è ancora scoppiata assume la forma di sanzioni, blocchi finanziari, campagne mediatiche e minacce militari; ma la logica è identica: spezzare la volontà di un popolo per imporre gli interessi di un altro Stato. Il compito dei lavoratori di Stati Uniti, Europa e America Latina non è quello di applaudire questa escalation, ma di denunciarla, organizzarsi contro di essa, chiedere la fine delle sanzioni e difendere il diritto del Venezuela a decidere del proprio destino.
In secondo luogo, difendere la sovranità e il non intervento significa sostenere il diritto dei popoli a commettere errori e correggerli senza interferenze straniere. Quando diciamo "no all'intervento", non stiamo dicendo che tutto va bene in Venezuela, o in qualsiasi altro Paese, o che non c'è spazio per criticare i suoi leader, le sue politiche o i suoi errori. Stiamo dicendo qualcosa di più semplice e profondo: che questi dibattiti appartengono al popolo venezuelano, non agli strateghi del Pentagono o ai burocrati assassini di Washington o Bruxelles. La classe operaia di altri Paesi non ha né il diritto né il dovere di "correggere" alcun popolo con la forza, ma piuttosto di rispettare la propria autodeterminazione e lottare per garantire che i propri Stati smettano di agire come gendarmi del capitale.
La responsabilità della sinistra in questa crisi è immensa. Nel 1914, la socialdemocrazia si inginocchiò davanti al nazionalismo e sacrificò il suo internazionalismo sull'altare dell'"unità nazionale". Oggi, alcune delle forze che si definiscono progressiste stanno commettendo un errore simile: accettano acriticamente la narrazione dello stesso imperialismo che ha instaurato dittature in America Latina e che convalida il genocidio di Gaza e del Venezuela, ripetendone le accuse, dichiarandosi "equidistanti" tra l'aggressore e la vittima, o rifugiandosi in un silenzio codardo. In tutti questi casi, rinunciano al loro ruolo storico di tribuni del popolo e si trasformano in notai dell'ordine mondiale.
Per una prospettiva di sinistra, degna erede di Rosa Luxemburg, Lenin, Fidel Castro, Mariátegui e Simón Bolívar, tra tanti altri, non c'è spazio per questo tipo di equilibrismo. La neutralità di fronte all'aggressione imperiale è complicità. Il compito di coloro che si dichiarano socialisti è denunciare con chiarezza le politiche degli Stati Uniti e dei loro alleati, spiegare pazientemente che le sanzioni sono una forma di guerra e costruire una solidarietà concreta con i venezuelani, i cubani, i palestinesi, i sudanesi e tutti i popoli del mondo che oggi subiscono l'assalto del neocolonialismo imperiale: rompere il blocco mediatico, promuovere campagne di sostegno, boicottare le iniziative che aggravano il soffocamento e, soprattutto, lavorare all'interno di ogni Paese affinché i propri governi cessino di essere strumenti di questa aggressione.
Allo stesso tempo, il vero internazionalismo esige di parlare con altrettanta chiarezza a tutte le classi lavoratrici. Alla classe lavoratrice del Nord, per dire loro che il loro nemico non è il lavoratore venezuelano o il migrante in fuga dalla crisi generata dal loro stesso governo, ma i capitalisti del loro stesso Paese che usano la guerra e il blocco per mantenere il loro dominio. E alla classe lavoratrice del Sud, per ricordare loro che nessuna potenza straniera verrà a liberarli e che solo la loro organizzazione, la loro capacità di costruire una vera democrazia e giustizia sociale, possono aprire un orizzonte diverso.
La pace tra i popoli non è l'equilibrio di potere; è la solidarietà attiva delle classi subordinate oltre i confini. Pertanto, di fronte alla crisi tra Stati Uniti e Venezuela, il compito socialista non è scegliere quale bandiera nazionale sventolare più alta, ma issare un'altra bandiera: la bandiera della pace senza annessioni o sanzioni, la bandiera del rispetto della sovranità, la bandiera del diritto di ogni popolo a decidere la propria strada senza sorveglianze o punizioni.
Nel 1916, Rosa Luxemburg scrisse dal carcere che l'umanità si trovava a un bivio: o il trionfo dell'imperialismo e la rovina di ogni cultura, o il trionfo del socialismo. Oggi, dalla mia stessa reclusione (Daniel Jadue, membro del Partito Comunista Cileno, si trova attualmente agli arresti domiciliari, accusato di corruzione in un processo che molti osservatori considerano un caso emblematico di lawfare, n.d.t.), affermo che questo dilemma si ripete, sebbene in termini diversi. Se accettiamo che sanzioni, blocchi e interventi siano meccanismi "normali" della politica internazionale; se permettiamo alle grandi potenze di distruggere interi paesi in nome della democrazia, calpestando la propria; se permettiamo alla sinistra di diventare impotente commentatrice di geopolitica, allora avremo scelto ancora una volta la barbarie.
Ma se la classe operaia degli Stati Uniti si rifiuta di essere carne da cannone per questa politica, se la classe operaia in Europa si rifiuta di seguire i propri governi nelle avventure imperialistiche, se la classe operaia in America Latina difende inequivocabilmente la sovranità del Venezuela e di tutti i popoli sotto attacco, allora, anche nell'oscurità, una strada diversa inizierà ad aprirsi.
Quella strada porta ancora un nome semplice e terribile: socialismo. Socialismo come vera democrazia del popolo, come fine della guerra imperialista, come organizzazione consapevole dell'economia al servizio della vita e non del profitto. Socialismo come alleanza tra i popoli del mondo.
Nel frattempo, di fronte a ogni nuova sanzione, a ogni minaccia, a ogni manovra di destabilizzazione, lo slogan di Luxemburg rimane attuale come sempre: non un solo uomo, non una sola donna, non un solo centesimo per la guerra imperialista contro il popolo; tutto per la lotta per la pace, la sovranità e la fratellanza internazionale della classe operaia.
Daniel Jadue, 17 dicembre 2025
Articolo originale: El enemigo principal está en casa
https://www.telesurtv.net/opinion/el-enemigo-principal-esta-en-casa/
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO / HONDURAS / BROGLI ELETTORALI
L'ex presidente Zelaya chiede la mobilitazione contro i brogli elettorali nel municipio di Tegucigalpa.

L'ex presidente dell'Honduras Manuel Zelaya ha indetto una manifestazione nazionale
contro i brogli elettorali volti a rubare la vittoria di Jorge Aldana a Tegucigalpa.
Foto: Rixi Presidenta / Facebook
L'ex presidente dell'Honduras Manuel Zelaya Rosales ha denunciato sabato l'esistenza di tattiche dilatorie all'interno del Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) per invalidare i risultati delle elezioni municipali e legislative del 30 novembre, in particolare a Tegucigalpa, dove sostiene che ci sia un tentativo di ribaltare la vittoria di Jorge Aldana come sindaco della capitale.
Secondo Zelaya, queste azioni fanno parte di un piano per interferire dall'interno con il conteggio dei voti, impedirne lo svolgimento e condizionare la dichiarazione finale a un risultato favorevole al sistema bipartitico e alla sua lobby statunitense.
Nella sua dichiarazione pubblica, Zelaya ha affermato: "Le tattiche dilatorie del sistema bipartitico all'interno del Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) sono evidenti e la trama che coinvolge le 26 registrazioni audio continua, volta a negare l'inconfutabile vittoria di Jorge Aldana, che sta di guardia con i suoi fogli di scrutinio in mano, chiedendo un riconteggio di ogni singolo voto. Al ritmo attuale, anche gli oltre 9.000 fogli di scrutinio contestati non saranno conteggiati".
Il coordinatore del Partito Libre ha sottolineato che, data la situazione attuale, la risposta deve essere civile, pacifica e di presenza. A questo proposito, ha invitato i membri del partito a riunirsi a Tegucigalpa per chiedere un riconteggio di ogni singolo voto e la tutela dei risultati.
"Se il popolo non si mobilita perché è Natale, i membri del Partito Libre, per senso di coscienza, devono mobilitarsi questo lunedì (29 dicembre, ndt) alle 16:00 presso l'INFOP, con una presenza pacifica, non violenta e democratica", ha dichiarato.
Zelaya ha aggiunto che è stato applicato un modello di operazioni volte a influenzare i risultati attraverso alterazioni procedurali, che ha descritto come "l'algoritmo Trump 2025 - Vincere le elezioni in stile Honduras", un'espressione che ha usato per tracciare parallelismi con le strategie di disprezzo del risultato elettorale attuato in altri paesi.
Questa denuncia si aggiunge a tutte le lamentele del consigliere elettorale del CNE Marlon Ochoa e del Partito Libre in merito alle irregolarità e ai brogli commessi nello scrutinio generale dei voti, nonché al compimento di una nuova forma di colpo di Stato con la proclamazione di Nasry Asfura come presidente da parte delle due consigliere del CNE che rispondono al sistema bipartitico honduregno, Ana Paola Hall García e Cossette Alejandra López, senza che fosse stato completato lo speciale conteggio.
Sabato scorso, mentre l'organismo elettorale si riuniva per definire il meccanismo del riconteggio speciale a livello di legislatura statale e consiglio comunale, Ochoa ha affermato che "restano 7.901 schede di conteggio con incongruenze a livello di legislatura statale e 2.413 a livello di consiglio comunale", rendendo illegale emettere una dichiarazione dei risultati senza aver completato lo scrutinio generale.
La dichiarazione ufficiale dei risultati è prevista per martedì 30 dicembre.
Redazione Resumen Latinoamericano, 27 dicembre 2025
Articolo originale: Honduras. Expresidente Zelaya convoca movilización contra fraude electoral en alcaldía de Tegucigalpa
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO / GUATEMALA / ARBITRATO CONTRO AZIENDA USA
Il Guatemala vince l'arbitrato dopo anni di resistenza pacifica a La Puya.

La società mineraria statunitense Kappes, Cassidy & Associates (KCA), guidata dall'imprenditore Daniel W. Kappes, ha intentato una causa contro lo Stato del Guatemala per 499 milioni di dollari davanti a un tribunale internazionale, dopo che il suo progetto minerario El Tambor era stato sospeso da sentenze giudiziarie a seguito della resistenza pacifica delle comunità organizzate che difendevano il proprio territorio.
Il caso si è recentemente risolto a favore del Paese con una sentenza che stabilisce un precedente legale e politico in materia di difesa del territorio.
Il 23 dicembre 2025, l'Ufficio del Procuratore Generale (PGN) ha riferito che il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie sugli Investimenti (ICSID) ha respinto integralmente la richiesta presentata da Kappes, Cassidy & Associates (KCA) contro il Guatemala.
Il tribunale arbitrale ha stabilito che lo Stato non era incorso in responsabilità internazionale e ha inoltre ordinato il pagamento di 379.940,76 dollari al Paese a titolo di rimborso delle spese legali, secondo informazioni ufficiali.
L'arbitrato ha avuto origine dalla sospensione ordinata dal tribunale del progetto minerario El Tambor, situato nei comuni di San José del Golfo e San Pedro Ayampuc. Tale sospensione si basava sulla scoperta di violazioni dei diritti collettivi, tra cui la mancanza di una consultazione preventiva, libera e informata, nonché l'esistenza di un conflitto sociale in corso nella zona.
Di fronte all'impossibilità di proseguire il progetto, la società mineraria non ha intrapreso azioni legali contro le comunità. Ha invece fatto ricorso a un meccanismo di arbitrato internazionale per chiedere allo Stato del Guatemala di farsi carico del costo economico della mancata imposizione della miniera, scaricando così sul Paese le conseguenze di un legittimo rifiuto comunitario.
La sentenza e la sua portata
Il tribunale arbitrale ha concluso che il Guatemala non ha violato gli obblighi internazionali di protezione degli investimenti, riconoscendo che la sospensione del progetto era dovuta a decisioni giudiziarie nazionali e a un autentico conflitto sociale, non a un conflitto creato arbitrariamente dallo Stato. In particolare, la sentenza stabilisce che: uno Stato non è obbligato a risarcire un'azienda per la sospensione di un progetto socialmente respinto; la difesa del territorio non può tradursi in un debito economico per il Paese; e la resistenza della comunità non giustifica sanzioni finanziarie internazionali.
La Puya: oltre un decennio di resistenza pacifica
Dal 2012, le comunità della zona hanno mantenuto un accampamento pacifico permanente, noto come La Puya, per impedire l'ingresso dei macchinari minerari. Questo spazio è diventato un processo collettivo consolidato di organizzazione comunitaria, difesa delle acque e gestione del territorio. Per oltre un decennio, la resistenza ha dovuto affrontare sfratti, repressione poliziesca, criminalizzazione dei leader della comunità e campagne di stigmatizzazione, senza mai abbandonare il suo carattere non violento. La Puya è diventata un punto di riferimento nazionale e internazionale per la difesa territoriale sostenibile attraverso l'azione pacifica.
Razzismo strutturale e controversia sul riconoscimento delle identità indigene
Il conflitto è stato caratterizzato anche dalla messa in discussione istituzionale del carattere indigeno del territorio. Durante il processo, le autorità statali e le compagnie estrattive hanno minimizzato o messo in discussione l'identità indigena Xinka e Kaqchikel delle comunità coinvolte, una pratica ricorrente in contesti in cui il riconoscimento dei diritti collettivi possono ostacolare i progetti estrattivi. Questa controversia sul riconoscimento faceva parte del quadro politico e giuridico che ha portato alla sospensione del progetto e ha dimostrato come il razzismo strutturale operi nella gestione del territorio quando sono in gioco interessi economici.
Derik Mazariegos, Resumen Latinoamericano, 27 dicembre 2025
Fuente: Prensa Comunitaria
Articolo originale: Guatemala: Gana arbitraje tras años de resistencia pacífica en La Puya
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ACCORDO PARAGUAY-USA
Il Paraguay e gli Stati Uniti firmano un accordo militare senza precedenti che consente lo schieramento di truppe statunitensi.

Marines estadounidenses Foto: Defensa
Mentre rafforza la dipendenza del Paraguay, l'accordo militare con gli Stati Uniti mira al controllo americano dell'area dei tre confini e delle risorse strategiche.
Nell'ultimo anno, gli Stati Uniti hanno aumentato significativamente la loro presenza militare in America Latina e nei Caraibi attraverso vari mezzi. Definita come il "corollario di Trump alla Dottrina Monroe", la ri-militarizzazione continentale promossa da Washington è stata esplicitata nella sua nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale: "Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e attueranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell'emisfero occidentale", afferma il documento senza eufemismi diplomatici.
In questo contesto, uno degli sviluppi più recenti si è verificato con il Paraguay, un paese con cui Washington ha appena firmato un accordo di cooperazione militare. Noto come Accordo sullo Status delle Forze (SOFA), l'accordo è stato firmato lunedì 15 dicembre scorso dal Segretario di Stato americano Marco Rubio e dal Ministro degli Esteri paraguaiano Rubén Lezcano.
Firmato senza l'approvazione del Congresso paraguaiano, l'accordo consente – con il presunto obiettivo di combattere "il terrorismo transnazionale e il narcotraffico" – il dispiegamento di truppe del Pentagono nel Paese e fornisce un quadro giuridico per le loro operazioni. Allo stesso tempo, stabilisce un regime di immunità per il personale militare statunitense, simile a quello che disciplina il personale diplomatico.
Inoltre, secondo il Dipartimento di Stato, l'accordo prevede l'addestramento delle forze di sicurezza paraguaiane da parte di Washington, l'assegnazione di personale del Dipartimento per la Sicurezza Interna all'Ambasciata statunitense ad Asunción e un'ampia condivisione di informazioni tra i due Paesi. In questo modo, il Paraguay si impegna a fornire informazioni strategiche agli Stati Uniti e a guidare operazioni contro organizzazioni considerate gruppi terroristici e cartelli della droga.
Dipendenza e sicurezza. La firma dell'accordo rappresenta un approfondimento della dipendenza del Paraguay dagli Stati Uniti, un rapporto che si è consolidato negli ultimi anni sia in termini di cooperazione militare che economica. Lo afferma l'avvocato e analista politico paraguaiano Leonardo Gómez che, in un'intervista con Brasil de Fato, afferma che "l'allineamento del Paraguay con Washington ha diverse componenti economiche, militari e politiche".
"Il Paraguay è considerato un alleato strategico per gli Stati Uniti. Un alleato al 100%", ha affermato Donald Trump in una lettera inviata al presidente Santiago Peña, sottolinea Gómez, osservando che con questo accordo il Paraguay diventa un attore funzionale all'interno della nuova strategia di sicurezza statunitense.
Sebbene gli Stati Uniti abbiano molteplici interessi in Paraguay, due meritano particolare attenzione: il controllo della via d'acqua e l'area trifrontaliera. "Gli Stati Uniti parlano di proteggere gli appaltatori statali, e stiamo parlando del fatto che il Paraguay ha un surplus di materie prime energetiche, energia pulita e rinnovabile in grandi volumi, dovuto all'eccedenza della diga di Itaipu. Queste eccedenze probabilmente persisteranno per i prossimi 10 anni", spiega.
Allo stesso tempo, sottolinea che la catena di approvvigionamento lungo la via d'acqua potrebbe avere un impatto sulle aziende di altre nazionalità che sono prese di mira dagli interessi statunitensi. "Grandi volumi di soia e altre materie prime destinate all'Asia attraversano la via d'acqua e potrebbero essere soggetti alla pressione delle forze che operano nella regione o in Paraguay. Inoltre, stiamo parlando di aziende che trasportano prodotti dal Mato Grosso e poi li spediscono via mare attraverso il fiume Uruguay".
Basi militari nell'area trifrontaliera. Gómez spiega che, sebbene gli scambi militari tra i due Paesi non siano una novità, ciò che cambia con questo trattato è la "discrezionalità" con cui Washington può agire in Paraguay. La firma dell'accordo consente "letteralmente alle istituzioni paraguaiane di non poter intervenire in operazioni provenienti dagli Stati Uniti o dai loro appaltatori in materia di sicurezza", il che significa che il concetto statunitense di sicurezza viene esteso arbitrariamente e senza riconoscere la giurisdizione paraguaiana.
"Gli Stati Uniti hanno storicamente parlato di istituire una base militare nell'area trifrontaliera, e questo genera elevata sensibilità e tensione con i Paesi vicini", osserva Gómez, aggiungendo che il contesto sembra favorevole per portare avanti questo programma. Con il governo di Javier Milei in Argentina completamente subordinato a Washington, la possibilità di istituire una base militare incontrerebbe solo la resistenza del Ministero degli Esteri paraguaiano (Itamaraty).
La Triplice Frontiera – tra Paraguay, Brasile e Argentina, a Ciudad del Este, Foz do Iguaçu e Puerto Iguazú – è un'area strategica di elevata complessità geopolitica. È un polo logistico chiave in Sud America, con ponti e fiumi (il Paraná e l'Iguazú) essenziali per il commercio di massa, il flusso di persone e la produzione di energia. Ma anche, a causa dei suoi "confini sfumati", costituisce un importante spazio operativo per la criminalità organizzata.
Negli ultimi anni, la strategia statunitense si è evoluta attraverso accordi bilaterali che consentono l'istituzione di sedi di agenzie come l'FBI e la DEA "senza la necessità di una sede fisica", ma con la libertà di operare pienamente all'interno del territorio paraguaiano. Gómez spiega che la tendenza alla "securitizzazione delle narrazioni civili" è possibile a causa della diffusa ignoranza dei quadri normativi del diritto internazionale umanitario.
Sottolinea che, promuovendo questo tipo di accordi che approfondiscono le dinamiche di dipendenza, gli Stati Uniti cercano di accelerare il crollo dell'ordine internazionale. “Inquadrata nella cosiddetta Dottrina Monroe 2.0, la capacità e l’autonomia dei paesi della regione di gestire risorse e proposte che potrebbero mettere in discussione l’agenda degli Stati Uniti vengono ridotte, complicando al contempo la possibilità di consolidare più economie regionali in America Latina”.
Gabriel Vera Lopes, 19 dicembre 2025
Fuente: Brasil de Fato
Articolo originale: Paraguay y EE. UU. firman un inédito acuerdo militar que permite el despliegue de tropas estadounidenses
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / ECUADOR
L'Ecuador dice quattro "No" al regime neocolonialista e neofascista di Noboa.

Daniel Noboa con quattro atti in contesto:
Per otto anni, agenzie statunitensi e sioniste hanno invaso l'Ecuador, trasformandolo in un laboratorio geopolitico, geoeconomico e geostrategico, non per combattere il vecchio e logoro copione del narcotraffico e del narcoterrorismo, ma per proteggere e monitorare le risorse energetiche strategiche e quelle derivanti dall'estrazione di metalli e non metalliferi, comprese tutte le cosiddette "terre rare" dell'intera tavola degli elementi.
Attraverso uno smantellamento sistemico dello stato di diritto, la devastazione della giustizia sociale, l'impoverimento, la xenofobia, l'autoritarismo, una narrativa ricorrente di post-verità, stigmatizzazione, misoginia ed etichettatura di un popolo come nemico interno perché aveva gridato e alzato la voce, poi anestetizzato dalla paura e dalla violenza criminale. L'Ecuador è diventato uno dei tre paesi più pericolosi al mondo e il più pericoloso dell'America Latina. Questa violenza ha in definitiva minato i diritti costituzionali, che sono stati ignorati e violati attraverso successivi stati di emergenza con una totale egemonia di potere. Un detto popolare recita: "La brocca che finisce spesso nel pozzo alla fine si rompe".
Tuttavia, in ambito politico è chiaro ed evidente, come lui stesso ha dichiarato, che Noboa rimarrà fermo nel suo progetto politico, negando qualsiasi riavvicinamento con l'alterità sociopolitica e socioculturale.
Un po' di memoria
1. Tutto ebbe inizio sotto il regime di Lenin Moreno, un innominabile agente di gruppi corporativi, oligarchici e antipopolari che lo hanno sempre utilizzato in ogni processo elettorale.
Nel 2018, orchestrò una Consulta Popolare completamente truccata, legata a una struttura oligarchica. Nell'ottobre 2019, sotto un velo di totale opacità, realizzò il copione e la sceneggiatura dell'Ambasciata degli Stati Uniti, reprimendo una rivolta sociale e popolare, con l'esito fatale di numerosi morti e feriti. In altre parole, furono commesse terribili violazioni, denunciate da organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani, nonché dall'Ufficio del Difensore Civico, che istituì una "Commissione per la Verità". Questa commissione che produsse un rapporto approfondito che denunciava gli abusi commessi dalla polizia e dall'esercito.
Il lawfare e le fake news divennero potenti armi di persecuzione politica sistematica, corrompendo in ultima analisi i sistemi giudiziari e di accusa e lasciando impunite le violazioni. La sovranità dell'Ecuador iniziò a erodersi quando le agenzie statunitensi e il Mossad israeliano lanciarono le loro operazioni di guerra cognitiva, utilizzando tattiche basate sulla paura, come i massacri nelle carceri e la persecuzione politica degli avversari.
La diffusione irrazionale e aggressiva del COVID-19 causò migliaia di vittime, principalmente a Guayaquil, attraverso la distribuzione negli ospedali e all'uso arbitrario di vaccini per la cosiddetta cerchia VIP. Moreno fomentò l'ingerenza nella regione di Nuestroamericana attraverso il neofascista e ormai estinto Gruppo di Lima, trasformando l'australiano-ecuadoriano Julian Assange in un trofeo di persecuzione da parte dell'imperialismo anglo-americano; in altre parole, permise che la sovranità ecuadoriana nell'ambasciata ecuadoriana nel Regno Unito venisse violata e invasa dalla polizia di Scotland Yard a Londra per arrestare il leader australiano di Wikileaks che fu poi rilasciato.
2. La presidenza irrazionale e autoritaria di Guillermo Lasso aprì le porte all'afflusso del narcocapitalismo, a un altro massacro in carcere e al ritorno dell'Operazione Condor che, denominato 2.0, culminò nell'attuazione della clausola di "mutuo scioglimento" sancita dalla Costituzione di Montecristi del 2008.
Un'altra rivolta socio-popolare nel giugno 2022 provocò diversi morti, feriti, incarcerazioni e detenzioni arbitrarie, come denunciato dagli esperti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). La convocazione di un Vertice Continentale sulla Sicurezza facilitò il ritorno del Comando Sud.
Lasso lasciò dietro di sé due accordi di mutua sicurezza che alienano la sovranità dell'Ecuador, ponendolo sotto la giurisdizione penale degli Stati Uniti, e che sono stati ratificati da Noboa durante il suo primo mandato.
3. L'ingresso di Daniel Noboa nella politica ecuadoriana. Da una prospettiva geopolitica, l'Ecuador si è trasformato in un laboratorio regionale statunitense per mantenere l'assedio e l'interferenza contro paesi che esercitano il diritto all'autodeterminazione, come Cuba, Nicaragua e il Venezuela bolivariano.
4. Il referendum e la consultazione popolare. Il popolo ecuadoriano ha votato “No” quattro volte.
Da questo si evidenzia la persistenza dell'autoritarismo, dato che l'Ecuador è diventato un laboratorio per l'imperialismo statunitense e il sionismo.
Noboa è stato sconfitto elettoralmente, ma la sua egemonia di potere rimane intatta. Controlla la magistratura, il parlamento, la Procura della Repubblica, in altre parole, le istituzioni dello Stato.
Dopo il referendum e la consultazione popolare, la disconnessione tra il presidente e i cittadini è evidente. Continua il suo copione di stigmatizzazione del popolo, etichettando tutti coloro che hanno votato No come narcotrafficanti e terroristi.
I diritti umani dell'ex vicepresidente Jorge Glas Espinel sono stati violati. Non dimentichiamo che è stato rapito nell'ambasciata messicana per diventare un trofeo politico e una pedina in una campagna disciplinare, nel più sfrenato stile neofascista, che ha ignorato le misure cautelari della Corte interamericana dei diritti umani.
È importante ricordare che il sistema giudiziario e la procura sono controllati dal potere politico. Noboa è autoritario e molto pericoloso; ha tentato di stabilire basi militari statunitensi, che ora ha abbandonato, ma presumiamo che solleverà problemi di sicurezza nazionale, mentre il narcocapitalismo continuerà a prosperare. Si è recato negli Stati Uniti, da dove tornerà per accelerare la devastazione e la privatizzazione dell'Ecuador.
La nazione si sta erodendo e un detto popolare recita che l'anarco-capitalismo non abbandonerà la sua arroganza, il suo autoritarismo e il suo neofascismo.
L'attuazione dell'accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) avverrà nel gennaio 2026, attraverso un folle attacco all'economia popolare, a cui il popolo, 14 milioni di ecuadoriani, ha detto NO.
Gas ed elettricità sono nel mirino, insieme ad altri settori strategici dell'Ecuador. Se la testa cede, anche il corpo cederà. C'è un'apparente crisi di governo, che non lo preoccupa; i ministri sono fusibili sostituibili e l'alleanza oligarchico-imperialista e sionista non cederà.
L'Ecuador è il laboratorio multifunzionale dell'imperialismo e del sionismo nella regione, il cui obiettivo e scopo sono geopolitici, geoeconomici e geostrategici, basati su:
1. contenere la presenza cinese nella regione.
2. assediare e interferire contro democrazie sovrane e progressiste: Cuba, Nicaragua, Venezuela, Colombia, Messico e Honduras. La loro presenza con flotte di cacciatorpediniere nel Mar dei Caraibi, al largo delle coste del Venezuela, non è senza ragione. Ci sono già state quasi 100 esecuzioni extragiudiziali di pescatori artigianali, con la nefasta narrativa di lotta al narcoterrorismo.
3. per ora non vengono istituite basi militari, ma il personale della Sicurezza Nazionale lo sta facendo, un impegno preso con il presidente Donald Trump e il suo falco, Marco Rubio.
4. presenza nel Pacifico meridionale con il pretesto di combattere il narcoterrorismo.
5. guerra non convenzionale per mantenere e riconquistare la presenza dell'imperialismo statunitense nella regione latinoamericana.
6. il processo elettorale del 16 novembre 2025 ha permesso al popolo ecuadoriano di difendere il mandato della Costituzione di Montecristi del 2008, la propria dignità e i propri diritti, e di dire no all'arroganza, all'autoritarismo, al neocolonialismo e al neofascismo. Ha difeso la Costituzione e lo stato di diritto costituzionale. Ha detto no all'insicurezza, alla violenza criminale, alla disoccupazione, al declino dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione e all'impoverimento.
Il "No" ha vinto a stragrande maggioranza sulla questione delle basi militari straniere nella consultazione popolare e nel referendum.
Il Presidente Noboa subisce la sua prima sconfitta elettorale e i suoi piani vengono sventati. Con il 99% delle schede scrutinate dal Consiglio Elettorale Nazionale (CNE), i risultati della consultazione popolare e del referendum hanno dimostrato la schiacciante opposizione popolare all'amministrazione governativa.
La maggioranza degli ecuadoriani ha respinto le proposte del Presidente Daniel Noboa, decretando la sua prima sconfitta elettorale. Il "No" ha prevalso su tutti e quattro i quesiti del referendum e della consultazione popolare tenutisi il 16 novembre 2025. Noboa non potrà installare basi militari straniere, le organizzazioni politiche non perderanno i loro finanziamenti annuali, l'Assemblea Nazionale manterrà i suoi 151 legislatori e non ci sarà una nuova Costituzione.
Azione Democratica Nazionale (ADN)
L'intensa campagna elettorale del governo e del suo partito politico, Azione Democratica Nazionale (ADN), lo sperpero di quasi 700 milioni di dollari in bonus e indennizzi e la demonizzazione dell'opposizione non sono stati sufficienti a convincere gli elettori.
Tra l'altro, Noboa ha pubblicato un messaggio sui social media, affermando che avrebbe rispettato la volontà popolare e che il suo impegno non sarebbe cambiato, ma anzi si sarebbe rafforzato.
L'opinione pubblica ha deciso di bloccare i piani del governo e di chiedere un cambio di rotta. Resta da vedere se le promesse di aumentare gli sforzi e continuare a lavorare per l'Ecuador si concretizzeranno durante il mandato di Noboa, e cosa riserva il futuro all'ADN, che rimane la principale forza politica del Paese.
Dati sul referendum e sulla consultazione popolare in un registro elettorale di circa 14 milioni di elettori.
Domanda 1: Eliminazione del divieto di stabilire basi militari straniere: 6.403.845 voti NO, 60,85%.
Domanda 2: Eliminazione dei finanziamenti statali alle organizzazioni politiche: 6.125.056 voti NO, 58,32%.
Domanda 3: Riduzione dei membri dell'assemblea da 151 a 73: 5.641.122 voti NO, 53,73%.
Domanda 4: Convocazione di un'Assemblea Costituente: 6.333.637 voti NO, 61,83% (Fonte: Consiglio Elettorale Nazionale (CNE) dell'Ecuador, alle 17:00 del 19 novembre 2025).
Il popolo è stanco della paura, delle menzogne, degli insulti, degli abusi, della repressione, della tortura, delle sparizioni forzate, delle esecuzioni extragiudiziali e di un regime civile, militare e di polizia.
Per ora, unità nella diversità, resistenza popolare nei territori
Il popolo ha parlato e difende la propria Costituzione, il diritto a vivere in pace. Sebbene sappiamo che il regime è stato sconfitto elettoralmente, non lo è politicamente. Mantiene un controllo egemonico frammentato, ed è il popolo che deve continuare la resistenza sociale organizzata per impedire l'erosione dei diritti acquisiti, che sono l'espressione di un'accumulazione storica, socioculturale e sociopolitica di conquiste e lotte popolari. La violazione del diritto internazionale e l'interferenza contro altri popoli e nazioni non saranno più tollerate.
Dopo la sua clamorosa sconfitta elettorale, il presidente Daniel Noboa Azín è tornato nel suo paese natale dal 18 novembre. A quanto pare, stanno rispondendo a Donald Trump e al falco Marco Rubio, che non hanno abbandonato il loro programma di sovversione politica e ideologica contro Cuba, Nicaragua e il Venezuela bolivariano.
In 20 delle 24 province dell'Ecuador, lo spoglio dei voti è ormai completo al 100%, confermando la schiacciante vittoria del "No". No all'erosione dei diritti, Sì al Sumak Kawsay, ovvero al buon vivere, principio costituzionale inalienabile, diritto a vivere in pace e giustizia sociale, basato sulla difesa della sovranità, sulla solidarietà, sull'empatia, sull'integrazione e sul rispetto della libera autodeterminazione dei popoli.
Che fare?
Abbracciare la speranza, l'utopia e capitalizzare l'unità nella diversità socioculturale, sociopolitica e socio-popolare attraverso la battaglia delle idee, la difesa dei diritti costituzionali e l'uso del buon senso per rivendicare e conquistare i diritti sanciti dalla Costituzione di Montecristi.
Pertanto, la decisione di proseguire o dichiarare incostituzionali le riforme costituzionali che Noboa intende attuare – sapendo di avere la maggioranza legislativa – spetta alla Corte Costituzionale dell'Ecuador, che deve interpretare la pronuncia popolare espressa alle urne il 16 novembre.
Un graffito recita: "E ci rifiutiamo di essere una colonia nordamericana; vogliamo essere una nazione degna e sovrana".
Luis Ernesto Guerra, Prensa Latina, 22 novembre 2025
Articolo originale: Ecuador dijo cuatro veces No al régimen neocolonialista y neofascista de Noboa
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / COLOMBIA
Crisi umanitaria a Catatumbo: gli scontri tra ELN e 33° Fronte costringono a sfollamenti di massa durante le festività natalizie.
Il Consigliere per la Pace del Norte de Santander, Luis Fernando Niño, avverte che il dipartimento si sta preparando allo "scenario peggiore" dopo l'intensificarsi dei combattimenti e il rischio di confinamento per 6.000 persone.

La regione del Catatumbo è di nuovo l'epicentro di un incessante conflitto armato. Nel villaggio di La Gabarra (Tibú), la lotta territoriale tra l'Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e il 33° Fronte dello Stato Maggiore dei Blocchi (EMB) dei dissidenti delle FARC ha costretto 252 persone a sfollare verso Cúcuta e Ocaña.
Luis Fernando Niño, Consigliere di Pace del dipartimento, descrive in questa intervista la gravità di una situazione di cui il Governo Nazionale era stato preventivamente avvertito e che minaccia di riaccendere la crisi umanitaria di inizio anno.
Gli attuali scontri, iniziati a mezzanotte del 24 dicembre, fanno parte di un processo di "cooptazione territoriale" in cui entrambi i gruppi cercano il controllo totale. Il motto degli attori armati è radicale: "Solo uno può rimanere".
180 famiglie sono state sfollate (circa 252 persone), principalmente donne e bambini. Inoltre, 6.000 residenti sono a rischio di isolamento. Nonostante l'ufficio del governatore e la Chiesa avessero avvertito il Ministero della Difesa l'11 dicembre degli imminenti attacchi, la risposta del governo si è limitata ad assicurare che la situazione era "sotto controllo".
L'esercito sta attualmente garantendo la sicurezza delle strade, ma Niño lamenta che la preparazione istituzionale sia orientata a facilitare la fuga della popolazione piuttosto che a prevenire il conflitto.
Si segnala un allarmante aumento dell'uso di mine antiuomo e un aumento di oltre il 252% del reclutamento di minori, compresi bambini indigeni, per sostituire le perdite dei gruppi armati.
Colombia 20: Come valuta l'intensificarsi dei combattimenti a Catatumbo?
Luis Fernando Niño: È una situazione permanente. Dopo 11 mesi di tensione, oggi assistiamo a scontri in tutta la zona. Nelle ultime tre settimane, entrambi i gruppi si sono riarmati per conquistare territori strategici. Il recente video del 33° Fronte nel comune di Pacheli è stato una dimostrazione di forza dopo aver strappato il controllo di quell'area all'ELN. Dal 24 dicembre, i combattimenti ai chilometri 16 e 25 nella zona rurale di La Gabarra hanno costretto più di 250 persone alla fuga.
Col. 20: È sicuro per la popolazione civile viaggiare su strada?
LFN: Ho parlato con il Comando della Seconda Divisione dell'Esercito e ci hanno assicurato che le strade sono libere. Mi dispiace dirlo, ma ci stiamo preparando affinché la popolazione possa fuggire nel caso in cui si ripeta la crisi di gennaio, quando 30.000 persone furono confinate perché i gruppi armati bloccavano le strade per uccidere i rivali.
Col. 20: Quale risposta avete ricevuto dal Governo Nazionale a questi avvertimenti?
LFN: L'11 dicembre, il Ministro della Difesa ha rilasciato una dichiarazione rassicurante riguardo al rafforzamento delle truppe e alla tecnologia anti-droni. Tuttavia, abbiamo ascoltato le comunità e i parroci, che ci hanno detto che stava per accadere qualcosa di grave. Abbiamo chiesto il rispetto del Diritto Internazionale Umanitario (DIU), ma i gruppi armati continuano il loro conflitto interno. Attualmente, l'emergenza è gestita dai comuni e dall'ufficio del Governatore.
Col. 20: Oltre allo sfollamento, quali altri rischi corre la popolazione?
LFN: L'uso delle mine antiuomo è fondamentale; è un modo per controllare le persone e viola tutte le norme internazionali. Allo stesso modo, il reclutamento forzato di bambini è aumentato di oltre il 252%. Con così tante morti in combattimento, i gruppi hanno bisogno di "manodopera" e la estraggono dai bambini e persino dalle comunità indigene. La mia responsabilità morale è quella di mettere in guardia da questo problema prima che si verifichi una tragedia ancora più grande il 31 dicembre.
Redazione Resumen Latinoamericano, 27 dicembre 2025
Articolo originale: Colombia. Crisis humanitaria en el Catatumbo: Enfrentamientos entre ELN y Frente 33 fuerzan desplazamientos masivos en plena Navidad
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA GUERRA PER L’ACQUA
Geopolitica dell'acqua in America Latina e nei Caraibi.
L'acqua ha smesso di essere una semplice risorsa naturale quasi inosservata e si è trasformata in uno degli asset geostrategici più contesi del pianeta. Il suo controllo determina cibo, energia e sicurezza territoriale, ma soprattutto determina la vita stessa.

L'acqua non è solo un elemento alla base della produzione, ma anche un fattore di potere e di contesa strategica, capace di ridefinire i rapporti tra stati, comunità, imprese e istituzioni finanziarie. In America Latina e nei Caraibi, questa contesa assume caratteristiche specifiche a causa della combinazione di abbondanza relativa, estrattivismo e disuguaglianza nel contesto della crisi climatica.
Scarsità, riserve e controversie nella regione. A livello globale, solo il 2,5% dell'acqua è dolce e, di questo volume, meno dell'1% è disponibile per il consumo umano. In questo scenario di crescente scarsità, l'America Latina occupa una posizione chiave, poiché detiene circa il 31% delle riserve di acqua dolce del pianeta.
Grandi bacini fluviali come il Rio delle Amazzoni, l'Orinoco e il Paraná-La Plata testimoniano questa ricchezza essenziale. Brasile, Colombia, Perù e Venezuela sono tra i dieci paesi con le maggiori risorse idriche rinnovabili al mondo.
Nel Cono Sud, la falda acquifera guaraní (condivisa da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) costituisce una delle più grandi riserve sotterranee di acqua dolce del pianeta (circa 37.000 km³) ed è oggetto di crescente interesse geopolitico ed economico da parte delle multinazionali.
Questa abbondanza diventa una maledizione, creando tensioni permanenti e profonde con il modello estrattivo delle mega-miniere, dell'agroindustria, delle energie convenzionali e rinnovabili e dell'inquinamento industriale, tra gli altri.
La privatizzazione o l'appropriazione delle risorse naturali e la disuguaglianza nell'accesso all'acqua stanno trasformando la regione in un territorio di crescenti conflitti. Questa ricchezza idrica, lungi dal garantire il benessere universale, sta diventando fonte di conflitto, vulnerabilità e dipendenza.

L'impronta idrica di un modello intensivo.
L'acqua non è solo oggetto di contesa in termini di accesso e proprietà, ma anche per il suo utilizzo intensivo da parte di industrie che ne richiedono volumi sempre crescenti e incidono sulla disponibilità idrica per comunità e territori. Nel settore agricolo, ad esempio, produrre un chilogrammo di carne bovina può richiedere tra i 10.000 e i 15.000 litri d'acqua, considerando l'irrigazione dei pascoli e la filiera di trasformazione.
Anche l'industria tessile consuma molta acqua: per produrre un solo paio di jeans servono tra i 7.000 e i 10.000 litri di acqua, a causa dei processi di tintura e lavaggio che generano anche inquinamento da metalli pesanti.
Meno visibile ma ancora più rilevante è il settore tecnologico, dove la produzione di microchip e il raffreddamento dei data center richiedono grandi volumi di acqua ultrapura; un singolo stabilimento di semiconduttori può consumarne più di 15 milioni di litri al giorno.
Questi usi industriali, spesso legati alle catene del valore globali e agli investimenti esteri, competono con gli usi nazionali, agricoli di sussistenza o comunitari. Di fronte alla scarsità, la priorità si sposta verso coloro che hanno maggiore potere economico, politico o aziendale, lasciando ampie fasce della popolazione vulnerabili.
L'acqua come merce. Negli ultimi decenni, l'espansione del modello neoliberista-estrattivo e la crisi climatica hanno trasformato l'acqua in una merce strategica. Oggi l'acqua, bene comune essenziale per la vita, è scambiata in borsa, privatizzata e negoziata come qualsiasi altra risorsa.
Nel 2020, per la prima volta nella storia, l'acqua ha iniziato a essere scambiata sul mercato dei futures del Nasdaq attraverso il Nasdaq Veles California Water Index (NQH2O) (che riflette il prezzo dell'acqua nello stato della California). Questo ha segnato una svolta: l'acqua ha cessato di essere un mero diritto umano (come riconosciuto dalle Nazioni Unite nel 2010) ed è diventata un bene finanziario soggetto a speculazione e alla logica della finanziarizzazione.
Mentre più di 2 miliardi di persone in tutto il mondo non hanno accesso all'acqua potabile, questo tipo di prezzo dimostra come un bene che storicamente è stato pubblico o comunitario venga trasferito sui mercati.
Diverse società di private equity e infrastrutture, come KKR & Co., Bain Capital, Blackstone Group, Bember Infrastructure, Morgan Stanley Infrastructure Partners, HIG Capital, Littlejohn & Co. e Ridgewood Infrastructure, sono i principali fondi di investimento attivi nelle infrastrutture idriche globali attraverso l'acquisizione di società di trattamento, investimenti in tecnologie idriche, uscite strategiche e fondi multimiliardari mirati al settore idrico e delle acque reflue, e sono principalmente responsabili della speculazione e del mercato globale dei futures sull'acqua.
Questo fenomeno ha profonde implicazioni per l'America Latina, dove la logica finanziaria dà priorità a redditività, scala e liquidità rispetto al bene comune, alla giustizia sociale, alla sostenibilità ecologica e, in ultima analisi, alla vita stessa. Di conseguenza, le comunità tradizionali, i popoli indigeni e le aree rurali vulnerabili potrebbero essere abbandonati, con i loro diritti idrici subordinati al capitale globale.
L'acqua come strumento di guerra. Oltre alle controversie industriali e finanziarie, l'acqua viene utilizzata anche come strumento di pressione, dominio o guerra . Ciò è evidente nell'appropriazione dei bacini idrografici, nel controllo delle infrastrutture di raccolta e distribuzione dell'acqua e nel condizionamento dell'accesso all'acqua come leva politica.
Un caso paradigmatico è quello della società israeliana Mekorot, che controlla le risorse idriche nei territori palestinesi occupati e si posiziona a livello internazionale come esportatrice di tecnologie idriche esercitando contemporaneamente il controllo territoriale dell'acqua, condannando il popolo palestinese a bere acqua contaminata E a soffrire la sete o addirittura a morire.
In America Latina, la presenza di Mekorot nella consulenza, nella gestione delle risorse idriche e negli accordi statali non è solo tecnica, ma apre anche il dibattito sull'esportazione di un modello idrico che lega controllo, privatizzazione, dominio e condizionamento della libera determinazione dei popoli .
Il controllo dell'acqua come arma strategica può creare dipendenza idrologica, limitare la capacità di stati o comunità di prendere decisioni sulle proprie risorse idriche e trasformare l'acqua in un vettore di potere geopolitico. In un contesto di cambiamenti climatici, siccità, scarsità e migrazioni, questo fattore deve essere considerato come parte del nuovo panorama della sicurezza internazionale.
America Latina e Caraibi a un bivio. Come abbiamo detto, l'America Latina e i Caraibi rientrano tra gli obiettivi strategici del capitalismo finanziario e tecnologico globale che, per funzionare in questa nuova fase produttiva, ha bisogno di acqua dolce per le grandi metropoli, di litio per il funzionamento delle nuove tecnologie, di carburante per le industrie e di cibo per alimentare la forza lavoro. Questo nuovo FTAA, lungi dall'essere mera retorica, si sta concretizzando nell'intensificazione delle tensioni militari, commerciali e politiche che si stanno moltiplicando nella regione.
La società statale israeliana Mekorot, denunciata dalle organizzazioni internazionali per il suo ruolo nell'apartheid dell'acqua contro il popolo palestinese, negli ultimi anni ha esteso la sua presenza in America Latina attraverso metodi poco trasparenti e un basso profilo.
Sebbene formalmente presentata come entità pubblica, le sue operazioni nella regione rispecchiano quelle di una multinazionale privata, con operazioni difficili da tracciare, intermediari locali che aggirano le normative statali sugli appalti e accordi costellati di clausole di riservatezza. Mekorot non ha una sede legale o una sede centrale nei paesi in cui opera, il che le consente di muoversi in una zona grigia in cui la responsabilità e il controllo pubblico sono praticamente impossibili.
In Brasile ha partecipato a progetti a Belo Horizonte; in Colombia ha fornito servizi di consulenza alle Corporazioni autonome regionali di Cundinamarca e La Guajira; nella Repubblica Dominicana, il Piano nazionale per l'acqua da lui elaborato nel 2023 è stato sospeso a seguito di accuse di irregolarità; e in Messico, nel 2013, ha firmato un accordo con la Commissione nazionale per l'acqua per fornire consulenza sulla bonifica delle falde acquifere.
I casi più eclatanti si sono verificati in Cile e Uruguay, dove l'azienda ha cercato di posizionarsi come punto di riferimento tecnico nella gestione delle risorse idriche, nonostante le critiche al suo background e alle condizioni contrattuali imposte.
In Cile, l'accordo con il Governo Regionale del Biobío, firmato nel 2023 attraverso la fondazione privata “Desarrolla Biobío” al di fuori del sistema degli appalti pubblici, ha suscitato forti critiche da parte della comunità palestinese e dell'organizzazione Avvocati per la Palestina, che hanno denunciato la mancanza di trasparenza e delle clausole che sottopongono le controversie contrattuali ai tribunali internazionali e alla legislazione straniera.
In Uruguay, Mekorot ha collaborato con OSE durante la crisi idrica del 2023, offrendo 275.000 dollari in servizi di consulenza per la gestione dell'approvvigionamento idrico del Río de la Plata, nell'ambito del controverso Progetto Nettuno, ora sospeso, che mirava a privatizzare parzialmente l'accesso all'acqua potabile. In questo modo, l'azienda israeliana sta avanzando silenziosamente in tutto il continente, sfruttando le crisi climatiche e le lacune istituzionali per trasformare l'acqua, un bene comune vitale, in una risorsa strategica sotto il controllo aziendale.
In Argentina, la società israeliana Mekorot è riuscita ad avanzare silenziosamente nel settore idrico grazie all'impulso dell'allora ministro degli Interni Wado de Pedro, che nel 2022 ha promosso una visita ufficiale in Israele con i governatori di dieci province e ha incoraggiato la creazione di un'autorità centralizzata per la gestione delle acque secondo il modello israeliano.
Attraverso il Consiglio federale degli investimenti (CFI) – utilizzato come intermediario per eludere i controlli pubblici e le normative sugli appalti – Mekorot ha firmato accordi con Mendoza, San Juan, La Rioja, Catamarca, Formosa, Río Negro, Santa Cruz, Santa Fe e Santiago del Estero, e più recentemente con Neuquén, Chubut e Jujuy, raggiungendo così metà del territorio nazionale.
Sebbene i contratti siano poco trasparenti e privi di informazioni sugli importi o sui meccanismi di controllo, le province li presentano come "Piani idrici principali". Dietro questa facciata, l'azienda si sta affermando in aree strategicamente importanti per l'agroindustria, l'attività mineraria su larga scala e l'estrazione petrolifera, in concomitanza con l'avanzare del modello estrattivo.
In risposta a questa ingerenza è nata la campagna "Fuori Mekorot", promossa da assemblee ambientaliste e organizzazioni sociali e per i diritti umani, che denunciano la mancanza di trasparenza, la privatizzazione occulta dell'acqua e i legami politici e commerciali che sostengono l'espansione israeliana nel Paese.
In questa situazione, è necessario considerare l'acqua come un bene comune vitale, non come una merce finanziaria. La sovranità territoriale richiede la difesa strenua delle nostre risorse comuni, garantendone l'accesso universale, la gestione democratica e, soprattutto, la partecipazione comunitaria.
La finanziarizzazione dell'acqua, la sua mercificazione e il suo utilizzo come strumento di guerra o di dominio devono essere oggetto di profonda riflessione critica. Solo così potremo garantire che questa risorsa essenziale, che definisce la vita, non rimanga al servizio di pochi, ma sia al servizio della cura collettiva dei popoli della nostra America.
Carolina Sturniolo, Fernando Rizza e Bruno Ceschin (*), 5 novembre 2025
Fonte: NODAL
Articolo originale: Geopolítica del agua en América Latina y el Caribe
https://www.telesurtv.net/geopolitica-del-agua-en-america-latina-y-el-caribe/
(*) Carolina Sturniolo è veterinaria, membro del CEA e professoressa nel programma di medicina veterinaria presso l'UNRC.
Fernando Rizza è un veterinario. È editorialista per NODAL, membro del Centro di Studi Agrari (CEA) e professore presso l'Università Nazionale di Hurlingham, in Argentina.
Bruno Ceschin è laureato in Scienze Politiche e Pubblica Amministrazione. Attualmente sta conseguendo un Master in Sviluppo Territoriale in America Latina e nei Caraibi. È membro del Centro di Studi Agrari (CEA).
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / LA DESTRA LATINOAMERICANA
La marea impetuosa dell'estrema destra latinoamericana.

Uno degli obiettivi della riforma promossa da Javier Milei è rendere i licenziamenti
e le controversie legali più accessibili e prevedibili per le aziende. Foto: EFE
La sinistra dovrà essere audace e articolare un nuovo futuro, ma dovrà essere un futuro che emerga dalla propria storia di lotte e dalla costruzione del socialismo.
L'estrema destra in America Latina è arrabbiata. Jair Bolsonaro in Brasile e Javier Milei in Argentina sembrano sempre furiosi e parlano sempre a voce alta e aggressiva. Il testosterone trasuda dai loro pori, un sudore tossico che si è diffuso in tutta la regione. Sarebbe facile dire che questo è l'impatto del neofascismo caratteristico di Donald Trump, ma non è vero.
L'estrema destra ha radici molto più profonde, legate alla difesa delle famiglie oligarchiche che affondano le loro origini nell'epoca coloniale nei vicereami, dalla Nuova Spagna al Río de la Plata.
Indubbiamente, questi uomini e donne di estrema destra sono ispirati dall'aggressività di Trump e dalla nomina a Segretario di Stato di uno strenuo difensore dell'estrema destra in America Latina, Marco Rubio. Questa ispirazione e questo sostegno sono importanti, ma non sono la ragione della rinascita dell'estrema destra, un'ondata di rabbia che sta crescendo in tutta l'America Latina.
A prima vista, sembra che l'estrema destra abbia subito alcune sconfitte. Jair Bolsonaro sta scontando una lunga pena detentiva per il suo ruolo nel fallito tentativo di colpo di Stato dell'8 gennaio 2023 (ispirato al fallito tentativo di colpo di Stato di Trump del 6 gennaio 2021). Nonostante tutti i tentativi di rovesciare il governo venezuelano, il presidente Nicolás Maduro rimane al potere e ha mobilitato ampi settori della popolazione per difendere la Rivoluzione Bolivariana da qualsiasi minaccia. E, alla fine di ottobre 2025, la maggioranza dei paesi del mondo ha votato a favore di una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che chiede la fine del blocco contro Cuba.
Questi indicatori – dall'incarcerazione di Bolsonaro al voto su Cuba – suggeriscono che l'estrema destra non è riuscita a far valere la propria agenda ovunque e attraverso tutti i canali.
Tuttavia, sotto la superficie, ci sono segnali che indicano che l'America Latina non sta assistendo alla rinascita di quella che fu chiamata la Marea Rosa (in seguito all'elezione di Hugo Chávez in Venezuela nel 1998), ma sta invece vivendo l'ascesa di un'ondata di rabbia che ha lentamente iniziato a diffondersi nella regione, dall'America Centrale al Cono Sud.
Elezioni in Sud America. Il primo turno delle elezioni presidenziali cilene ha prodotto un risultato preoccupante. Mentre Jara, del Partito Comunista, ha ottenuto il 26,85% dei voti con un'affluenza dell'85,26%, José Antonio Kast, dell'estrema destra, è arrivato secondo con il 23,92%. Evelyn Matthei, della destra tradizionale, ha ottenuto il 12,5%, mentre il candidato di estrema destra, precedentemente schierato con Kast e ora alla sua destra, Johannes Kaiser, ha ottenuto il 14%.
È probabile che Jara raccolga alcuni voti centristi, ma non abbastanza da superare il vantaggio dell'estrema destra, che sembra avere almeno oltre il 50% dell'elettorato dalla sua parte. Il cosiddetto social-liberale Franco Parisi, arrivato terzo, ha sostenuto Kast nel 2021 ed è probabile che lo faccia di nuovo. (N.d.t.: l’articolo è stato scritto due giorni prima del 2° turno di votazioni che ha poi decretato vincitore Antonio Kast).
Ciò significa che in Cile la presidenza sarà nelle mani di un uomo di estrema destra i cui antenati affondano le radici nel nazismo tedesco (suo padre era membro del partito nazista ed è sfuggito alla giustizia grazie all'intervento del Vaticano) e che ritiene che la dittatura in Cile dal 1973 al 1990 sia stata, in generale, una buona idea.
A nord del Cile, in Bolivia, il nuovo presidente Rodrigo Paz Pérez, figlio di un ex presidente, ha sconfitto il candidato di estrema destra Jorge Tuto Quiroga (anch'egli ex presidente) al secondo turno delle elezioni, in cui non si è presentato nessun candidato di sinistra (questo dopo che il Movimento per il Socialismo ha governato la Bolivia ininterrottamente dal 2006 al 2025). Il partito di Paz detiene una posizione di minoranza in parlamento, quindi dovrà allinearsi alla coalizione Libre di Quiroga e probabilmente adotterà una politica estera filo-americana e una politica economica libertaria.
Il Perù terrà le proprie elezioni ad aprile, in cui si prevede la vittoria dell'ex sindaco di Lima, Rafael López Aliaga. López rifiuta l'etichetta di estrema destra, ma adotta tutte le politiche generiche dell'estrema destra (cattolico ultraconservatore, sostenitore di rigide misure di sicurezza e sostenitore di un programma economico libertario).
Iván Cepeda, colombiano, è il probabile candidato di sinistra alle elezioni presidenziali del maggio 2026, poiché la Colombia non consente secondi mandati (il che significa che il presidente Gustavo Petro non può ricandidarsi). Cepeda incontrerà la forte opposizione dell'oligarchia colombiana, che vuole riportare il paese sotto il proprio controllo. È troppo presto per sapere chi affronterà Cepeda, ma potrebbe essere la giornalista Vicky Dávila, la cui opposizione di estrema destra a Petro sta guadagnando terreno in settori inaspettati della società colombiana.
È probabile che entro la metà del 2026 la maggior parte degli stati dell'estremo ovest del Sud America (dal Cile alla Colombia) saranno governati dall'estrema destra.
Nonostante Bolsonaro sia in prigione, il suo partito, il PL (Partito Liberale), è il blocco più numeroso nel Congresso Nazionale brasiliano. È probabile che Lula venga rieletto presidente l'anno prossimo, grazie al suo immenso legame personale con l'elettorato.
Il candidato di estrema destra, che sarà Tarcísio de Freitas, governatore dello stato di San Paolo, o uno dei Bolsonaro (sua moglie Michelle o suo figlio Flavio), correrà contro di lui. Ma il Partito Liberale (PL) farà breccia nel Senato. Il suo controllo sul parlamento ha già rafforzato la presa del governo (alla COP30, il rappresentante di Lula non ha avanzato proposte per affrontare la catastrofe climatica) e una vittoria al Senato rafforzerà la sua presa sul Paese.
Agenda comune della marea impetuosa. I politici di questa impetuosa ondata che stanno suscitando scalpore hanno molte cose in comune. La maggior parte di loro ha ormai cinquant'anni: Kast (nato nel 1966), Paz (nato nel 1967), la politica venezuelana María Corina Machado (nata nel 1967) e Milei (nato nel 1970). Sono cresciuti nel periodo post-dittatura in America Latina (l'ultima dittatura in Cile è finita nel 1990).
Gli anni Novanta hanno proseguito la stagnazione economica che aveva caratterizzato gli anni Ottanta, il decennio perduto che ha sconvolto questi paesi con bassi tassi di crescita e vantaggi comparati sottosviluppati, costringendoli alla globalizzazione. In questo contesto, i politici di questo movimento hanno sviluppato un programma comune.
Anticomunismo. L'estrema destra in America Latina è plasmata da un programma anti-sinistra ereditato dalla Guerra Fredda, il che significa che le sue formazioni politiche spesso sostengono l'era delle dittature militari sostenute dagli Stati Uniti.
Le idee di sinistra, che risalgano alla Rivoluzione cubana (1959) o all'era della Marea Rosa (dopo il 1998), sono un anatema per queste forze politiche; tra queste idee rientrano la riforma agraria, il finanziamento statale all'industrializzazione, la sovranità statale e l'importanza dei sindacati per tutti i lavoratori e i contadini. L'anticomunismo di questa ondata è rudimentale, prodotto dei politici stessi, e viene abilmente utilizzato per contrapporre un settore della società all'altro.
Politiche economiche libertarie. Le idee economiche della Marea Furiosa sono plasmate dai "Chicago Boys" cileni (tra cui il fratello di Kast, Miguel, che fu a capo della Commissione di Pianificazione del generale Augusto Pinochet, suo Ministro del Lavoro e suo capo della Banca Centrale). La loro tradizione deriva direttamente dalla scuola libertaria austriaca (Friedrich Hayek, Ludwig von Mises e Murray Rothbard, oltre a Milton Friedman).
Queste idee sono state coltivate in think tank ben finanziati, come il Centro per gli Studi Macroeconomici in Argentina (fondato nel 1978) e il Centro Cileno per gli Studi Pubblici (fondato nel 1980). Essi credono che lo Stato debba essere una forza disciplinare per lavoratori e cittadini, e che l'economia debba essere nelle mani di interessi privati. Le famigerate stranezze della motosega di Milei illustrano questa politica non solo di tagli al welfare (un prodotto del neoliberismo), ma anche di distruzione delle capacità dello Stato stesso.
Guerre culturali. Sfruttando l'ondata di ideologia anti-gender e di retorica anti-immigrati, la marea impetuosa è riuscita ad attrarre cristiani evangelici conservatori e ampi settori della classe operaia, disorientati dai cambiamenti che sembrano provenire dall'alto.
L'estrema destra sostiene che la violenza nei quartieri operai creata dall'industria della droga è alimentata dal "liberalismo" e che solo la violenza dura (come dimostrato dal presidente di El Salvador, Nayib Bukele) può essere la soluzione; per questo motivo, vogliono rafforzare l'esercito e la polizia e ignorare i limiti costituzionali all'uso della forza (il 28 ottobre, il governo di Cláudio Castro, alleato di Bolsonaro, ha inviato la polizia a Rio de Janeiro, che ha ucciso almeno 121 persone nell'operazione Containment).
L'estrema destra trae vantaggio dall'aver adottato varie teorie del complotto su come le "élite" abbiano diffuso idee "globalizzate" per danneggiare e distruggere la "cultura" delle loro nazioni. Si tratta di un'idea ridicola, proveniente sia dall'estrema destra che dalle forze politiche di destra tradizionali, che sostengono l'ingresso su larga scala delle multinazionali americane nelle loro società e culture e che mancano di rispetto alla storia di lotte della classe operaia e contadina per costruire i propri mondi culturali nazionali e regionali.
Ma questa marea impetuosa è riuscita a costruire l'idea che siano guerrieri culturali che difendono il loro patrimonio dai mali della "globalizzazione". Parte di questa guerra culturale è la promozione del singolo imprenditore come soggetto della storia e la denigrazione del bisogno di riproduzione sociale.
Sono questi tre elementi (anticomunismo, politiche economiche libertarie e guerre culturali) che uniscono l'estrema destra in tutta l'America Latina. Forniscono un solido quadro ideologico per galvanizzare settori della popolazione e far credere loro di essere i salvatori dell'emisfero. Questa estrema destra latinoamericana ha il sostegno di Trump e della rete internazionale dell'estrema destra spagnola (il Forum di Madrid, creato nel 2020 dalla Fondazione Disenso, il think tank del partito di estrema destra Vox). È ampiamente finanziata dalle vecchie classi sociali d'élite, che hanno gradualmente abbandonato la destra tradizionale a favore di questi nuovi e aggressivi partiti di estrema destra.
Crisi della sinistra. La sinistra non ha ancora elaborato una valutazione adeguata dell'emergere di questi partiti e non è stata in grado di promuovere un programma realmente dinamico. Una profonda crisi ideologica sta attanagliando la sinistra, che non riesce a decidere se costruire un fronte unito con la destra tradizionale e i liberali per candidarsi alle elezioni o se costruire un fronte popolare tra la classe operaia e i contadini per costruire il potere sociale come preludio a una spinta elettorale vincente.
La prima strategia (l'alleanza elettorale) esemplifica questo approccio, proveniente dal Cile, dove nel 1988 fu fondata la Concertación de Partidos por la Democracia (Concertación) per tenere i partiti della dittatura fuori dal potere, e poi nel 2021 fu creata la coalizione Apruebo Dignidad (Approva la Dignità), che portò alla presidenza Gabriel Boric del partito centrista Frente Amplio (Fronte Ampio). Ma al di fuori del Cile, ci sono poche indicazioni che questa strategia funzioni. È diventata più difficile con il crollo dei tassi di sindacalizzazione e l'ascesa della gig economy che individualizza la classe operaia, erodendone la cultura.
È significativo che l'ex vicepresidente socialista della Bolivia, Álvaro García Linera, abbia guardato a nord, a New York City, in cerca di ispirazione. Quando Zohran Mamdani vinse le elezioni a sindaco, García Linera dichiarò: "La vittoria di Mamdani dimostra che la sinistra deve impegnarsi per il coraggio e per un nuovo futuro".
È difficile non essere d'accordo con questa affermazione; tuttavia, il programma proposto da Mamdani consiste principalmente nel salvare le vecchie infrastrutture di New York, piuttosto che nel promuovere il socialismo nella città.
García Linera non ha fatto alcun riferimento al suo periodo in Bolivia, quando tentò di costruire un'alternativa socialista insieme all'ex presidente Evo Morales. La sinistra dovrà essere audace e forgiare un nuovo futuro, ma dovrà essere un futuro che emerga dalla propria storia di lotta e dalla costruzione del socialismo.
Vijay Prashad(*), 12 dicembre 2025
Osservatorio dei lavoratori in lotta
(*) Storico, redattore e giornalista indiano. È membro della redazione e corrispondente capo di Globetrotter. È caporedattore di LeftWord Books e direttore del Tricontinental Institute for Social Research .
Articolo originale: La marea furiosa de la extrema derecha latinoamericana
https://www.telesurtv.net/opinion/la-marea-furiosa-de-la-extrema-derecha-latinoamericana/
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / SIRIA
La Siria un anno dopo la caduta di Assad: l'autorità di Sharaa tra crollo della sicurezza e ambizioni internazionali.

Damasco en el día del derrocamiento de Bashar al-Assad. Foto: EFE.
Quest'anno la Siria attraversa una transizione critica, a seguito del colpo di stato che ha scaricato l'ex presidente Bashar al-Assad e dell'ascesa di Ahmed Sharaa, precedentemente noto come Abu Muhammad al-Julani, a presidente del Paese. Questo cambiamento politico senza precedenti ha ridefinito gli equilibri di potere interni e regionali e solleva seri interrogativi sulla capacità della nuova autorità di ripristinare la stabilità e ricostruire le istituzioni statali.
L'insediamento di Sharaa giunge in un momento in cui il Paese affronta enormi sfide: sanguinosi massacri nella regione costiera e a Sweida, il collasso della sicurezza su larga scala e il deterioramento delle istituzioni statali. Allo stesso tempo, il presidente ha cercato di ottenere legittimità internazionale e migliorare l'immagine del suo governo, cercando di convincere il mondo della sua capacità di guidare la Siria verso la stabilità, nonostante il suo passato controverso che genera preoccupazione sia a livello nazionale che internazionale.
Transizione politica e ascesa di Sharaa. Lo sforzo di Sharaa di apparire affidabile ha raggiunto l'apice durante una visita ufficiale negli Stati Uniti, dove ha incontrato l'ex presidente Donald Trump in un incontro a sorpresa, che è stato visto come un tentativo di ridefinire l'equilibrio di potere post-Assad nonostante le obiezioni del Congresso e delle organizzazioni per i diritti umani dovute al passato jihadista di Sharaa.
La copertura mediatica internazionale ha indicato che le azioni di politica estera di Sharaa miravano a ottenere legittimità e ridurre la pressione sul suo governo di transizione, presentandolo come capace di guidare la Siria verso la stabilità.
Nonostante questa visibilità diplomatica, la realtà interna è stata drasticamente diversa, con ondate di violenza, massacri e un chiaro indebolimento della capacità delle istituzioni statali di far rispettare la legge.
Massacri sulla costa e a Sweida. A marzo, la regione costiera siriana ha assistito a una delle ondate di violenza più devastanti dall'inizio della fase di transizione, con gruppi armati legati alla nuova autorità che hanno attaccato i villaggi nell'area rurale di Latakia con il pretesto di "dare la caccia alle cellule del vecchio regime". Secondo i rapporti internazionali sui diritti umani, questi attacchi hanno provocato la morte di centinaia di civili della comunità alawita, oltre a sfollamenti di massa e arresti diffusi, alimentando il timore di attacchi basati sull'identità.
Settimane dopo, la provincia di Sweida, a maggioranza drusa, ha subito un altro massacro che ha ucciso centinaia di civili, perpetrato da gruppi filo-governativi che affermavano di voler smantellare le "milizie di opposizione locali". Questi attacchi hanno provocato gravi tensioni settarie e accuse secondo cui l'autorità di transizione stava utilizzando la sicurezza per regolare conti politici e sociali.
Crollo diffuso della sicurezza. Oltre ai massacri, rapporti indipendenti indicano un crollo totale della sicurezza, tra cui:
• Attacchi armati casuali su strade e valichi di frontiera interni;
• Sequestri a scopo di estorsione come fonte di finanziamento per i gruppi armati;
• Totale declino dell'autorità di polizia e giudiziaria, che le rende ampiamente inefficaci.
Questo crollo riflette l'incapacità della nuova amministrazione di imporre un modello di governance stabile e solleva interrogativi sulla sua capacità di gestire una complessa fase di transizione in un Paese politicamente e religiosamente eterogeneo.
La politica estera di Sharaa. Oltre al suo incontro con Trump, Sharaa ha intrapreso tour internazionali nel Golfo, in Turchia, in Giordania e in Europa, cercando sostegno economico e investimenti urgenti per la ricostruzione. Nonostante questi sforzi, la comunità internazionale rimane cauta nel riconoscergli la piena legittimità, chiedendo migliori condizioni umanitarie e la fine delle violazioni dei diritti umani come prerequisito per la cooperazione.
Giustizia di transizione: passi limitati in mezzo a violazioni in corso. Nell'anniversario della caduta di Assad, i rapporti delle Nazioni Unite segnalano continue violazioni dei diritti umani in Siria, tra cui esecuzioni extragiudiziali, rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e saccheggi, spesso mirati a comunità specifiche come alawiti, drusi, cristiani e beduini.
Il rapporto ha inoltre rilevato l'integrazione di ex gruppi armati nelle forze di sicurezza senza un'adeguata supervisione, contribuendo al collasso della sicurezza, oltre alle vittime civili causate dai ripetuti attacchi militari israeliani.
L'Alto Commissario delle Nazioni Unite ha chiesto un'indagine indipendente e approfondita e l'accertamento delle responsabilità, sottolineando che giustizia, pace e sicurezza sono essenziali per il successo della fase di transizione.
Conclusione: la Siria a un bivio. Un anno dopo la caduta di Assad, la Siria si trova a un bivio pericoloso tra riuscire a stabilire un modello di governo stabile sotto la guida di Sharaa o il rischio di sprofondare in un conflitto interno ancora più intenso. Deve intraprendere un nuovo percorso politico mai visto dal 2011. Attualmente, i fatti indicano che la Siria si trova ancora in un complesso periodo di transizione, intrappolata tra un governo in cerca di riconoscimento internazionale e una realtà interna che tende al caos e alla violenza, lasciando incerta la capacità del presidente di guidare il Paese verso la stabilità.
Adonis Qabbani, 8 dicembre 2025
Articolo originale: Siria un año después de la caída de Assad: la autoridad de Sharaa entre el colapso de seguridad y las ambiciones internacionales
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / COSTUME / TEMPO DI RICORRENZE
Il diritto di vivere in pace.
Prima di discutere delle festività natalizie del 2025, l'umanità dovrebbe riflettere sulle migliaia di palestinesi che non sono sopravvissuti allo sterminio di Gaza e su coloro che rimangono nella disperazione più totale e nella fame.

"A Gaza è in atto un genocidio", ha ribadito la Presidente della Commissione Navi Pillay, ex capo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. "La responsabilità di questi crimini atroci ricade sui massimi livelli delle autorità israeliane, che hanno orchestrato una campagna genocida per quasi due anni con l'intento specifico di distruggere la comunità palestinese a Gaza", ha aggiunto.
Alla fine di novembre 2025, l'Istituto tedesco Max Planck per la Ricerca Demografica (MPIDR) ha stimato che il bilancio delle vittime potrebbe oscillare tra 99.997 e 125.915, con una media stimata di 112.069 morti durante i primi due anni di assedio, e i corpi rimangono ancora sotto le macerie.
Le autorità sanitarie del territorio hanno riferito che le forze militari israeliane hanno ucciso 367 palestinesi e ne hanno feriti 953 nella Striscia di Gaza dall'inizio della tregua, il 10 ottobre, fino alla prima domenica di dicembre.
La popolazione è stata ripetutamente sfollata e necessita di aiuti umanitari. I sistemi sanitari idrici e igienici sono al collasso, mentre oltre il 90% delle abitazioni è stato danneggiato o distrutto, secondo la Commissione Internazionale Indipendente d'Inchiesta sui Territori Palestinesi Occupati, istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nel 2021.
Mentre voci di solidarietà si levano in tutto il mondo chiedendo pace e giustizia per il popolo palestinese, il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato il rapporto "distorto e falso".
Quattro - dei cinque - atti genocidi definiti dal diritto internazionale sono stati commessi dall'inizio della guerra contro Hamas nel 2023: uccisione di membri di un gruppo, gravi danni fisici e mentali e inflizione deliberata di condizioni volte a distruggere il gruppo e impedire le nascite.
Come prova dell'intenzione di commettere genocidio, l'analisi giuridica di 72 pagine della commissione ONU ha citato l'entità delle uccisioni, il blocco degli aiuti, gli sfollamenti forzati e la distruzione di una clinica per le nascite. Il rapporto, pubblicato a settembre, ha evidenziato il modello di condotta delle forze armate israeliane e le dichiarazioni dei leader israeliani, tra cui il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.
Di fronte a tali atrocità che svergognano l'umanità, la questione cristiana su quale lato del muro sia nato Gesù sembra irrilevante, quando persino le chiese che ospitano madri appartenenti a una piccola minoranza cristiana (il 6% della popolazione) e i loro figli palestinesi vengono bombardate. La stragrande maggioranza della popolazione palestinese (93%) si identifica come musulmana sunnita. Al di là di qualsiasi credo, dov'è l'umanità di coloro che uccidono persone innocenti?
In questo momento, più di due miliardi di cristiani in tutto il mondo stanno celebrando le festività natalizie, segnate dalla gioia della nascita di Gesù. Quella stessa notte sarà una notte di dolore, tristezza e lutto per i palestinesi.
Patrimonio dell’umanità. Le festività di fine anno sono molto importanti, ovunque si celebrino. Le disparità sociali e razziali esasperano le differenze tra le persone. Le luci scintillanti dei centri commerciali e dei ristoranti addobbati, gli alberi di Natale e il tripudio delle decorazioni in molte case sono in netto contrasto con i senzatetto, con coloro che hanno perso il diritto a un'esistenza dignitosa.
Famiglie e gruppi sociali mantengono tradizioni culturali o religiose, sebbene nel calendario non siano tutte coincidenti. Cosa fanno coloro che possono festeggiare?
Dopo una grande riunione di famiglia, in quel periodo di pace a Betlemme, il Natale era una festa nazionale per tutti i palestinesi; persino gli uffici governativi erano solitamente chiusi. Per la parata, diversi musulmani palestinesi hanno visitato Betlemme e scattato foto con l'albero di Natale decorato.
"Dopotutto, Gesù era di Betlemme", dicevano mentre visitavano le case per condividere banchetti a base di riso e carne e scambiarsi squisiti dolci fatti in casa, come il ka'ek o il ma'amoul, quei deliziosi biscotti di semolino ripieni di datteri o noci.
Nemmeno i fedeli possono accedere al tempio. La Basilica della Natività, una delle più antiche del mondo, è costruita sulla grotta a 10 km a sud di Gerusalemme dove, secondo la tradizione, nacque Gesù Cristo. È Patrimonio dell'Umanità ed è stata la prima ad essere inclusa dall'UNESCO nella lista dei siti della Palestina.
La Nuova Alba. Per la stragrande maggioranza dei latinoamericani, alcune usanze ancestrali sono state tramandate di generazione in generazione e sono particolarmente importanti alla fine dell'anno. Alcune di queste tradizioni sono di origine pre-ispanica, provenienti da popolazioni indigene che seguivano religione e calendario diversi.
"La Nuova Alba" è il significato del Capodanno Mapuche "Noi Xipantu". È regolato dal Calendario Lunare e segna l'inizio del primo ciclo di un nuovo anno, celebrato dal 20 al 24 giugno.
In questo giorno cerimoniale, la bocca della Pachamama, o Madre Terra, viene aperta per offrire i suoi cibi tradizionali e per dedicarsi a canti, danze e brindisi collettivi.
Negli ultimi dieci giorni di dicembre, nelle regioni andine si celebra la Grande Festa della Nuova Vita, o Kapak Raymi.

La mia Africa. Si dice che le celebrazioni del Capodanno abbiano avuto origine nel continente africano. L'antico Egitto inventò un calendario annuale, legato alla periodicità dei fenomeni naturali, che determinò la maggior parte dei suoi rituali e tradizioni.
Nell'antichità, i paesi africani accoglievano il Capodanno a fine settembre, il che aveva a che fare con le inondazioni del Nilo, afferma Alexandra Arkhangelskaya, storica presso l'Istituto d'Africa dell'Accademia Russa delle Scienze.
Oggi, le celebrazioni in vari villaggi sono accompagnate da danze rituali, gare, giochi e danze intorno al fuoco per dare il benvenuto al nuovo anno.

Anche gli afroamericani celebrano il Kwanzaa tra il 26 dicembre e il 1° gennaio. Questa festa è stata fondata nel 1966 dall'attivista Maulana Karenga, in concomitanza con la stagione del raccolto in Africa. Per commemorare il loro patrimonio culturale e storico africano, le celebrazioni includono l'accensione di altrettante candele sul kinara, uno speciale candelabro. Una candela nera viene posta al centro, con tre candele verdi su un lato e tre candele rosse sull'altro. La prima notte, viene accesa solo una candela sul braccio più lungo del kinara, e un'altra viene accesa ogni notte fino all'ultimo giorno dell'evento di sette giorni.

Le usanze culinarie sono una tradizione degli Stati Uniti meridionali, presenti nei sapori che gli schiavi africani portarono con sé nelle piantagioni. Ad esempio, l'Opin Jon, un piatto originario dell'Africa occidentale, è a base di riso e fagioli dall'occhio nero, simbolo di ricchezza e prosperità.
Molti afrodiscendenti in Brasile, Colombia, Venezuela, Haiti, Repubblica Dominicana, Cuba, Perù, Panama, Ecuador, Porto Rico, Nicaragua e Honduras, tra gli altri, hanno mantenuto e arricchito questo sincretismo culinario dal XVI secolo fino ai giorni nostri.
Queste vittime della tratta e dello sfruttamento degli schiavi, provenienti da diverse regioni e tribù africane, hanno seminato la loro cultura in America Latina e nei Caraibi. Il loro ricordo è rimasto anche nei palati dei loro discendenti, un modo per onorare gli antenati e come unico mezzo per ricostruire l'identità che la prigionia aveva distrutto.

Abbiamo così iniziato ad apprezzare il mani bambara (Voandzeia subterranea), il guandul (Cajanus cajan), l'olio di palma rossa (Elaeis guineensis), il sesamo, i semi di Egusi o Sandía de Egusi (fenotipo di Egusi), i semi di Ogbono (Irvingia gabonensis o wombolu di Irvingia) di un arbusto di mango selvatico, il Chinggômbô, e le lenticchie (Lens esculenta). Abbiamo anche notato la presenza del pane di scimmia o Albero del pane, delle foglie di nŽdole, una specie di spinacio e delle noci shea (Butyrospermum parkii), da cui si ricava il burro di karité.
L’Igname (Dioscorea spp), lo zenzero, i gamberi essiccati, il Netetu (semi dell’albero del Neré usati per produrre un tipo di senape) e l’Ehuru (Monodora myrisbca), semi che aromatizzano le zuppe in Nigeria.
Proprio come il tamarindo, la banana, il cocco e il fiore di Bissau (Hibiscus sabdariffa), utilizzati per preparare un infuso violaceo. L'ukasi o eru (Gnetum africanum), foglie che, tagliate a striscioline ed essiccate, vengono utilizzate per insaporire carni o pollame, e il sorgo, per menzionarne alcuni, citati da Yilán Gil Guzmán, specialista in cucine etniche.
Le nuove generazioni sono nate con i loro antichi sapori e tradizioni. Perché la mescolanza culturale ha avuto origine fin dall'inizio della colonizzazione, e oggi viviamo intrecciati come meticci, neri e indigeni.
Latinoamerica e Caraibi. Nessun pasto festivo è completo senza i saporiti fagioli neri e rossi, che aggiungono un tocco speciale se cucinati con il riso. Che lo chiamiate Congrí, Moros y Cristianos, Gallo Pinto, Moro de Habichuelas o come preferite, è una delizia per l'ultima tavolata dell'anno. Il kedgeree, o khichri nei Caraibi e in gran parte dell'America Centrale, è un altro piatto popolare. Anche lenticchie e riso, originari dell'India, o il gandul, arrivati dall'Africa quando il piatto fu adottato, sono ingredienti base.
Malanga, platani, yucca, mais, papaya e zucca venivano combinati per creare frittelle dolci o salate in stile arabo. Si preparano anche le Bolas de Verde (polpette di platano verde), simili a Tatale, i Chulitos e le Empanadas de Verde in Ecuador. Fufú, Mangú o Mofongo e il purè di platano sono popolari rispettivamente a Cuba, Repubblica Dominicana e Porto Rico.
Molti africani si imbarcarono dal porto di Veracruz nello Yucatán, lasciando il segno in Messico. Piatti come Hallacas, tamales, Bacán e Pasteles, insieme al pesce Tikin Xic e alla Cochinita Pil Bil, condita con achiote o bija (una spezia tipica delle Americhe), traevano beneficio dall'essere avvolti in foglie di platano dopo essere state carbonizzate sul fuoco per ammorbidirle.
Questo metodo di cottura ancestrale, noto come papillote, è una delizia durante le festività di dicembre, accompagnato da acqua di cocco e zucchero: il Saoco, che ricorda la campagna cubana.
Le curiose tradizioni dell'America Latina per dare il benvenuto al nuovo anno interpretano sempre le diverse e colorate idiosincrasie della regione, sia etniche che saporite. Passione, gioia e speranza sono anche usanze latine.
Lo stesso vale per la musica che ci accompagna. In ogni ritmo c'è la sincope della cultura africana, che gli schiavi portarono con sé quando furono rapiti dall'Africa. Sono presenti anche i loro strumenti e le loro danze autoctone, le loro ricche tradizioni musicali. Per citare solo alcuni ritmi, ricordiamo rumba, salsa, bomba, plena, merengue, cumbia, tamborito, chiqui chiqui, saya, candombe, samba, ecc.
L'influenza estetica nera è presente nei ricchi e diversi stili musicali e di vita del mondo latinoamericano.

Ogni regione vanta una grande varietà di tradizioni culinarie e festive. A Cusco, in Perù, la cultura e le usanze quechua incoraggiano la vendita di oggetti artigianali in legno, ceramica e argento fin dalle prime ore del mattino. Al calar della sera, la gente si riunisce al mercato per bere ponche e gustare piatti di stagione.
A partire dall'ultima settimana di novembre, in gran parte dell'America Latina e dei Caraibi, le luci e i preparativi natalizi, una popolare tradizione cattolica, segnano l'inizio dei festeggiamenti nelle principali città e paesi.
Potremmo elencare innumerevoli usanze legate al misticismo o semplicemente alla gioia di condividerle, come lanciare dodici centesimi contro la porta di casa con le spalle rivolte verso la strada per attirare prosperità nell'anno a venire, come si dice in Guatemala.
A Valparaíso, a 120 chilometri dalla capitale cilena, vengono fatti esplodere 24 tonnellate di fuochi d'artificio, che durano quasi 30 minuti. Nel frattempo, negli uffici di Montevideo, in Uruguay, si svolge una spettacolare festa di Capodanno in mezzo a una pioggia di foglie, mentre tutti i vecchi calendari vengono lanciati dalle finestre.
In Brasile, amano dare il benvenuto al nuovo anno vestiti di bianco, mentre fanno offerte a Yemanjá, dea del mare nella religione afro-brasiliana del Candomblé.
Las Mañanitas. In Messico, le tradizioni di dicembre riscaldano una delle stagioni più colorate e vivaci dell'anno, a partire dalla prima grande festa nazionale, il Giorno della Guadalupana, la Nostra Signora di Guadalupe. I festeggiamenti della vigilia, il 12 dicembre, iniziano con "Las Mañanitas" alla Vergine. Dal più umile charro agli artisti più famosi, tutti rendono omaggio alla "Vergine dalla pelle scura". Questa devozione, la più importante della tradizione cattolica messicana, ebbe origine all'inizio del 1531, quando – si dice – apparve all'indigeno Chichimec Juan Diego Cuauhtiatoatzin sulla collina di Tepeyac, vicino all'odierna Città del Messico.
Per nove giorni si celebrano Las Posadas, che commemorano il pellegrinaggio di San Giuseppe e della Vergine Maria in cerca di alloggio, a partire dal 16 dicembre fino al 24. Tradizionalmente, i padroni di casa sono i locandieri; mentre gli ospiti arrivano con candele accese e una richiesta di alloggio all'ingresso della casa, cantando versi musicali.
La piñata è doverosa per la celebrazione messicana delle posadas. Vari materiali e decorazioni artigianali adornano i cortili. La piñata può essere fatta di argilla o cartone, riempita di caramelle. Spesso è anche riempita con frutta di stagione, come tejocotes, pezzi di canna da zucchero, mandarini, arance, jicama e arachidi. Poi, bisogna raccogliere il colpo quando queste cose cadono.
Diversità. In Cile, non può mancare il queque o Pan de Pascua, così come la bevanda Cola de Mono a base di cannella, chiodi di garofano, noce moscata, vaniglia, latte, caffè, zucchero e brandy. Una bevanda molto simile è apprezzata in tutta l'America Latina, sebbene con nomi diversi.
Proprio come in Cile, anche in Argentina si mangia il tradizionale asado, accompagnato da piatti freddi, insalate, frutta e gelato. La cena messicana è un mix di cultura e diversità. Poiché viene celebrata in modo diverso in ogni regione, non esiste un solo piatto tradizionale, ma piuttosto un'ampia varietà di piatti come romeritos (un tipo di verdura verde), tacchino, baccalà, tamales e poche, tra molti altri.
In alcuni paesi, come a Cuba, Argentina e Uruguay, si pratica la simpatica tradizione di indossare biancheria intima rossa, mentre in Brasile predomina il rosa o il bianco. In Cile, Messico, Perù, Ecuador e Venezuela, il colore preferito è il giallo.
In Perù, Honduras ed Ecuador, bruciare un pupazzo è un rito irrinunciabile, a simboleggiare la fine del rivivere i brutti momenti dell'anno appena trascorso. Bruciano anche le effigi di personaggi poco raccomandabili, politici o celebrità. È una vera e propria catarsi sociale.
A Porto Rico, si celebra ancora la tradizionale sfilata ispanica dei Re Magi, una risposta alla tradizione americana di celebrare Babbo Natale.
In Cile, è conosciuto come Viejito Pascuero. In Venezuela, è San Nicola. In gran parte dell'America Centrale, è Babbo Natale, in Costa Rica è Colacho e in Colombia i doni vengono affidati al Bambino Gesù.
In Venezuela, si pratica l'usanza di ricevere regali da un Babbo Natale segreto. Allo stesso modo, si cerca di iniziare il nuovo anno con valuta estera nei portafogli e nelle borse come simbolo di progresso economico.
In Colombia, la Notte delle Candele segna l'inizio delle festività natalizie. Come la Fiesta de los Matachines, che si conclude con il lancio di uova e farina, è tradizione mettere tre patate sotto il letto di ogni persona. Una patata sbucciata porta sfortuna, mentre una sbucciata a metà non significa né buona né cattiva. Una patata non sbucciata simboleggia grande prosperità e abbondanza. Sempre in Colombia, le spighe di grano vengono spesso poste come simbolo di abbondanza. Il Giorno dei Santi Innocenti, una tradizione ispanica, si celebra ancora oggi ogni 28 dicembre. Quel giorno, dimentica di riavere indietro ciò che hai prestato, "piccola colomba innocente che ti sei lasciata ingannare".
Questa è una scena comune in molte regioni latinoamericane: decine di persone, rinfrancate dai liquori festosi, vagano per il quartiere con le valigie vuote, ridendo di gusto. Dicono che questo significhi – come minimo – un viaggio nell'anno a venire, e mentre passeggiano per la zona, colgono l'occasione per augurarsi a vicenda un felice anno nuovo, attenti a non farsi colpire dalle secchiate d'acqua – quelle che si lanciano dai balconi nei Caraibi ispanici.
Per chi è lontano da casa, questi sono giorni di nostalgia. Gli immigrati latinoamericani fanno tutto il possibile per mantenere le loro tradizioni di dicembre. Altri gruppi di immigrati, purtroppo, sono senza casa e dormono in rifugi, per strada o sotto una tenda. Per tutti, si apre un portale tra due mondi, dove aspirazioni, malinconia, tradizioni e assimilazione della cultura del loro paese d'adozione si intrecciano.
In definitiva, siamo esseri umani con identici bisogni fondamentali. Il più prezioso di questi è il diritto a una vita dignitosa.
Rosa Maria Fernández, Telesur, 21 dicembre 2025
Articolo originale: El derecho de vivir en paz
https://www.telesurtv.net/el-derecho-de-vivir-en-paz/
Traduzione a cura di Luigi M., Gruppo Patria Grande/CIVG












