Narcisismo politico, povertà strategica

Settembre 2025

Narcisismo politico, povertà strategica

 

La perdita di campo di un’Europa senza carattere (e senza umiltà).

 

Ricordare George Washington di questi tempi può sembrare un azzardo o una provocazione, un vezzo storico se non un lusso di erudizione. Tuttavia, ricordare il Farewell Address torna utile dal momento che a buoni osservatori, se capaci, ciò permetterebbe di comprendere su quali fondamentali, culturali oltre che politico-religiosi si è costruita la storia del nostro (ex?) protettore: gli Stati Uniti d’America. Ovviamente, per molti si tratta di conoscere quella costruzione ideologica a legittimazione dell’imperialismo americano che va sotto il nome di Eccezionalismo supportato dall’attribuirsi una sorta di Destino …ovviamente manifesto (così formulato da un istrionico John O’Sullivan nella prima metà dell’Ottocento del secolo scorso, per giustificare la bontà della guerra contro il Messico per il Texas).

Due prospettive che sembrano fare da contraltare post-biblico ad altre latitudini di un nuovo popolo eletto, visto quale sintesi dei popoli d’Europa che rinnegavano, nella loro fuga, proprio quell’Europa miope e scarsamente capace di affrontare il cambiamento dei secoli successivi. Ma l’Europa di oggi, quella che si vanta di essere il prodotto di un Destino storico si comporta da miope ancella non facendo tesoro di quell’avvertimento che un concreto John King Fairbank offriva a Nixon nel convincerlo della necessità di aprire alla Cina, per il quale in certi momenti, la prospettiva storica non è un lusso ma una necessità e, di questi tempi, forse anche qualcosa di più.

Ciò vale, ad esempio, nel non aver voluto e nell’aver continuato a non voler contestualizzare la realtà sul campo di battaglia in Ucraina, all’aver rinunciato e al rinunciare a guardare ai fatti con quel distacco necessario che si conviene a un attore credibile per meglio comprendere lo scenario attuale, le conseguenze future di scelte prese senza un minimo di riflessione storica, politica se non, sarebbe troppo, giuridica. Scelte che oggi guardano al mito della deterrenza armata come a una risorsa per restituire peso a un’espressione sempre e solo più geografica che non politica qual è l’Europa dopo aver affidato sorti e costi agli Stati Uniti. Oggi, in un clima di riarmo senza anima e pensiero, sacrificando produzione e benessere, si pensa a un mondo di pace costruito sulla guerra in Europa. Ma con una differenza. Che dell’Europa o, meglio, della Ue importa poco al resto del mondo.

In un clima di difesa della pace e della sicurezza l’Unione europea si è vista, infatti, man mano sottrarre ogni capacità diplomatica nell’intervenire, se ne fosse stata capace, a difendere quel quadro minimo di sicurezza garantito da una eredità difficile, ma importante, data dai trattati sulla limitazione degli armamenti nelle diverse declinazioni, mentre oggi pretende di affidare la sicurezza continentale ad una versione bislacca di un nuovo art.5 di un trattato, quello dell’Atlantico del Nord, che vive una difficoltà disarmante nel dover fare i conti con un incerto futuro sulla sua stessa sopravvivenza.

Ci si dovrebbe chiedere, oggi, dove fossero i leader dell’Unione europea quanto il trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) firmato nel 1987 da Gorbaciov e Reagan fu denunciato e dichiarato non valido da Donald Trump nel 2019. Questo, per eliminare ogni restrizione possibile nella ripresa della disponibilità di armi nucleari a raggio intermedio che, sempre ad esempio, in un contesto europeo avrebbero fatto sì, per un accordo non scritto, che Russia e Stati Uniti regolassero i loro conti in un campo limitato ma popolato da Stati sacrificabili: gli Stati europei. Certo, come non ricordare la questione degli euro-missili e la foto iconica di un Gorbaciov e di un Reagan che risolvevano la questione degli SS-20 e dei Pershing e Cruise schierati nel campo di battaglia europeo. Ma a fare carta straccia di ogni accordo ci hanno pensato gli stessi Stati firmatari, nel silenzio delle potenziali vittime, allorquando gli interessi in gioco hanno reso il diritto pattuito un paradosso di se stesso. E dove fossero ancora una volta i solerti costruttori della pace continentale quando il trattato ABM (Anti-Ballistic Missile Treaty) firmato nel 1972 tra Nixon e Breznev, fu denunciato e ritenuto non valido dalla Russia perché gli Stati Uniti avevano rinunciato al trattato per la messa al bando dei test nucleari (Ctbt - Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) e dato il via a un test missilistico nell’ottobre 1999.

 Un accordo che sarebbe stato nuovamente contestato, nonostante la ripresa del dialogo nel senso, allorquando gli Stati Uniti ritenevano di poter schierare - con la scusa di proteggere il fronte orientale europeo da eventuali, improbabili, attacchi iraniani - il sistema missile-antimissile Patriot in Polonia. La Russia protestò ritenendo che un sistema ABM così schierato compromettesse la capacità di deterrenza della Russia; aspetto, quest’ultimo, da sempre riconosciuto reciprocamente quale garanzia per entrambe le parti e premessa per l’efficacia dello stesso trattato. Ma non basta. Dov’erano i leader e i Commissari europei quando la proliferazione dei sistemi d’arma missilistici era ormai cosa fatta tenuto conto che gli Stati Uniti ritenevano di considerarsi disimpegnati dai negoziati START (Strategic Arms Reduction Treaty) condotti sino all’ultimo round firmato da Obama e Medvedev con il risultato, quindi, che il TNP (trattato di non-proliferazione) è oggi di fatto ritenuto superato poiché disatteso dagli Stati Uniti, quindi, dalla stessa Russia.

Adesso l’Unione dei volenterosi corre a riarmarsi, costretti ad acquistare armi alla rinfusa dagli Stati Uniti senza una ragionevole dottrina di impiego e senza una altrettanto chiara dose di realismo nel valutare la minaccia oltre che la spesa nel suo complesso. L’Unione europea, o ciò che ne rimane di un’entità politicamente ectoplasmatica in caduta di credibilità costante, cerca di giocare un’ultima partita a scacchi non considerando che nella scacchiera delle probabilità/opportunità/capacità non è contemplata la possibilità di ricorrere al bluff. Il poker è stato vinto solo dagli Stati Uniti sul tavolo verde ucraino bluffando un’Europa arrogante con gli altri e con alcuni suoi membri e servizievole con il proprio dominus.

Nel primo caso, nel poker, puoi alzare la posta, sperare di bluffare ma poi devi “calare” le carte e fare i conti di quanto perderesti nel caso che l’altro giocatore abbia carte (o ragioni) migliori o più sostenibili. Negli scacchi le mosse sono tante o poche, dipende dalla strategia, dagli obiettivi e dalle condizioni tattiche sul terreno (scacchiera), ma alla fine non puoi barare e devi fare i conti con uno scacco al Re (risolvibile dialogando) o matto (definitivo) con perdita di quella poca credibilità strategica rimasta. Macron, Merz, von der Leyen e gli altri sei virtuosi più i baltici e leader post-comunisti rivestitisi con abiti democratici a Est non possono fare altro che assistere alla partita in attesa di capire cosa sarà domani di loro e delle loro poltrone. Cosa sarà non solo dell’Ucraina, sacrificata per supponenza strategica e incapacità di prospettiva, ma della stesa Ue abbandonata a se stessa dopo essere stata sedotta dallo zio d’oltreoceano, facendole credere che la partita della Federazione russa, se giocata sulle risorse e sul cambiamento di leadership, avrebbe aperto un nuovo tavolo di spartizione di ricchezze altrui.

Le cose, però, quando non affidate a conoscenza e umiltà, sono andate diversamente. Ed è così, che dovendo tamponare un disastro evidente in termini di politica estera oltre che economica, dovendo legittimare leadership senza memoria, si gira attorno alla questione Nato-si Nato-no per Kiev, proponendo una non-soluzione che aprirebbe le porte alla fine della stessa Nato. La proposta di un’estensione all’Ucraina delle garanzie dell’articolo 5 del trattato dell’Atlantico del Nord senza che Kiev faccia parte dell’Alleanza rappresenta un’aberrazione non solo dello spirito del trattato ma, soprattutto, una maldestra furbata per aggirare lo stesso nel convincimento che l’architettura integrata di un’Alleanza possa offrire garanzie al di fuori dei propri scopi e degli obblighi giuridici che ne sottendono la ragione e la validità del trattato in quanto tale.

Bisognerebbe considerare che l’art. 5 non è un comunicato stampa che si cambia a piacere. Esso rappresenta la clausola centrale del trattato. Toccarlo significa riscrivere l’Alleanza da zero, con l’unanimità di 32 Parlamenti, revisioni costituzionali incluse. Pensare che basti un annuncio è pura, pericolosa. propaganda perché a mancare non è solo la procedura, ma la sostanza perché la storia delle alleanze insegna che forzare le regole porta sempre a una catastrofe, anche domani.

Nella formula proposta, insomma, non c’è strategia, c’è improvvisazione. C’è l’illusione di poter trasformare la Nato in una sorta di scudo cucito su misura per l’Ucraina, senza vedere che sarebbe proprio Kiev a poter trascinare tutti in un conflitto su provocazione. Insomma, la proposta di una Nato-light solo per l’Ucraina non è solo giuridicamente improponibile, ma storicamente miope, politicamente inutile, giuridicamente non sostenibile, strategicamente suicida.

L’art. 5 del trattato dell’Atlantico del Nord aveva una sua ragione sino al 1991 a condizioni politico-strategiche date. Dal 1991 in poi, modificando il proprio concetto strategico, la Nato si è inventata le missioni no-article five, ovvero missioni a sostegno della pace che, alla fine, hanno dato all’Alleanza una connotazione politica oltre che militare, giustificando interventi non coperti da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e introducendo un cosiddetto Diritto di “ingerenza umanitaria”. Un diritto di violazione di sovranità altrui esercitato senza alcuna legittimazione del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, come accaduto nei Balcani.

Oggi, come ieri, una qualunque modifica dell’articolo 5 del trattato Nato rappresenterebbe una modifica del trattato stesso. Ciò comporterebbe, infatti, l’adozione all’unanimità delle modifiche da parte degli Stati membri al primo Consiglio atlantico utile e, solo a consenso ottenuto, il passaggio nei rispettivi Parlamenti nazionali di ogni Stato membro per la ratifica delle modifiche al trattato, con, laddove previsto - per l’Italia guardando la conformità agli articoli 10 e 11 della Costituzione - verifica della legittimità costituzionale. Ma ammesso anche che ciò possa avvenire con successo, nella speranza che Orban, Fico o lo stesso piccolo Montenegro non votino contro stabilendo un veto, c’è l’aspetto politico-strategico che riguarda il livello di fiducia tra Nato e Ucraina. E, cioè, chi garantirà che Kiev non metta in pratica azioni tali da provocare una guerra che coinvolga una Nato così riorganizzata in termini light?

Insomma, a chi si è fatto carico di proporre una simile opzione, non avendo altre capacità di intervento e dovendo coprire con una promozione pubblicitaria un sostegno solo indiretto e di facciata, sfuggono aspetti sostanziali oltre che procedurali. Si può andare oltre la base storica, perché si dovrebbe capire come mai, al netto della rete dei trattati di contro-assicurazione della fine dell’Ottocento l’Europa sia giunta alla Grande Guerra. Si potrebbe andare anche oltre al fatto che gli Stati Uniti lascerebbero gli europei massacrarsi molto volentieri decidendo di intervenire, semmai, allorquando ciò si dimostrasse utile per il proprio tornaconto. È stato così per l’ingresso degli Usa nella prima guerra mondiale (1917) e nella seconda guerra mondiale (solo dopo l’attacco a Pearl Harbour (1941) perché in tutte e due le occasioni all’inizio (ma anche al termine), ovvero nei primi anni, le guerre erano un buon affare economico per Washington.

Ma tuttavia, pur santa l’ignoranza, ciò che sorprende è come e in che misura simili proposte possano essere partorite in ambienti nei quali il rapporto tra diritto internazionale e diritto interno, la Storia delle relazioni internazionali, le Relazioni internazionali e la Scienza politica siano così eluse da chi supporta le decisioni di un o di una leader europea. Ogni singolo volenteroso Stato, europeo e non, compatibilmente con la propria carta costituzionale e previa verifica di incompatibilità con altri trattati conclusi sullo stesso argomento, può concludere un trattato di difesa direttamente con Kiev senza necessariamente coinvolgere altre istituzioni, come la Nato, che presentano procedure molto diverse. Nessuno impedisce, ad esempio, alla Francia di concludere un accordo con Kiev come ciò non è impedito ad altri Stati europei compatibilmente con le rispettive previsioni costituzionali.

Insomma, al netto delle riflessioni precedenti, si potrebbe affermare senza correre il rischio di allontanarsi da una ragionevole chiave di comprensione per osservatori normodotati che l’Europa o, meglio, quell’Unione europea che da sempre vive sulle spalle degli Stati Uniti - quasi a scontare una colpa senza tempo per essersi insanguinata e aver insanguinato il mondo per due volte, e se stessa anche di più - sembra pronta ad autoazzerarsi.

L’idea che un attento Josef Joffe si era fatto nei primi anni del nuovo secolo scrivendo Überpower: The Imperial Temptation of America (2007) era che la stessa Europa fosse (sia) un attore secondario, che presenta una visione alternativa delle relazioni mondiali e che non è capace di competere con gli Stati Uniti dal momento che l’Unione europea è un impero per applicazione, non per imposizione. Il suo fascino (o ciò che ne resta oggi) è un vasto mercato e un modello sociale, dato da protezione, promozione e dall’ampia fornitura di beni sociali. Per Joffe, la teologia dell’Unione è la pacificazione e la cooperazione istituzionalizzata, ovvero, l’essere convinta di essere depositaria di un proprio ethos da potenza civile piuttosto che militare. Infatti, sempre per Joffe, gli eserciti europei sono depositi più di nazionalità mentre l’organiz­zazione militare in quanto tale ha tanto prestigio quanto un ufficio postale o una rivendita di autoveicoli.

Sia americani che europei condividono le stesse preoccupazioni per se stessi e le famiglie. Tuttavia gli europei hanno inventato la sicurezza sociale mentre gli individualisti americani hanno inventato la cosiddetta azione affermativa (affirmative action); una serie di privilegi definiti per gruppi sociali. Gli Stati Uniti, insomma, pur essendo multiculturali, non credono nel multilateralismo. Ma Joffe o meno, l’Unione europea o i suoi leader meno qualcuno, è convinta che i paradigmi di sicurezza e stabilità attraverso la cooperazione e il dialogo del passato possano essere capovolti e che la deterrenza si possa conquistare solo spendendo in armi pur senza essere dotata di credibilità strategica. Essa, e alcuni suoi leader, sembra soffrire di quel narcisismo strategico dal quale gli stessi Stati Uniti cercano di ovviarne gli effetti per non commettere errori da sovradimensionamento già consumati negli anni.

Quel narcisismo che colpisce attori, come le nazioni o le istituzioni, che definiscono ciò che li circonda e i propri obiettivi esclusivamente in relazione a se stessi, non riuscendo a considerare le prospettive e gli obiettivi degli altri. Herbert Raymond McMaster nel suo Battlegrounds: The Fight to Defend the Free World (2020) aveva spiegato molto bene come e in che termini il narcisismo strategico fosse diventato così contaminante da rappresentare la causa principale dei fallimenti delle strategie avanzate degli Stati Uniti. Probabilmente un riconoscimento di limiti che sarà costato non poco ammetterlo per la personalità dell’Autore. Tuttavia, l’Unione europea sembra non voler imparare lezioni altrui continuando a credere di poter fare la differenza senza avere non solo i numeri necessari in termini di organici spendibili, ma neanche sistemi d’arma integrati e procedure comuni al di là delle capacità offerte dalla Nato.

Si tratta, quindi, di un narcisismo che porta a far fare calcoli errati con scarsi risultati in situazioni complesse, come quella Ucraina ad esempio perché ignora le esperienze vissute, le parti in gioco, le ragioni che hanno dato vita alla crisi. Probabilmente oggi ci vorrebbe un’epidemia di umiltà nelle cancellerie europee per poter sperare che al narcisismo strategico, o alla sprovvedutezza strategica, si sostituisca un’empatia strategica. Una necessaria comprensione delle sfide complesse e delle ragioni di un conflitto ponendosi anche dalla parte della Russia. Se così non dovesse essere, al disastro economico di questi anni si aggiungerà un disastro politico e militare che, come nel passato, sarà pagato, e con interessi nei prossimi decenni, dai popoli europei. Popoli condannati nei prossimi anni a chiedere aiuto al monarca atlantico, se magnanimo, diventando nel contempo periferie di un mondo che non li riconosce al di sopra di nulla.

 

Giuseppe Romeo. Il mondo visto da sud.

G.Romeo è un analista politico, giornalista pubblicista e accademico.