Tra cancelli e quaderni: 200 passi per ricominciare
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- Scritto da Sebastiano Russo
10 dicembre 2025

Ogni mattina, davanti al portone del carcere, una trentina di docenti aspetta il proprio turno al box office per il “check-in”, stringendo registri, libri consumati, appunti sparsi. Superati i controlli, iniziano i duecento passi verso le aule, scanditi dal cigolio dei cancelli automatici che si aprono e si richiudono come un metronomo di ferro. All’altezza del blocco 50 c’è la “spartenza”: gli indirizzi si dividono, ma la missione è la stessa per tutti — incontrare i detenuti-alunni e provare, dietro le sbarre, a riaccendere la voglia di imparare e di ripensare il proprio futuro.
La giornata, per chi insegna al carcere di Caltagirone, comincia sempre fuori.
Fuori dal muro di cinta, fuori dal perimetro di sicurezza, fuori dalla vita sospesa che abita dietro le sbarre. Sono le 8.30, il sole è già alto. Come ogni giorno, una trentina di docenti si ritrovano davanti all’ingresso principale: qualcuno arriva di corsa, qualcuno fuma l’ultima sigaretta dopo il caffè preso allo spaccio, altri tengono stretti i registri, le cartelline, i libri che portano da casa perché “questo testo qui, secondo me, oggi può funzionare”. Si scambiano saluti, battute, pezzi di vita normale: la spesa, i figli lasciati alle nonne, il traffico sulla statale. Per qualche minuto il carcere resta solo uno sfondo grigio dietro le loro spalle.
Poi arriva il momento del check-in al box office. Il metal detector che suona, il mazzo di chiavi dimenticato in tasca, il cellulare da lasciare fuori. Uno alla volta, i docenti varcano la soglia e consegnano, insieme agli oggetti personali, anche un pezzetto di leggerezza. Da lì in poi, ogni gesto diventa più denso, più consapevole.
Quando l’ultimo docente ha superato i controlli, cominciano i 200 passi che separano il gruppo dalle aule. Non sono molti, in fondo. Duecento passi si fanno in pochi minuti. Eppure, in quel tragitto non lascia mai indifferenti.
Il rumore dei cancelli automatici che si aprono e si chiudono accompagna la marcia come un metronomo: cigolio, scatto, chiusura. Ogni varco superato ricorda, a chi entra, che lì dentro la libertà è un bene sospeso. Il corridoio si allunga, le pareti si fanno più spesse, l’aria cambia. C’è un silenzio particolare, pieno di voci trattenute.
All’altezza del blocco 50 arriva il momento della “spartenza”. È quasi un piccolo rito quotidiano.
Gli insegnanti dell’alberghiero, dell’agrario e del liceo artistico proseguono dritto; quelli di meccanica e del CPIA svoltano a destra. Una divisione di percorsi e di indirizzi, ma con la stessa meta: trasformare qualche ora di lezione in un’occasione di riscatto.
È lì, a quell’incrocio, che ci si mescola finalmente con i veri protagonisti della giornata: i detenuti-alunni.
Si scambiano sguardi, cenni del capo, qualche sorriso timido. Qualcuno azzarda una battuta, qualcun altro resta in disparte, appoggiato al muro, lo sguardo già altrove. Inizia, da quel punto, la missione docente.
Entrare in aula in carcere non è come entrare in una scuola “ordinaria”. Davanti alla cattedra non ci sono adolescenti con lo zaino e il cellulare in mano da posare, ma uomini adulti, con storie spesso pesanti alle spalle. Volti stanchi, qualche ruga di troppo, occhi che hanno visto più del dovuto. E soprattutto una presenza invisibile ma ingombrante: l’ansia. L’ansia per l’avvocato che non risponde, per il colloquio che forse verrà rimandato, per l’udienza fissata tra un mese che potrebbe cambiare tutto. C’è chi arriva in classe ma resta mentalmente fuori, agganciato a un pensiero fisso che non lascia spazio ad altro.
Il compito del docente, qui, è innanzitutto questo: trovare il gancio giusto per staccare, almeno per un’ora, il cervello da quell’assedio di pensieri. Una frase, una storia, una domanda. Qualsiasi cosa che possa diventare un appiglio per far partire la lezione. A volte basta un dettaglio, altre volte, invece, non basta niente, e tocca ricominciare da capo, con pazienza.
Qui il docente deve reinventare la propria professione. Dimenticare il programma scolastico inteso come “lista di argomenti da svolgere” e concentrarsi sulla possibilità, anche minima, di accendere una lampadina. Non si insegna solo la letteratura, la storia, l’arte, la matematica. Si insegna la logica per rileggere il proprio passato, le parole per raccontare meglio la propria storia, la fiducia per immaginare un futuro diverso “quando sarò di nuovo libero…”.
C’è un dato, non scritto da nessuna parte, ma evidente tra i banchi di queste aule speciali: fatta qualche rara eccezione, la detenzione coincide quasi sempre con una scarsa scolarizzazione.
Molti detenuti hanno interrotto la scuola troppo presto, per bisogno, per disinteresse, per mancanza di qualcuno che insistesse al momento giusto. Le biografie si assomigliano: abbandono scolastico, lavori precari, piccoli reati che diventano grandi, giri sbagliati, scelte peggiori. Il carcere è spesso il punto di arrivo di un percorso iniziato molto prima, quando un banco vuoto in una classe diurna è passato inosservato.
Un banco vuoto oggi, in una scuola “normale”, è un rischio concreto di un posto in più domani in una sezione carceraria. È un’equazione amara, ma reale. E basta passare qualche ora in un’aula interna per capirlo. Per questo, insegnare in carcere non è un ripiego, né un semplice “trasferimento”. È una scelta che chiede una formazione speciale: non solo in termini di didattica, ma di ascolto, gestione dei conflitti, conoscenza delle dinamiche psicologiche, consapevolezza del contesto.
Il docente deve saper reggere il peso delle storie che ascolta, mantenendo il proprio ruolo, senza farsi travolgere dalle emozioni né cedere nell’indifferenza.
Mentre i docenti percorrono il corridoio che li porta da una sezione all’altra, c’è chi, come l’insegnante di religione, ripensa a un passo del Vangelo: “Ero carcerato e mi avete visitato”.
In quelle parole molti trovano la sintesi della loro presenza lì: essere visitatori stabili, non occasionali. Tornare, lezione dopo lezione, per dire con la propria costanza che nessuno è solo la somma dei propri errori.
Dall’altra parte, la Costituzione italiana ricorda che le carceri dovrebbero essere luoghi di riabilitazione, non solo di custodia. Spazi in cui la pena non è il prezzo da pagare, ma occasione per redimersi e riprogettarsi. La scuola, dentro il carcere, è uno degli strumenti più concreti per dare senso a questo principio: insegnare non significa “fare passare il tempo”, ma restituire strumenti per tornare cittadini. È un messaggio che non riguarda soltanto chi sta dentro. Troppo spesso il carcere è percepito come un luogo di separazione: “loro” da una parte, “noi” dall’altra. Un blocco di cemento da evitare, qualcosa che si finge di non vedere.
La scuola in carcere è un investimento sul futuro della società. Perché le persone detenute, prima o poi, torneranno fuori. E come torneranno dipende anche da quello che avranno trovato, o non trovato, durante gli anni di detenzione. Un detenuto che scopre di saper leggere un romanzo fino in fondo, che riesce a prendere un diploma, che impara un mestiere o semplicemente impara a parlare di sé in modo diverso, è una persona che aumenta le proprie probabilità di non tornare più in quel corridoio.
E questo non è solo un successo personale: è un guadagno di sicurezza, dignità e serenità per l’intera comunità. Salvare un percorso, raddrizzare una biografia, “salvarne uno”, in fondo, significa davvero salvare un pezzo di mondo.
La giornata dei docenti in carcere non finisce mai con una campanella che suona. Finisce spesso con un saluto veloce, una stretta di mano, un “prof, ci lascia i compiti per cella?” scherzando sulla tristezza del tempo che non passa mai in cella.
Poi si rifanno, al contrario, gli stessi 200 passi.
I cancelli ricominciano ad aprirsi e chiudersi, uno dopo l’altro. Il metronomo si riaccende, ma stavolta in direzione opposta. Fuori, la città scorre come sempre: macchine, bambini all’uscita di scuola, supermercati, traffico dell’ora di punta. Dentro, invece, restano i quaderni, i libri, qualche esercizio scritto in fretta, un disegno lasciato a metà, una frase appuntata sul margine del foglio …
Chi insegna in carcere lo sa: non può cambiare il passato di nessuno.
Ma può dare parole, strumenti e tempo per provare a cambiare il seguito. E ogni mattina, davanti a quel portone, mentre il gruppo dei trenta docenti si ricompone, è come se tutti si chiedessero in silenzio la stessa cosa:
“Oggi, almeno uno, riusciremo a farlo sognare un po’ più al di là del muro?”
Simona Puglisi, Sebastiano Russo - Da agorà












