Notiziario Patria Grande - Settembre 2025

  NOTIZIARIO SETTEMBRE 2025

 

 

 

RT ESPANOL / ESTERI / VENEZUELA

Il monito dell'ex-vicepresidente del Venezuela a chi crede ai "gringos"

 

SPUTNIK /ESTERI / VENEZUELA-COLOMBIA

Zona Binazionale Colombia-Venezuela: cosa comporta l’accordo bilaterale?  

 

TELESUR (VENEZUELA) / INTERNI / INGERENZA DEGLI STATI UNITI

Ragioni del cuore e dell'intelligenza per difendere il Venezuela e la sua Rivoluzione Socialista

 

REBELION (CUBA) / ESTERI / ECUADOR E MERCENARI

Ecuador, mercenari in mezzo mondo

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / RELAZIONI CUBA-VENEZUELA

Venezuela e Cuba si abbracciano in nome della pace

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / AGGRESSIONE AL VENEZUELA

La CIA, il narcotraffico e il Cartello de los Soles

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / IL GENOCIDIO PALESTINESE

Trump, Netanyahu e il «cocotazo» mediatico

 

 

 

RT ESPANOL / ESTERI / VENEZUELA

Il monito dell'ex-vicepresidente del Venezuela a chi crede ai "gringos" 

La advertencia del exvicepresidente de Venezuela para todo aquel "que le crea a los gringos"


Jorge Arreaza  -  Carolina Cabral  / Gettyimages.ru  

 

Jorge Arreaza, ex-vicepresidente del Venezuela ed ex segretario generale dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America - Trattato del Commercio dei Popoli (Alba-TCP), ha lanciato un monito, questo venerdì, sulla campagna diretta dal Governo di Donald Trump negli USA contro il Paese sudamericano. 

"Chi crede ai gringos e ai loro pretesti, è perduto", ha espresso attraverso il canale X, in riferimento all'argomentazione utilizzata dagli USA per tentare un'aggressione armata contro il Venezuela, nell’ambito della loro politica di lotta al 'narcoterrorismo'. 

Arreaza, che è anche vice-presidente dei Consigli Comunali e delle Comunità del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), ha elencato varie delle false tesi divulgate dagli USA nel corso della loro storia, servite per promuovere e compiere azioni militari in qualunque parte del mondo. 

In tal senso, così come Washington oggi dice che ci sono cartelli della droga in Venezuela, in passato ha attuato altre azioni d’ingerenza sulla base di menzogne: il falso incidente per aggredire il Messico nel 1864; l'esplosione del Maine nel 1898 a L'Avana, Cuba; la vicenda del Golfo di Tonchino (Cina) nel 1964; il Marine morto a Panama nel 1989; le inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq nel 2003. 

Le parole di Arreaza, che è stato anche Ministro degli Esteri, coincidono con quelle del presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, il quale giovedì ha dichiarato che l'Amministrazione Trump sta promuovendo una "campagna di diffamazione" con cui cerca di diffondere alle masse una narrazione del Paese sudamericano e del suo Governo, a cui non crede neanche lo stesso popolo statunitense. 

Maduro ha rimarcato che, siccome Washington non può giustificare le sue minacce ed aggressioni contro il Venezuela non potendo argomentare che possieda armi nucleari o di distruzione di massa, allora tenta d’imporre in agenda la questione del 'narcoterrorismo', per cercare d’invadere il Paese e impadronirsi delle sue ricchezze energetiche, minerarie e naturali. 

 

Aggressioni degli Stati Uniti 

    • Il dispiegamento statunitense nelle acque dei Caraibi meridionali ha comportato un nuovo inasprimento delle tensioni tra Washington e Caracas. Secondo quanto denunciato da Maduro, 8 cacciatorpedinieri, 1.200 missili ed un sottomarino nucleare puntano direttamente sul Venezuela. Sabato 13 settembre sono giunti a Porto Rico 5 caccia F-35, per conformare ciò che la Casa Bianca definisce un'operazione contro i cartelli della droga. 

    • Il 12 settembre forze militari statunitensi hanno compiuto incursioni nella Zona Economica Esclusiva del Venezuela ed assaltato un peschereccio. L'equipaggio è stato detenuto per molte ore e Caracas ha definito e denunciato la manovra "illegale". 

    • Maduro ha rimarcato che il suo Paese è bersaglio di "una guerra ibrida” orchestrata dagli USA, che hanno interesse a istigare un "cambio di regime" per controllare le vaste risorse naturali venezuelane, mentre il suo omologo statunitense Donald Trump, ha affermato di non aver avviato colloqui con membri del suo Governo a tale scopo.   

    • In risposta ai movimenti militari USA, Maduro ha lanciato un appello per l’arruolamento in massa di miliziani. Da parte sua, la Forza Armata Nazionale Bolivariana ha avviato il 'Piano Indipendenza 200', mentre il ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, ha annunciato la realizzazione di un esercizio di "allerta militare" nell'isola di La Orchila. Analogamente ha assicurato che tutto il Paese si sta preparando in vista di "uno scenario di conflitto armato in mare". 

    • Nel frattempo questo 18 settembre, i Marine di stanza a Porto Rico hanno simulato uno sbarco anfibio. In aggiunta, Washington ha riaperto la Stazione Navale Roosevelt Roads, un'installazione di circa 15,8 chilometri situata in territorio portoricano, che era rimasta chiusa dal 2004.

Redazione RT Espanol, 19 settembre 2025

 

Articolo originale: La advertencia del exvicepresidente de Venezuela para todo aquel "que le crea a los gringos"

https://actualidad.rt.com/actualidad/565588-advertencia-exvicepresidente-venezuela-le-crea-gringos

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

SPUTNIK /ESTERI / VENEZUELA-COLOMBIA

Zona Binazionale Colombia-Venezuela: cosa comporta l’accordo bilaterale?  

 

 

Il 17 luglio, i Governi di Venezuela e Colombia firmarono un memorandum d’intesa sulla creazione di una Zona Economica Speciale "di Pace, Unione e Sviluppo Binazionale” condivisa. E’ stato reso noto di recente che il Governo colombiano prepara una nuova riunione col Venezuela per far progredire l'iniziativa. (*)

L'obiettivo principale è rafforzare i legami tra Venezuela e Colombia, in un ambito di cooperazione bilaterale e sviluppo economico e commerciale. 

La Zona Binazionale comprenderà gli stati Táchira e Zulia dal lato del Venezuela e il Nord di Santander dal lato della Colombia.  Si lascia aperta la possibilità di creare altre zone simili, previo accordo delle parti.

"Una zona binazionale (…) implica creare le condizioni sociali ed economiche che permettano a due popoli di sangue comune e storia comune, di essere padroni dei loro territori, di prosperare e vivere bene", ha affermato il presidente della Colombia Gustavo Petro sul suo account X.

Nell’ambito dell'accordo, i due Paesi affronteranno tematiche relative a Cultura, Educazione, Salute, Commercio, Turismo, ed altre, come l’impulso al settore della Produzione agroalimentare. 

L'attivazione della prima Zona Binazionale è già stata ordinata dal presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, in termini di mobilità, collegamenti, connettività, trasporti e commercio. Ha rimarcato, parallelamente, l'importanza d’intensificare la lotta diretta contro la delinquenza alla frontiera con la Colombia. 

"Tendere le nostre mani a tutti i settori economici (...) a tutte le forze militari e di polizia per garantire una piena cooperazione, affinché tutta quella regione che va dal Táchira fino allo Zulia, sia una poderosa zona di pace, convivenza ed unione colombo-venezuelana", ha enfatizzato Maduro nel suo discorso. 

(*) La Colombia sta preparando per la prima metà di ottobre una nuova riunione col Dirigente venezuelano per promuovere lo sviluppo della Zona Binazionale annunciata dai due Governi mesi fa. "L'efficace attuazione della Zona Binazionale tra Colombia e Venezuela consentirebbe di riattivare il commercio formale bilaterale, creare nuove opportunità d’impiego e sviluppare l'economia locale", ha spiegato in un’intervista Enrique Pertúz Ariza, presidente del Consiglio Dipartimentale di Pace della Colombia. Nella stessa ottica “Si rafforzerebbero la sicurezza, la gestione e governabilità della frontiera, si faciliterebbe la mobilità umana e migliorerebbero i meccanismi di protezione per la popolazione insediata nelle zone di confine. Inoltre, si favorirebbe l'integrazione regionale ed si aprirebbero nuove possibilità di cooperazione internazionale". 

Readzione Sputnik, 17 settembre 2025

 

Articolo originale: Zona Binacional Colombia-Venezuela: ¿qué supone este convenio bilateral para ambos países?

https://noticiaslatam.lat/20250917/1166586580.html

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

 

TELESUR (VENEZUELA) / INTERNI / INGERENZA DEGLI STATI UNITI

Ragioni del cuore e dell'intelligenza per difendere il Venezuela e la sua Rivoluzione Socialista

 

 

 

Il Venezuela rappresenta oggi uno scenario decisivo nella storia dell'emancipazione dei popoli latinoamericani e del mondo. Difendere la sua Rivoluzione Socialista non è un atto di mera solidarietà internazionalista, bensì un imperativo del cuore e dell'intelligenza.

Il cuore, perché in ogni viso di donna e uomo venezuelano, in ogni bambino e anziano che ha resistito agli assalti del blocco imperiale e della guerra economica, palpita la dignità e la speranza di un popolo deciso a non arrendersi. L'intelligenza, perché per comprendere la Rivoluzione Bolivariana bisogna analizzare le sue radici storiche, filosofiche e politiche: dall'indipendenza continentale proclamata da Simón Bolívar fino al consolidamento del progetto socialista capeggiato da Hugo Chávez, passando per la riflessione marxista e leninista sulla lotta di classe, il potere popolare e l'emancipazione storica.

Bolivar rimarcava: "L'arte di vincere s’impara nelle sconfitte", e questa massima risuona oggi nella rivoluzione del Venezuela di fronte ai tentativi di ricolonizzazione e sabotaggio economico. Difendere il Venezuela è difendere la continuità di quell'idea di libertà, intesa però come libertà per i popoli e non per le élite; è un atto che esige coerenza morale e chiarezza politica. 

E allora il cuore ci chiama a riconoscere e ripudiare la sofferenza inflitta da coloro che perseguono la sottomissione di un Paese ai dettami di poteri transnazionali. Il blocco economico, la guerra mediatica, le sanzioni finanziarie ed i tentativi di destabilizzazione non sono episodi isolati, bensì componenti di una strategia globale di dominazione capitalistica. Di fronte a ciò, l'intelligenza ci obbliga a comprendere che la Rivoluzione Socialista del Venezuela non è un esperimento isolato, né estemporaneo, è il prodotto di un'accumulazione storica di lotte, apprendistati e sconfitte. Chávez lo esprimeva con chiarezza. Difendere la Rivoluzione implica riconoscere che il potere popolare, l'educazione liberatrice, la redistribuzione e la giustizia sociale sono conquiste che, per quanto incomplete, ridefiniscono il senso della politica e dello Stato. La disputa per il significato bolivariano non si limita ai simboli o alla retorica; si tratta di sostenere una concezione di società dove i diritti collettivi prevalgano sugli interessi del capitale globale. 

Dalla prospettiva della filosofia della storia, Marx c'insegnò che l'emancipazione dei popoli non si ottiene senza coscienza di classe e senza organizzazione. "I filosofi non hanno fatto altro che interpretare il mondo; ciò di cui si tratta è cambiarlo" - ricordava  - e questa idea è inseparabile dal progetto bolivariano. Il Venezuela è un laboratorio dove la teoria s’incontra con la pratica, dove la lotta di classe non è astrazione, bensì esperienza quotidiana, dove la resistenza diventa educazione politica collettiva. Lenin insisteva sul fatto che il potere rivoluzionario si doveva costruire sulla base della chiarezza teorica e disciplina strategica: la Rivoluzione Bolivariana incarna questo principio combinando le rivendicazioni sociali immediate con un progetto d’indipendenza economica, culturale e politica di fronte all'imperialismo. Difendere il Venezuela è, pertanto, difendere la possibilità concreta che l'umanità possa pensare ed agire contro le catene di dominazione globale, riconoscendo che la sovranità non è un concetto vuoto, bensì un diritto dei popoli a decidere il proprio destino. 

La nostra Rivoluzione Bolivariana è stata oggetto di un'offensiva informativa intensa, progettata per confondere, dividere e delegittimare. Le mafie mediatiche internazionali hanno lavorato persistentemente per costruire la narrativa del fallimento, corruzione ed autoritarismo, nascondendo il contesto di guerra economica e sabotaggio che affronta il Paese. Stante la situazione, il cuore ci spinge alla solidarietà e all'empatia con le vittime di queste campagne, mentre l'intelligenza di richiede di smontare criticamente ogni costruzione di tali carogne mediatiche. Non è sufficiente sentire; bisogna comprendere, insegnare e diffondere le verità storiche. Ogni miseria, ogni carenza, non può prescindere dall'aggressione esterna sistematica, né delle limitazioni imposte dall'economia mondiale sotto egemonia capitalistica. Difendere il Venezuela implica pertanto assumersi la disputa per dare il giusto il senso, rivendicare che la Rivoluzione è un progetto di emancipazione e che il suo presunto fallimento sarebbe, in realtà, il trionfo dell'imperialismo sulla volontà di un popolo. 

Lavorare per la costruzione della coscienza sociale e politica è essenziale. Bolivar ci ricordava che "mediante l'inganno ci hanno sconfitti, più che con la forza". Questa lotta non è solamente fisica o materiale, ma anche simbolica, educativa e culturale. La Rivoluzione Bolivariana ha investito enormi risorse in educazione, comunicazione popolare, salute ed organizzazione comunitaria, cercando di sviluppare una coscienza critica che possa resistere alla colonizzazione ideologica. Chávez sosteneva che "senza popolo organizzato non c'è rivoluzione duratura", e questa idea sottolinea l'importanza della partecipazione collettiva, del protagonismo dei cittadini e del rafforzamento di strutture comunitarie autonome. Difendere il Venezuela significa, allora, difendere un modello che cerca di trasformare la relazione tra lo Stato e la società, tra l'economia e la giustizia sociale, e tra la politica e l'etica.

Sappiamo che il cuore sente che la solidarietà col Venezuela non è un atto astratto, ma concreto, si traduce in sostegno alle missioni sociali, in riconoscimento verso i medici e gli insegnanti, in visibilizzazione della cultura popolare, in denuncia dei blocchi e delle aggressioni. L'intelligenza riconosce l'ingiustizia dell'aggressione imperialistica, gli interessi del capitalismo, le tensioni geopolitiche, le strategie d’intervento e i tradimenti borghesi. Non ci sono né difesa ingenua né adesione acritica; la difesa richiede studio, analisi, strategia e impegno etico. Come Marx ed Engels segnalarono: "la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa" ed in Venezuela la farsa mediatica cerca d’imporsi sull'offensiva reale della guerra economica; il nostro dovere è smascherarla, spiegarla ed affrontarla con argomenti solidi. Battaglia delle idee. 

Difendere la Rivoluzione è anche un atto di memoria storica. Ricordare le radici bolivariane significa rivendicare l'indipendenza, la dignità e l'unità dell'America Latina. Bolivar metteva in guardia riguardo ai pericoli dei tradimenti  interni e alla subordinazione borghese a poteri esterni, e questi moniti continuano ad essere attuali. La Rivoluzione Socialista del Venezuela, combinando l'eredità bolivariana con gli apporti delle esperienze popolari contemporanee, rappresenta un faro di resistenza e ribellione per i popoli del mondo. Non è un ideale astratto, bensì un processo in costruzione, soggetto ad errori, apprendistati e progressi concreti. Difenderla richiede non solo passione e impegno etico, ma anche rigore analitico e chiarezza strategica.

Per questo la difesa del Venezuela implica riaffermare che l'emancipazione non è un regalo, né un atto di beneficenza internazionale, è la conseguenza del protagonismo del popolo, della sua organizzazione, della sua coscienza e della sua capacità di rivoluzionarsi di fronte alle forze dominanti del mondo. Il cuore ci ricorda che ogni vittoria sociale è anche una vittoria morale, e l'intelligenza c'insegna che la strategia corretta si basa sulla conoscenza storica e sulla pedagogia della rivoluzione in cammino. Bolivar diceva che "la libertà del Nuovo Mondo dipende dalla costanza del valore e del sacrificio", e Chávez insisteva sul fatto che "la rivoluzione è un stato di coscienza che trasforma la realtà". L'emancipazione richiede organizzazione, educazione e lotta costante. Difendere il Venezuela è difendere, in sintesi, la possibilità di un mondo dove i popoli siano padroni del loro destino, dove la giustizia sociale sia possibile e dove la dignità non sia un concetto vuoto, ma una pratica viva. Con "la massima felicità possibile" per tutti e tutte. 

Fernando Buen Abad, 15 settembre 2025

 

Articolo originale: Razones del corazón y de la inteligencia para defender a Venezuela y su Revolución Socialista

https://www.telesurtv.net/blogs/razones-del-corazon-y-de-la-inteligencia-para-defender-a-venezuela-y-su-revolucion-socialista/

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 


 

 

REBELION (CUBA) / ESTERI / ECUADOR E MERCENARI

Ecuador, mercenari in mezzo mondo

 

Fonte: Rivista Amauta  

 

"Gli eserciti mercenari e gli ausiliari sono inutili e pericolosi" Niccolò Machiavelli , Il principe (1513)  

 

L'eliminazione della proibizione costituzionale che impedisce l’insediamento di basi militari straniere in Ecuador procede. Dopo aver approvato questa possibilità, attuando ciò che dispone la norma per emendamenti costituzionali parziali, ovvero in due dibattiti, l'Assemblea Nazionale ha aperto la porta ad un referendum. Così, convocando il popolo alle urne, si potrebbe demolire la suddetta proibizione, grazie alla quale si materializzò nel 2009 la fuoriuscita della base nordamericana da Manta. In sintesi: in una società sfiancata dalla violenza criminale si procede con proposte autoritarie e regressive per i diritti. In questo modo si vuole far retrocedere la ruota della storia, permettendo nuovamente l’insediamento di truppe straniere, comprese le azioni di mercenari. 

Ricordiamo che, tra i cinque primi articoli approvati nella plenaria dell'Assemblea Costituente a Montecristi, venerdì 29 febbraio 2008, c’era quello che oggi è l'articolo 5: stabilisce che l'Ecuador è un territorio di Pace e proibisce la presenza di truppe straniere. [2] Ironicamente il giorno dopo l’approvazione, all'alba del sabato 1° marzo, avvenne il bombardamento a sorpresa da parte delle forze aeree colombiane, con evidente supporto militare nordamericano, su Angostura in territorio ecuadoriano. Allora, violando la sovranità nazionale, venne assassinato un gruppo di persone, che oltretutto non facevano parte delle forze ribelli colombiane. 

Già quello fu un chiaro avvertimento di quanto sia difficile costruire un territorio di pace, promosso dall'opinione pacifista della società ecuadoriana. Non possiamo dimenticare che allora, nella Costituzione di Montecristi, si optò per la visione di un mondo che condanni le pretese imperiali di qualunque grande potenza e che promuova l'integrazione e la convivenza pacifica tra i popoli, rifiutando la presenza di basi militari straniere nel mondo. Del resto è comprensibile, dal momento che l’Ecuador aveva esperienza di ciò che significa la presenza di truppe straniere, tra le più notevoli: le basi yankee alle Galapagos e a Manta, entrambe motivate da chiari interessi geostrategici di Washington. 

Ricordiamo il caso più recente: la base nordamericana a Manta  - Postazione Operativa Avanzata (FOL, Forward Operating Location)  - stabilita nel 1999 nell’ambito del Piano Colombia. Questa installazione militare non contribuì a diminuire il flagello del narcotraffico, che era uno dei principali obiettivi dichiarati del suddetto Piano. Nel corso dei 10 anni di presenza di personale militare nordamericano in Ecuador le spedizioni di droga triplicarono. Il tasso di criminalità aumentò vertiginosamente. Decine di persone, in particolare i pescatori, denunciarono sistematiche violazioni dei Diritti Umani. Altro aspetto da considerare: le azioni degli aerei nordamericani non si attennero alle condizioni stabilite nell'accordo, perché in realtà erano mirate alla lotta contro gli insorti colombiani e ad impedire l’emigrazione degli ecuadoriani, il più delle volte mediante azioni di cui le autorità ecuadoriane non venivano informate. 

C'è un'altra esperienza da riportare all’attenzione. Già decenni fa si registrò la presenza di truppe nordamericane in territorio ecuadoriano. Accadde negli anni ‘40, in piena guerra mondiale. Pochi giorni dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, nello stesso mese di dicembre 1941, soldati yankee sbarcarono sull'isola di Baltra, nelle Galapagos, e a Salinas, sul territorio continentale, senza espressa autorizzazione dello Stato ecuadoriano. All’epoca l'Ecuador stava attraversando momenti critici, con la provincia di El Oro occupata da truppe peruviane. Appena dopo quello sbarco, il 24 gennaio 1942 venne firmato l'accordo per normalizzare la presenza di truppe USA a Salinas e il 2 febbraio a Baltra. Tra quelle due date, a causa di un'enorme pressione panamericana, il 29 gennaio 1942 si firmò a Rio de Janeiro il “Protocollo di Pace, Amicizia e Confini”, che allontanò definitivamente l'Ecuador dalle rive del Rio delle Amazzoni. In sintesi: la presenza dell’esercito USA non servì per difendere la sovranità nazionale e l'equilibro ecologico di quel nostro paradiso, poiché l'isola di Baltra fu praticamente devastata dalle truppe yankee. Per concludere questo breve resoconto storico, va aggiunto che Washington tentò di negoziare  - ricattando sulla base del pesante debito estero  - la permanenza dei suoi contingenti, ma il governo di José María Velasco Ibarra, nel 1946, non accettò tale pretesa. 

E’ anche opportuno porre in evidenza che dopo lo smantellamento della Base di Manta, i nordamericani installarono due basi in più in Colombia, dove attualmente esistono già 7 basi, senza essere riusciti a fermare il narcotraffico. Per di più la produzione di cocaina in territorio colombiano continua a crescere. Qualcosa di analogo accade in Perù, dove funzionano già 5 basi militari nordamericane, cui va aggiunta la base per il controllo spaziale a Talara, una sorta di risposta statunitense alla costruzione da parte della Cina del mega-porto di Chancay. [3] 

Il pretesto di combattere il crimine organizzato, in particolar modo il narcotraffico, utilizzato dal governo di Daniel Noboa, non regge. Basta rivedere le dichiarazioni di diplomatici di Washington, che hanno affermato pubblicamente che non sono necessarie basi militari per tale scopo. [4] 

E’ pertanto evidente che una nuova base nordamericana nelle Galapagos e/o il ritorno di una base a Manta sarebbero finalizzate agli interessi geostrategici di Washington, nel bel mezzo della disputa con le altre grandi potenze imperialiste, particolarmente con la Cina. Le pretese imperiali USA sono ampiamente conosciute, basta ricordare le recenti e ripetute dichiarazioni della Direzione del Comando Sud degli Stati Uniti, che ha manifestato categoricamente l'interesse del colosso del Nord per il controllo di zone d’influenza e fonti di risorse naturali strategiche per la propria sicurezza geopolitica ed energetica. 

Tenendo conto di questi elementi, bisogna integrare nell'analisi l'accelerato processo di militarizzazione della società ecuadoriana, che coincide con la cessione di sovranità nazionale alle pretese imperiali. Sicché l'apertura a truppe ausiliarie straniere, inclusi i mercenari, è un tema da affrontare con le molle. 

Il presidente Noboa ha concluso ufficialmente un accordo con Erick Prince, attualmente uno dei maggiori mercenari, dopo l'approvazione della nuova Legge Organica di Intelligence entrata in vigore il 14 luglio di quest’anno, che autorizza la realizzazione di azioni di spionaggio totale nella società. Con questa legge, che comporta chiari vizi di incostituzionalità, tra le varie “perle” si consente l'uso discrezionale di "fondi speciali" senza render conto a nessuno. Ma l'avvicinamento del governo a questi mercenari è ancora precedente. Lo scorso marzo, durante la prima visita di Prince in Ecuador, il presidente Noboa già parlò di un’"alleanza strategica" per ottenere il supporto di mercenari nel suo conflitto armato interno . Perfino durante la recente campagna elettorale, Prince partecipò apertamente a due operativi anticrimine nel sobborgo di Guayaquil, insieme ai ministri della Difesa e dell'Interno. 

Prince, un operatore e negoziante di guerra, è uno dei maggiori promotori della soldatesca stipendiata transnazionale, con un raccapricciante curriculum di morte e violazione dei diritti sulle spalle, in oltre 30 Paesi: oggi è un appaltatore di sicurezza in Ecuador. [5]

Lui, il fondatore della celebre impresa Blackwater  - celebre per avere compiuto brutali azioni in violazione dei Diritti Umani in vari Paesi, come l'Iraq  - ha lucrato al servizio di governi autoritari ed oligarchici, molte volte in aperta combutta con l'imperialismo nordamericano. Prince è, affinché sia chiaro di chi si tratta, una delle facce più visibili del traffico privato della guerra che, in nessun caso, cerca la pace. Questo dato di fatto non è di poco conto. 

In mezzo alla guerra interna contro il crimine organizzato decretata dal presidente Noboa, la contrattazione di mercenari si configura come una "transazione per un servizio", con "imprese che gestiscono la morte come un business". [6] Risulta quindi preoccupante che, attraverso questo tipo di negoziazioni con gruppi mercenari, si apra la strada  ad una specie di neo-liberalizzazione della lotta contro il crimine organizzato. E all’interno di questa perversa logica mercantile, questi speculatori della guerra  - poiché questo sono in essenza i mercenari, cui in realtà non interessa la pace perché non è un affare  - possono pure negoziare col miglior offerente. In questo modo, il loro agire nel mezzo del mondo può risultare un incentivo per una massiccia instaurazione del paramilitarismo. Ciò potrebbe poi cristallizzarsi attraverso alleanze di truppe mercenarie con gruppi oligarchici o, addirittura, con bande del crimine organizzato, come già successo in altri Paesi.

In tal modo, con la presenza di mercenari o con azioni legate alle loro pratiche, si apre ulteriormente la porta a risposte repressive al margine delle istituzioni statali e dei Diritti Umani. Ovvero, in sintesi, Noboa aderisce alla logica repressiva del "capitalismo mafioso" di Donald Trump e di altri governanti di estrema destra[7]. Tutto ciò nell’ambito di una fallita e interminabile guerra contro i cartelli della droga, che concentrano il grosso dei loro lucrosi traffici nei Paesi del Nord globale, Stati Uniti in testa. 

Infine un punto estremamente grave. La forza pubblica: Forze Armate e Polizia, che si trovano imbarcate in una specie di guerra civile, condivideranno le loro funzioni specifiche con truppe ausiliarie di mercenari o non. Una forza pubblica che torna ad assumersi compiti di responsabile politico in prima linea, quale la gestione di alcuni ospedali pubblici. In più la forza pubblica, che controlla le prigioni senza riuscire a pacificarle, assume in modo crescente funzioni di guardia pretoriana degli interessi minerari e petroliferi, reprimendo le comunità che difendono i loro territori, contribuendo ad espandere gli estrattivismi (forse questo è un altro punto d’incontro con la strategia di Washington: "minerali-per-sicurezza" che si registra a svariate latitudini). In tale contesto la forza pubblica, oltre ad essere il braccio repressore contro la resistenza popolare e a non essere preparata a questo tipo di guerra interna (soprattutto urbana), travolge sempre di più la legge: torture, abusi, assassini, sparizioni, persecuzioni… e sempre più corruzione, sono oggetto di reiterate denunce. [8]

In realtà si sta camminando su un sentiero di non facile ritorno, che colpisce ogni volta di più la già fragile istituzionalità democratica, seriamente minacciata dalle pretese di Noboa di controllare tutte le funzioni dello Stato, inclusa la Corte Costituzionale. Allo stesso modo, si piglia a sberle l'istituzionalità del diritto internazionale ratificata dall'Ecuador, che proibisce la presenza di mercenari. [9] 

In sintesi, tale spirale repressiva condannata al fallimento, può diventare un tunnel senza fondo, come si è verificato in Messico e Colombia. I risultati del percorso intrapreso in Ecuador sono già evidenti. Nel primo semestre del 2025 il numero di assassinii ogni 100.000 abitanti ha superato tutte le registrazioni precedenti, collocando il Paese al primo posto nella macabra lista di violenza a livello regionale. E con la mercificazione di questa lotta, le prospettive si complicano ulteriormente. 

La sfida è complessa. Lo constatiamo quotidianamente. Malgrado la militarizzazione ed il populismo penale naufraghino, il governo continua a forzare la repressione nella società, tanto quanto la neo-liberalizzazione nell'economia, pure questa fallimentare. In questo contesto, quando la ricerca della sicurezza diventa la grande leva che muove tutto, si finisce per sacrificare libertà e giustizia, consolidando perversamente le insicurezze e le incertezze nella grande maggioranza della popolazione. Possiamo quindi constatare che, in realtà, il discorso e la pratica di "guerra alla droga" diviene un meccanismo per controllare la società in funzione delle istanze di accumulazione capitalistica nazionali e straniere.

Ebbene, in quest’ora tanto funesta per la vita nazionale, al fine d’impedirne un regresso storico e affrontare il crescente autoritarismo in corso, è indispensabile costruire un'ampia unità democratica nazionale. 

Alberto Acosta [1], 15 settembre 2025

 

Note:

[1] Alberto Acosta: Economista ecuadoriano. Presidente de la Asamblea Constituyente del Ecuador (2007-2008).

[2] Art. 5.- “El Ecuador es un territorio de paz. No se permitirá el establecimiento de bases militares extranjeras ni de instalaciones extranjeras con propósitos militares. Se prohíbe ceder bases militares nacionales a fuerzas armadas o de seguridad extranjeras.”

Constitución de la República del Ecuador: https://www.lexis.com.ec/biblioteca/constitucion-republica-ecuador

[3] Sobre lo que ha significado la presencia de tropas norteamericanas en Ecuador y las perspectivas del entreguimo de los gobiernos de Guillermo Lasso y Daniel Noboa se puede consultar el libro de varios autores y autoras (2025); La mirada Imperial puesta en Galápagos.

https://www.accionecologica.org/wp-content/uploads/LA-MIRADA-IMPERIAL-PUESTA-EN-GALAPAGOS.pdf

[4] Ver Revista Vistazo, 10 de junio del 2019: “No se requiere una base militar (americana) en Ecuador”. https://www.vistazo.com/actualidad/no-se-requiere-una-base-militar-americana-en-ecuador-IEVI139331

[5] Ecuador en Llamas: Observatorio Ecuatoriano de Conflictos (26.08.2025); “ERIK PRINCE: historia de un mercenario (1997 – 2025)”

 https://storymaps.arcgis.com/stories/25c6b7b7df2745c385d30e918c6971ac   

[6] INREDH (14 de abril del 2025); “Contratistas militares: ¿Garantía de seguridad o negocio de conflicto?

 

[7]  Un informe detallado de las amenazas que representa la presencia de Erick Prince se puede consultar en Ecuador en Llamas, Alerta Temprana Nº3, (agosto 2025); “Noboa contrata a Erik Prince y abraza el capitalismo mafioso que promueve Trump”.

https://www.llamasuce.com/_files/ugd/7c86d8_9aa533cb0754412abf2e30da4f343f5b.pdf 

 [8] Unidad de Investigación Tierra de Nadie y CONNECTAS: “Operación sin rumbo: una guerra improvisada hunde a Ecuador en abusos militares”.

[9] Incluso se afecta la institucionalidad del derechos internacional, pues la presencia de mercenario está en contra de la Convención Internacional contra el reclutamiento, la utilización, la financiación y el entrenamiento de mercenarios, del 2017.

 

 

Articolo originale: Ecuador, mercenari in mezzo mondo

https://rebelion.org/mercenarios-en-la-mitad-del-mundo/

 


 

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / RELAZIONI CUBA-VENEZUELA

Venezuela e Cuba si abbracciano in nome della pace

 

Mentre navi e sottomarini statunitensi puntano i loro cannoni verso il Venezuela, la nave dell’ALBA  materializza i desideri di unità condivisi tra Fidel e Chávez, Bolívar e Martí

 

Nel 2014, l’America Latina, con i Caraibi, fu dichiarata Zona di Pace. In questo territorio, i Paesi non si sanzionano l’un l’altro e non si minacciano con navi di arsenali nucleari. Non tentano di togliere legittimità ai governi legalmente stabiliti, ma li appoggiano, perché offrire la mano a uno Stato è anche aiutare i suoi popoli.

In questi giorni, quando il Venezuela è militarmente assediato dall’impero stauunitense e Cuba sa d’essere continuamente aggredita dallo stesso nemico, i loro popoli dimenticano la distanza e creano ponti per materializzare i desideri condivisi tra Fidel e Chávez, che furono anche le aspirazioni di Bolívar e Martí: l’America unita, dal Rio Bravo alla Patagonia.

 

Una rotta per la solidarietà

Come la pace si muove per i Caraibi, di un purissimo bianco, anche se la salsedine lo vorrebbe profanare. E nella cabina, al centro, vigilando il carico, quegli occhi – quelli di Chávez – lanciano non missili, ma messaggi per far sì che il mondo ricordi che Nuestra America non è sola.

Così, mentre le navi e i sottomarini degli Stati Uniti puntano i loro cannoni verso il Venezuela, dal porto di La Guaira è partita la nave Manuel Gual, poi ricevuta nella Zona di Sviluppo Speciale Mariel, con la presenza dei membri del Burò Politico del Comitato Centrale del Partito, il primo ministro Manuel Marrero Cruz e la prima segretaria del Partito in Artemisa, Gladys Martínez Verdecia, con Yudí Mercedes Rodríguez Hernández, membro della Segreteria del Comitato Centrale e capo del suo Dipartimento di Attenzione ai Servizi e l’ambasciatore del Venezuela nell Isola, Orlando Maneiro.

Si tratta della prima traversata della rotta navale e commerciale dei paesi dell’ALBA-TCP, di fronte alla necessità di una soluzione di trasporto regionale marittimo proposta nella cornice del XXIV Vertice dell’alleanza, nel dicembre del 2024.    

Questa «coraggiosa imbarcazione» è, come ha detto il ministro ad interim del Commercio Interno e l’Investimento Straniero Carlos Luis Jorge Méndez, portatrice «non solo di un prezioso carico di beni materiali, ma soprattutto dell’affetto sincero del popolo e del Governo del Venezuela per Cuba, un modo -ha detto - per ricordare che i nostri popoli quando si uniscono sono più forti e più liberi …). Una scommessa per un futuro condiviso, lo sviluppo congiunto e il sogno che le nostre nazioni possano prosperare sulla base della complementarità e dell’unità, senza dipendere da nient’altro che dalla forza dei nostri popoli.

«Che ogni nave che percorre i Cariabi in questa rotta serva per onorare la memoria di Fidel e Chávez e (…) per fomentare la certezza che stiamo costruendo insieme un destino più giusto, sovrano e prospero per i nostri popoli. Mentre alcuni impongono blocchi e sanzioni, noi apriamo cammini di fraternità», ha detto, ed ha rinnovato la condanna dell’Isola grande delle Antille dello spiegamento di forze e mezzi militari degli USA nei Caraibi e la guerra di disinformazione per giustificare un’aggressione contro la nazione sudamericana.

Circa 6.100 tonnellate di prodotti, come alimenti per il rifornimento e per animali, fertilizzanti e sementi sono arrivati nei contenitori della Manuel Gual.

“Con questo viaggio inaugurale della Rotta ALBA, l’esperienza si converte in un modello commerciale che permetterà di diminuire costi logístici, dare impulso a nuove nicchie produttive, ampliare il mercato per i produttori e generare benefici diretti ai consumatori. Senza dubbio costituisce non solo uno strumento regionale d’indipendenza in materia economica, come sognavano Fidel e Chávez creando l’ ALBA: si tratta di una dimostrazione di solidarietà e collaborazione per affrontare impegni sociali”, ha detto Orlando Maneiro, precisando che “è l’espressione dell’impegno e della volontà politica dei Capi di Stato e di Governo dei paesi membri, con l’integrazione basata in principi d’equità e resistenza all’imperialismo”.

La nave dell’ALBA, dopo questo viaggo toccherà diverse destinazioni dell’America Latina e dei Caraibi per stabilire le prime rotte marittime regolari e si realizzino cosi le basi d’una rete logistica sovrana.

 

Cuba non tacerà mai di fronte all’ingiustizia

L’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP) con il Capítolo Cubano dell’Internazionale Antifascista ha mostrato nel fine settimana in tutto il Paese, il suo appoggio assoluto al popolo del Venezuela, minacciato dallo spiegamento militare statunitense nei Caraibi.

All’Avana hanno presieduto l’incontro Teresa Amarelle Boué, membro del Buró Politico del PCC e segretaria generale della Federazione delle Donne Cubane; Inés María Chapman Waugh, vice prima ministro; Fernando González Llort, Eroe della Repubblica e presidente del ICAP, e Orlando Miguel Maneiro, ambasciatore del Venezuela.

Con la premessa che «il Venezuela non è una minaccia, il Venezuela è la speranza», sono state condannate le dichiarazioni sul narcotraffico e il paramilitarismo, senza fondamenta legali, promosse dall’Amministrazione statunitense, che pretendono di vulnerare la sovranità, l’integrità territoriale e l’auto determinazione del paese fraterno.

Fernando González Llort ha dichiarato che il ICAP sostiene le azioni che il governo di Nicolás Maduro decide d’implementare per garantire la sicurezza del paese: «Tengano presente che il Venezuela non è solo. Cuba non tacerà mai di fronte all’ingiustizia e difenderemo la verità, l’uguaglianza, i diritti dei nostri fratelli venezuelani».

Santiago si trova a lato della culla di Bolívar e Chávez, come ha dimostrato in un incontro al quale hanno partecipato, tra gli altri, internazionalisti dell’Isola che hanno prestato servzio in questa terra.

«Ricordo con affetto l’accoglienza del fraterno popolo venezuelano quando ho prestato assistenza medica nel 2003», ha detto la dottoressa Arelis Machado Elías, e ha denunciato che l’imperialismo «non sopporta che le idee progressiste perdurino nei popoli».

I cienfuegheri hanno domandato la fine dell’ostilità contro il Venezuela e l’America Latina, che sono un’evidenza del carattere extra territoriale e coloniale, che viola la pace regionale con le azioni imperialiste. Nel cinema La Rotonda, di Santa Clara, si è chiamato a rispettare la regione come Zona di Pace, libera da armi di sterminio di massa. Il popolo di Bayamo ha usato la parola come una trincea di dignità.

Il verbo solidale, affilato come un machete insorgente, ha costruito un ponte sui Caraibi per abbracciare il Venezuela, minacciato con falsi pretesti di falsi fantasmi del narcotraffico. E Ciego de Ávila è stata a sua volta scenario di solidarietà e appoggio internazionalista.

«Se gli yanquee fossero giusti, invece di una minaccia per la sua sicurezza nazionale riconoscerebbero che il Venezuela è una speranza per gli altri popoli del Terzo Mondo. Ma non posziamo chiedere all’olmo di fare mele», ha assicurato la giovane Carla López, nella sede guantanamera del ICAP.

Camagüey ha reclamato di togliere le mani da questo paese con il quale il popolo cubano ha una speciale relazione da più di due decenni. Nella manifestazione è stato ribadito il diritto all’autodeterminazione dei popoli eleggendo democraticamente il loro cammino.

Laura Mercedes Giráldez, Luis A. Portuondo, Julio Martínez Molina, Rafael Mena Brito, Freddy Pérez Cabrera, Anaisis Hidalgo Rodríguez, Ortelio González Martínez, José Llamos Camejo, Jorge Enrique Jerez Belisario e GM per Granma International, 1 settembre 2025

 


 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / AGGRESSIONE AL VENEZUELA

La CIA, il narcotraffico e il Cartello de los Soles

Le accuse di narcotraffico sono diventate la  giustificazione principale per misure coercitive e aggressioni di ogni tipo contro il Venezuela. In questi giorni ci sono otto navi, un sottomarino nucleare e 200 missili che puntano verso i Caraibi

 

Il punto di non ritorno che permise l’auge del narcotraffico in America Latina fu la creazione dei grandi cartelli in Colombia negli anni ‘80 e ‘90, motivata fondamentalmente dall’alleanza strategica degli Stati Uniti con questi gruppi criminali.

Negli anni ‘90, la pressione militare sui cartelli li frammentò e li disperse. Politiche geostrategiche e interessate fomentarono l’espansione e il consolidamento del crimine organizzato in nuovi assetti di potere. La relazione tra la CIA e il narcotraffico è stata oggetto di numerose investigazioni e denunce. Uno dei casi più noti fu l’Operazione Irán-Contras, quando per sostenere la controrivoluzione, la CIA finanziò l’acquisto di armi con grandi invii di cocaina. Non sono state poche le opportunità nelle quali l’agenzia ha chiuso gli occhi davanti all’entrata di droghe in cambio d’appoggio nella lotta contro governi considerati nemici di Washington in America Latina.

La CIA ha appoggiato colpi di Stato, ha finanziato dittature e coordinato Operazioni segrete in America Latina nei decenni del 1970, 1980 e 1990.

In questo contesto, il narcotraffico fu una pratica tollerata e anche incentivata per assicurare alleanze. Nell’ attualità si pretende di recuperare la narrativa del Cartello de los Soles, un’organizzazione delinquente che non esiste e che non è mai stata riportata dalle agenzie che combattono il narcotraffico. Senza dubbio è molto utile come spaventa passeri per spaventare i creduli e soprattutto per denigrere la direzione politica del chavismo.

La trama del Cartello de los Soles e del suo presunto leader, Nicolás Maduro, ha evoluzionato dagli anni ’90 all’attualità, passando per varie tappe chiave. Nel marzo del 2020, il Governo degli Stati Uniti presentò accuse contro Maduro e altri alti funzionari venezuelani, accusandoli di narcoterrorismo, cospirazione per l’importazione di cocaina e corruzione.

Allora si offerse una ricompensa iniziale di 15 milioni di dollari per informazioni che conducessero alla cattura del mandatario venezuelano, una misura che va al di là della decenza e del rispetto della verità. Con il tempo, questa ricompensa aumentò significativamente; con l’amministrazione Trump, si elevè a 25 milioni di dollari, e nel 2025, la procuratrice generale Pamela Bondi annunciò che la ricompensa per Maduro era aumentata a 50 milioni di dollari, la maggior quantità storica offerta

per un leader político nell’emisfero occidentale.

La verità è che queste accuse di narcotraffico sono diventate la principale giustificazione per misure coercitive e aggressioni di ogni tipo contro il Venezuela.

In questi giorni ci sono otto navi, un sottomarino nucleare e 200 missili che puntano verso i Caraibi.

Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 10 settembre 2025

 


 

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / IL GENOCIDIO PALESTINESE

Trump, Netanyahu e il «cocotazo» mediatico

La Casa Bianca è la massima responsabile dei crimini di Netanyahu a Gaza, protetto dall’approvazione dei mandatari statunitensi, per le armi e il denaro che gli facilitano e per il suo veto criminale nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per far sì che non lo si condanni

 

Recentemente è apparso il presidente Donald Trump richiamando l’attenzione in stile di «cocotazo» (leggero colpetto alla testa con le nocche) dato al premier sionista israeliano, Benjamín Netanyahu, per i bombardamenti delle sue forze militari a Doha, la capitale del Catar.

La giustificazione dell’assassino di migliaia di palestinesi, yemeniti, iraniani, siriani, libanesi e altri è stata la partecipazione di rappresentanti del gruppo di resistenza palestinese Hamas in una riunione auspicata precisamente dagli USA per “facilitare” il cessate il fuoco in Gaza.

Netanyahu, come se volesse «smarcarsi» dalla presunta linea pacifica di Trump, ha optato per quello che ha sempre fatto e che i governi statunitensi hanno sempre approvato e appoggiato: bombe, morte e guerra.

Il The Washington Post ha pubblicato: «Israele e Stati Uniti hanno promesso (alle autorità del Qatar) che i rappresentanti di Hamas non sarebbero stati bersagli nel loro territorio».

Sarà per questo che dopo gli attacchi di martedì 9 che hanno lasciato diversi morti, «i funzionari del Catar hanno reagito con commozione e una sensazione di tradimento, già che pareva che l’attacco sarebbe terminato con il ruolo del Catar come mediatore nel conflitto di Gaza» ha riportato RT.

Indispettito dal fatto il Presidente degli USA ha detto che «è stata una decisione presa dal primo ministro israeliano, Benjamín Netanyahu, non è stata una decisione mia».

Credibile o no? Il reale per niente meraviglioso è che sia Trump che la sua amministrazione e le precedenti installate nella Casa Bianca sono i massimi responsabili di quanti crimini ha commesso e continua a commettere Netanyahu, protetto dall’approvazione dei mandatari statunidensi, per le armi e il denaro che gli facilitano, e per il suo veto criminale nel Consiglio di Sicurezza della ONU, perchè non lo si condanni.

Con questo fatto, sarebbe bene che Trump potesse adoperare misure per far sì, una volta per tutte, che Israele abbandoni la sua maniera d’agire basata nell’esclusione e il genocidio.

Si sa bene che se Trump lo vuole, Netanyahu accetta un cessate il fuoco e anche un accordo di pace con palestinesi.

Inoltre potrebbe sospendere gli aiuti militari a Israele, abolire i suoi veti nel Consiglio di Sicurezza e altre dipendenze della ONU, per far sì che almeno si possano approvare risoluzioni che esigano il cessate il fuoco.

Trump può –anche con una semplice chiamata telefonica– ordinare all’uomo con le mani sporche di sangue che dirige Israele, che permetta l’entrata di aiuti umanitari ai territori di Gaza, perché non continuino a morire per la fame, centinaia di bambini palestinesi, ai quali si nega il cibo che marcisce nei camions carichi d’aiuti umanitari.

La política di Donald Trump è tanto condannabile quanto il crimine stesso di Netanyahu.

Non si tratta di retoriche mediatiche di quelle che usa abitualmente il mandatario repubblicano.

L’umanità tutta deve esigere –non chiedere– che termini il crimine e che coloro che contribuiscono a questo devono essere giudicati come colpevoli Il «cocotazo» mediatico de Trump a Netanyahu, per il nuovo crimine, stavolta nella capitale del Catar , non è la soluzione al problema; è l’appoggio impegnato con coloro che applicano il genocidio in terra palestinese.

Elson Concepción Pérez e GM per Granma Internacional, 12 settembre 2025