Friuli Venezia Giulia: da Val Rosandra a...valle dell’idrogeno?
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- Scritto da Marino Calcinari

La storia narra che fu Paracelso ad inventare la iatrochimica, ad anticipare la farmacologia a scoprire l’etere solforico e che infine fu lui ad isolare l’idrogeno, anche se poi sarebbe spettata a Henry Cavendish la “scoperta” della composizione dell’acqua e della combinazione per produrre acido nitrico, con ciò precorrendo la scoperta dei gas nobili o “rari” come l’elio.
Da allora sono trascorsi cinquecento anni e l’utilizzo industriale dell’idrogeno –l’elemento più diffuso nell’ universo cosmico– ha trovato diverse applicazioni. Allo stato combinato l’idrogeno è, infine, dopo l’ossigeno e il silicio, l’elemento più abbondante: costituisce l’11,19% in peso dell’acqua ed è contenuto in percentuale più o meno elevata in tutte le sostanze organiche. Va quindi letta bene la notizia riportata sulle pagine de “Il Piccolo” di Trieste in data 29 maggio 2025 trionfalmente intitolata “IDROGENO - INVESTIMENTI da tre miliardi” a firma Piero Tallandini, come preannuncio di una futuribile svolta di sviluppo industriale fondata sull’utilizzo industriale di questo elemento. Oltretutto “verde”...
Precedentemente il 10 aprile scorso il quotidiano locale informava che “La Hydrogen Walley si allarga con 11milioni - Cinque nuovi progetti”. Di chesi trattava? Nuove prospettive di occupazione e lavoro per Trieste? Una opportunità in controtendenza alla desertificazione industriale eall’overtourism? Certo è chel’occupazione industriale è alquanto insofferenza, e non da ieri... Sono arischio ad esempio molti posti di lavoro.
Su questa situazione il segretario generale della CGIL di Trieste, Massimo Marega, si è espresso con chiarezza e determinazione rivendicando la “necessità di aprire una nuova fase larga di confronto tra soggetti istituzionali, politica e corpi intermedi, per accompagnare il nostro territorio in politiche di rilancio di un’area industriale in crisi come la nostra che, negli ultimi vent’anni, ha visto indebolirsi quasi tutti i comparti e ne ha persi di interi come, per esempio, l’agro-industria.”
Deve essere data dalla politica una risposta strutturale che ad oggi è totalmente assente; questa risposta però non può prescindere da un ragionamento d’insieme, collegato anche allo sviluppo del porto e delle aree retroportuali.
Sull’ascolto di tale esigenza e la necessità di intervenire con fatti concreti abbiamo preso atto delle dichiarazioni dell’Assessora al Lavoro della Regione FVG Alessia Rosolen (ex MSI e AN) che ha accennato ad un contributo economico e quindi un sostegno a un possibile intervento che attiverebbe o sarebbe volano di una filiera dell’idrogeno rinnovabile per cui verrebbero stanziati consistenti fondi ad hoc dall’Assessorato all’Industria.
L’articolo in questione citava anche una dichiarazione rilasciata dal professore di chimica industriale Alessandro Trovarelli, favorevole alla produzione di idrogeno verde e al finanziamento di 2,1 milioni di euro indicati nel progetto FUSE (acronimo per “Open Infrastructure on Future Underground Hydrogen Storage ” che, coinvolgendo OGS, Università di Udine e Trieste, farebbe da apripista per la realizzazione di una infrastruttura di ricerca il cui scopo avrebbe come finalità la risoluzione dei problemi collegati a questa iniziativa: obbiettivo del progetto FUSE è quello di creare la prima infrastruttura sperimentale integrata per identificare e modellizzare i potenziali siti di stoccaggio di idrogeno nel sottosuolo (UHS) e i giacimenti naturali di idrogeno bianco.
L’UHS, infatti, è fattore fondamentale per la decarbonizzazione dei sistemi energetici e va in direzione del miglioramento della sicurezza energetica europea. L’ utilizzo di strumentazioni avanzate per caratterizzare le rocce e il comportamento dinamico dell'idrogeno nel sottosuolo, unitamente alla ricerca di base, all'esplorazione e allo sviluppo applicativo delle tecnologie di stoccaggio nel sottosuolo, sono perciò le tappe necessarie per una vera politica di transizione energetica e per il potenziamento della “hydrogen economy”.
Trieste potrebbe diventare un hub strategico per la logistica dell’idrogeno? Quanti posti di lavoro potrebbero essere realizzati in una nuova ottica di reindustrializzazione ecocompatibile del territorio? Ovviamente di questi argomenti non si parla in Consiglio comunale ma l’allora commissario straordinario dell’AdSPMAO, Vittorio Torbianelli, aveva studiato e valutato le ricadute di questa possibilità sull’ambiente e sull’occupazione, e invitava sì a evitare i trionfalismi, ma anche a dare fattibilità a progetti concreti. Riportiamo la sua dichiarazione resa allora in un’intervista: “Nei porti mediterranei la produzione massiva di idrogeno è meno praticabile.
L’ idrogeno del futuro sarà prodotto dove ci sono grandi capacità di produzione di energia elettrica pulita, come in Africa”. Trieste, invece, come si sa, è nota come Porto Petroli da quando è stato realizzato l’oleodotto transalpino nel 1967 (che termina a Ingolstadt in Germania) ma è anche una realtà dove l’industria latita o è in crisi ma che però ha un radicamento nei settori della ricerca e dell’innovazione digitale, e soprattutto è strategica per la sua collocazione geopolitica “frontaliera”, che può connettersi con Slovenia, Croazia, Austria e Centroeuropa.
La periferia della città ha inoltre vasti spazi in area ex Ezit dove eventuali impianti potrebbero essere installati. Ora però Torbianelli, esperto in trasportistica, collaboratore e consulente per il progetto URBACT- UseAct, dedicato al tema della sostenibilità urbana, recentemente è stato invitato a partecipare, come esperto per il settore portuale e marittimo, al gruppo di consulenza per la pianificazione strategica dell’Oman e non sappiamo quando e se tornerà a Trieste. Sembra quindi che dovremo affrontare uno scenario complicato e non sappiamo su chi poter contare.
Oltretutto nella “Città della Barcolana”, da una Giunta Comunale che vorrebbe installare ovovie sul ciglione carsico e punta sull’overtourism, c’è poco da sperare. Sappiamo però che se vogliamo continuare non solo a parlare con cognizione di causa ma avendo comprensione dei problemi sul tappeto, occorrerà avere più elementi di conoscenza possibili per quanto riguarda l’idrogeno “verde”, e quindi coinvolgere la cittadinanza, far nascere ascolto e interesse sull’argomento sarà solo un primo passo. Certo è che produrre idrogeno verde costa, ma affrontare l’alterazione climatica ha la precedenza su ogni altra considerazione. Un altro fattore poi da considerare, da quanto possiamo apprendere, è che il “Progetto madre” - NAHV (acronimo per North Adriatic Hydrogen Valley) informa tutta la strategia caratterizzante i tempi e le modalità degli altri progetti che da questo derivano: il Progetto E4H2, promosso dalle Università di Trieste e Udine, idem il progetto “Impact -H2”; poi il già citato Progetto FUSE e il Campus-H2 gestito da un pool scientifico - CNR, Area Science Park, Sincrotrone; e infine il Progetto H2SmartLab, che vede la compartecipazione di Area Science Park, SiSSA e Università di Trieste. Da questo contesto, dalle sinergie che si possono stabilire dipende anche il futuro, nel medio periodo, di questo territorio, che non riguarda infatti solo la città di Trieste. La NAHV è solo una delle tante Hydrogen Valley sorte in pochi anni in Europa.
Quella prevista, da realizzarsi a Trieste, usufruirebbe di un sostegno di 8,5 milioni di euro ed è già in fase di realizzazione nell’area di via Caboto un elettrolizzatore da 5MW. Le altre cifre sono di tutto rispetto: la stima degli investimenti complessivi è di 3 mld; finanziamenti previsti dalla Regione, 350 milioni ; fondi investiti direttamente dalla Regione FVG per la ricerca, 11,2 milioni; progetti pilota già avviati, 17; partner coinvolti, 60; obiettivo di produzione, 5000 tonnellate di idrogeno rinnovabile all’anno… Non sappiamo quanta forza lavoro verrebbe impiegata, ma dato che le grandi imprese partono dal vertice, sappiamo che lassù in alto siederà Stephen Taylor che sarà il “coordinatore strategico del progetto NAHV e che il 28 e 29 maggio si è svolto un meeting a Trieste su questo tema.
Citiamo, infine, il progetto Heavenn nel nord dei Paesi Bassi, e altri progetti che sono in corso o in fase di realizzazione in tutta Europa, inclusi progetti transfrontalieri come BalticSeaH2 (S. Finlandia e Estonia) e progetti regionali come IMAGHyNE in Francia, HI2 Valley in Austria e
Germania, e CyLH2Valley in Spagna.
Qui la prefigurazione di una Hydrogen valley potrebbe realizzare o tradursi in una fabbrica di elettrolizzatori per la produzione di idrogeno (verde) usabili, ad esempio, dalle Grandi Navi: quindi parliamo della possibilità di coinvolgere o utilizzare le conoscenze tecnologiche ancora presenti o disponibili nel tessuto industriale. Ma serve una politica che sappia governare un progetto all’ altezza di un obiettivo di sviluppo ecocompatibile e non di maquillage pseudo green.
Il settore è in grande sviluppo: leggiamo infatti in rete, il 19 settembre 2025 che, in Italia, la produzione di idrogeno verde sta crescendo attraverso il progetto delle Hydrogen Valley, finanziato dal PNRR, che prevede lo sviluppo di 52 distretti di produzione entro il 2026. Tra i progetti principali figurano la gigafactory di Cernusco sul Naviglio (MI), il progetto HELIOS alle porte di Frosinone e la Valle Peligna Hydrogen.
Questi progetti mirano a promuovere la produzione di idrogeno verde tramite elettrolisi, alimentata da fonti rinnovabili, per decarbonizzare settori industriali e trasporti.
Da Il Lavoratore










