Il sogno di una “Grande” Polonia passa da Leopoli

19 settembre 2025

Il ritorno dell’Aquila bianca

 

    Nella giungla di esperti che si alternano nell’universo mediatico occidentale e, in particolare, in quello europeo, meno in quello americano che sembra dotato di maggiore e migliore equilibrio -il che è tutto dire per la patria di Edward Bernays, autore di Propaganda- si cerca di dimenticare quanto la storia ci insegna e quanto essa stessa ci metta in guardia nelle scelte del presente e del futuro.

     Ora, al di là del sentirsi dire che sei da una parte o dall’altra, e del tuo essere consapevole che la faziosità sia diventata una virtù per la quale il senso democratico della discussione si infrange come disvalore sull’altare del pensiero unico di Bruxelles, -voluto e promosso da una lettura unilaterale di una sconfitta politica che non si vuole ammettere- vediamo alcuni aspetti che sono incontrovertibili nelle loro declinazioni storiche, politiche e strategiche.

 

    Andando oltre le ragioni o le non ragioni russe dall’avvio dell’operazione speciale contro l’Ucraina - ma sarebbe meglio definirla una guerra preventiva così come l’avrebbero definita gli Stati Uniti se fossero stati al posto dei russi - la domanda principale da porsi è: a chi serve continuare tale conflitto nel cuore dell’Europa? Vista la non volontà di negoziare proprio della Ue, un cui prodest? sembra essere il solito, utile interrogativo del caso.

 

    Di fronte alla testardaggine della Nato in salsa europea, meno americana questa volta, e della Ue a non voler negoziare e di fronte a una sempre più evidente iniziativa di Mosca rivolta a chiudere il conflitto alle sole sue condizioni, una domanda formulata in maniera così disarmante come la precedente richiede delle risposte importanti per evitare che si sprofondi in un disastro irreparabile da un punto di vista umano, anzitutto, ed economico subito dopo.

 

    Lasciamo da parte le dichiarazioni di una von der Leyen che si è assunta il ruolo di un Saceur -per la Nato, il Comandante Supremo Alleato in Europa- senza alcuna delega attribuitagli nel senso da una chiara delega da parte degli Stati membri, misurata e approvata dai popoli europei con una modifica del Trattato laddove si indicano le competenze e le funzioni della Presidente della Commissione. Andiamo anche oltre il tour della stessa von der Leyen negli Stati membri ai confini con la Russia dove ha rivelato l’esistenza di non ben dichiarati «piani piuttosto precisi» per un potenziale dispiegamento di militari in Ucraina e un’altrettanto «chiara tabella di marcia» per porli in essere. Perché, piani o non piani, truppe o non truppe, la verità, a conti fatti, è che la rappresentazione di un nemico unico non può reggere né dal punto di vista strategico né politico ma può essere funzionale ad altri scopi.

 

    Dal punto di vista di Mosca vi è l’intenzione di consolidare i propri nuovi confini e di tenere lontana la Nato da questi così come, a parti inverse, avrebbero preteso anche gli Stati Uniti. Invadere l’Europa, anche fosse la sola Polonia la vittima prescelta, al di là del doversi confrontare con la Nato, significherebbe per Mosca dover mantenere delle forze di occupazione e sostenerle con una catena logistica troppo lunga e vulnerabile, tale da assorbire risorse notevoli senza alcun risultato apprezzabile, oltre a essere esposta alle azioni della resistenza nei territori occupati. Ovviamente, sempre a parti inverse, ciò varrebbe anche per un’operazione a parti capovolte. Lo dimostra la storia, lo conferma la stessa strategia delle battaglie offensive e il loro limite di condotta. L’Europa di Napoleone e la sua campagna di Russia sino a Hitler, gli Stati Uniti nel Vietnam e l’Unione Sovietica in Afghanistan lo hanno imparato a loro spese.

 

    Detto questo dovremmo chiederci, allora a chi serve prolungare una crisi già scritta negli anni, che andava risolta coerentemente con gli scopi prefissati da trattato, se fossero stati sinceri, dalla Ue e dalla stessa Nato senza rincorrere intemperanze strategiche di una potenza azzoppatasi da sola in Afghanistan come gli Stati Uniti. Ma così non è stato.

 

    Oggi, la situazione data è che si è di fronte alla volontà di persistere nel sostenere un conflitto che vede buona parte degli stessi ucraini abbandonare il loro Paese e dedicarsi a migliori occupazioni nel resto d’Europa e non solo, una Russia che sceglie la prospettiva eurasiatica e gli Stati Uniti pronti a disimpegnarsi dalla colonia Europa lasciando a quest’ultima di pagare il prezzo del sostegno militare a Kiev per la continuazione del conflitto. Condizioni che, se ricondotte all’interno di una valutazione di buon senso, consiglierebbero alla Nato e alla Ue di assumere posture meno intransigenti a meno che, data la perseveranza, non vi sia un interesse sotteso, non necessariamente preso in considerazione, che vada oltre le ragioni della stessa Kiev.

 

    In questa corsa all’escalation di un conflitto tra provocazioni e uso delle operazioni di false flag affidate anche a droni smarriti che hanno perso la rotta si presentano -nella possibilità di un dispiegamento di forze della Nato in Ucraina in caso di negoziato o anche solo nel sostenere lo sforzo ucraino- alcune pretese non risolte nella storia. Pretese rappresentate da eredità mal digerite. Ad esempio, la volontà polacca, in caso di rideterminazione della geografia dell’Ucraina che sarà, di potersi ritagliare per differenza e a proprio uso quei territori occidentali, e Leopoli in particolare, considerati polacchi e di riscriverne la storia. Se così fosse, non sarebbe certo una novità dato che i sogni di Varsavia guardano, dopo la parentesi filosovietica, alle vicende di quella confederazione lituano-polacca, poi solo di Polonia, che tra il Seicento e il Settecento aveva messo a rendita storica un’ambizione e un’aspettativa di guidare il fronte baltico.

 

    Una visione in retrospettiva, ma che oggi giustificherebbe l’interesse di Varsavia a partecipare alla riconfigurazione dell’assetto territoriale di ciò che resterà dell’Ucraina di Kiev, cercando almeno di tornare a essere influente sulla parte sottrattagli dalla fine dell’esperienza  delle tre spartizioni della Polonia tra le potenze europee del tempo (avvenute tra il 1772-1795), sino alle vicende della Seconda Guerra mondiale passando per la Prima e il conflitto ucraino-polacco del 1918-1919. E in questo, il destino di Leopoli, città polacca ma russo-ucrainizzata per volontà di Stalin dopo il 1945 può fare la differenza e spiegare l’animosità bellica polacca.

 

    Leopoli, una città polacca sottratta all’Impero austro-ungarico, riconsegnata alla Polonia nel 1919, allora con un saldo demografico di popolazione di lingua polacca pari all’80%. Un saldo sufficiente per dare luogo a una guerra polacco-ucraina nel 1918 tale da seguire nel luglio del 1919 alla fine del conflitto con la firma di un accordo tra Józef Klemens Piłsudski, padre della Patria polacca e Symon Petljura, rivoluzionario ucraino e antibolscevico della prima ora. Accordo per il quale, di fronte alla minaccia sovietica, la Repubblica popolare ucraina rinunciava a ogni pretesa sulla Galizia orientale, quindi su Leopoli.

 

    Superata la spallata dell’Armata Rossa, Leopoli sarebbe rimasta polacca sino al Patto Molotov-Ribbentrop che assegnò la città polacca, e la stessa Polonia, alla sfera di influenza sovietica per poi essere ricompresa, Leopoli, nella Repubblica popolare di Ucraina all’interno della Federazione sovietica. Una pillola di storia, certo, ma che rende chiaro quale sia l’interesse di Varsavia oggi a far continuare un conflitto e a schierare proprie forze all’interno dell’Ucraina occidentale. Ma non solo.

 

    Varsavia, nel riprendere quello spirito nazionalista che l’ha contraddistinta nei secoli, seppur compresso tra le dinamiche dei grandi imperi di cui Cracovia prima e Varsavia dopo ne furono il crocevia, oggi crede di poter sfruttare la crisi russo-ucraina per ottenere un riscatto attraverso un risultato geopolitico. Sostituire la Germania quale nazione-guida della Nato spostando a Est il baricentro euroatlantico e collocarsi come guida di un asse baltico all’interno della Nato.

 

    Uno spostamento che rafforzerebbe il ruolo di Varsavia nella Nato e che giustificherebbe l’alto numero di investimenti nel campo del riarmo delle proprie forze armate e la possibilità di accedere a ulteriori finanziamenti provenienti dal Rearm Europe. Insomma, a pensare male, come diceva Andreotti si fa anche peccato ma a volte ci si azzecca. Ciò significa che, nel campo delle strategie e degli interessi in gioco oggi sul fronte dell’Est, credere nella buona fede assoluta delle parti in gioco e nella fedeltà disinteressata verso l’Alleanza rischia di non far comprendere le ragioni sottese alle scelte compulsive di chi sogna la guerra, ma si aspetta di riceverne i frutti possibilmente continuando a farla combattere ad altri.

 

    Una condizione, non una consapevolezza purtroppo, che fa sì che il non valutare le intenzioni reali e non dichiarate espresse dal proprio interlocutore, il non andare oltre le apparenti assicurazioni di disponibilità e di difesa di valori astrattamente definiti di democrazia e di prevalenza del diritto, rischia di far trovare la stessa Nato, quella in buona fede, impantanata in qualcosa di spiacevole se non di drammatico. Tutto questo andando ben oltre, paradossalmente, il sostegno alle ragioni di Kiev.

 

Da giuseepperomeo.eu