Notiziario Patria Grande - Ottobre 2025
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NOTIZIARIO OTTOBRE 2025
TELESUR (VENEZUELA) / AMERICA LATINA / INGERENZE USA
Maduro: gli USA vogliono rubare la riserva di petrolio più grande del mondo
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / GLI USA MINACCIANO LA GUERRA
Di fronte alla guerra imminente
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / INTERVISTA / GUERRA AL VENEZUELA?
Dentro l'arsenale militare del Venezuela: come Caracas potrebbe resistere all'aggressione USA?
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / IL NOBEL PER LA PACE A CORINA MACHADO
L'arte della politica: Premio Nobel per la demenza e il fascismo contemporaneo
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / L’ALLEANZA TRUMP-MILEI
“È la politica, sciocchino”
GRANMA (CUBA) / ESTERI / SOLIDARIETA’ CON IL VENEZUELA
Cuba marca la costanza, con la sua firma, dell’appoggio alla nazione bolivariana
GRANMA (CUBA) / INTERNI / BLOQUEO USA
Nuove proposte di leggi per asfissiare Cuba
GRANMA (CUBA) / STORIA / L’INTERVENTO DI FIDEL CASTRO ALL’ONU
Quando Harlem si vestì di verde olivo e gridò: Vogliamo Castro!
TELESUR (VENEZUELA) / AMERICA LATINA / INGERENZE USA
Maduro: gli USA vogliono rubare la riserva di petrolio più grande del mondo
Durante l'incontro parlamentare del Grande Caribe in Difesa della Pace, il presidente del Venezuela ha dichiarato che Washington vuole imporre un programma di minacce militari e guerra psicologica

Il presidente Maduro ha chiesto un grande raduno di movimenti sociali, forze politiche e parlamentari
entro la fine dell'anno "per esprimere pace e rispetto per i popoli dell'America Latina e dei Caraibi".
Foto: Ufficio stampa presidenziale
Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato venerdì 31 ottobre che il governo degli Stati Uniti vuole rubare le maggiori riserve petrolifere del mondo e sta quindi conducendo una guerra multiforme contro il paese sudamericano.
Parlando dal Palazzo di Miraflores, accompagnato dai funzionari partecipanti alla Riunione Parlamentare dei Grandi Caraibi in Difesa della Pace, il capo dello Stato ha dichiarato: "Vogliono rubarci le maggiori riserve petrolifere del mondo", e ha quindi anche affermato che se "il Venezuela non avesse 30 milioni di ettari di terra coltivabile, non fosse dove si trova, non avesse la gloriosa storia di Bolívar, o le maggiori riserve petrolifere del mondo e la quarta più grande riserva di gas, forse non verrebbe nemmeno menzionato".
Durante il suo discorso, il presidente Maduro ha anche affermato che Washington vuole imporre un programma di minacce militari e guerra psicologica: "Oggi stiamo vivendo uno di quei capitoli; non è né il primo né l'ultimo. È un capitolo di una storia vittoriosa che abbiamo vissuto. Il popolo venezuelano continuerà a costruire il suo modello democratico, con piene libertà e risolvendo i propri affari con autonomia e sovranità, senza cedere un briciolo della dignità di popolo storico. I nostri fratelli e sorelle latinoamericani e caraibici devono sapere che la nostra lotta per il diritto all'indipendenza, alla sovranità e alla pace in Venezuela è la lotta di tutta la nostra America, e la nostra vittoria sarà la vittoria di tutta la nostra America. Pace contro le menzogne imperialiste".
A questo proposito, il presidente Maduro ha chiesto un grande raduno di movimenti sociali, forze politiche e parlamentari entro la fine dell'anno "per esprimere pace e rispetto per i popoli dell'America Latina e dei Caraibi; rispetto per la Colombia, il Venezuela e i paesi di tutta la regione".
Il capo dello Stato ha anche osservato che il Venezuela ha ricevuto amore, solidarietà e "vero sostegno dalle forze che rappresentano il cuore dell'America Latina e dei Caraibi. Questi popoli dell'America Latina e dei Caraibi sono presenti quando si tratta di difendere la sovranità e l'indipendenza”.
"I suprematisti vengono a salvarci", ha ironicamente osservato il presidente venezuelano, raccontando l'impatto degli interventi statunitensi nel continente. Proseguendo, Nicolás Maduro ha dichiarato: "Vogliono imporci una narrazione. Oggi hanno scelto una narrazione stravagante. La narrazione degli Stati Uniti contro il Venezuela è calunniosa".
Nel frattempo, menzionando gli interventi ad Haiti delle organizzazioni internazionali e degli Stati Uniti, Maduro ha affermato che "la nostra Haiti, martire, è stata dilaniata da oltre 100 interventi militari statunitensi per punirla di essere stata la prima repubblica liberata dai giacobini neri".

Il presidente Nicolás Maduro si è riunito con i rappresentanti dei paesi caraibici che hanno partecipato all'Incontro Parlamentare per la Pace dei Grandi Caraibi nella capitale venezuelana.
Foto: Ufficio Stampa Presidenziale
Ad agosto, Washington ha schierato navi da guerra, un sottomarino nucleare, aerei da combattimento e forze speciali al largo delle coste venezuelane con il pretesto di "combattere il narcotraffico". Da allora, ci sono stati bombardamenti su imbarcazioni presumibilmente legate al narcotraffico nel Mar dei Caraibi e nell'Oceano Pacifico, causando almeno 57 morti.
In questo contesto, il governo bolivariano ha dichiarato che il Venezuela è vittima di "una guerra multiforme orchestrata dagli Stati Uniti" con l'obiettivo di imporre "un cambio di regime e un governo fantoccio".
Redazione Telesur, 31 ottobre 2025
Articolo originale:
Presidente Maduro: EE.UU. quiere robar la reserva de petróleo más grande del mundo
https://www.telesurtv.net/presidente-maduro-eeuu-busca-robar-petroleo/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / GLI USA MINACCIANO LA GUERRA
Di fronte alla guerra imminente

Il Venezuela si prepara su tutti i fronti per affrontare
un possibile intervento militare. Foto: @Southcom
Gli Stati Uniti stanno avviando uno stato di guerra lampo in America e nei Caraibi per il controllo delle risorse primarie (minerali e petrolio) e del commercio occidentale, al fine di riconquistare il predominio sul transito dei prodotti secondari perso nel primo quarto del XXI secolo.
Questa perdita deriva dalla loro concentrazione nella promozione dell'industria militare che finora ha alimentato oltre 300 guerre a est del Meridiano di Greenwich, nonché di attività speculative per alimentare un sistema finanziario contaminato dal riciclaggio di capitali derivanti dal consumo da parte di oltre 70 milioni di tossicodipendenti di droghe psicotrope illecite negli Stati Uniti e che sostiene i mercati immobiliari, i casinò e gli hotel di lusso in Nord America, Europa e Medio Oriente.
Di fronte a questo panorama caotico e catastrofico del capitalismo post-globalizzazione il cui mezzo ultimo di dominio per imporsi è l'uso della violenza, i popoli della Nostra America e dei Caraibi devono armarsi di dottrine popolari per la difesa delle loro sovranità e, soprattutto, aumentare le risorse della conoscenza scientifica sociale sulla pace per promuovere la stabilità e la solidità politica dei loro governi, rafforzare le relazioni internazionali multilaterali e multipolari in tutti gli ambiti della conoscenza e dell'azione, inclusa l'azione militare difensiva, come ha fatto il Venezuela con il sostegno di Cina e Russia.
Poiché la prima fase dell'aggressione si è sviluppata su un piano simbolico, psicologico e cognitivo, lo sforzo di indagare, diagnosticare e analizzare questo comportamento aggressivo ci porta a considerare la pace cognitiva come un'alternativa in grado di generare indizi per comprendere appieno i principi e i valori del pensiero americano originale. Questo ci aiuta a comprendere che non solo la tranquillità tra i popoli è necessaria, ma anche che l'armonia con il nostro ambiente superiore (il cosmo) e inferiore (la terra) è complementare e necessaria, e che la solidarietà basata sull'unità difensiva garantisce la stabilità politica della regione. L'alterazione dirompente causata dalla guerra agisce come una catastrofe di impatto collettivo.
Questa proposta categorica si basa sulle parole di Meszaros: «(…) l’intervento positivo dell’istruzione nella costruzione di percorsi per contrastare il dominio globale del capitale attraverso la creazione di imprese socialiste solidali organizzativamente valide è fondamentale per rispondere alla grande sfida internazionale del nostro tempo».
Questi tempi ci impongono urgenti necessità di sostenere la pace in mezzo a continue aggressioni: elaborare le informazioni in modo critico e consapevole, la verità, resistere alla manipolazione dei media e alla propaganda di guerra ingannevole, coesistere con idee diverse senza cadere nella polarizzazione e riconoscere l'unità in mezzo alla molteplicità, promuovere il dialogo, l'armonia soggetto-ambiente e la comprensione reciproca, generare aree per il recupero delle informazioni per l'intelligenza sociale e per una sicurezza e una difesa globali, come priorità prima di cadere nelle trincee dello scontro armato.
Aldemaro Barrios Romero, 15 ottobre 2025
Articolo originale: Ante la guerra inminente
https://www.telesurtv.net/opinion/ante-la-guerra-inminente/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
RESUMEN LATINOAMERICANO (CUBA) / INTERVISTA / GUERRA AL VENEZUELA?
Dentro l'arsenale militare del Venezuela: come Caracas potrebbe resistere all'aggressione USA?

di Iván Kesic, HispanTV, Resumen Latinoamericano, 30 ottobre 2025
Gli USA intensificano lo scontro col Venezuela con il pretesto della "guerra alla droga” mentre Caracas rafforza le proprie difese e ricerca alleati chiave.
Le tensioni stanno aumentando drammaticamente nell'emisfero occidentale, visto l’accumulo di forze e mezzi militari nei Caraibi e minacce di conflitto contro il governo venezuelano guidato da Nicolás Maduro, da parte del presidente statunitense Donald Trump.
L'amministrazione Trump ha effettuato una svolta radicale, da una politica di sanzioni e pressione diplomatica ad una di confronto militare aperto, inquadrando le sue azioni sotto il vessillo di "guerra alla droga”.
Questo dietro-front strategico è stato fortemente influenzato da figure belliciste interne all'amministrazione, come il segretario di Stato Marco Rubio, che hanno spinto per un approccio più belligerante accantonando considerazioni pragmatiche, come gli accordi sul petrolio negoziati in precedenza.
Il governo USA ha lanciato accuse serie, ma prive di fondamento contro il presidente Maduro, segnalandolo vicino a figure militari chiave, parte del "Cartello de los Soles”, una presunta rete di narcotraffico, e mettendo addirittura una taglia miliardaria sulla sua testa.
Queste azioni provocatorie sono state accompagnate da una serie di movimenti militari diretti, incluso il dispiegamento di una significativa forza navale verso i Caraibi, con attivi avanzati come il gruppo di portaerei USS Gerald R. Ford, i caccia F-35 e un sottomarino nucleare.
La situazione si è ulteriormente militarizzata mediante attacchi aerei su imbarcazioni in acque internazionali, confermati da parte statunitense adducendo che contrabbandano droghe, con un saldo di decine di vittime; gli esperti delle Nazioni Unite li hanno condannati come esecuzioni extragiudiziarie illegali.
Questa palese postura militare è stata sostenuta da azioni sotto copertura confermate dallo stesso presidente Trump, che ha ammesso operazioni della CIA all’interno del Venezuela, il che suggerisce una campagna integrale destinata al "cambio di regime" a Caracas.
In risposta, il governo di Maduro ha mobilitato le proprie difese, ha dichiarato centinaia di "fronti di battaglia" e ha cercato di rafforzare la sua alleanza strategica con la Russia, ratificando un nuovo accordo di cooperazione, indice di un chiaro allineamento con un importante avversario degli USA .
I critici della visione statunitense argomentano che la giustificazione del "narcoterrorismo" è un futile pretesto per un progetto imperialista più ampio, segnalando che il Venezuela non è una rotta primaria per il transito di cocaina verso gli USA e non produce fentanile, mettendo così in chiaro le vere motivazioni: assicurare il controllo delle vaste riserve petrolifere del Venezuela ed applicare un'ideologia neo-conservatrice.
La politica bellicista degli USA si è attirata una considerevole critica, tanto interna quanto internazionale, per il potenziale che ha di scatenare una catastrofica crisi umanitaria, far sfollare milioni di persone in più e violare il diritto internazionale senza una dichiarazione formale di guerra da parte del Congresso, dando incautamente priorità alla reazione militare.
Quali sono le capacità militari del Venezuela?
Di fronte alle minacce statunitensi, il Venezuela ha promesso fermezza contro qualunque tentativo d’intimidazione. All’inizio di questa settimana Maduro ha dichiarato che gli USA stanno "fabbricando una nuova guerra eterna" contro di lui.
“Stanno producendo una narrativa oltraggiosa, rozza, criminale e totalmente falsa", ha affermato Maduro in una trasmissione nazionale. Il "Venezuela è un Paese che non produce foglie di cocaina".
Il Paese sudamericano possiede una rete di difesa aerea complessa e tecnologicamente diversificata, che rappresenterebbe una sfida formidabile di fronte a qualsiasi potenziale aggressione militare.
La pietra miliare di questo scudo difensivo è il sistema S-300VM di fabbricazione russa: una piattaforma di missili terra-aria di lunga gittata e di alte capacità, che forma la colonna vertebrale strategica dell'Esercito Bolivariano.
Con un grado di gittata superiore ai 200 chilometri, il S-300VM può minacciare un'ampia gamma di mezzi aerei di alto valore, compresi aerei da combattimento, aerei da ricognizione come gli AWACS, e perfino serbatoi per il rifornimento aereo, obbligando i piloti statunitensi ad operare da una distanza significativa o a rischiare di essere attaccati.
Questo sistema è integrato con il livello di media gittata mediante il Buk-M2E, un sistema terra-aria altamente mobile ed autonomo, particolarmente efficace contro aerei che volano a bassa quota, droni senza pilota e missili da crociera, e le sue provate prestazioni sul campo in altri teatri di guerra evidenziano la sua letalità.
L'esercito venezuelano rafforza ulteriormente le sue difese con numerosi sistemi S-125 Pechora-2M aggiornati che, sebbene basati su un design sovietico ereditato, sono stati modernizzati e montati su lanciamissili mobili, rappresentando una reale minaccia per gli aerei operanti a medie altitudini, senza bisogno di sofisticate operazioni di guerra elettronica.
La mobilità stessa di questi sistemi forniti dalla Russia, dai trasportatori cingolati S-300VM, ai lanciamissili su ruote Buk-M2E, ai Pechora-2M, costituisce una delle maggiori risorse strategiche, permettendo loro di spuntare senza preavviso da postazioni nascoste e rendendoli eccezionalmente difficili da scoprire, prendere di mira e distruggere mediante un attacco preventivo.
Questo modello di dislocazione imprevedibile crea un contesto di rischio generalizzato, che complicherebbe persino i più accurati piani militari tracciati dagli USA, richiedendo una significativa assegnazione di risorse per debellare le difese.
Lo consistenza difensiva continua ai livelli inferiori, dove le forze armate venezuelane dispongono di un’ampia gamma di armi da difesa rapida, compresi centinaia di cannoni antiaerei ZU-23-2 per affrontare elicotteri ed obiettivi a volo radente, e di sistemi avanzati di difesa aerea portatile come l'Igla-S russo.
Con una dotazione stimata di 5000 missili Igla-S, le forze venezuelane possono creare zone delimitate ad alto rischio per qualunque velivolo operante a bassa quota, complicando gravemente le operazioni di supporto aereo ravvicinato e di soccorso.
La Forza Aerea Venezuelana, sebbene più piccola, contribuisce come potente elemento di dissuasione aerea, con la sua flotta di 21 caccia Sukhoi Suo-30MK2V Flanker, aeronavi multiruolo avanzate, in grado di affrontare le forze statunitensi con missili aria-aria che vanno oltre la portata visuale (come il R-77) e missili supersonici antinave, rappresentando quindi una possibile minaccia per le navi da guerra statunitensi che operano vicino alla costa.
Questa architettura difensiva integrata si è esibita recentemente in grandi manovre nazionali di difesa aerea, le maggiori dal 2019, dimostrando l’alta preparazione e la risposta coordinata alla minaccia percepita verso il gruppo d’attacco del USS Gerald R. Ford.
Benché la rete di comando e controllo del Venezuela può essere carente dell'integrazione fluida di un sistema standard della NATO, l'autonomia e mobilità delle sue unità chiave di difesa aerea assicurano una capacità resiliente e dislocata per resistere.
L'efficacia dimostrata perfino da difese aeree rudimentali in altre guerre, come la campagna difensiva dello Yemen contro la coalizione militare guidata dall'Arabia Saudita, serva da monito: forze tecnologicamente superiori possono comunque subire perdite contro difensori determinati e ben equipaggiati.
Pertanto, qualunque campagna aerea USA dipenderebbe in larga misura da velivoli stealth e costose munizioni, dedicherebbe enormi risorse alla pericolosa missione di distruggere le difese aeree e si disporrebbe a possibili perdite in combattimento, con la certezza che uno scontro militare non sarebbe né rapido né privo di costi.
Quali sono i calcoli strategici del Venezuela?
Il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei USS Gerald R. Ford verso le acque vicine al Venezuela fornisce alle forze militari USA una piattaforma formidabile per lanciare attacchi rapidi e di precisione utilizzando aerei che fanno base sulla portaerei stessa e missili da crociera Tomahawk lanciati da cacciatorpedinieri di scorta.
Questo dispiegamento avanzato evidenzia un chiara e immediata capacità di iniziare una campagna aerea significativa volta a distruggere i centri di comando venezuelani, i posti di difesa aerea e l'infrastruttura critica.
La presenza di caccia stealth F-35B del Corpo dei Marines a Porto Ricco, aumenta ancor più tale capacità, offrendo una risorsa d’attacco penetrante e di riconoscimento progettata per operare in uno spazio aereo conteso, nonostante questi stessi velivoli probabilmente siano già monitorati dai radar venezuelani mentre pattugliano la costa.
Secondo gli esperti l’obiettivo dichiarato dagli USA di contrastare il "traffico di narcotici", serve da giustificazione strategica ingannevole e legalmente controversa a fronte di un'accumulazione militare di questa entità, appare sproporzionatamente grande per attaccare spedizioni clandestine di droga, viceversa è più strettamente legato ad una strategia di "cambio di regime".
Questa posizione aggressiva corre il rischio di scatenare un conflitto regionale che potrebbe coinvolgere altri attori e destabilizzare Paesi vicini come Colombia e Brasile, che maggiormente affronterebbero una nuova ondata di rifugiati in fuga dalla violenza.
Il recente rafforzamento dei legami militari tra Caracas e Mosca aggiunge un ulteriore livello di complessità strategica, fornendo potenzialmente al Venezuela un migliore scambio a livello di intelligence, appoggio tecnico e supporto diplomatico che potrebbero complicare i piani operativi statunitensi.
All’interno degli USA la politica bellicista non gode di appoggio unanime, affronta le critiche di coloro che evidenziano la mancanza di prove concrete, l'assenza di autorizzazione da parte del Congresso e l’eco persistente di precedenti trappole militari come in Iraq.
La strategia militare venezuelana sembra incentrarsi non sulla vittoria in una guerra prolungata e totale contro gli Stati Uniti, bensì nell’imporre un costo tattico significativo durante le fasi iniziali di un qualunque intervento.
Approfittando delle sue difese aeree mobili e scaglionate, il Venezuela ha come obiettivo minare la superiorità aerea degli USA, ritardare lo stabilirsi di un contesto che permetta operazioni durature e, potenzialmente, abbattere aerei statunitensi nelle prime ore di un conflitto.
L'obiettivo di tale posizione dissuasiva è elevare il prezzo politico ed umano percepito di un'invasione, ad un livello tale che i responsabili politici degli USA lo considererebbero inaccettabile, evitando così l’attacco mediante la minaccia credibile di uno scontro doloroso e prolungato.
La crisi in corso, pertanto, rappresenta un pericoloso gioco di politica dei rischi, dove le motivazioni per l'intervento sono messe in discussione da tanti, le capacità difensive della nazione-obiettivo sono sostanziali ed il potenziale di errore di calcolo per entrambe le parti minaccia di sommergere la regione in un conflitto devastante con conseguenze umanitarie e geopolitiche imprevedibili.
Articolo originale: Pensamiento Crítico. Dentro del arsenal militar de Venezuela: ¿Cómo Caracas podría resistir la agresión de EEUU?
Traduzione a cura di Adelina B., Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / IL NOBEL PER LA PACE A CORINA MACHADO
L'arte della politica: Premio Nobel per la demenza e il fascismo contemporaneo

Théodore Géricault, «La loca»
Nel 1822, Théodore Géricault dipinse "La pazza": una donna dallo sguardo vitreo e dal sorriso sbilenco. Il suo aspetto fisico non corrisponde a quello di un mostro, ma la sua follia rivela un essere umano intrappolato nei labirinti della sua stessa malvagità.
Due secoli dopo, quella stessa follia si esprime in politica e riceve premi Nobel: María Corina Machado che abbraccia Netanyahu, ormai noto a tutti come un criminale genocida che attacca l'umanità. Questa terribile figura, che invoca pubblicamente anche invasioni militari per "salvare" il Venezuela, è un'ulteriore prova del decadimento morale e della follia politica in cui è sprofondato il mondo dominato dalla logica occidentale. La crisi di civiltà che apre la strada a quella che il presidente Nicolás Maduro ha definito la nuova era dell'umanità si manifesta anche in questi scenari simbolici, dove coloro che erano importanti per gli intellettuali occidentali finiscono per essere miseramente contaminati da cospirazioni politiche della peggior specie.
Qualcuno potrebbe seriamente pensare che, al di fuori della narrativa imposta dagli Stati Uniti contro il Venezuela, María Corina Machado, una borghese venezuelana che ha promosso la violenza più e più volte con il sostegno dell'USAID, abbia il merito di ricevere un premio per aver costruito la pace nel mondo?
Al contrario! L'adesione di María Corina Machado alle vergognose pratiche di Milei ne rivela l'ideologia. Queste incarnano il liberismo economico e una nuova generazione di fascismo, promuovendo privatizzazioni dilaganti, il ridimensionamento dello Stato e l'uso sistematico della violenza per annientare l'opposizione. È importante sottolineare che María Corina Machado è una criminale con una lunga lista di reati, per i quali la Procura Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela le ha impedito di ricoprire cariche politiche per quindici anni. Questa celebre fascista è stata promotrice del colpo di stato del 2002 contro il Presidente Chávez e firmataria del cosiddetto "Decreto Carmona". Ha partecipato alla frode contro il Venezuela orchestrata con Juan Guaidó, riuscendo a consegnare le compagnie petrolifere Citgo e Monómeros, valutate 56 miliardi di dollari, agli Stati Uniti sotto le mentite spoglie di un governo fantasma. È stata anche un'attivista per le sanzioni finanziarie, commerciali e diplomatiche imposte dagli Stati Uniti e da altri paesi, favorendo un blocco economico criminale che, a sua volta, ha causato una profonda crisi di risorse in settori vitali come la medicina e l'alimentazione, collaborando al furto di tonnellate di oro venezuelano, attualmente bloccato presso la Banca d'Inghilterra.
Infine, è importante sottolineare che, in ogni occasione, questa nefasta rappresentazione dell'estrema destra in Venezuela ha garantito le condizioni logistiche e politiche per destabilizzare il Paese attraverso azioni terroristiche, perseguitare i leader sociali e orchestrare l'assassinio di leader politici chavisti.
Géricault, dipingendo i suoi soggetti con disturbi mentali, ha restituito loro una parvenza di umanità in un'epoca in cui venivano nascosti e persino banditi come una vergogna sociale. Oggi, non vengono né nascosti né banditi, né trattati con compassione; al contrario, coloro che promuovono guerre mascherate da "libertà" e "pace" vengono premiati.
Chi crede che gli Stati Uniti siano una nazione amante della pace, sapendo che sono il principale finanziatore dei produttori di armi a capo della NATO, non è forse completamente fuori dalla realtà? Non ci sono ampi precedenti storici che mostrano come opera l'imperialismo statunitense quando ha interessi politici ed economici in un paese? Persino Bolívar lo disse: "Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a tormentare l'America con fame e miseria in nome della libertà". Questo è il paese che oggi minaccia il Venezuela con due navi da guerra e un sottomarino nucleare; questo è il paese a cui María Corina Machado ha chiesto misure coercitive unilaterali e illegali per cercare di affamare il suo stesso popolo.
Di fronte a questa realtà, e considerando il rapporto di María Corina Machado con Netanyahu, il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto dal suo profilo su X: "Come può un maniaco genocida contribuire a costruire la pace in Venezuela?". La domanda è rimasta sospesa nell'aria, accolta dal silenzio complice del Comitato norvegese per il Nobel, lo stesso comitato che nel 1973 assegnò il premio a Henry Kissinger, l'architetto della campagna dei bombardamenti in Cambogia. Il Comitato per il Nobel insiste nel premiare coloro che fomentano guerre con discorsi di pace. Lo hanno fatto con Barack Obama, che ha bombardato sette paesi mentre si aggiudicava il premio. Ci hanno provato con Trump, il cui unico merito pacifista è stato quello di usare i conflitti esistenti per esercitare pressioni geopolitiche e cercare di mantenere l'egemonia e gli interessi del suo paese in mezzo al suo collasso strutturale. Questo comitato ha ancora una qualche legittimità oggi?
Mentre il fascismo guadagna terreno in Europa come opzione politica attraverso partiti come Vox e il banderismo ucraino; mentre gli Stati Uniti attraversano una profonda crisi sociale e politica; mentre politologi come Emmanuel Todd raccontano la sconfitta dell'Occidente; e il mondo assiste alla nascita stridente di un nuovo ordine mondiale, sembra ridicolo che alcuni cerchino di nascondere la verità, o meglio, di nasconderla con una medaglia. Persino la "pazza" di Géricault sembra più sana della Machado quando afferma che la "libertà" nasce dalla sottomissione al boia del secolo, quando offre le risorse economiche di un intero Paese in cambio della soddisfazione del suo tradimento. Nella sua arroganza, Trump la umilia, come ha fatto con Zelensky, e in mezzo a questa scena vergognosa, ricordiamo quando, attaccando Biden, lo definì incapace per non essere riuscito a mettere in ginocchio il Venezuela e a impadronirsi delle sue risorse petrolifere.
María Corina Machado è il sintomo di un sistema malato che premia la barbarie. La vera pace non si riconosce con un premio perché è silenziosa come una risaia vietnamita o il sorriso di una bambina venezuelana che riceve la benedizione della nonna. Tuttavia, vorrei che il Premio Lenin per la Pace, un tempo assegnato dall'URSS, tornasse: Miguel Otero Silva è stato uno dei suoi destinatari!
Spero che, in questo mondo emergente, i paesi che ora compongono i BRICS+ prendano in considerazione criteri per onorare coloro che, con vero senso di giustizia e amore per l'umanità, promuovono la pace e lo sviluppo umano! Sono fiducioso che vivrò abbastanza per vederlo, e racconterò la storia di quello che è successo con il Premio Nobel come se fosse una barzelletta.
David Gómez Rodríguez, 16 ottobre 2025
Articolo originale: El arte de la política: Nobel para la demencia y el fascismo contemporáneo
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
TELESUR (VENEZUELA) / ANALISI / L’ALLEANZA TRUMP-MILEI
“È la politica, sciocchino”

Il presidentes Javier Milei con Donald Trump. Foto EFE
Lo slogan devastante con cui Clinton sconfisse Bush alle elezioni nordamericane del 1992 è ben noto: "È l'economia, stupido". Incarnava l'importanza delle condizioni economiche della popolazione rispetto a qualsiasi altro criterio nella valutazione del loro benessere e delle loro preferenze politiche.
In generale, l'affermazione conteneva una verità innegabile: il successo, la stabilità e la durata di un regime di governo dipendono principalmente dalla sua capacità di migliorare progressivamente il reddito economico della maggior parte delle famiglie e, su questa base, di ampliare successivamente il riconoscimento dell'identità, la giustizia ambientale, l'orgoglio nazionale, l'equità e così via. Le vittorie elettorali di Clinton nel 1992, o le sconfitte di Biden nel 2024, Fernández nel 2023 e Arce nel 2025, confermano questo principio.
Ma in quegli anni, nel suo uso ideologico legittimante, l'espressione incarnava anche uno "spirito del tempo" caratterizzato dall'impetuosa espansione dei mercati globali, dagli accordi di libero scambio e dalla competitività come criteri supremi di vita e aspirazioni; al di sopra di quelli legati alla sovranità, alla cultura o alla solidarietà. Il mercato era la grande luce organizzatrice del destino delle nazioni, e bisognava sottomettersi riverentemente alle sue regole. Almeno fino a quando non scoppi una crisi.
E così fu. Quando i mercati innescarono la crisi dei mutui subprime nel 2008, le scuse sulla "sfiducia nel credito" non riuscirono a risolvere i problemi che avevano causato e, come sempre, fu la politica – ovvero l'intervento statale – a dover intervenire in soccorso della catastrofe. Secondo lo storico dell'economia Tooze (The Blackout, 2021), la quantità di denaro iniettata nel sistema finanziario dai governi delle economie avanzate fu pari all'1,5% del PIL. Nel 2020, tuttavia, il salvataggio politico dei mercati fu ancora maggiore. Il governo degli Stati Uniti "regalò", principalmente alle Borse dei Valori delle imprese, l'equivalente del 13% del PIL. La Germania diede il 39% e la Francia il 22%. I mercati operano secondo "leggi naturali" in periodi di stabilità, ma in periodi di crisi sono gli Stati, tanto vituperati, a rigenerare e riorientare l'economia.
Pertanto, in tempi di grande incertezza, vale anche il contrario della famosa frase di Clinton: "È la politica, stupido". È la politica che crea i mercati, che evita le recessioni, che frena l'inflazione, che espande i consumi, che industrializza le nazioni e rilancia gli imprenditori, soprattutto in tempi di crisi. Questo è qualcosa che il presidente Trump sa perfettamente.
Contrariamente alle assurdità propinate da alcuni presidenti della destra autoritaria e anche dal pusillanime "progressismo neoliberista", che credono che il globalismo e le leggi del libero scambio siano iderogabili, Trump insegna loro che il libero mercato è buono o cattivo a seconda della base industriale del Paese. Che i dazi servono a proteggere le imprese e a subordinare i concorrenti. Che il debito pubblico è sano se serve a sostenere l'offerta. Che la Banca Centrale esiste per finanziare le politiche economiche dell'Esecutivo. Che lo Stato può essere azionista di aziende strategiche (come Intel). Che la sovranità statale è più importante di un mercato, poiché un mercato non può creare uno Stato: al contrario, uno Stato può produrre molti mercati.
In tempi di declino economico, fiducia volatile, bassa crescita globale e disordini sociali diffusi come quelli odierni, la politica economica occupa una posizione di potere privilegiata per riorganizzare i fattori economici. L'aforisma leninista della "politica come economia concentrata" può anche essere invertito: "l'economia è politica concentrata". Le decisioni politiche possono canalizzare prestiti, abbassare i tassi di interesse, sovvenzionare attività produttive, orientare i consumi, socializzare tecnologie più produttive e regolamentare salari in grado di superare la "lunga recessione" che affligge il mondo da oltre un decennio. Pertanto, non ci vuole molta intuizione per capire che lo Stato è una componente fondamentale di qualsiasi soluzione all'attuale crisi globale. Resta da vedere chi trarrà i maggiori benefici dall'uso di questo monopolio sulle risorse comuni organizzato come Stato. Sarà il settore più privilegiato, a scapito della maggioranza della società, o viceversa? Anche questa è una questione di equilibrio del potere politico.
Ora, quando il Presidente Milei si precipita a parlare con Trump per chiedere un salvataggio per il suo fatiscente modello economico neoliberista, nonostante la sua retorica libertaria, le sue azioni stanno confessando il suo clamoroso fallimento nella sua crociata per creare un regime economico guidato esclusivamente dalle regole del mercato. Ha fallito nel tentativo di smantellare la Banca Centrale, di cui ha bisogno per trattenere il denaro dei depositanti attraverso obblighi di riserva e per aumentare i tassi di interesse sulle attività denominate in pesos, impedendone il trasferimento in dollari. Non può "distruggere" lo Stato, come aveva promesso, perché senza di esso non potrebbe prendere in prestito dal FMI o dal Tesoro statunitense. Ha giurato che l'inflazione è strettamente una questione monetaria e, per fermarla, ha tagliato la spesa pubblica. Ciononostante, l'inflazione accumulata negli ultimi otto mesi ha già raggiunto il 20%. Ha promesso che il mercato dei cambi si sarebbe regolato da solo, ma la fuga di capitali e i risparmi in dollari hanno svuotato le casse dello Stato e fatto fallire l'intero piano di regolazione del suo prezzo.
E cosa rimane in mezzo a questo cataclisma? I mercati? Nossignore. I "mercati" fuggono sempre terrorizzati per rifugiarsi ovunque nel mondo possano trovare profitto, indipendentemente dal fatto che il Paese affondi. L'unica cosa che rimane sempre è... la politica. Sì, la dannata, vituperata e scomunicata politica dello Stato. E lì vediamo i fedeli del mercato, ora come un apostata consapevole, cambiare la loro fedeltà e prostrarsi davanti al vitello avvelenato e diabolico dello Stato (americano) per implorare protezione dal diluvio che minaccia di annegare la loro fragile e grottesca creazione liberale.
Il salvataggio economico che Trump sta offrendo all'Argentina non è un'azione guidata dal mercato. È un atto puramente politico. È la "mano visibile dello Stato" che schiaffeggia la "mano invisibile del mercato". E non ha nulla a che fare con simpatie o convergenze dottrinali in economia. Ride con condiscendenza delle confuse contorsioni liberali con cui il suo interlocutore spiega le sue ragioni. Trump è un uomo di dazi, sussidi, debito pubblico, guerre commerciali, nazionalismo, politiche industriali e protezionismo. L'antitesi economica di Milei. Allora perché questo sostegno? Per opportunismo politico e profitto. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un punto d'appoggio in Sud America per contenere l'avanzata dei mercati cinesi, che sono diventati i principali partner commerciali del continente. E anche per assicurarsi alcuni minerali critici che l'Argentina possiede.
Per ora, l'establishment liberale non è crollato a causa di correnti politiche globali che i fossili libertari non controllano né comprendono. Ma si tratta solo di una pausa precaria. I "tagli" di un dollaro a buon mercato con un'economia stagnante, da un lato, o dell'inflazione, dall'altro, continuano ad ampliarsi, alimentando ulteriormente la fuga di dollari all'estero. E con tutto questo, si profilano nuove crisi.
Álvaro García Linera, Página 12, 5 ottobre 2025
Articolo originale: Es la política, estúpido
https://www.telesurtv.net/opinion/es-la-politica-estupido/
Traduzione a cura di Luigi M., Patria Grande/CIVG
GRANMA (CUBA) / ESTERI / SOLIDARIETA’ CON IL VENEZUELA
Cuba marca la costanza, con la sua firma, dell’appoggio alla nazione bolivariana

A partire dal 23 e fino al 30 settembre, in tutti i centri di lavoro, di studio e nelle comunità sono state raccolte le firme in appoggio alla Dichiarazione del Governo Rivoluzionario Cubano: «È urgente impedire un’aggressione militare contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela».
Questa iniziativa, annunciata dal membro del Burò Politico e segretario dell’O,rganizzazione del Comitato Centrale del Partito Roberto Morales Ojeda nel suo recente incontro a Caracas con il presidente venezuelano Nicolás Maduro, sarà una dimostrazione dell’appoggio del popolo cubano alla Rivoluzione Bolivariana, a Maduro - suo legittimo presidente - e all’unione popolare, militare e della polizia.
«Questa non sarà solo una dichiarazione della direzione del nostro Paese, ma di tutto il nostro popolo in appoggio al Venezuela e contro tutte le aggressioni che voi state affrontando», ha affermato Morales Ojeda, precisando che al termine del processo le firme saranno inviate al Presidente venezuelano, e ha assicurato che con certezza «saranno milioni i cubani e le cubane che firmeranno».
La raccolta sarà anche la continuità dell’appoggio delle organizzazioni di massa e sociali e della società civile cubana in generale alla lotta del fraterno popolo venezuelano di fronte alla crescente ostilità dell’impero che ha attuato tutte le risorse previste nella guerra non convenzionale.
Con il proposito d’organizzare adeguatamente questa iniziativa, le firme si manterranno aperte in tutti i centri di lavoro, di studio e nelle comunità. Parteciperanno al processo anche lavoratori, contadini, studenti del ciclo medio superiore e superiore, combattenti, intellettuali e artisti, sportivi e altri, e il 30 settembre, al termine del processo, si includeranno lettere, canzoni e altre attività con carattere di massa in appoggio ai fratelli venezuelani.
Redazione Granma e GM perr Granma Internacional, 23 settembre 2025
GRANMA (CUBA) / INTERNI / BLOQUEO USA
Nuove proposte di leggi per asfissiare Cuba

Durante la corrente legislatura del 119º Congresso statunitense, i politici anticubani hanno sostenuto una strategia aggressiva e sistematica accompagnando i loro dibattiti con linguaggio ostile verso Cuba e organizzando iniziative per aumentare la pressione economica e politica sul Paese.
Questa offensiva si manifesta attraverso l’introduzione di progetti di Legge che cercano di perpetuare e ampliare strumenti coercitivi costruendo una narrativa falsa che pretende di presentare Cuba come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Una delle dimostrazioni più evidenti di questa ostilità è l’insistenza di mantenere Cuba nella lista degli Stati patrocinatori del terrorismo. Congressiste come María Elvira Salazar sostengono il progetto della Ley Force, che proibirebbe all’Esecutivo di eliminare Cuba da questa lista finché non si compiano condizioni che nella pratica approfondirebbero il danno economico al popolo cubano.
La designazione come Paese patrocinatore del terrorismo è stata uno strumento di oppressione finanziaria e di isolamento internazionale che impedisce l’accesso a meccanismi bancari globali e restringe le esportazioni essenziali danneggiando severamente l’economia e la qualità della vita della popolazione.
Inoltre, si osserva un aumento della spesa per finanziare la sovversione contro l’Isola di circa 75 milioni di dollari, 35 milioni più che nel periodo precedente. Queste somme si mascherano con il pretesto di promuovere la democrazia, ma in realtà sostengono le politiche controrivoluzionarie create da Washington, così come un enorme apparato di propaganda e guerra psicologica, indirizzato soprattutto a destabilizzare la Rivoluzione.
Al di là delle pretestuose giustificazioni abituali, i congressisti anticubani cercano di aumentare i fondi che, in buona parte, alimentano la controrivoluzione nelle campagne politiche in stati con un’alta concentrazione di anticubani, come la Florida.
La tesi legislativa sostenuta da questo settore reazionario del Congresso si basa sul presupposto di Cuba come «avversario straniero», un termine che appare in numerosi progetti con l’obiettivo di insistere su una narrativa di scontro. Questa definizione serve per fomentare proposte che vanno dalle proibizioni di collaborazione scientifica tra le istituzioni dei due paesi, alla sospensione di qualsiasi tipo di cooperazione tecnologica o diplomatica.
In almeno cinque iniziative legislative si usa un linguaggio che limita le relazioni scientífiche, minaccia lo svilppo di progetti congiunti vitali come il test clinico del Heberprot-P negli Stati Uniti, misura che inoltre esclude gli statunitensi dall’uso di un prodotto cubano di alta efficacia nella cura dell’ulcera del piede diabetico.
Si tenta di ostacolare l’investimento straniero mediante progetti che eliminano le limitazioni di legge per le cause civili sotto la Legge Helms-Burton, una legislazione che esaspera la persecuzione legale contro imprese e persone che mantengono legami economici con l’Isola.
L’ offensiva anticubana si manifesta anche nell’ambito della politica migratoria, sulla quale questi congressisti si allineano con posizioni contro le migrazioni, come quelle praticate durante l’amministrazione Trump. Queste misure hanno provocato la separazione di famiglie cubane e hanno lasciato migliaia di persone in situazioni irregolari, senza offrire loro una reale soluzione. Intanto si sostiene l’appoggio alla deportazione di massa e a restrizioni di visti che pregiudicano la comunità cubanoamericana e i suoi legami familiari con l’Isola.
Su questa stessa linea cercano di generare un effetto di «pentola a pressione», manipolando l’emigrazione con il fine di provocare una protesta sociale che giustifichi azioni d’intervento da parte del Governo statunitense o almeno un aumento dell’aggressione economica.
I congressisti anti cubani, inoltre, fanno pressione dai loro incarichi per mantenere e rinforzare il blocco economico, come evidenzia il loro appoggio al Memorandum Presidenziale sulla Sicurezza Nazionale N.5 imposto da Donald Trump, orientato a intensificare le misure che provochino fame e disperazione nel popolo cubano, con l’obiettivo dichiarato di far cadere il Governo Rivoluzionario.
Questo inasprimento si alimenta anche col discorso pubblico e le reti sociali nelle quali si giustifica la politica «di massima pressione» e si screditano le azioni del Governo cubano, appoggiando inoltre le iniziative della contro rivoluzione interna.
Infine, questo gruppo legislativo non esita a promettere accuse false che collegano Cuba a presunte organizzazioni terroriste, al traffico di droga o a violazioni dei diritti umani, senza offrire prove concrete. E ancora più grave, mantengono strette relazioni con individui coinvolti in azioni terroriste contro la nazione dei Caraibi.
Il 119º Congresso degli Stati Uniti mostra un rifiuto persistente e sistematico verso qualsiasi apertura o avvicinamento a Cuba, basato su una strategia integrale che combina l’ostilità legislativa, il sostenimento di narrative false, la promozione di misure coercitive e la strumentalizzazione politica.
Questa politica non solo viola la sovranità e gli interessi del popolo cubano, ma disprezza anche il potenziale di una relazione bilaterale positiva tra i due popoli.
Alcune iniziative recenti
- H.R.5342. Permette la presentazione illimitata di cause sostenute dalla Legge Helms-Burton. Elimina il limite di due anni per queste azioni legali. Blocca i fondi per i laboratori e stabilisce altre restrizioni che danneggiano la cooperazione scientifica e lo sviluppo economico. Impone proibizioni su voli e proprietà.
- S.488 (promosso nel Senato). Impone sanzioni specifiche su persone e su entità che realizzano transazioni con Cuba, centrandosi in un presunto abuso dei diritti umani e la corruzione.
- S.172 Stopping Adversary Tariff Evasion Act (Rick Scott). Si riferisce a Cuba come a uno Stato avversario straniero.
- S.838 ACRE Act (Jerry Moran). Impedisce prestiti a paesi avversari.
- H.R.3479 SECURE American Telecommunications Act (Rudy Yakym). Proibisce licenze per cavi sottomarini in aree controllate da avversari stranieri. Queste azioni legislative s’incorniciano nel contesto della riattivazione e attualizzazione del Memorandum Presidenziale sulla Sicurezza Nazionale No. 5), firmato nel 2025, per revertire aperture di anni recenti e ristabilire restrizioni in aree turistiche finanziarie e diplomatiche, oltre a limitare la copertura e l’accesso a risorse economiche
Raúl Antonio Capote e GM per Granma Internacional, 30 settembre 2025
GRANMA (CUBA) / STORIA / L’INTERVENTO DI FIDEL CASTRO ALL’ONU
Quando Harlem si vestì di verde olivo e gridò: Vogliamo Castro!

La convocazione alla XV Assemblea Generale delle Nazioni Unite da effettuare nella sua sede di New York, alla metà del mese di settembre del 1960, giunse all’ufficio dell’allora primo ministro del Governo Rivoluzionario, Fidel Castro Ruz, in un momento molto teso delle relazioni tra Cuba e il Governo degli Stati Uniti.
Il potente vicino «guardava con occhi cattivi» a come le giovani autorità cubane lavoravano intensamente nel Programma della Moncada, applicando leggi a beneficio popolare in tutto il Paese.
Erano trascorsi solo 20 mesi dal trionfo della Rivoluzione e già il popolo apprezzava le soluzioni che l’Isola si dava ai problemi principali che da molti anni pesavano sui suoi abitanti e che ora con il lavoro di tutti i cubani e con la sicura direzione del suo líder avevano una soluzione.
Quando negli Stati Uniti seppero che Fidel avrebbe partecipato all’Assemblea dell’ONU – cosa che non potevano impedire – decisero di creare un clima di insicurezza prima della partenza della delegazione di Cuba e di isolamento appena avesse posto piede sul suolo statunitense. La CIA voleva che Fidel cancellasse il viaggio, ed esercitò pressioni per rendere imprevedibile la sua permanenza nel paese del nord.
Il 2 settembre, pochi giorni prima della partenza del Comandante in Capo per New York, una folla di circa un milione di cubani nella Piazza Civica (oggi Piazza della Rivoluzione José Martí) approvarono per acclamazione la storica Dichiarazione dell’Avana. Davanti a quel mare di popolo, Fidel mostrò e strappò in mille pezzi il testo dell’Accordo Militare di Aiuto Mutuo, firmato tra la tirannia batistiana e il governo yanquee.
Il 9 settembre, il Diario de las Américas, con sede a Miami, pubblicò: «Se la Russia stabilisce una base a Cuba, solleciteremo all’OSA un’azione drastica, ha dichiarato il segretario di Stato aggiunto Francis Wilcox. Se viene Fidel, sarà confinato a Manhattan per misure di sicurezza».
Cominciarono apertamente le pressioni contro la visita del giovane leader a New York. Il 14, lo stesso giornale informò dello scarico all’Avana di armi russe: «Probabilmente carri armati, artiglieria pesante e munizioni», disse.
Confinato nell’isola di Manhattan
Il giorno 13, il segretario di Stato, Christian Herter disse che aveva notificato all’Ambasciata di Cuba che, per «ragioni di sicurezza», Fidel non poteva uscire dall’isola di Manhattan. La nota, anche se mostrava la «preoccupazione» del Governo degli Stati Uniti per la sicurezza del Primo Ministro, fu presa dal governo cubano come quello che era realmente: un tentativo d’intimidazione e il preambolo di quello che poteva poi accadere.
Dato che Fidel si manteneva fermo nella decisione sovrana di partecipare alla riunione della ONU, le minacce cominciarono a crescere. Il giorno 17 il Diario de las Américas pubblicava:
«Si perquisiranno gli accompagnatori di Fidel Castro quando giungeranno a New York»
«L’ambasciatore degli USA ha notificato al Governo di Cuba la proibizione di portare armi. Se le portano verranno sequestrate».
«La delegazione cubana cerca di affittare un alloggio vicino all’ONU, ma non lo trova».
«Si presenteranno i documenti di Fidel nell’aereo».
«Possibile blocco dell’aereo in cui viaggia il primo ministro Fidel Castro verso gli Stati Uniti».

La risposta del Governo di Cuba non si fece attendere: dispose che venissero ridotti i movimenti dell’ambasciatore Phillip Bonsal all’Avana al solo Vedado, e lo si autorizzò a utilizzare varie vie di comunicazione per trasferirsi dalla sua residenza nel reparto Siboney (antico Country Club) all’Ambasciata nei giorni dell’Assembela ONU, mentre a New York gli agenti della polizia assaltavano e saccheggiavano gli uffici della Cubana de Aviación: irruppero con violenza e distrussero parte del locale e delle casse di sicurezza, sottrassero documenti e rubarono una grossa somma di contanti in dollari. Inoltre, dal giovedì 15 restò sequestrato un aereo della Cubana nell’aeroporto Idlewild. Nonostante tutto, domenica 18 settembre, verso le 11, Fidel partì per New York.
La delegazione arriva a New York
Alle 4:34 del pomeriggio (ora locale) l’aereo della Cubana atterrò nell’Aeroporto Internazionale Idlewild (oggi John F. Kennedy). Mentre l’aereo stava rullando verso la pista principale, i piloti furono avvisati dalla torre di controllo che non potevano avvicinarsi alla zona d’arrivo ma dovevano prendere una pista laterale, nella quale restarono per 20 minuti, e poi andare all’hangar 17, distante tre chilometri dal Terminal dei Passeggeri.

Andarono a riceverlo Manuel Bisbé, capo della Missione Cubana, il capo del Protocollo dell’ONU e il personale dell’Immigrazione. In pochi minuti apparve Fidel. Una moltitudine era concentrata a un centinaio di metri dall’hangar per dargli il benvenuto.
Anche se la polizia non permise ai giornalisti di avvicinarsi, si calcolò che un migliaio di fotografi e cameraman si trovavano lì per coprire la notizia dell’arrivo del leader cubano.
Una provocazione irrispettosa
Mentre la carovana di automobili trasportava la delegazione verso Manhattan, centinaia di cubani raggruppati in varie parti del tragitto gridavano “Viva” e applaudivano Fidel. Il Comandante in Capo li salutava con la mano, ma un poliziotto - che si suppone fosse lì per proteggerlo - cercò d’impedirglielo in maniera perentoria. Fidel lo criticò e i suoi accompagnatori protestarono, ma le provocazioni contro la delegazione cubana aumentarono.
Giunti all’Hotel Shelburne di Manhattan nel quale dovevano alloggiare, la delegazione trovò l’edificio praticamente assediato dalla polizia e da agenti dell’FBI in borghese. Sulla terrazza erano addirittura appostati agenti armati di fucili di precisione. Il transito di persone e veicoli attorno all’immobile era bloccato. Tutto questo però non impedí che centinaia di cubani e latinoamericani, vicino all’hotel, gridassero “Viva Fidel!” e “Viva Cuba!”.
Il giorno successivo, a metà mattinata, il gestore dell’Hotel informò che aveva cancellato la prenotazione e che la delegazione doveva lasciare la stanza, e si rifiutò di restituire i 5000 dollari in depositati in contanti come garanzia di pagamento.
Di fronte a questa inammissibile attuazione e negando alla delegazione cubana l’alloggio in altri hotel della città, Fidel decise di presentarsi nella sede dell’ONU e trattare il tema direttamente con l’allora segretrio generale, Dag Hammarskjöld.

L’Hotel Theresa, ad Harlem
Il Segretario Generale aveva i suoi uffici al 38° piano del Palazzo di Cristallo e lì, per circa un’ora e mezza, parlò con la delegazione cubana. Fidel gli riferì il trattamento ricevuto giungendo in citta e gli disse che se non avesse trovato un alloggio sarebbe stato disposto ad accamparsi nei giardini del rappresentativo edificio. Mentre era lì, il Comandante ricevette una telefonata, si girò verso il Segretario Generale e gli disse: “Abbiamo trovato un alloggio, l’Hotel Theresa di Harlem”.
La soluzione fu trovata da Roa Kourí, Malcom X e Bob Taber. Pochi minuti dopo, come per magia, altri hotel di dichiararono pronti ad offrire alloggio ai cubani. Uno di questi, il Commodore, era a soli tre isolati dall’ONU, gratis. La delegazione cubana si avviò verso il quartiere negro di Harlem e, verso le 22:30, sotto una fredda e fitta pioggia, trovò ad attenderla davanti all’hotel Theresa centinaia di manifestanti, in maggioranza negri, che le diedero un caloroso benvenuto. «Cuba sì, yankee no!», e «We want Castro!», era quello che gridavano.

Alti dignitari visitarono Fidel ad Harlem
Per vari giorni l’umile hotel Theresa fu nei titoli di importanti giornali del mondo e quasi divenne una estensione della ONU per le personalità che visitaori tra le quali
Il ministro sovietico, Nikita Jrushchov; l’attivista Malcolm X; i poeti Langston Hughes e Allen Ginsberg; i presidenti dell’Egitto, Gana e Guinea, Gamal Abdel Nasser, Kwame Nkrumah e Ahmed Sékou Touré, rispettivamente; il primo ministro dell’India, Jawaharlal Nehru e il sociologo radicale Charles Wright Mills.
Lo storico discorso all’ONU
Il 26 settembre del 1960, alle 14:57, il giovane di 34 anni, líder maximo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz, iniziò il suo improvvisato e storico discorso - 18 stenografisti trascrissero le sue parole - davanti al plenum della XV Assemblea Generale dell’ONU, formata da capi di governi di 15 nazioni, centinaia di diplomatici, funzionari di 96 Paesi e centinaia di giornalisti e cameraman da tutto il mondo.
Durante il suo discorso criticò come l’utilizzo della guerra per monopolizzare i Paesi sottosviluppati e denunciò la politica statunitense contro Cuba e altre nazioni dell’America Latina, Asia e Africa. Approvò il Piano di Disarmo presentato dalla Russia e proclamò il diritto della Repubblica Popolare Cinese di occupare uno scranno all’ONU. Il discorso durò quattro ore e 29 minuti e risultò il più lungo dal 1945 nella storia dell’ONU.
Le sue parole sono ancora attualissime mentre il mondo continua a lottare contro gli stessi demoni.
Delfín Xiqués Cutiño e GM per Granma Inernacional, 23 settembre 2025













