Kosovo Metohija NOTIZIE 5 - Novembre 2011

 

 

 

 
N°5 –NOVEMBRE 2011

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CONTINUA la RESISTENZA dei serbi del Kosovo alla NATO…

In un assordante silenzio ed INDIFFERENZA GENERALI            

              

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La resistenza della minoranza serba in Kosovo non si ferma: nuove barricate sono state erette in alcune località della zona settentrionale, nella quale si concentra la popolazione serba, dopo i gravi incidenti che avevano causato una ventina di manifestanti feriti. L’amministrazione kosovara aveva inviato agenti kosovari albanesi, appoggiati dalle truppe della KFOR, a controllare le frontiere con la Serbia, ma la popolazione serba locale e’ scesa in piazza per opporsi a questa prevaricazione, fuori dalla Risoluzione 1244 dell’ONU.   I serbi non si sono fatti intimidire dai ricatti e dalle minacce della KFOR e dall’EULEX, ogni giorno il numero dei manifestanti serbi che effettuano i blocchi, aumenta: ” …Resteremo qui e siamo pronti a versare il nostro sangue, se necessario. Non abbiamo armi, non vogliamo la violenza, ma non arretreremo di un metro in fronte al nemico…”. Hanno dichiarato alla stampa dalle barricate.

Secondo i serbi, l’invio da Pristina di guardie di frontiera albanesi è una provocazione, volta a isolare la minoranza locale dalla madrepatria serba. La tensione sale davanti alle barricate, ma rischia di riesplodere anche l’odio tra le due comunita’ del Kosovo. Tra decine di feriti e alcuni omicidi di serbi, solo nelle ultime settimane, anche tre albanesi sono rimasti feriti in un assalto da parte di uomini mascherati, in un villaggio. In questi giorni risalgono in superficie tutte le contraddizioni politiche e militari del “ NODO KOSOVO”.I serbi del Kosovo, a nord del fiume Ibar, non cedono. LA cosiddetta “guerra delle dogane” iniziata da mesi, assume contorni sempre più ampi. È una lotta che va molto oltre la questione dogane. In palio c’è la stessa esistenza della comunità serba kosovara, e non solo quella. E’ la riemersione palese, che la “questione Kosovo” non è affatto chiusa o risolta. E’ la riaffermazione tenace del diritto di un popolo, ad esistere e a rivendicare tutti i diritti civili, politici, sociali, dal 1999, negati, calpestati, violentati da una banda di terroristi e criminali fattasi stato (…o meglio narcostato, come dichiarato da molti funzionari e giornalisti internazionali) , sotto tutela NATO e occidentale. Il fatto che sulla barricata innalzata a Rudare, al fianco della bandiera serba, sia stata disegnata una grande croce ortodossa e che questa è stata consacrata da padri della chiesa ortodossa serba, aiuta a capire quale sia davvero la posta in gioco, la stessa sopravvivenza identitaria di un popolo, al di là delle questioni religiose in sè. Non si tratta di questioni commerciali, come anche dal governo di Belgrado,si cerca disperatamente di ridurre il problema ( per non affondare nella propria ignominia), bensì di una disperata difesa di identità e dignità nazionale e culturale. Un atto di riscatto della propria dignità dopo 12 anni di umiliazioni e sconfitte, vissute nel silenzio e nell’isolamento più totale; un atto per riaffermare di esistere come popolo e come coscienza di sé; un atto per ribadire… non ci hanno ancora vinto; nonostante tradimenti, sconfitte, rapimenti, uccisioni, onte e torti subiti, esistenze di vita civile normali negate, nonostante averli resi cittadini invisibili, quasi immateriali …Nonostante un silenzio assordante, noi come popolo serbo del Kosovo torniamo a rialzarci in piedi, ad sfidare le menzogne, le ingiustizie, i crimini e siamo sulle barricate…cioè, nonostante tutto e tutti…siamo vivi ….e ora dovete affrontare anche le nostre volontà e bisogni. Questo dichiarano le 18 barricate del Kosovo. Ed ecco che tutti gli archetipi delle politiche di forza e sopraffazione, costruite in questi anni dalle diplomazie e politiche internazionali, per fa pensare che in Kosovo tutto è a posto, …è “ norrmalizzato democraticamente”, ecco che il giochino salta per colpa di questi riottosi, testardi, indocili, ostinati di serbi, che non stanno alle regole imposte dalle capitali occidentali o statunitensi; dalla NATO, dal FMI, dalla BM, dalla UE, dall’OCSE, dalle varie Fondazioni Soros..ecc. ecc. E’ tutto talmente norrmalizzato, che la Nato ha appena disposto l'invio in Kosovo di altri 700 soldati di stanza in Germania… E’ tutto talmente norrrmalizzato che  Il premier Hashim Thaçi ha ribadito ancora una volta che indietro non si torna e il ministro dell'interno Bajram Rexhepi, ha ordinato l'arresto del ministro Goran Bogdanović e del mediatore serbo Borislav Stefanović entrati in Kosovo "clandestinamente" per trattare con la Kfor … E’ tutto talmente norrmalizzato che nel 2011 in Europa, decine di migliaia di uomini, donne, bambini, con alcuna colpa se non quella “etnica”, di appartenere ad un popolo invece che ad un altro…debbano vivere in “enclavi”, aree isolate e protette da militari internazionali, dove non vi è alcun diritto civile ( lasciamo perdere gli altri…), nemmeno quello primario…il diritto a vivere nella propria casa e sulla propria terra.  Dinormalizzato ci pare che sia soltanto l’indifferenza e la supinità dei media e dei politici occidentali, sempre pronti denunciare presunte violazioni, violenze, ingiustizie nei luoghi appetiti dalla NATO e dagli interessi rapaci dell’occidente affamato di risorse degli altri…Nessuna “anima buona” di nessuna forza politica in questo occidente, ha invece il coraggio della verità, dell’onestà intellettuale e morale di denunciare una realtà come quella del Kosovo, che anche coraggiose singole personalità dell’establishment occidentale, hanno avuto il coraggio di  evidenziare.                                                                                                                 Nessuno che abbia il coraggio in occidente ( tranne rare eccezioni), di dire che la lotta sulle barricate in Kosovo è una lotta per una Risoluzione dell’ONU, fatta e firmata da loro; è una lotta per chiedere di rispettare ( una parola ingombrante in occidente…), un accordo sottoscrittoda due parti…imposta dopo 78 giorni di bombardamenti: è la Risoluzione ONU 1244 del 1999 chenon è mai decaduta e secondo tale documento, il Kosovo E’ ( forse è più giusto dire …sarebbe),  tuttora una provincia serba.  Ma il popolo serbo del Kosovo è nuovamente in piedi e noi al suo fianco, per quanto modestamente siamo in grado. Ad ognuno secondo la propria coscienza…quando c’è.

 

Enrico Vigna

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Le Forze speciali kosovare albanesi, preparano un operazione militare nel Nord del Kosovo
Pristina – Il ministro degli Interni kosovaro, Bajram Rexhepi, ha detto in una intervista che il governo del Kosovo, ha in programma operazioni nel nord del Kosovo come è anche stato richiesto dal Movimento di Autodeterminazione albanese.
"Sarà presto, ma non posso dire la data esatta, perché dobbiamo concordare e coordinare il nostro lavoro. Abbiamo bisogno di un piano ", ha detto a Pristina al quotidiano in lingua albanese Koha Ditore, alla vigilia della sessione straordinaria dell'assemblea del Kosovo, che si terrà sulla situazione nel nord.
"Dopo aver rimosso le barricate, la priorità sarà stabilire la legge e l'ordine. Persone che hanno commesso reati e sono in fase di mandati di cattura saranno portati davanti alla giustizia ", ha aggiunto.
Rexhepi ha annunciato che l’obiettivo della corrente d'azione di rimuovere le barricate nel nord del Kosovo abitate  dai serbi sarà seguita da altre due operazioni, e ha precisato che la seconda sarà gestita dalla polizia, mentre la terza sarebbe per causa civile.
Ha anche detto che nuove operazioni per stabilire lo stato di diritto nel nord, saranno effettuate e seguite da azioni volte a sbloccare le strade dalle barricate, aggiungendo che questo non sarebbe più stato rinviato.
Il Movimento di Autodeterminazione del Kosovo, ha chiesto che il governo kosovaro  avvii un azione risoluta di smantellamento delle barricate nel nord di propria iniziativa, indipendentemente dai piani KFOR e l'EULEX, come pure di cancellare i colloqui con la Serbia.

Fonte: Tanjug – 26/10/2011

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In Kosovo un serbo è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco in un agguato nel quale suo figlio è rimasto gravemente ferito
Aleksandar Putnik (51 anni) è stato ucciso e il figlio Dobrica 23 anni, è stato gravemente ferito, nella notte fra sabato e domenica 2 ottobre all'uscita da un ristorante nella località di Zrze, presso Orahovac, nel Kosovo Sud-Occidentale.
La tragedia, è avvenuta nei pressi dell’enclave di Orahovac, nel sud della provincia serba a maggioranza albanese-musulmana, una zona conosciuta per essere una delle più pericolose della regione. In soli dodici anni, solo qui, sono stati 69 i serbi uccisi, per una comunità rimasta di circa un migliaio di persone.
La tragedia è avvenuta fuori da un ristorante dove la famiglia si era recata. All’uscita, alcuni albanesi hanno sparato con un fucile su Aleksandar Putnik, assassinando il figlio ha cercato di soccorrerlo ma è stato colpito alla spalla e al braccio senza essere in grado di salvare suo padre. Sanguinante il giovane è riuscito a fuggire in auto verso l'ospedale di Prizren.
Il Ministro serbo per il Kosovo e Metohija,  Bogdanovic, ha chiesto che il ragazzo sia trasferito nell’ospedale della zona serba di Mitrovica, per ovvie ragioni di sicurezza. L'ospedale di Prizren è infatti situato nella zona albanese.

                                                                                                     

Albania-Kosovo, si cerca di rafforzare il NATO Kosovo  -   25/10/2011

Il Governo Albanese di Tirana ha ratificato un accordo che unifica i servizi consolari e le pratiche in Kosovo, provincia della Serbia. Ignorando ancora una volta la grave interferenza che sta facendo il suo governo, il primo ministro albanese Sali Berisha ha dichiarato che "gli albanesi devono avere lo stesso sentire a Tirana come a Pristina"
Ha aggiunto che questi progetti si diffonderanno ad altre aree, quali la cultura e l'istruzione per ridurre la burocrazia e portare i due Paesi sempre più vicini".
Dal momento che il Kosovo si è dichiarato indipendente dalla Serbia nel febbraio 2008, i due governi di Tirana e Pristina stanno lavorando a stretto contatto per rafforzare i legami, come un percorso essenziale per la creazione di una Grande Albania.
E sarà allora che cominceranno i veri problemi per gli albanesi, quando dovranno spartire il bottino che gli fornirà la NATO.

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Protesta dell’Ambasciatore Russo presso la NATO

BRUXELLES, - L'ambasciatore russo presso la NATO, Dmitry Rogozin ha emesso una richiesta di indagine ai funzionari della NATO per gli incidenti in cui le forze NATO hanno aperto il fuoco contro i  serbi kosovari nei pressi del check-point di Jarinje in Kosovo.
"Ho chiesto un'indagine sui fatti in cui è stato aperto il fuoco da militari della NATO, contro serbi kosovari che protestavano contro il blocco del confine amministrativo tra il Kosovo e la Serbia", ha detto Rogozin.
"Quello che ho sentito in risposta sono state solo scusanti", ha detto. "Irresponsabilità di questo tipo portano ad una guerra".
I militari KFOR hanno fatto un tentativo di abbattere le barricate che i serbi del Kosovo avevano messo di fronte al check-point di Jarinje. Hanno aperto il fuoco con proiettili di gomma e gas lacrimogeni, i serbi avevano risposto lanciando pietre contro di loro e anche alcune bombe improvvisate, bottiglie molotov per difendersi dall’aggressione delle truppe NATO.
                                                                                                                 (Itar-Tass)

Ancora disordini ai posti di frontiera         22/10

Kosovo, truppe Nato cercano di smantellare le barricate serbe

I militariKfor hanno rimosso alcune delle barricate ed hanno lanciatogas lacrimogeni per disperdere gruppi di manifestanti. Le forze Nato in Kosovo ha inviato questa mattina un proprio contingente su due posti di frontiera nel nord del paese, limitrofi alla Serbia, dove di recente hanno avuto luogo alcuni incidenti con cittadini serbi.                                        

A Brnjak sono arrivati due convogli, con almeno un centinaio di veicoli militari. Un convoglio si è fermato davanti al primo sbarramento sulla strada che conduce alla località di frontiera, l’altro ha proseguito verso un’altra direzione fermandosi davanti a un’altra barricata eretta su un’altra arteria stradale che finisce ugualmente a Brnjak.    

Nelle colluttazioni con la popolazione sono rimaste ferite 30 persone, di cui otto militari. Tre civili, colpiti dai lacrimogeni scagliati dai soldati della Kfor, sono dovuti andare in ospedale.                         

Il presidente serboBoris Tadic ha chiesto alle due parti di mantenere la calma. “Chiedo che Kfor ed Eulex (la missione europea di polizia, ndr) si astengano dall’uso della forza”, ha detto. Nel giorno in cui la Kfor aveva fissato l’ultimatum affinché i serbi in protesta nel Nord del Paese, rimuovessero i blocchi stradali allestiti oltre un mese fa, l’attesa riunione negoziale tra rappresentati militari e i sindaci delle quattro municipalità serbe coinvolte, “si è conclusa nuovamente senza un accordo”, la parte serba ha riaffermato la volontà di continuare la resistenza.

La KFOR circonda le barricate dei serbi
Fonti: B92, Beta, Tanjug 21-10-011
A Zubin Potok  vicino alle barricate, si sono posizionati due veicoli da combattimento della KFOR dotati di cannoni ad acqua, altri sono andati al villaggio di Jagnjenica.
I serbi sulle barricate sono stati informati che truppe portoghesi e tedesche della KFOR sono state dislocate alla barricata nel villaggio di Zupče e che avevano rimosso il filo spinato, che era stato collocato davanti alla barricata che dai serbi locali.
Diverse centinaia di serbi si sono riuniti sulle barricate nella regione Ibarski Kolašin, tra cui i sindaci dei villaggi ed enclavi serbe, con sacerdoti e monaci locali.
La situazione nel Kosovo settentrionale è calma ma tesa. Le notti sono passate dalla popolazione alle 18 barricate,  i serbi del Kosovo trascorrono le notti nelle loro auto, in tende e intorno al fuoco nei diversi villaggi.
Quattro camion carichi di materiali vari, separano i serbi dalle truppe della KFOR. I camion bloccano i convogli della KFOR.
Le truppe della KFOR si trovano a circa 150 metri dalle barricate dei serbi istituite nel villaggio di Zupče e ancora non hanno attaccato.

                                                                  

 

EULEX assume le indagini per l'omicidio ed il ferimento dei serbi a Dobrusa
Fonte: Beta, Tanjug  21-10
Le indagini per l'omicidio di un serbo e il ferimento di altri due nel villaggio di Dobruša, vicino a Pec, è stata assunta dall' EULEX  è stato annunciato a Pristina .

Miodrag Komadina di 64 anni è stato ucciso, Draško Ojdanić e Dejan Bogicevic sono rimasti feriti nel villaggio di Dobruša Giovedi’ scorso.

Il villaggio dove e’ avvenuto l’attacco, e’ situato a sud del fiume Ibar, dove i serbi vivono in una enclave isolata. 
Un albanese sospettato di aver commesso l’omicidio ed il ferimento, si e’ consegnato alla polizia del Kosovo Venerdì mattina.

Il quotidiano tedesco Der Tagesspiegel: Thaci coinvolto nella criminalità organizzata

Il primo ministro del governo del Kosovo Hashim Thaci, aveva spedito 27 inviti ai leader degli Stati membri dell'UE, per visitare il Kosovo, il quotidiano Der Tagesspiegel con sede a Berlino, ha riferito. Secondo il quotidiano tedesco, gli inviti di Thaci sono state respinti per il sospetto che egli sia coinvolto nella criminalità organizzata.
Rappresentanti di partiti di opposizione del Kosovo hanno detto che l'articolo mostra il lato "invisibile" del governo e l'isolamento del Kosovo.
Il Movimento per l’Autodeterminazione del Kosovo di Florin Krasniqi, ha affermato che se qualcuno guardasse il lussuoso tenore di vita di Thaci, non farebbe fatica a capire che egli non vive con il suo stipendio mensile, "… ma che lui è coinvolto nel mondo degli affari e delle attività criminali…".
"Thaci si presenta al parlamento di Pristina, indossando cravatte Hermes che costano da 300 a 500 euro. Solo un criminale o un uomo d'affari miliardario può permettersi tali lussi, " ha continuato.
"…Penso che Thaci appartiene alla prima categoria e il mondo intero deve sapere che è un criminale completo", Krasniqi ha aggiunto, sostenendo di avere le prove che il Primo Ministro del Kosovo è coinvolto nella criminalità organizzata…
L’esponente di Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK), Burim Ramadani sostiene che Thaci ha isolato il Kosovo. "…Siamo testimoni che non ci sono le visite ad alto livello. Kosovo resta un paese isolato a causa dei sospetti nei confronti di Thaci. E 'dannoso e colpisce il Kosovo ", ha sottolineato.

L'analista politico Avni Zogiani dice che non è sorpreso dal fatto che i leader internazionali si rifiutano di incontrare i funzionari del governo del Kosovo, perché ritiene "che i leader del Kosovo sono dei criminali corrotti".                       Fonte Tanjug 20/10/20111

 

Il presidente Tadic chiede di rimuovere le barricate in Kosovo    19/10

Il  governo di Belgrado chiede ai serbi del Kosovo di lasciare libero il passaggio alle truppe Nato.   Belgradochiede ai serbi del nord Kosovo di rimuovere le barricate. Lo ha fatto il presidente Boris Tadic nel corso di un discorso rivolto alla popolazione delle municipalità vicine alla frontiera di maggioranza serba. Il presidente ha spiegato che, in ogni caso, è necessario lasciare libero il passaggio ai militari della Kfor, la forza Nato dispiegata in Kosovo.

Il comandante delle forze atlantiche nel Paese, il generale tedesco Erhard Drews, ha annunciato che i militari interverranno con la forza nel caso in cui i manifestanti si rifiutassero di smantellare le barriere.

 

Scontri in Kosovo, bomba contro 4 militari Nato  -             27/09               Disordini, in Kosovo, tra serbi e truppe della Nato. Quattro soldati della Kfor sono rimasti feriti – uno è grave – nello scoppio di una bomba artigianale; feriti anche 6 manifestanti serbi in scontri con i militari al posto di frontiera di Jarinije, che divide il nord del Kosovo, abitato dai serbi, dal resto del Paese, abitato principalmente da albanesi.Tutto è cominciato quando le truppe Nato hanno smantellato una barriera di terra e sassi costruita dai serbi per interrompere il passaggio nel checkpoint di frontiera. Insieme all’altro passaggio di Brnjak, Jarinije è stato teatro di confronti anche violenti negli ultimi mesi. Nel luglio scorso, un poliziotto di etnia albanese rimase ucciso nel rogo del posto di frontiera.             

 

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Kosovo, aperto processo per traffico d’organi

Il 5 Ottobre si è aperto a Pristina il processo a sette persone accusate di traffico e trapianto illegale di organi. La vicenda riguarda le attività illecite svolte nella clinica “Medicus” della capitale kosovara, chiusa nel 2008 in seguito a una inchiesta della polizia. Gli imputati si sono proclamati tutti innocenti.

L’accusa è che l'UCK nel 1999 aveva rapito e ucciso oltre 300 serbi del Kosovo e Metohija, trasportati oltre il confine albanese, dove venivano uccisi per prendere i loro organi, ma al di fuori della Serbia, questi crimini orrendi non hanno trovato posto nei media internazionali.

Il giornalista americano Michael Montgomery aveva implorato le Nazioni Unite di indagare, ma nessuna azione concreta è stata intrapresa.
Nel 2008 la procuratrice per i crimini di guerra dell’Aja, Carla Del Ponte ha dichiarato nel suo libro "La Caccia: Io e i criminali di guerra", che i serbi del Kosovo e Metohija erano stati presi e portati  attraverso il confine alla città albanese di Kukes, dove i loro organi vitali venivano rimossi per la vendita nel mercato occidentale, nella cosiddetta "casa gialla". L'inchiesta commissionata, aveva ritrovato tracce di sangue sul posta, i proprietari della casa avevano affermato che si trattava del sangue di animali macellati, tuttavia, dalle analisi era risultata quella di esseri umani. Anche apparecchiature chirurgiche erano state ritrovate, scaricate nei pressi della casa. Tuttavia le prove sono state misteriosamente distrutte dal Tribunale dell'Aia.
L'indagine ha anche preso testimonianze, tra cui quella di un ex prigioniero serbo che ha affermato: "…Ci facevano il prelievo di campioni di sangue, ho pensato che fosse strano, perché si preoccupano per la nostra salute?…" . Del Ponte ha detto che le autorità albanesi avevano reso difficile condurre questa indagine.
Nel 2010 il senatore svizzero, Dick Marty, famoso per aver denunciato i campi di detenzione della CIA in Europa, in cui si praticavano torture su sospetti membri di Al Queda, ha presentato al Consiglio d'Europa, una relazione dettagliata sul traffico di organi in tutto il Kosovo Metohija, ed ha dichiarato che l'unità militare albanese "Gruppo Drenica", guidata dall’ attuale primo ministro Hashim Thaci, era direttamente impegnato nei rapimenti e nel traffico d’organi serbi del Kosovo  Metohija, molte prove (compreso foto), enormi quantità di denaro illecito si trovano in conti bancari svizzeri aperti da Thaci e decine di testimoni, in maggior parte albanesi, hanno contribuito al rapporto da lui presentato.
Il 25 Gennaio 2011, il Consiglio d'Europa ha adottato la relazione e ha richiesto un'indagine sui crimini.
Il 16 Febbraio anche le Nazioni Unite hanno chiesto un'indagine, il giorno dopo, è emersa la notizia tramite un documento dettagliato, che l'ONU  era a conoscenza già nel 2003 di questi crimini.

 

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Israele traffica organi (anche) in Kosovo


Clinica Medicus di Pristina

Stavolta, ad affermarlo non è un qualunque giornalista complottista antisemita. E’ il procuratore dell’Unione Europea distaccato nel Kosovo, di nome Jonathan Ratel, che ha portato il caso davanti al tribunale distrettuale di Pristina.
E’ la conclusione di due anni di indagini: cominciate nel novembre 2008, quando all’aeroporto di Pristina (la capitale del Kosovo) gli agenti notarono un uomo di nazionalità turca, Ylmaz Altun, che aspettava il suo aereo per tornare a casa. L’uomo era pallidissimo e stremato. Interrogato, ammise di aver appena subito l’espianto di un rene, da lui venduto ad un paziente israeliano.
L’intervento aveva avuto luogo in una clinica privata di lusso di Pristina, chiamata Medicus. Fatta irruzione nella clinica, la polizia ha effettivamente trovato un israeliano in terapia post-operatoria. In seguito è stato possibile ricostruire che la clinica era il centro di una rete che traffica organi di «volontari» scelti fra gente in condizioni di estrema miseria in Moldavia, Kazakstan, Russia e Turchia. Questi poveracci erano attratti con la promessa di un pagamento di 20 mila dollari, che nessuno di loro ha mai visto. I ricchi ricevitori dei trapianti pagavano invece 110-137 mila dollari per ogni operazione.

Sette medici che lavoravano nella clinica Medicus, o collaboravano al traffico, sono stati identificati. Cinque sono kosovari, alcuni localmente stimatissimi: uno, già ministro della sanità, aveva dato alla clinica una licenza falsa. A dirigere le operazioni era Lufti Dervishi, un professore universitario.

Fra i capi ci sono un cittadino turco e un israeliano, attivamente ricercati dall’Interpol. ( Kosovo “ organ Trafficking” sxposed).

 Il Consiglio d’Europa (benemerita istituzione a cui l’eurocrazia non riconosce alcun potere) «ha richiesto una serie di indagini, nazionali e internazionali, sulla base delle segnalazioni di sparizioni, traffico di organi, corruzione e collusione che vedrebbero coinvolti gruppi criminali organizzati e ambienti politici in Kosovo». Esistono infatti «numerosi indizi, concreti e convergenti» che confermano che kosovari di etnia serba e albanese sarebbero stati tenuti prigionieri in luoghi di detenzione segreti sotto il controllo dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) nel Nord dell’Albania, e sottoposti a trattamenti inumani e degradanti, prima della loro definitiva scomparsa», si sospetta dopo essere stati espiantati. Intanto ha stilato unrapporto che – essendo numerosi ed attivi nelle istituzioni europee i «Friends of Israel» – farà certamente la fine che ha fatto il Rapporto Goldstone dell’Onu sulle atrocità commesse a Gaza.
E’ dunque solo a futura memoria che ricordiamo i precedenti più rilevanti di questa calunniosa storia, che mira ovviamente a delegittimare Israele. Nel luglio 2009, l’FBI ha arrestato cinque rabbini di Brooklyn per una complicata faccenda di traffico d’organi e riciclaggio, con prove incontrovertibili: tale rabbi Levy Ytzak Rosenbaum, uno dei cinque, era stato intercettato mentre, al telefono, si offriva di procurare un rene per un paziente ebreo alla modica cifra di 160 mila dollari; rene donato da un individuo dell’Est, a cui erano stati promessi dollari 10 mila.
La faccenda sollevò sentimenti di comprensione nella comunità giudaica americana. Sulla rivista «Slate» il columnist Benjamin Cohen spiegava che il vero delitto non è quello di rabbi Rosenbaum, ma il fatto che tanti americani bisognosi di un rene «non possano legalmente comprarlo da un donatore volontario». ( Organ Failure)  

    

Per tante ragioni culturali e religiose, spiegava il comprensivo Cohen, gli ebrei non vogliono donare i loro organi (è brutto risorgere in corpo senza un rene): solo l’8% hanno la tessera di donatori, contro il 35% della gente occidentale. Il che lascia spazio per un lucroso mercato nero; un mercato aperto e legale risolverebbe il problema (il mercato risolve sempre tutti i problemi, con la mano invisibile).
Si ritiene (ma questo Cohen non lo dice) che, quando pazienti di Sion si recano all’estero in posti esotici come le Filippine, il Sudafrica, l’Ucraina e il Kosovo, e tornano col rene nuovo, il servizio sanitario israeliano copra le spese, secondo la politica «io non chiedo e tu non dirmelo» (don’t ask, don’t tell) che il Pentagono adotta verso i militari gay. Solo di tanto in tanto scoppiano scandali che portano alla luce l’orrido mercato, e allora se ne scoprono le dimensioni ragguardevoli.
Per esempio nell’aprile 2010 una donna di Nazareth denunciò di essere stata portata in volo in Azerbaijan, espiantata colà di un rene per un ebreo, ma di non aver ricevuto i 10 mila dollari promessi. L’inchiesta ha smantellato una rete, in cui è stato arrestato persino un generale, Meir Zamir, eroe del glorioso Tsahal, che dopo la pensione occupava il tempo in questa attività.
A settembre 2010, lo scandalo è scoppiato in Sudafrica, dove tale Richard Friedland, primario del St. Augiustine Hospital in Durban e capo della priuncipale compagnia sanitaria nazionale, Netcare, operava a faceva operare una rete di spaccio di organi per israeliani. Il procacciatore era un ebreo di nome Ilan Perry, che esigeva da 97 a 118 mila dollari per un rene, che lui otteneva a 6 mila. ( Police smash Israeli organ trafficking ring)
L’agosto 2010 la polizia ucraina ha arrestato un paio di israeliani (di cui non ha fatto il nome) che dirigevano un fitto mercato di organi – tratti per lo più da giovani donne bisognose – da spedire poi in Israele con un ottimo profitto. Il che sembra offrire una qualche conferma alla favola calunniosa che corre in Ucraina, secondo cui negli ultimi cinque anni migliaia di bambini ucraini sono stati portati in Israele per essere usati come ricambi: racconto fantastico, inverosimile, da mettere sul conto del tradizionale «antisemitismo» ucraino.
Anche il quotidiano svedese Aftonbladet, nel 2009, è stato accusato di antisemitismo per aver riportato le denunce di numerose famiglie palestinesi nei Territori Occupati, convinte che i giovani palestinesi uccisi o gravemente feriti dal glorioso Tsahal vengono poi restituiti svuotati degli organi. Notizia, come si sa, senza il minimo fondamento.
Il governo israeliano ha chiesto al governo svedese di «condannare» l’articolo dell’Aftonbladet. La reazione è stata controproducente: come ha lamentato Lena Posner, presidentessa del Consiglio delle comunità ebraiche svedesi, l’atteggiamento del governo israeliano «ha trasformato un dibattito sull’antisemitismo in un dibattito sulla libertà di stampa; è ovvio che il governo svedese non condannerà l’articolo; qui la libertà di espressione è sacra».

Anche in Italia la libertà di espressione è relativamente sacra, purchè il governo israeliano e i suoi emissari non ne chiedano la censura. Invece in Svezia, l’opinione pubblica non sembra avere queste limitazioni mentali: in un sondaggio sull’articolo di Aftonbladet, nel 2009, il 66% degli interpellati si dichiarò assolutamente contrario a che il governo svedese porgesse scuse ufficiali al goerno di Sion; il 33% ammise che, se mai, doveva scusarsi la direzione di Aftonbladet; il 92% trovò la pretesa di Israele di scuse ufficiali di Stato, per ciò che aveva scritto un giornalista svedese, «irragionevoli».

  ( Swedish Jews: Israel gave IDF Forgan harvesting claims center stage))    

La delegazione israeliana arrivata nel paradiso tropicale per compiervi operazioni nel quadro di una collaborazione sanitaria fra i due governi (le Maldive avevano rotto i rapporti diplomatici con Israele nel ’73, riannodandoli solo l’anno scorso) è stata assediata in albergo da una folla di maldiviani che accusavano gli Occhi da Sion di far parte di una rete arrivata lì per rubare organi ai loro cari, «come fanno ai palestinesi»

 

Maurizio Blondet  -  17/12/010

 

“ E guardate come vanno le cose:

perché ci vedessero siamo saliti sulle barricate,

perché ci sentissero ci siamo alzati in piedi,

ci siamo ripresi il presente

per cercare un futuro.

E per poter vivere…

Sappiamo che possiamo anche morire…”

 

 

 

A cura del Forum Belgrado Italia per un Mondo di Eguali - Italia