Notiziario Patria Grande - Novembre 2025

 

 

NOTIZIARIO NOVEMBRE 2025

 

 

 

PATRIA GRANDE/CIVG / EVENTI / AMERICA LATINA

Dal Nicaragua a Cuba al Venezuela, ¡la Patria no se negocia!

 

TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / IN RICORDO DI FIDEL CASTRO

Il mio amico Fidel

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / ALL’ERTA CONTRO L A GUERRA AL VENEZUELA

La Rete in Difesa dell’Umanità si schiera in difesa del Venezuela

 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN HONDURAS

Honduras, golpe elettorale e debolezze del progressismo

 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ECUADOR

Ecuador, NO alle riforme neoliberali proposte dal presidente Noboa

 

GRANMA (CUBA) / INTERNI / L’URAGANO E LE “PREGHIERE” DI MIAMI

Odiatori senza redenzione

 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / LA PIAGA DEGLI STATI UNITI

Dall’oppio al fentanil: una crisi che definisce gli Stati Uniti

 

TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / IL COSTO DELLE GUERRE

Rendere trasparenti i costi delle guerre, semiotica di un'industria macabra

 

Prodotto dal Gruppo Patria Grande del CIVG

Sul documentario “Tornare in Nicaragua”

 


 

PATRIA GRANDE/CIVG / EVENTI / AMERICA LATINA

Dal Nicaragua a Cuba al Venezuela, ¡la Patria no se negocia!

Nel pomeriggio di domenica 23 novembre, il Circolo OST Barriera di via Pietracqua 9, a Torino, ha ospitato un interessante evento che ha tracciato il punto della situazione sull'America Latina.

L’agenda della giornata prevedeva la proiezione di due documentari e l’intervento di analisti di spessore che hanno condiviso con il numeroso pubblico alcune chiavi di lettura e interpretazione dei fenomeni in atto nel sub-continente americano e di testimoni che hanno raccontato le loro esperienze dirette e senza mediazioni.

Nel corso dell’evento sono stati raccolti contributi per le pubblicazioni del CIVG e donazioni. L’intero ricavato è stato immediatamente devoluto per la Campagna di Sostegno a Cuba per il recupero dei danni causati dal recente passaggio dell’uragano Melissa.

 

Gli interventi sono stati di:

Max Lioce (Comitato Internazionalista Alexis Castillo),

Marcello Baldori (cittadino italo-venezuelano),

Adelina Bottero (Patria Grande/CIVG),

Aurora Elena Baltodano Toledo (Comitato Europeo di Solidarietà con la Rivoluzione Popolare Sandinista) e

Giacomo Marchetti (Rete dei Comunisti)

 

La registrazione integrale della giornata – con il titolo “Dal Nicaragua a Cuba al Venezuela, la Patria no se negocia | OST Barriera, Torino, 23 novembre 2025”) è disponibilie sul canale Youtube del CIVG all’indirizzo:

https://www.youtube.com/watch?v=EsfLWFsbnfE

 

Per chi non ha potuto partecipare (e per chi era presente ma vuole rivederli) è possibile visionare anche i due documentari seguendo i seguenti link:

 

Tornare in Nicaragua, di Adelina Bottero e Luigi Mezzacappa

https://www.youtube.com/watch?v=1YztVV_M1nk

Per approfondimenti e ulteriori informazioni sul Nicaragua, si rimanda all’ultimo articolo del presente bollettino.

 

Venezuela, La causa oscura, di Hernando Calvo Ospina

https://www.youtube.com/watch?v=p1lKE8W4Hdc

 

 

L’evento è stato organizzato da:
Gruppo Patria Grande del CIVG (Centro Iniziative Verità e Giustizia)
Comitato Internazionalista Alexis Castillo

con la collaborazione di
Rete dei Comunisti
Circolo OST Barriera

 



TELESUR (VENEZUELA) / ESTERI / IN RICORDO DI FIDEL CASTRO

Il mio amico Fidel

 

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Il Comandante Fidel Castro e Ignacion Ramonet. Foto Cubadebate

 

Nel pantheon mondiale dedicato a coloro che hanno lottato più instancabilmente per la giustizia sociale e che hanno mostrato la maggiore solidarietà verso gli oppressi della Terra, Fidel Castro – che piaccia o no ai suoi detrattori – occupa un posto di rilievo.
L'ho incontrato nel 1975 e ho parlato con lui in numerose occasioni e, per molto tempo, sempre in circostanze molto professionali e specifiche, come quando facevo reportage dall'isola o partecipavo a un congresso, un seminario o ad altri eventi. In seguito, il nostro rapporto si fece più stretto. A volte mi invitava a cena nell'intimità del suo ufficio a Palazzo della Rivoluzione e parlavamo per ore della situazione mondiale. Altre volte, mi affidava "missioni" discrete, come incontrare un leader latinoamericano di sinistra su cui nutriva dubbi, in modo che potessi dargli la mia opinione personale.

Fu il primo a parlare bene di Hugo Chávez, allora guardato con sospetto da gran parte della sinistra mondiale perché accusato di aver guidato un tentativo di colpo di stato il 4 febbraio 1992 contro Carlos Andrés Pérez, presidente socialdemocratico del Venezuela e leader dell'Internazionale Socialista. Fidel mi consigliò di andare a trovarlo, di incontrarlo e di aiutarlo.
Quando, nel 2003, decidemmo di scrivere il libro "Cento ore con Fidel", mi invitò ad accompagnarlo per settimane in diversi viaggi, sia a Cuba (Santiago, Holguín, L'Avana) che all'estero (Ecuador). In auto, in aereo, a piedi, a pranzo o a cena, parlavamo a lungo. Con e senza registratore. Di ogni possibile argomento: le notizie del giorno, le sue esperienze passate e le sue preoccupazioni presenti. Che poi ricostruii, a memoria, nei miei quaderni. Poi, per tre anni, dal 2003 al 2006, ci siamo incontrati molto spesso, almeno per diversi giorni di fila, una volta al trimestre, per andare avanti con il libro.

Ho così scoperto un Fidel intimo, quasi timido, molto educato. Ascoltava attentamente ogni persona con cui parlava. Sempre attento agli altri, e in particolare ai suoi collaboratori. Non l'ho mai sentito alzare la voce. Non dava mai un ordine. Con modi e gesti di cortesia d'altri tempi. Un vero gentiluomo. Con un forte senso dell'onore. Viveva, per quanto potevo capire, in modo spartano. Arredamento austero, cibo sano e frugale. Lo stile di vita di un monaco-soldato.
La sua giornata lavorativa terminava di solito alle cinque o alle sei del mattino, all'alba. Più di una volta interrompeva la nostra conversazione alle due o alle tre del mattino perché doveva ancora partecipare ad alcune "riunioni importanti"... Dormiva solo circa quattro ore; più, di tanto in tanto, un'ora o due in qualsiasi momento della giornata.

Ma era anche un mattiniero, e instancabile. Viaggi, trasferte, riunioni si susseguivano senza tregua, a un ritmo senza precedenti. I suoi assistenti – tutti giovani e brillanti, sulla trentina – erano, a fine giornata, esausti. Si addormentavano in piedi, incapaci di tenere il passo con questo gigante instancabile. Fidel pretendeva appunti, resoconti, cablogrammi, notizie, statistiche, riassunti di trasmissioni televisive o radiofoniche, telefonate... Non smetteva mai di pensare, di riflettere, sempre vigile, sempre in azione, sempre a capo di un piccolo stato maggiore – composto dai suoi assistenti e aiutanti – che combatteva una battaglia dopo l'altra. Sempre pieno di idee. Pensando l'impensabile. Immaginando l'inimmaginabile. Con un'audacia mentale senza precedenti, spettacolare.

Una volta definito un progetto, nessun ostacolo materiale poteva fermarlo. La sua esecuzione era ovvia, scontata. "La logistica lo continuerà", diceva Napoleone. Fidel era lo stesso. Il suo entusiasmo attirava il sostegno collettivo. Suscitava volontà. Come per magia, le idee si materializzavano, diventando fatti tangibili, realtà, eventi.
La sua abilità retorica, così spesso descritta, era prodigiosa. Fenomenale. Non mi riferisco ai suoi famosi discorsi pubblici, ma a una semplice conversazione dopo cena. Fidel era un torrente di parole, una valanga, una cascata, accompagnata dai gesti prodigiosi delle sue mani delicate.

Gli piaceva la precisione, la puntualità. Con lui, non c'era spazio per le approssimazioni. Una memoria prodigiosa, di una precisione inusuale, travolgente, così ricca che a volte sembrava impedirgli di pensare sinteticamente. Il suo pensiero si ramificava, tutto era collegato, tutto era connesso a tutto il resto, digressioni costanti, parentesi permanenti. Lo sviluppo di un argomento lo portava, per associazione, ricordando un certo dettaglio, una certa situazione o un certo personaggio, a evocare un argomento parallelo, e un altro, e un altro, e un altro ancora. Allontanandosi così dal tema centrale. A tal punto che il suo interlocutore temeva, per un attimo, che avesse perso il filo. Ma poi tornava sui suoi passi e riprendeva, con sorprendente facilità, il tema centrale, l'idea principale.

In nessun momento, durante le oltre cento ore di conversazione, Fidel pose limiti agli argomenti da trattare. Da intellettuale qual era, e di impressionante levatura, non temeva il dibattito. Al contrario, lo esigeva, lo incoraggiava. Sempre pronto a discutere con chiunque. Con grande rispetto per l'altro. Con grande attenzione. Ed era un formidabile oratore e polemista, con argomentazioni a profusione. Provava disgusto solo per la malafede e l'odio.
Pochi uomini hanno conosciuto la gloria di entrare nella leggenda e nella storia mentre erano ancora in vita. Fidel è uno di questi. Apparteneva a quella generazione di mitici insorti che, perseguendo un ideale di giustizia, si lanciarono, negli anni '50, nell'azione politica con l'ambizione e la speranza di cambiare un mondo di disuguaglianze e discriminazioni, segnato dall'inizio della Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti.

A quel tempo, in più di metà del mondo – in Vietnam, Algeria, Guinea-Bissau – i popoli oppressi si stavano ribellando. L'umanità era ancora, per la maggior parte, sottoposta all'infamia della colonizzazione. Quasi tutta l'Africa, parte dei Caraibi e buona parte dell'Asia erano ancora dominate e soggiogate dai vecchi imperi occidentali. Nel frattempo, le nazioni dell'America Latina, teoricamente indipendenti da un secolo e mezzo, rimanevano soggette a discriminazioni sociali ed etniche, sfruttate da minoranze privilegiate e spesso segnate da brutali dittature, sostenute da Washington.

Fidel resistette all'assalto di non meno di dieci presidenti degli Stati Uniti (Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush Sr., Clinton e Bush Jr.). Ebbe rapporti politici con i principali leader che plasmarono il mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale (Mao Zedong, Nehru, Nasser, Tito, Ho Chi Minh, Kim Il-sung, Krusciov, Olaf Palme, Ben Bella, Boumedienne, Arafat, Indira Gandhi, Salvador Allende, Brežnev, Gorbaciov, François Mitterrand, Giovanni Paolo II, ecc.). E conobbe personalmente alcuni dei principali intellettuali e artisti del suo tempo (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Arthur Miller, Pablo Neruda, Jorge Amado, Rafael Alberti, Guayasamín, Cartier-Bresson, José Saramago, Gabriel García Márquez, Eduardo Galeano, Noam Chomsky, ecc.).
Sotto la sua guida, il suo piccolo Paese (100.000 km², 11 milioni di abitanti) fu in grado di condurre una politica da grande potenza su scala globale, sfidando persino gli Stati Uniti, i cui leader non furono in grado di rovesciarlo, eliminarlo o persino di alterare il corso della Rivoluzione cubana. E infine, nel dicembre 2014, dovettero ammettere il fallimento delle loro politiche anti-cubane, la loro sconfitta diplomatica, e avviare un processo di normalizzazione che implicasse il rispetto del sistema politico cubano.

Nell'ottobre del 1962, la Terza Guerra Mondiale rischiò di scoppiare a causa delle proteste del governo statunitense contro l'installazione di missili nucleari sovietici a Cuba. Il loro scopo principale era impedire un altro sbarco militare come l'invasione della Baia dei Porci del 1961, o qualsiasi altro attacco diretto delle forze armate statunitensi per rovesciare la Rivoluzione cubana.

Per oltre sessant'anni, Washington (nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche) ha imposto a Cuba un devastante blocco economico, commerciale e finanziario (rafforzato dalle 243 misure adottate durante il primo mandato di Donald Trump), con tragiche conseguenze per gli abitanti dell'isola. Washington continua inoltre a condurre una guerra ideologica e mediatica permanente contro L'Avana attraverso i social media, inondando Cuba di propaganda ostile che ricorda i peggiori giorni della Guerra Fredda.
Inoltre, per decenni, diverse organizzazioni terroristiche – Alpha 66 e Omega 7 – contrarie a Cuba, hanno avuto sede in Florida dove hanno mantenuto campi di addestramento e inviato regolarmente commando armati, con la complicità delle autorità statunitensi, per compiere attacchi. Cuba è uno dei paesi che ha subito il maggior numero di vittime (circa 3.500 morti) ed è stato il più duramente colpito dal terrorismo negli ultimi sessant'anni.

Di fronte a questi continui attacchi, le autorità cubane hanno sostenuto un'unità incrollabile all'interno del Paese. Hanno applicato, a modo loro, il vecchio motto gesuita di Ignazio di Loyola: "In una fortezza assediata, ogni dissenso è tradimento". Ma non c'è mai stato – Fidel lo proibì esplicitamente – alcun culto della personalità. Nessun ritratto ufficiale, nessuna statua, nessun francobollo, nessuna moneta, nessuna strada, nessun edificio, nessun monumento che portasse il nome o l'immagine di Fidel, o di alcuno dei leader viventi della Rivoluzione.
Un piccolo Paese ferocemente protettivo della propria sovranità, Cuba, sotto la guida di Fidel Castro, ha raggiunto risultati eccezionali nello sviluppo umano nonostante le continue vessazioni esterne: l'abolizione del razzismo, l'emancipazione delle donne, l'eliminazione dell'analfabetismo, la vaccinazione universale, una drastica riduzione della mortalità infantile e un innalzamento del livello culturale generale. Nell'istruzione, nella sanità, nella ricerca medica, nella cultura e nello sport, Cuba ha raggiunto livelli che la collocano tra le nazioni più efficienti.

La sua diplomazia rimane una delle più attive al mondo. Negli anni '60 e '70, l'Avana sostenne i movimenti di guerriglia in molti paesi dell'America centrale (El Salvador, Guatemala, Nicaragua) e sudamericana (Colombia, Venezuela, Bolivia, Argentina). Le forze armate cubane parteciparono a campagne militari su larga scala, in particolare alle guerre in Etiopia e Angola. Il suo intervento in Angola cinquant'anni fa portò alla sconfitta delle divisioni d'élite della Repubblica Sudafricana, il che accelerò innegabilmente la caduta del regime razzista dell'apartheid e facilitò l'indipendenza di Angola e Namibia.

La Rivoluzione cubana, di cui Fidel Castro fu ispiratore, teorico e leader politico e militare, rimane oggi, grazie ai suoi successi e nonostante i suoi difetti, un importante punto di riferimento per milioni di diseredati nel mondo. Qua e là, in America Latina e in altre parti del mondo, donne e uomini protestano, combattono e talvolta muoiono nel tentativo di instaurare sistemi ispirati al modello cubano.

La caduta del Muro di Berlino nel 1989, il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991 e il fallimento storico del socialismo di Stato e dei sistemi economici centralizzati nell'Europa orientale non hanno alterato il sogno di Fidel Castro di costruire un nuovo tipo di società a Cuba: decolonizzata, più giusta, più sana, più egualitaria, più femminista, più ecologica, più istruita, libera da qualsiasi tipo di discriminazione e con una cultura pienamente globalizzata.
Fino al giorno prima della sua morte, il 25 novembre 2016, all'età di 90 anni, è rimasto mobilitato in difesa dell'ambiente, contro il cambiamento climatico e la globalizzazione neoliberista. È rimasto in trincea, in prima linea, guidando la battaglia per le idee in cui credeva e a cui niente e nessuno avrebbe mai potuto fargli rinunciare.

Ignacio Ramonet, Cubadebate, 26 novembre 2025

 

Articolo originale: Mi amigo Fidel

https://www.telesurtv.net/opinion/mi-amigo-fidel/

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG

 

 

 



 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / ALL’ERTA CONTRO L A GUERRA AL VENEZUELA

La Rete in Difesa dell’Umanità si schiera in difesa del Venezuela

L’escalation militare può diventare un confronto bellico contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela che porterebbe con sé un massacro e la destabilizzazione geopolitica nel continente americano e nel mondo

 

Richiamo urgente della Rete in Difesa dell’Umanità

Di fronte all’imminente e pericolosa messa in atto dell’Operazione Lancia del Sud da parte del  Governo degli Stati Uniti che si sviluppa nel mar dei Caraibi, molto vicino alle coste del Venezuela, la Rete degli Intellettuali e degli Artisti in Difesa dell’Umanità:

• Condanna e mette in allerta la comunià internazionale sulla nuova escalation da parte del Governo degli Stati Uniti con l’invio della portaerei Gerald R. Ford che si unisce alle forze belliche già presenti, annunciando la messa in atto del Piano “Operazione Lancia del Sud” con il pretesto senza appiglio della lotta contro il narcotraffico;

• Denuncia che questa escalation militare può trasformarsi in un confronto militare contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela che porterebbe a un massacro e alla destabilizzazione  geopolitica del continente americano e del mondo;

• Denuncia con chiarezza i veri interessi della guerra cognitiva da parte dell’impero statunitense che intende destabilizzare il governo legittimo del presidente Nicolás Maduro, generare uno scenario che giustifichi l’uso della forza militare per imporre un cambio di governo nel paese bolivariano, alterare la correlazione delle forze nella regione e impadronirsi senza batter ciglio delle sue immense risorse naturali;

• Invoca tutte le forze politiche a evitare che si scateni un massacro nella nazione sudamericana come è stato fatto a Gaza, o che si scateni una guerra come nel caso della Siria;

• Esige il ritiro immediato del dispiegamento militare;

• Invochiamo i governi e gli organismi multilaterali di fermare questa follia bellica che può portare il mondo sul baratro di una guerra mondiale;

• Appoggia il popolo venezuelano nel suo legittimo dritto di prepararsi a resistere a un’aggressione militare e continua a lavorare alla costruzione di una Patria Grande:

• Difende il rispetto del diritto internazionale, l’autodeterminazione dei popoli e la preservazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace.

Redazione Granma e GM per Granma Internacional, 14 novembre 2025


 


 

 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ELEZIONI IN HONDURAS

Honduras, golpe elettorale e debolezze del progressismo

 

Ciò che è successo nelle elezioni in Honduras supera ogni previsione in quanto ad ingerenza destabilizzatrice da parte del governo degli Stati Uniti.

Era già stato verificato nelle recenti elezioni in Argentina quanto il presidente Donald Trump non soltanto sappia generare sudditi ossequiosi, ma faccia anche il possibile per svilire la politica, distruggendo qualunque tipo di normalità istituzionale. Nella nazione del Rio de la Plata la sua minaccia liquidazionista se non si votava Milei sortì effetto, e le conseguenze di quel voto di paura le pagheranno gli argentini per lo meno per altri due anni, se non capiterà qualcosa d’imprevedibile che cambi la sorte.

Ma chi opera in tal modo (già si designa come "stile Trump") puntando "il dito" per appoggiare un candidato, demonizzando il resto, saltando tutti i limiti che la stessa democrazia borghese impone, è tentato ad aumentare la posta in gioco, ed è ciò che ha fatto adesso con la nazione honduregna. 

E’ andata così: l'erede dello Zio Sam da un lato ha decretato che per vincere “i comunisti del partito LIBRE" tutti gli occhi dovessero posarsi sul "suo" candidato del Partito Nazionale, l’estremista di destra Nasry Tito Asfura, (alias "Paparino, agli ordini!”), dall’altro che "un uomo di bene" come l'ex narco-presidente Juan Orlando Hernández, mondialmente conosciuto come JOH, dovesse ricevere l’indulto. Poche ore dopo, ’sto delinquente catalogato come uno dei grandi capi della droga, che per anni aveva operato con l'impunità che la carica gli garantiva, ha potuto tornare in libertà, risarcito dall'impero per essere passato rapidamente nelle prigioni statunitensi. Era condannato a 45 anni e ne ha scontato solo uno, un vero record di spudoratezza patrocinato da Washington, il cui presidente persiste nell’affondare barche di pescatori nel Mar dei Caraibi, per dimostrare la sua aggressività bellica di fronte alla dignità della Rivoluzione guidata da Nicolás Maduro. 

È ovvio che l’inaspettato l'indulto concesso a JOH è una decisione presa in accordo con coloro che muovono le fila del Partito Nazionale del candidato Asfura, e sicuramente anche con la conoscenza - almeno questo, benché lo smentiscano - dei liberali di Salvador Nasrala. Un simile operato non ha altro nome che "colpo di Stato elettorale", scaltramente portato a termine dal mandatario gringo, contando sul via libera vergognosamente dato dai "democratici" del bipartitismo honduregno.

Il risultato è noto: la candidata di LIBRE, Rixi Moncada, risulta terza in elezioni che puzzano di frode sotto tutti i punti di vista, nell’ambito di una manovra destituente volta, come esplicitato da Trump stesso evocando i tempi della "guerra fredda”, a "sconfiggere il comunismo". 

Il tema fondamentale di questo nuovo episodio golpista, è che il medesimo imperialismo che ha distrutto nazioni con le sue guerre o i suoi piani di saccheggio e fame, oggi si è costituito arbitro prepotente che minaccia i popoli e che decide chi deve dirigere questo o quel Paese. 

Lo stesso energumeno che, dalla Casa Bianca, aggredisce giorno per giorno il Venezuela bolivariano, minaccia il presidente colombiano, tenta di asfissiare Cuba ed attacca il Nicaragua (solo per parlare delle sue nefandezze nella Nostramerica), sta normalizzando un modello operativo che manda allo sfascio qualsiasi possibilità di democratizzare la politica. Inoltre serve ad allontanare dalla politica intere popolazioni. Il pistolero Trump ed i suoi complici in ogni continente fanno e disfano con totale impunità. È in tal senso che le elezioni honduregne passeranno alla storia come un esempio d'azione imperialista per sabotare l'autodeterminazione di un popolo, che aveva un governo che ha beneficiato i più umili, e che al di là di alcuni errori di comunicazione sui risultati ottenuti, ha potuto rimettere in piedi, fino a questo oscuro presente, una nazione che gli USA hanno sempre considerato come la loro portaerei in Centroamerica. 

A proposito di LIBRE e, in prospettiva, della sua evoluzione, Trump non si è trovato da solo nella propria ansietà golpista.  

Come il partito al governo aveva diffusamente informato, si era messa in moto anche la frode del TREP (Trasmissione di Risultati Elettorali Preliminari), "istituzione" che, assediata dall'opposizione, poche ore dopo la chiusura dei comizi aveva annunciato che le due varianti della destra (Liberali e Conservatori), insieme avevano raddoppiato i voti rispetto alla candidata di LIBRE. Ecco la seconda dimostrazione del piano destabilizzatore delle elezioni, non perché non potesse essere possibile una sconfitta di LIBRE, ma perché c’è puzza di differenza assai gonfiata, sebbene questa volta il partito della Resistenza ha concorso da solo, non con Xiomara presidente e Nasrala vice, quando vinse le elezioni. 

Ritornando allo scellerato TREP, sarebbe stato logico politicamente che, se si sapeva in anticipo che da lì sarebbe passato il broglio, non lo si sarebbe dovuto avallare facendovi sedere al tavolo un consigliere di LIBRE, giacché all’annuncio dei risultati, sospettosamente gonfiati dalla coppia bipartisan, non si sarebbe dovuta convalidare la manipolazione. Ma questo succede anche perché al progressismo, in generale, si è già visto pure altrove nel continente, costa mostrare di avere fegato e spina dorsale di fronte a coloro che lo aggrediscono, e viene quasi sempre sopraffatto a causa del proprio inetto tiepidume. In un'occasione del genere, l'esempio del Venezuela e del suo governo rivoluzionario, sta agli antipodi. In nessun modo avrebbero accettato simile attacco all'autodeterminazione di un popolo. È un esempio che serve tenere a mente, poiché sicuramente verranno nuove analoghe manovre. 

Un altro errore di LIBRE è stato la non comparizione in pubblico della sua candidata quella stessa notte di domenica, per denunciare quanto successo. Ci sono situazioni che non si liquidano con un twit né con comunicati, e questo era il caso. Metterci la faccia e convocare il popolo ad attuare la parola d’ordine di "difendere il voto", alle urne o per le strade, slogan ripetuto fino alla nausea nei momenti precedenti le elezioni, sarebbe stato più che necessario. Ma non è successo, e soltanto la notte seguente Rixi Moncada ha spiegato in conferenza stampa che sono in discussione oltre 16.000 verbali, corrispondenti ad oltre 500.000 voti. Chiaramente provata da tutti gli eventi, Rixi non ha smesso di dichiarare che "la lotta continua". Lo stesso ha fatto Mel Zelaya, il massimo referente di LIBRE. E 48 ore dopo l'annuncio preliminare, il consigliere Marlon Ochoa, ha fornito ulteriori dettagli sull’indubbia frode, segnalando che falle nel sistema biometrico e la ritenzione di migliaia di verbali compromettono la trasparenza e l'integrità dei risultati. Di fronte a questo panorama non si odono le voci internazionali che a suo tempo sbraitarono a squarciagola al governo venezuelano di "mostrare i verbali" dell'elezione che consacrò Maduro. Perfino per i verbali esiste la lotta di classe, pare che alcuni contino più di altri. 

Ora bisognerà vedere qual’è davvero il potenziale di mobilitazione delle masse che ha LIBRE per affrontare una situazione tanto difficile imposta dai nemici. In queste occasioni è provato che, al di là dell’opinione delle cupole, bisogna dare spazio d’azione alle basi, quegli uomini e donne che ci misero i corpi ed anche i morti, nelle grandi ed epiche battaglie della Resistenza, di fronte al golpe contro Zelaya ed anche successivamente. Perché furono proprio loro a creare le condizioni affinché Xiomara Castro arrivasse al governo. 

Infine, una riflessione che va oltre ciò che sta succedendo in Honduras: Trump ed il suo stile fascista di attuazione pubblica, è diventato un pericolo per i popoli. Le sue minacce di aggressione militare al Venezuela, il ripetersi di manovre (anche prima si facevano, ma più copertamente) per intervenire nelle attività politiche di ogni nazione, devono essere ripudiate con forza decisa. Se non lo si fa, l'autoritarismo dell'impero continuerà a procedere, in molti casi usando ciò che concerne la via elettorale, contando sull’assenso non solo delle oligarchie locali, ma anche di settori della società che sono poi i primi a patire le gravose conseguenze di un genocidio sociale. 

Carlos Aznárez, Resumen Latinoamericano, 2 dicembre 2025

 

Articolo originale: Honduras. Golpe electoral y debilidades del progresismo

https://www.resumenlatinoamericano.org/2025/12/02/honduras-golpe-electoral-y-debilidades-del-progresismo/

 

Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG

 

 

 


 

RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / ESTERI / ECUADOR

Ecuador, NO alle riforme neoliberali proposte dal presidente Noboa

Casella di testo:  Immagine del pittore ecuadoriano Pavel Eguez

Immagine del pittore ecuadoriano Pavel Eguez

 

Per consolidare il suo progetto neoliberista, Daniel Noboa, pochi mesi dopo essere stato eletto presidente dell'Ecuador, ha indetto un referendum su due punti cruciali: la sostituzione della Costituzione progressista del 2008 e l'autorizzazione a installare basi militari straniere nel Paese, oltre ad altre due questioni volte a ridurre il potere legislativo ed eliminare i finanziamenti pubblici ai partiti politici.
La risposta del popolo ecuadoriano è stata un sonoro NO.
Un NO all'installazione di basi militari straniere: il referendum non specifica il Paese, ma fa riferimento al piano di Noboa di installare due basi militari statunitensi, una a Manta, dove si trovava la base chiusa dal governo di Rafael Correa nel 2009, e un'altra a Salinas, entrambe sulla costa.

Un NO deciso alla sostituzione della Costituzione di Montecristi (2008), una delle costituzioni più progressiste al mondo, che garantisce i diritti della Natura e riconosce l'Ecuador come Stato Plurinazionale.
Un NO all'indebolimento dell'unico organo legislativo, l'Assemblea Nazionale dell'Ecuador. E un altro NO all'eliminazione dei finanziamenti pubblici ai partiti politici.
Il NO è stato il grido di battaglia dei movimenti sociali, in particolare del movimento ambientalista, che hanno lavorato instancabilmente per denunciare i tentativi di smantellare i diritti della Natura garantiti dalla Costituzione del 2008. Come ha spiegato Alberto Acosta, presidente dell'Assemblea Costituente (2007-2008): "Quando proteggiamo la Natura, la riconosciamo come condizione fondamentale della nostra esistenza e, quindi, anche come la vera base dei diritti collettivi e individuali di libertà".

Il "No" è stato il grido di battaglia del Movimento Indigeno in difesa della Madre Terra, in opposizione al piano economico neoliberista e all'autoritarismo del governo. Vale la pena ricordare che a settembre e ottobre la massiccia mobilitazione indigena contro l'aumento dei prezzi del carburante e del costo della vita è stata violentemente repressa. Tre membri della comunità sono morti per mano delle forze repressive e molti altri hanno riportato gravi ferite.
Il "No" è stato anche il grido di battaglia del principale partito politico di opposizione, Revolución Ciudadana.

Dietro la bandiera del "No", artisti e giovani si sono mobilitati, organizzando spettacoli in piazze e strade, cantando canzoni, girando video, disegnando caricature, scattando fotografie, creando murales e dipingendo. Il movimento del "No" vibrava di rinnovata energia ed entusiasmo per la difesa della natura, dell'intero Paese e della sua gente, dalla costa agli altopiani. E al di là del referendum in sé, questa presenza di nuove generazioni che irrompono sulla scena politica e sociale è il miglior auspicio che un futuro migliore sia possibile in tutte le regioni del Paese.
Ci si chiede: come ha potuto Noboa sopravvalutare così tanto il suo potere politico indicendo un referendum che, invece di ampliare il suo margine di manovra, lo ha considerevolmente ridotto? Il partito al governo dovrà riconsiderare la sua strategia.

D'altra parte, il rifiuto popolare espresso alle urne nei confronti delle riforme neoliberiste attuate dal governo Noboa crea le condizioni ideali per l'emergere di un ampio fronte di opposizione in grado di unire gli sforzi nella resistenza, dando priorità a ciò che li unisce – la preservazione della natura e la sovranità nazionale, tra gli altri – e mettendo da parte le differenze.
Così, accompagnato da un sonoro NO, si delinea un futuro migliore: la possibilità di formare, nella fase successiva, un ampio fronte che comprenda i diversi movimenti sociali e politici in grado di formulare un progetto economico che avvantaggi la stragrande maggioranza, preservando al contempo la natura nel quadro di uno stato plurinazionale. E con questo, la pace sociale può essere ripristinata nel turbolento Ecuador. Un paese e un mondo migliori sono possibili.

Silvia Arana, 17 novembre 2025

 

Articolo originale: Ecuador. NO a las reformas neoliberales propuestas por el presidente Noboa

https://www.resumenlatinoamericano.org/2025/11/17/ecuador-no-a-las-reformas-neoliberales-propuestas-por-el-presidente-noboa-2/

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG

 

 

 



 

GRANMA (CUBA) / INTERNI / L’URAGANO E LE “PREGHIERE” DI MIAMI

Odiatori senza redenzione

In questi giorni di dolore e perdita di decine di migliaia di case, animali, raccolti e beni di prima necessità, le “preghiere” da Miami sono per la sollevazione sociale, la rivolta, la disobbedienza. Invocano il terrorismo o l’intervento militare delle truppe yankee, senza pensare a quanti loro parenti, genitori, fratelli o nipoti moriranno sotto le bombe.

 

I ciberterroristi pagati da Marco Rubio – non importa se si chiamano Pentón, Vallejo, Giménez o pagliacci senza un nome – hanno infruttuosamente cercato d’infiammare le reti e le strade con infamie, notizie infondate, denunce e intimidazioni nel pieno della devastazione causata dall’uragano Melissa.

Affogati e isolati, si sono scontrati con centinaia di azioni eroiche, invii solidali da tutte le parti del mondo, dichiarazioni d’elogio e ringraziamenti a persone che, di qualsiasi professione, si sono trasformate in soccorritori instancabili per salvare migliaia di vite dalle acque e dai venti di forza incredibile.

José Martí ci aveva allertati sulla rabbia di quelli che non amano né ringraziano: “Il sole brucia con la stessa luce con cui scalda. Il sole ha delle macchie e gli  ingrati parlano solo delle macchie. I grati parlano della luce”.

Ma in questo caso di disprezzo per la vita, di manipolazione della realtà, di intossicazione con infamie, scherno e opportunismo sovversivo, siamo in presenza d’una cosa peggiore di quanto previsto dal nostro Eroe Nazionale: questi non vogliono solo utilizzare il sole per farci sparire, ogni mattina applaudono o appoggiamo nuove azioni di strangolamento economico, chiedono sospensioni di voli, promuovono altri muri d’ogni tipo, minacciano di sanzioni chi promuove legami culturali, educativi, di salute, accademici, e appoggiano le deportazioni e la persecuzione degli emigranti cubani in territorio statunitense.

In questi giorni di dolore e perdita di decine di migliaia di case, animali, raccolti e beni di prima necessità, le “preghiere” da Miami sono per la sollevazione sociale, la rivolta, la disobbedienza. Invocano il terrorismo o l’intervento militare delle truppe yankee, senza pensare a quanti loro parenti, genitori, fratelli o nipoti moriranno sotto le bombe.

Altri, accaniti da decenni di falliti attacchi anticomunisti e dai loro piani mafiosi, promuovono per questi giorni il falso allarme, la paura, la disobbedienza, le proteste, le campagne di sfiducia per le autorità e l’odio tra gli stessi cubani. Niente e nessuno sfugge alla manipolazione. Né aiuti, né facilitazioni, né organizzazioni umanitarie o religiose, nè paesi nè governi.

Tutto si discute e si travisa senza scrupoli, quello che importa è corrodere l’immagine di Cuba, minimizzare gli ingenti sforzi, gli aiuti immediati, l’attenzione, la preoccupazione sincera per i danneggiati. Magnificare la disgrazia e dipingerla senza via d’uscita è il piano per danneggiare l’unità e lo sforzo comune. Ma senza salvezza, isolata, depressa, senza speranza di riscatto nel turbine della verità, senza gli abbracci solidali globali, senza le ondate altruiste da dentro e da fuori Cuba, la minoranza servile e annessionista agli ordini di Washington riceve in queste ore quei versi eterni e sempre opportuni di Martí:

/L’amore, madre, per la Patria / non è l’amore ridicolo per la terra, / né per l’erba schiacciata dai nostri passi; / È l’ odio invincibile per chi la opprime / È il rancore eterno a chi la attacca; / E tale amore risveglia nel nostro petto / il mondo di ricordi che ci chiama / di nuovo alla vita, quando il sangue, / la ferita, sgorga con angoscia dall’anima; / È l’immagine dell’amore che ci consola / e delle memorie placide che custodisce!

Francisco Arias Fernández e GM per Granma Internacional, 7 novembre 2025



 

GRANMA (CUBA) / ESTERI / LA PIAGA DEGLI STATI UNITI

Dall’oppio al fentanil: una crisi che definisce gli Stati Uniti


L’attuale consumo di droghe negli USA  ha generato un’emergenza di salute pubblica

 

Il consumo delle droghe negli Stati Uniti ha provocato molti danni da quando nel XIX secolo l’oppio e la morfina si diffusero nel paese con l’arrivo degli emigranti cinesi e l’apertura delle fumerie a San Francisco.

Poi l’uso della morfina si diffuse come analgesico durante la Guerra di Secessione. Dal 1900 al 1940 la cannabis e la cocaina regnarono in tutta la nazione come droghe «ricreative». Per fare solo un esempio, nel 1925 si calcola ci fossero circa 200 mila persone ad aver sviluppato dipendenza da queste sostanze, ma nei decenni tra il 1960 e il 1970 il consumo di stupefacenti aumentò. Alle anfetamine (benzedrina), popolari dal 1930, si aggiunse l’LSD, scoperta nel 1943 per uso psichiatrico e ricreativo.

L’LSD fu utilizzata in esperimenti di controllo mentale dalla CIA, in Progetti come MK-Ultra o somministrato in forma intenzionale nei concerti rock, nelle università e nei centri di studio. Dal 1980 al 2000 diventarono di moda la cocaina e il crack, con grandi mercati con violenza diffusa in città come Miami.

Tra  il 1985 e il 1986 un grande scandalo fece rabbrividire gli Stati Uniti. Il Governo di Ronald Reagan fu coinvolto in due operazioni illegali: traffico di droghe e di armi. In pratica si vendevano droghe per comprare armi dall’Iran, armi che poi erano distribuite alla Contra del Nicaragua. La maggior parte di quelle droghe si vendeva negli stessi Stati Uniti e i grandi cartelli non solo crebbero, ma crearono anche strutture di potere.

Il marketing aggressivo del OxyContin gestito da Purdue Pharma, scatenò una grande crisi di oppioidi nel 1990 che generò milioni di tossicodipendenti e aprì il camino a nuove varianti più pericolose e insidiose per l’assuefazione.

Oggi il consumo delle droghe negli Stati Uniti è dominato dal fentanil, una sostanza estremamente potente che ha sviluppato un’emergenza di salute pubblica. Si tratta di un oppioide sintetico tra 50 e cento volte più potente della morfina. Una dose di due milligrammi può essere letale.

Si vende come polvere o in pastiglie che imitano medicinali da ricetta (Oxicodona, Xanax, Adderall). Gli adolescenti e i giovani adulti sono i più vulnerabili, per l’accessibilità alle pastiglie false nelle reti sociali.

Aggrava ulteriormente la situazione un farmaco chiamato xilacina o tranq, un sedativo veterinario non autorizzato per umani, si utilizza sempre di più nel mercato delle sostanze illegali. Il suo uso casusa gravi lesioni e ulcere alla pelle che possono portare ad amputazioni e alla morte.

Senza dubbi, il consumo di droghe costituisce un enorme dramma nel mondo, soprattutto nel paese che si erge come persecutore di trafficanti, disposto a scatenare guerre, ignorando leggi umane e morali. È  un fenomeno che distrugge il tessuto sociale del paese del nord senza che Washington ritenga di assumere la responsabilità che gli competerebbe per proteggere il futuro dei suoi più giovani cittadini.

Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 7 novembre 2025

 

 


 

 

TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / IL COSTO DELLE GUERRE

Rendere trasparenti i costi delle guerre, semiotica di un'industria macabra

 

guerra blog fernando buen abad

Il capitalismo militarista lavora sulle percezioni: deve convincerci che la distruzione è uno spettacolo affascinante, un rituale di sovranità tecnologica, e non l'annientamento di interi popoli. La semiotica è “la scienza generale dei segni” e comprende le tre branche pragmatica, semantica e sintattica.

 

Sembra essere un'incapacità del destino rendere trasparente il vero costo delle guerre, e questo costituisce una delle operazioni semiotiche più feroci, efficaci, persistenti e criminali del capitalismo contemporaneo. Tutto inizia con un principio guida dell'ideologia della guerra: se le persone sapessero, con precisione e senza anestesie simboliche, quanto costano le guerre – in denaro, in vite umane, in risorse naturali, in infrastrutture, in tempo umano perso, in salute fisica e mentale, in distruzione culturale, in arretramenti scientifici, in devastazione ecologica – nessun governo potrebbe sostenere, senza rottura interna, il meccanismo che perpetua questo macabro business. La guerra è un'oscena merce di lusso nei mercati della morte; la sua redditività richiede opacità. E l'opacità richiede un complesso apparato semiotico incaricato di falsificare i segni della spesa, dissolvere la responsabilità e normalizzare lo spargimento di sangue come se fosse un evento contabile e non un crimine pianificato.

Le guerre sono un affare mostruoso. E come ogni affare su larga scala, ha bisogno di una grammatica. Questa grammatica non si limita a giustificare la violenza, ma costruisce le condizioni di intelligibilità affinché i genocidi appaiano come un prezzo inevitabile della "civiltà". Ogni missile ha due costi: quello economico, misurabile, e quello semiotico, indicibile. Ciò che vediamo nei conti pubblici è solo l'impronta digitale di un'economia di morte accuratamente mascherata. Ciò che non vediamo – ciò che ci viene sistematicamente impedito di vedere – è la catena di segnali commerciali, legali, mediatici ed emotivi che trasformano l'omicidio in un prodotto di consumo politico. La guerra funziona perché funziona la sua narrazione. E la sua narrazione funziona perché è riuscita a instillare l'idea che ci siano costi accettabili se l'obiettivo è proteggere la sicurezza, la democrazia, la libertà o qualsiasi astrazione utile al capitalismo. È una sanguinaria mascherata celebrata in pubblico e in privato.

Rendere trasparente il costo delle guerre significa smantellare questa architettura di significato, richiede di dimostrare che ogni cifra è una parziale menzogna, che ogni rendiconto di bilancio è un'opera di propaganda e che ogni disposizione fiscale nasconde un gigantesco trasferimento di risorse dai cittadini ai produttori di armi, alle compagnie private di servizi militari, alle banche che finanziano il debito di guerra e ai governi che lo legittimano. Trasparenza significa rompere l'incantesimo della "necessità storica" ​​con cui la borghesia copre i suoi massacri. Significa svelare l'equivalenza materiale tra ogni missile lanciato e ogni ospedale non costruito, ogni drone acquistato e ogni scuola chiusa, ogni carro armato schierato e ogni stipendio non pagato, ogni campagna mediatica di odio e ogni bambino costretto a crescere tra le rovine.

Ma la semiotica di questa macabra industria va oltre. Non solo nasconde, ma produce. Produce significati specifici pensati per trasformare la guerra in un oggetto desiderabile per l'immaginario collettivo. L'estetizzazione della tecnologia militare – con la sua lucentezza metallica, le sue forme aerodinamiche, la sua "precisione chirurgica" – è un atto di seduzione simbolica. L'industria bellica sa che la forma è parte del crimine. Un missile dall'aspetto "intelligente" genera più accettazione di un marchingegno rozzo e grottesco, sebbene entrambi dilanino i corpi in egual misura. La forma attenua l'orrore; lo rende compatibile con il consumo audiovisivo; lo adatta allo schermo, che è oggi il principale laboratorio di anestesia politica. Il capitalismo militarista, quindi, opera come un progettista di percezioni che deve convincerci che la distruzione è uno spettacolo affascinante, un rituale di sovranità tecnologica, e non l'annientamento di intere popolazioni.

Rendere trasparente il costo della guerra significa rivelare che l'informazione non è un dato, ma un campo di battaglia. Ogni numero è un territorio. Ogni silenzio è un'arma. Ogni eufemismo è un soldato semiotico che nasconde un cadavere reale. "Danni collaterali", "operazione preventiva", "attacchi mirati", "obiettivi strategici": queste espressioni sono ingegneria linguistica progettata per desensibilizzare le masse. Sono prodotti sintattici elaborati con il rigore calcolato di chi sa che le parole sono la prima linea. Il capitalismo di guerra non può permettere alla popolazione di parlare dei morti con precisione. Ha bisogno di un linguaggio che neutralizzi le emozioni, che trasformi il dolore in statistiche, che dissolva la compassione in grafici. Questa è la vera battaglia culturale della guerra: sostituire l'esperienza umana con una grammatica spersonalizzata, edulcorata, presumibilmente razionale.

I costi umani più irreparabili sono anche i più invisibili. Nessun bilancio nazionale stanzia il prezzo simbolico di trasformare intere città in traumi collettivi. Non esiste una voce di bilancio per la ricostruzione psicologica delle generazioni. Non esiste una categoria contabile che registri il valore economico della recisione dei legami comunitari, della distruzione degli archivi storici e della cancellazione di culture materiali e tradizioni immateriali. Il costo della perdita di canti, rituali, memorie familiari, lingue locali e saperi artigianali non viene registrato. La guerra è un processo di desemiotizzazione, cancella i segni che permettono a un popolo di narrarsi, strappando i fili simbolici che sostengono la continuità storica. Renderne trasparente il costo richiede di misurare – anche se solo in termini etici e politici, non contabili – questa devastazione simbolica che nessuno Stato riconosce, sebbene determini il destino dei popoli da secoli.
La sua "economia" bellica produce anche una semiotica dell'inevitabilità. I ​​suoi media promuovono l'idea che la guerra sia un fenomeno naturale, come un terremoto o una tempesta. Normalizzano l'idea che "ci sono sempre state guerre" e "ci saranno sempre" (quelle che le avvantaggiano), instillando nella coscienza sociale l'impossibilità di considerare alternative. Ma la guerra non è un fenomeno naturale; è il risultato di decisioni politiche, aziendali e geostrategiche prese da minoranze che cercano di espandere i propri margini di profitto. Rendere trasparente il costo della guerra significa denunciare il fatto che queste decisioni vengono prese negli uffici, non secondo leggi naturali; che coloro che premono i pulsanti non sono forze metafisiche, ma persone reali con nomi, cognomi e conti in banca. Significa anche ricordare che la guerra è evitabile e che la sua persistenza è guidata da una logica di accumulazione che trasforma la sofferenza in capitale.

Se la guerra è un'industria, il suo principale asset simbolico è la menzogna. Una menzogna strategica, ripetuta con disciplina militare, che esige il funzionamento coordinato di tutti gli apparati dello Stato borghese: i suoi media, i suoi intellettuali organici, i suoi esperti, le sue istituzioni finanziarie, i suoi laboratori di "opinione pubblica". Rendere trasparenti i costi significa rivelare che la spesa militare non è destinata esclusivamente alle armi; una parte significativa è investita nella propaganda. L'industria bellica ha bisogno di costruire consenso, e questo consenso non si ottiene solo con i discorsi, si ottiene attraverso la produzione industriale della paura. La paura mobilita risorse, giustifica spese esorbitanti, disciplina la popolazione e genera obbedienza. In questo modo, la paura diventa una materia prima centrale dell'economia di guerra, una merce prodotta e distribuita con precisione comunicativa.

La trasparenza – reale, non simulata – è incompatibile con la loro logica di guerra. Perché vedere il vero costo significa vedere la struttura che la sostiene. Vedere la struttura significa vederne i beneficiari. E vedere i beneficiari significa affrontare la domanda cruciale: perché le società moderne permettono a una manciata di aziende di determinare la vita e la morte di milioni di persone? La risposta è semiotica, perché è stato imposto un sistema di segni che fa sembrare ragionevole l'irrazionale, inevitabile l'evitabile, giusto l'ingiusto e tecnico il criminale. Smantellare questa rete di segni è un compito centrale per i popoli. E può essere fatto solo attraverso una critica radicale che non si limiti a "informare", ma che smantelli il cuore simbolico del militarismo. Rendere trasparente il costo delle guerre significa restituire alle persone la possibilità di immaginare il proprio futuro senza l'ombra della devastazione programmata. Significa costruire una semiotica emancipatrice capace di disattivare i codici della morte e sostituirli con quelli della vita. Significa comprendere che ogni lotta contro la guerra è una lotta contro il suo linguaggio, la sua estetica, la sua logica di mercato, il suo meccanismo di invisibilità. In definitiva, significa ripristinare la sovranità simbolica dell'umanità di fronte all'industria più distruttiva che la storia abbia mai prodotto, l'industria che trasforma la sofferenza in business, la menzogna in politica e la morte in una merce.

Non esiste un elenco pubblico con i rapporti più recenti, sebbene il SIPRI fornisca dati fino al 2023. Tuttavia, sulla base di questi dati recenti e di alcune proiezioni, possiamo fornire un aggiornamento abbastanza accurato e critico su chi sono le principali aziende produttrici di armi nel 2025, quanto sono potenti e quali sono alcune tendenze chiave.
Aziende principali e dati aggiornati (fino al 2025, in base ai dati del SIPRI e ad altre fonti):

• Lockheed Martin (USA), leader indiscusso per fatturato derivante dal settore delle armi; secondo il SIPRI, nel 2023 ha registrato un fatturato di 60,81 miliardi di dollari. Rimane uno dei pilastri dell'industria militare statunitense e mondiale.

• RTX (ex Raytheon Technologies, USA), nel 2023 circa 40,66 miliardi di dollari di fatturato derivante dal settore delle armi. In qualità di importante fornitore di missili, sistemi radar e difesa aerea, mantiene una posizione strategica molto forte nel 2025.

• Northrop Grumman (USA), ricavi dal settore degli armamenti nel 2023: circa 35,57 miliardi di dollari. Grazie alla sua esperienza in velivoli strategici, sistemi di difesa e tecnologia spaziale, continua a essere un attore chiave.

• Boeing (USA), parte della sua attività è dedicata alla difesa; nel 2023, ha registrato circa 31,1 miliardi di dollari di ricavi dal settore degli armamenti, secondo il SIPRI. La divisione militare di Boeing rimane potente soprattutto nei settori dell'aviazione, dei missili e dei sistemi di supporto.

• General Dynamics (USA), secondo il SIPRI circa 30,2 miliardi di dollari di vendite di armamenti nel 2023. Produce carri armati, veicoli blindati, sottomarini, sistemi di terra e molto altro.

• BAE Systems (Regno Unito), secondo il SIPRI i suoi ricavi dal settore degli armamenti nel 2023 sono stati di 29,81 miliardi di dollari. Nel 2024, BAE Systems ha registrato un forte aumento delle vendite grazie all'aumento dei budget per la difesa; secondo il Wall Street Journal, le sue vendite sono cresciute del 14% nello stesso anno. Il suo portafoglio ordini è molto ampio, il che indica una domanda sostenuta e un crescente potere economico nel 2025.

• Rostec (Russia) è un'azienda statale russa. I suoi ricavi dal settore degli armamenti nel 2023 sono stati di circa 21,73 miliardi di dollari secondo il SIPRI. La sua crescita è stata significativa di recente: secondo il SIPRI, i produttori russi nella Top 100 hanno registrato un netto aumento. Rostec rappresenta una parte significativa dell'industria bellica russa con un forte controllo statale, il che la rende un attore chiave per comprendere l'industria bellica russa.

• AVIC (Cina), azienda cinese con un fatturato dal settore degli armamenti di circa 20,85 miliardi di dollari nel 2023 secondo il SIPRI. Fa parte del boom militare cinese. Entro il 2025 la pressione per la modernizzazione militare e la concorrenza globale conferiranno ad aziende come AVIC un'influenza ancora maggiore.
Altre tendenze e dati emergenti per il 2025: il fatturato totale combinato delle prime 100 aziende del settore delle armi ha raggiunto i 632 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento reale del 4,2% rispetto al 2022. L'aggiornamento del SIPRI rileva che 73 delle 100 aziende hanno aumentato il fatturato derivante dalle armi, 39 delle quali con una crescita a due cifre.

Le aziende statunitensi mantengono una posizione dominante schiacciante: 41 delle prime 100 sono americane, con un fatturato totale di 317 miliardi di dollari. Anche le aziende cinesi stanno acquisendo sempre maggiore importanza, le loro nove aziende nelle prime 100 hanno generato complessivamente circa 103 miliardi di dollari di fatturato derivante dalle armi. In Medio Oriente, il fatturato è cresciuto in modo significativo, con sei aziende nella regione che hanno aumentato il fatturato derivante dalle armi a 19,6 miliardi di dollari nel 2023. Israele, in particolare, ha registrato un record, con le sue aziende nelle prime 100 che hanno generato 13,6 miliardi di dollari nel 2023, trainate dal conflitto a Gaza. Anche la Turchia ha registrato una crescita, con tre appaltatori turchi (Aselsan, Baykar e TUSAŞ) che hanno aumentato le loro vendite del 24%, raggiungendo un totale di circa 6 miliardi di dollari nel 2023. Secondo Defense News (2025), si registra anche una forte tendenza tecnologica, con aziende di droni, intelligenza artificiale e robotica che sfidano lo status quo tradizionale dei produttori di armi.

Queste cifre, approssimative, confermano che l'industria degli armamenti rimane uno dei centri di accumulazione più redditizi del capitalismo globale e che la sua logica non è meramente tecnica, ma profondamente politica e simbolica. Il fatto che 73 aziende su 100 abbiano registrato una crescita dei ricavi derivanti dal settore degli armamenti nel 2023 suggerisce che non si tratti di un'“anomalia bellica”, ma di una strutturazione permanente: la guerra (o almeno la preparazione ad essa) è diventata un motore strutturale del business. La concentrazione in aziende statunitensi (41 su 100) dimostra che il complesso militare-industriale americano rimane la spina dorsale di questa macabra economia. Allo stesso tempo, la crescente importanza della Cina e dei paesi mediorientali indica una riconfigurazione geopolitica nell'industria degli armamenti. Le aziende tecnologiche (intelligenza artificiale, droni, robotica) non solo aggiungono valore economico, ma anche simbolico, alimentando la narrativa della “guerra futuristica”, della tecnologia che salva ma è anche letale, rafforzando il mito secondo cui il progresso tecnologico giustifica la distruzione.

Questa ontologia bellicosa del capitalismo ha già superato il punto di non ritorno. La sua industria globale della morte cresce sistematicamente anche in assenza di guerre dirette tra le grandi potenze. Le tensioni sono sufficienti a garantire la redditività. La guerra ha cessato di essere un'"eccezione" ed è diventata un regime semiotico-economico permanente. Il conflitto è ormai un modello di business stabile e prevedibile; le aziende pianificano la propria crescita sulla base di scenari di morte. Il back office della barbarie è nelle mani di circa 40 multinazionali. Con sole 15 aziende, abbiamo già superato i 350 miliardi di dollari, più della metà del totale mondiale. L'aumento nel 2024-2025 non proviene solo dall'Ucraina. Gaza, il Mar Rosso, l'Indo-Pacifico, il Mediterraneo orientale, le tensioni tra India e Pakistan, il riarmo europeo, la Corea del Sud, il Giappone, l'Australia e la corsa globale agli armamenti navali giocano tutti un ruolo. La semiotica militarista instilla l'idea di "necessità", "difesa" e "sicurezza", quando in realtà è all'opera un'economia programmata del caos. I numeri sono uno specchio morale: ogni punto percentuale di aumento equivale a ospedali non costruiti, infrastrutture civili distrutte, scuole senza risorse, pianeti devastati dalla distrazione bellica.

Pertanto, la trasparenza richiesta dalla giustizia storica si scontra qui con l'economia reale. L'industria mondiale degli armamenti non è più un settore marginale o un mero fornitore degli Stati, ma piuttosto una macchina di accumulazione che detta i ritmi della politica, della produzione simbolica e della vita sociale. I dati pubblici più attendibili ci dicono che le cento maggiori aziende mondiali di armamenti e servizi militari hanno registrato 632 miliardi di dollari di ricavi dalle armi nel 2023, una cifra che, anche se riferita a quell'anno, serve da soglia per comprendere perché, nel 2025, l'industria continui a espandersi e a consolidare la sua egemonia. (SIPRI, Top-100 2023).
Non dimentichiamolo. Dietro le cifre complessive si cela un quadro di forte concentrazione, con Lockheed Martin in testa con 60,81 miliardi di dollari di entrate dalle armi (2023), seguita da RTX (circa 40,66 miliardi di dollari), Northrop Grumman (circa 35,57 miliardi di dollari), Boeing (circa 31,1 miliardi di dollari) e General Dynamics (circa 30,2 miliardi di dollari). Queste cifre non sono meramente simboliche: rappresentano la densità produttiva e la dipendenza strategica degli Stati da aziende il cui portafoglio ordini è cresciuto più rapidamente dei loro ricavi, a indicare contratti consolidati e capacità industriali orientate alla continuazione della guerra. (SIPRI Top-100, scheda informativa e database).

Tradurre queste dimensioni nel loro costo sociale non è una metafora. Ogni punto percentuale di aumento delle entrate derivanti dagli armamenti equivale, in termini di bilancio, a migliaia di scuole non costruite, ospedali non aperti o programmi idrici e igienico-sanitari rinviati. La semiotica del business della morte è qui messa a nudo. L'industria non vende solo sistemi d'arma; vende narrazioni – sicurezza, deterrenza, modernità tecnologica – che esistono per giustificare il massiccio trasferimento di risorse pubbliche a conti privati. Gli Stati che "ricostruiscono" i loro arsenali vendono questi acquisti come investimenti in sicurezza; le aziende li confezionano come innovazione; i media trasformano l'acquisto in notizie specializzate, tecniche e legittimanti. La conseguenza: la morte viene normalizzata come spesa pubblica efficiente. Smantellare questo sistema significa mostrare con i numeri chi vince, quanto e in quali tempi; significa che la parola "trasparenza" cessa di essere un gesto retorico e diventa uno strumento di denuncia e ricostruzione democratica. (Analisi basata su SIPRI ed evoluzione delle vendite 2023-2025).

Alla fine, la lettura politica è implacabile: l'accelerazione prevista per il 2022-2025 (e le previsioni realistiche che la collocano a una catastrofe finanziaria di 660-710 miliardi di dollari per l'intera Top 100 se le attuali tendenze conflittuali si consolidano) conferma che la guerra è ormai sia struttura che business. Non basta elencare aziende e cifre; è essenziale collegare questi dati agli effetti materiali (deviazione degli investimenti sociali, dipendenza tecnologica, creazione di catene del valore militari) e a quelli simbolici (normalizzazione della paura, estetizzazione tecnologica della violenza). Per rendere davvero trasparente il costo delle guerre, ogni voce di bilancio deve trasformarsi in una domanda pubblica: cosa viene sacrificato quando si acquista un sistema? Chi trae vantaggio politicamente dalla mancanza di accesso della popolazione a queste informazioni in termini comparabili e comprensibili? Cifre grezze e verificate sono la leva per garantire che la semiotica dell'industria cessi di essere la patina che ne nasconde la natura distrattiva e criminale.

Tradurre la crescita degli armamenti in costi sociali è un esercizio necessario di aritmetica politica; ogni punto percentuale aggiuntivo nella spesa per gli armamenti equivale a centinaia di migliaia (o milioni) di persone private dei servizi di base. La semiotica fa la sua parte: l'acquisto viene presentato come un investimento in sicurezza; l'azienda lo pubblicizza come innovazione; i media lo trasformano in una discussione tecnica; la politica lo trasforma in un dovere patriottico. L'effetto simultaneo è semplice e devastante: la sofferenza umana viene esclusa dal bilancio visibile – non ha alcuna registrazione contabile – mentre l'industria registra profitti, un'espansione selettiva dell'occupazione e un'estetica professionale che oscura la biografia concreta di ogni vittima. La principale conclusione politica è inconfutabile: la guerra oggi è una fabbrica di macabri valori. Non si limita alla produzione di armi; produce discorsi, cicli di investimento, lavori specializzati e dipendenza tecnologica dello Stato. Pertanto, la trasparenza non è un atto tecnico; è un atto di sovranità. Svelare chi ne trae profitto, quanto e in quali tempi ci obbliga a smantellare la retorica che normalizza la violenza e consente alla corruzione simbolica (paura, patriottismo tecnocratico, eufemismi) di lubrificare il business. È un obbligo etico trasformare queste cifre in domande pubbliche: quali prestazioni sociali vengono sacrificate per ogni punto percentuale di crescita del mercato delle armi? Chi sono i beneficiari diretti e indiretti? Quali catene di produzione civile vengono sacrificate per sostenere l'economia del disastro?

Rendere trasparenti i costi delle guerre, nel senso più radicale del termine, non consiste nel conteggiare le spese militari o nel “verificare” bilanci segreti; consiste nel perforare l’opacità semiotica che avvolge l’industria bellica e smascherarla per ciò che è veramente: una macchina di valorizzazione che metabolizza la sofferenza umana, la distruzione delle forze produttive e l’espropriazione planetaria sotto la grammatica tecnocratica della “sicurezza”. Nulla nell’industria militare esiste senza un’aura di legittimazioni simboliche che la avvolgono: le lobby, i discorsi governativi, l’estetica asettica dei laboratori, il neolinguaggio delle agenzie di difesa, l’eroizzazione mediatica della violenza selettiva, gli eufemismi che trasformano la devastazione in una “missione”.

Trasparenza, quindi, significa smascherare, in un unico gesto epistemologico e politico, la trilogia della guerra contemporanea: la sua economia, la sua ideologia e la sua semiotica. E farlo con la forza che la lotta di classe esige nella sua dimensione comunicativa mostrando come l'industria bellica abbia catturato non solo le risorse degli Stati, ma anche il loro immaginario.

Il suo capitalismo ha trovato nella guerra non un incidente, ma una delle sue forme più sofisticate di riproduzione. L'aumento sostenuto degli investimenti militari globali, la brutale concentrazione aziendale nel settore degli armamenti, l'interdipendenza tra bilanci statali, cicli industriali e la maturazione tecnica di una semiotica della paura hanno prodotto una struttura che non si limita più a "rispondere" ai conflitti geopolitici: li anticipa, li gestisce e li prolunga. La guerra, oggi, è allo stesso tempo uno strumento di politica estera, uno stimolo industriale, un laboratorio tecnologico, un regime di comunicazione e un simbolo operativo nella cultura di massa. Alla domanda sul costo – reale, globale, storico – è impossibile rispondere utilizzando la contabilità convenzionale perché il costo non è solo monetario, ma semiotico. Ogni drone armato, ogni missile perfezionato, ogni sistema di difesa schierato, implica anche una produzione di significato, una narrazione che normalizza l'escalation, un apparato discorsivo che rende invisibili le vittime, una pedagogia della paura che razionalizza l'irrazionalità della distruzione organizzata. Il capitalismo di guerra dipende da questa produzione simbolica tanto quanto dalla produzione materiale di armi. Senza questa semiotica del consenso, l'industria crollerebbe politicamente.

Qui risiede la dimensione davvero macabra del business: l'industria delle armi è l'unico settore economico al mondo il cui prodotto finale è pienamente efficace solo quando distrugge. A differenza di qualsiasi altro oggetto industriale, un'arma non viene "consumata" se non nella misura in cui annienta, ferisce o intimidisce. Il suo ciclo di valore non si conclude in fabbrica, ma sul campo di battaglia, dove la merce si realizza attraverso la morte. Eppure, questo si cela sotto un regime di segni che trasforma la barbarie in tecnicismi. Parliamo di "capacità di deterrenza", "modernizzazione strategica", "interoperabilità", "vettori" e "risposte proporzionali". Evitiamo di nominare il fatto essenziale: abbiamo a che fare con un'industria che prospera sulla distruzione fisica e sociale di intere popolazioni.

Ecco perché il livello di opacità associato all'industria bellica non è un effetto collaterale, ma un requisito. Nessuna attività che dipende dalla vita umana può sopravvivere senza una barriera simbolica che impedisca la piena visibilità di ciò che produce. La pubblicità dell'industria militare è minimalista, tecnica e impersonale. Le sue fiere espongono prototipi come se fossero artefatti di scienza applicata, non strumenti di morte. I governi giustificano le spese senza specificare chi produce ogni modulo, a quale prezzo, con quali sforamenti di costo, con quale corruzione è coinvolto o a quali favori geopolitici sono collegati. E i media riproducono la terminologia aziendale come se fosse un linguaggio scientifico neutrale.

Tuttavia, sollevando semplicemente il velo di segretezza si svela l'intera portata del business. L'industria mondiale degli armamenti, che comprende le cento maggiori aziende, supera i cinquecento miliardi di dollari all'anno e si espande anche durante le recessioni in altri settori. I suoi profitti non dipendono dal benessere sociale, ma dal declino globale. Per queste aziende, le guerre non sono tragedie umanitarie, ma cicli di domanda. I conflitti prolungati non sono fallimenti diplomatici, ma ambienti di mercato favorevoli. L'instabilità, per loro, non è una minaccia, ma un'opportunità.

Questa inversione di significato – ciò che è una tragedia per le persone diventa un successo per le aziende – è il cuore semiotico dell'industria bellica. Questa inversione è sostenuta da un colossale sforzo di comunicazione: reportage, think tank, strategie di comunicazione governative, collaborazione tra agenzie di sicurezza e conglomerati mediatici e campagne di legittimazione culturale. Non esiste un singolo missile moderno che non porti con sé una carica semiotica: un'immagine, una descrizione tecnica, un video promozionale, un discorso parlamentare, una narrazione che lo presenta come "necessario", "inevitabile", "responsabile". Ogni arma deve essere narrata prima di essere acquistata e deve essere legittimata prima di essere utilizzata. La guerra è, prima di tutto, una conquista del linguaggio.

In questo regime semiotico, i personaggi – nudi, brutali, senza trucco – esercitano un immenso potere politico. Quando si scopre che una singola azienda può generare decine di miliardi all'anno dalla vendita di armi, si apre una crepa nella narrativa della "difesa nazionale". Quando si dimostra che i contratti vengono firmati con decenni di anticipo, che gli Stati competono per l'accesso alle armi di distruzione di massa, che gli acquisti includono clausole di riservatezza e sforamenti di costo esorbitanti, allora emerge la vera mappa del potere. Non è un mercato neutrale, ma un'architettura di dipendenza. Lo Stato acquirente è subordinato al fornitore. Il fornitore detta la politica estera dello Stato. E il cittadino è escluso dalla conoscenza di come vengono spese le sue proprie risorse.

Svelare chi produce cosa, a quale prezzo, con quale margine di profitto, con quali finanziamenti pubblici, attraverso quali catene di subappalto e con quale lobbying di quale ministero, è una forma di emancipazione. Perché quando la struttura diventa visibile, la legittimità crolla. L'industria militare dipende dall'opacità per mantenere la propria stabilità. Da questo derivano le tante decisioni prese in segreto, perché così tanti dati vengono classificati e così tanti contratti finiscono per essere sottratti al vaglio. La trasparenza è pericolosa per chi trae profitto dalla morte. Pertanto, quando si parla di rendere trasparenti i costi delle guerre non è sufficiente verificare i bilanci. Dobbiamo smantellare l'apparato semiotico. Ciò implica evidenziare come vengono costruite le narrazioni che giustificano ciascuna arma; mostrare la falsità della dicotomia sicurezza/insicurezza utilizzata per promuovere gli acquisti; smantellare l'estetica tecnologica che trasforma la violenza in uno spettacolo di precisione; rivelare che gli stessi attori che vendono armi finanziano istituti accademici, producono documenti, finanziano conferenze e plasmano l'opinione pubblica. La semiosfera della guerra è importante quanto la sua base industriale.

Spezzare questa macchina significa collegare i numeri alle vite. Ogni punto percentuale di crescita dell'industria militare significa miliardi che non finiscono in sanità, istruzione, scienza, transizione energetica o assistenza sociale. Significa che la distruzione ha la priorità sull'edilizia. Significa che la forza lavoro, l'intelligenza umana, la metallurgia, l'elettronica, la robotica, l'intelligenza artificiale e i laboratori sono tutti organizzati attorno alla morte. Una società che investe nella sua capacità di uccidere sta disinvestendo nella sua capacità di vivere. Questa è l'equazione fondamentale che il capitalismo cerca di nascondere. Il compito cruciale, quindi, è sia semiotico che politico: smantellare il significato dell'industria bellica, smantellare la sua aura di inevitabilità, ricontestualizzarla per quello che è – un'attività che ha bisogno della guerra come condizione per la sua riproduzione – e dimostrare che questa attività prospera solo perché controlla la produzione di significato sociale attorno a paura, minaccia e sicurezza.

Rendere trasparente il costo della guerra richiede un duplice approccio: rivelare i numeri e smantellare le narrazioni che li giustificano. Solo così i popoli in lotta possono riorientare l'azione politica verso un'etica della vita, e non della morte. La guerra non si sostiene solo con i cannoni; si sostiene anche con narrazioni anestetizzanti. E smantellare la loro macabra retorica richiede una critica radicale della semiotica capitalista della violenza, capace di dimostrare che l'industria bellica non è un "settore produttivo" come un altro, ma una macchina per estrarre valore basata sulla distruzione programmata dell'umanità. Questo è il vero significato della trasparenza: non solo illuminare la contabilità, aprire i registri della borghesia, ma illuminare la coscienza.

Fernando Buen Abad, 21 novembre 2025

 

Articolo originale: Transparentar el costo de las guerras. Semiótica de una industria macabra

https://www.telesurtv.net/blogs/transparentar-costo-guerras

 

Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG

 

 


 

 

Documentario “Tornare in Nicaragua”

di Adelina Bottero e Luigi Mezzacappa

Prodotto dal Gruppo Patria Grande del Centro Iniziative Verità e Giustizia (CIVG) di Torino

 


Ho frequentato il Nicaragua negli anni ‘80, ho respirato la potente energia collettiva di un popolo che, liberatosi dalla dittatura, insieme costruiva finalmente il proprio Paese e il proprio futuro. Ho vissuto poi l’amarezza del ritorno dei neoliberisti al potere. Sempre ho seguito le vicende di quel Nicaragua che ti resta nel cuore. Tornarci dopo 40 anni, constatare quanto in meglio sia cambiato è un’emozione unica. Testimoniare tutto questo è un dovere verso di loro, specie quando qui la propaganda diffamatoria martella le menti di tutti, anche di coloro che furono attivi nella solidarietà internazionale, ma ignavi oggi nell’uscire dalle nebbie della disinformazione, strategicamente usata come strumento di guerra ibrida contro quei Paesi che non si sottomettono all’impero.

Adelina Bottero

 

Il film parla di ciò che ho potuto conoscere e documentare direttamente in un mese di permanenza in Nicaragua, nel 2024, e illustra ciò che balza agli occhi con maggiore evidenza, proprio ciò che nei media a larga diffusione non compare. Se parlano del Nicaragua e del suo governo, in genere lo fanno in termini negativi: spesso mentono, denigrano, usano notizie fuori dal loro contesto.

Per lungo tempo, come Associazione Italia Nicaragua, abbiamo risposto a tali articoli documentando, dimostrandone gli errori. Non hanno rettificato, men che meno pubblicato i nostri scritti, né mai ci hanno risposto. E questo per 2 motivi:

1°. non hanno argomenti, documenti a sostegno di quanto affermano e, quando si entra nel merito, non sono in grado di reggere un confronto.

2°. non a noi devono rispondere, ma ai loro mandanti, padroni e finanziatori.

Per cui alla fine abbiamo smesso di perder tempo, decidendo che il modo migliore per far fronte alla loro disinformazione sistematica e propaganda, era diffondere noi notizie vere e documentate, sebbene la “potenza di fuoco” sia decisamente impari se paragonata al potere di chi controlla economicamente e politicamente tutti i maggiori giornali, TV e radio, comprese gran parte delle riviste on-line. Questo documentario, dunque, va in tale direzione: informare.

E non a caso uso il termine “potenza di fuoco”, perché di guerra mediatica si tratta.

La malainformazione è l’arma di distruzione di massa delle coscienze, ed è la prima fondamentale arma di ciò che si denomina “guerra ibrida”, ovvero non solo quella militare, ma quella che usa tutti gli stratagemmi utili a destabilizzare i Paesi ed a controllarne le risorse.

E la politica estera degli Stati Uniti ha per obiettivo dichiarato la “destabilizzazione permanente”, accompagnata sempre dalla disinformazione, strategica per giustificare il loro operato agli occhi dell’opinione pubblica.

 

Le tappe della storia del Nicaragua

In passato interventi armati, occupazione militare, rovesciamento di presidenti scomodi per gli interessi dell’impero, instaurazione e sostegno alla dittatura dei Somoza.

Nel 1979, dopo 20 anni di lotta e 60.000 morti, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) vince, trovandosi un Paese distrutto e l’economia al collasso. Somoza aveva fatto bombardare tutte la maggiori città nello strenuo tentativo di sedare la rivolta popolare, prima di fuggire a Miami portandosi via tutti i soldi delle casse dello Stato.

I nicaraguensi cominciano da zero a ricostruire la loro nazione libera, ma già due anni dopo, nel 1981, devono riprendere la guerra combattendo la contra, bande di mercenari terroristi pagati, addestrati e armati dagli Stati Uniti per ammazzare e distruggere quanto possibile.

In 10 anni muoiono altri 50.000 nicaraguensi, per lo più giovani, forze sottratte allo sviluppo del Paese per dedicarsi a difenderlo.

Gli Stati Uniti usano come forme d’ingerenza destabilizzanti, prima la contra e poi il ricatto elettorale. Nel 1990, l’allora presidente George Bush senior apertamente dichiara: “O in Nicaragua vince la candidata filostatunitense, o la guerra dei contras continuerà”, e investe 16 milioni di dollari per organizzare l’opposizione antisandinista e condizionare l’esito elettorale. La gente stanca di 45 anni di dittatura, 30 anni di morti e, come dicono loro: “con una pistola puntata alla tempia”, si reca a votare. Il FSLN perde di stretta misura (3 punti), contro una coalizione di 14 partiti.

Da lì in poi inizia il periodo buio dei governi neoliberisti, 16 anni anni di saccheggio e corruzione, dove l’ingerenza statunitense si concretizza nella rapina delle risorse e nella rinuncia, da parte del governo neoliberista, ad esigere il risarcimento di 17 miliardi di dollari stabilito dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986, dovuto dagli USA al Nicaragua e mai pagato per i danni causati nel periodo della contra. Nel frattempo, la gente cade in miseria, peggio che ad Haiti, e i benefici sociali costruiti dai sandinisti vengono man mano aboliti.

Nel 2007 torna a insediarsi il sandinismo, che permane tuttora. Comincia a ricostruire il Paese economicamente e socialmente. Da allora, la priorità di ogni programma di governo è sempre stata la lotta alla povertà. Per il 2026 vi è destinato il 65% del bilancio.

Va tenuto conto che l’economia nicaraguense si basa per il 70% sulla piccola e media impresa, a conduzione famigliare o cooperativa e per il 30% sulle grandi imprese e attività dello Stato, ed è a quel 70% che si dedica particolare attenzione. Dando possibilità di lavoro alle famiglie anche delle fasce più deboli, si genera impiego, si produce ricchezza, aumentano i consumi, si supera la povertà, creando un circolo virtuoso utile sia all’economia nazionale sia a quella individuale.

Il tasso di occupazione è del 97,6%. La povertà è stata dimezzata, dal 48 al 24%, e quella estrema ridotta dal 19 al 6%. La copertura di energia elettrica è passata dal 54 al 99%, di cui l’85% da fonti rinnovabili. L’acqua potabile dal 45 al 93% nelle città, dal 26 al 56% nelle zone rurali. Si prevede per il 2026 di raggiungere il 95% di autosufficienza alimentare. Si è decisamente ridotta la mortalità materno-infantile e il Nicaragua è passato dal 40° al 6° posto nel mondo per parità di genere, il 1° in America Latina: in parlamento il 60% sono deputate e il 75% sono ministre o viceministre. Questa, in cifre, l’entità dei cambiamenti in atto.

Nonostante le sanzioni (altra forma di pressione e ingerenza), il Paese progredisce con una crescita esponenziale dell’economia e il governo si rafforza. Perciò gli USA, per rovesciarlo, nell’aprile 2018 tentano un colpo di Stato, ma falliscono. Allora qualche mese dopo, a dicembre 2018, ne provano un’altra: Trump promulga il Nica Act, per impedire al Nicaragua l’accesso ai prestiti internazionali e bloccare le attività finanziarie dei funzionari del governo.

 

Ma perché il Nicaragua è nel mirino degli Stati Uniti?

Il Congresso lo ha dichiarato “una minaccia alla sicurezza nazionale”, il che apre la possibilità ad un intervento armato. Un Paese minuscolo, esteso poco più dell’Italia settentrionale, circa 7 milioni di abitanti, un Paese che non ha mai aggredito nessuno, caso mai si è difeso dalle invasioni subite, dagli Spagnoli prima e dagli yankee poi, come può essere una minaccia per gli Stati Uniti? Che cosa li turba così tanto? Tre i motivi principali:

1°. Il Nicaragua rappresenta un modello di sviluppo alternativo a quello capitalista, nella gestione dell’economia, redistribuzione dei profitti e programmi a beneficio della popolazione, di lotta alla povertà (e non ai poveri), per eliminare le disparità sociali. Ovvero: difendono i diritti collettivi rispetto ai privilegi di classe, mantenendo in questo modo una continuità coi principi che han sempre guidato il sandinismo.

Quindi gli USA non possono consentire che un tale modello abbia successo, sarebbe un esempio contagioso...

E poi il Nicaragua, insieme a Cuba e Venezuela, rappresenta uno dei pilastri portanti della difesa dell’indipendenza, dignità e sovranità nazionale in America Latina, non più “cortile di casa” degli USA - come essi la considerano - serbatoio di risorse e manodopera a basso costo.

2°. Ha una posizione geostrategica importante, con una geografia utile all’eventuale costruzione di un canale interoceanico alternativo a quello di Panama, che sta diventando obsoleto per la stazza delle nuove navi da carico sempre più grandi, per il fondo che si va progressivamente insabbiando, per le lunghissime attese nell’attraversarlo.

3°. Ha scelto alleanze e fatto accordi di cooperazione coi Paesi dei BRICS, un progetto di mondo multipolare che gli USA considerano nefasto per il proprio dominio unipolare, (monopolio che vogliono a tutti i costi mantenere), multipolarismo portato avanti da Paesi che considerano concorrenti e nemici.

 

Conclusioni

A volte nel documentario emerge il raffronto col Nicaragua di 35-40 anni fa, il tempo intercorso tra la mia frequentazione di allora e quando ci son tornata. Tuttavia, ciò che illustra non è stato costruito in 40 anni, ma in 17: dal 2007 quando tornano al governo, al 2024 cui si riferiscono le immagini, a dimostrazione del fatto che, se una nazione è gestita bene e nell’interesse della popolazione, i risultati si ottengono.

Il Nicaragua, grazie al ritorno dei sandinisti al governo, sta vivendo la più grande modernizzazione della sua storia. Il Nicaragua è un Paese piccolo geograficamente, ma grande politicamente. E tutto questo, per onestà gli va riconosciuto.

E’ doveroso raccontare e far conoscere. E questa non è propaganda: è informazione.

 

TORNARE IN NICARAGUA (63’)

https://www.youtube.com/watch?v=1YztVV_M1nk

Il film, montato e diretto da Luigi Mezzacappa, è stato presentato durante un’iniziativa ospitata il 23 novembre 2026 al Circolo OST Barriera di Torino, nel corso della quale è stato tracciato il quadro complessivo attuale dell’America Latina.

 

Nella stessa occasione è stato anche proiettato il documentario sul Venezuela di Hernando Calvo Ospina “La causa oscura”, ancora attualissimo nonostante sia stato realizzato nel 2017, reperibile sul canale Youtube del giornalista colombiano:

 

LA CAUSA OSCURA (38’)

https://www.youtube.com/watch?v=p1lKE8W4Hdc

 

La video-registrazione degli interventi seguiti alla proiezione dei due film è disponibile sul canale Youtube del CIVG all’indirizzo:
https://www.youtube.com/watch?v=EsfLWFsbnfE