Attentato di Vienna. Le radici balcaniche

  • Stampa

8/11/2020

 

Vienna, attacco in sei punti della città: «Quattro morti» e attentatori in  fuga. Il Viminale: intensificati i controlli alle frontiere

 

L’attentato di Vienna, come sottolineava l’amico Jure, questa volta non era fatto da Arabi venuti dal mare. Il responsabile, ucciso dalla Polizia austriaca era un cittadino austriaco, Kujtim “Timi” Fejzulaj,  appartenente ad una famiglia albanese originaria della Macedonia. Il giovane terrorista, musulmano radicalizzato, aveva tentato di raggiungere  la Siria per unirsi all’ISIS nella sua lotta contro il Governo laico di Assad, già aggredito dai paesi occidentali della NATO, dalla Turchia, e dalle monarchie arabe reazionarie. Arrestato dalla polizia turca e rimandato in Austria, aveva scontato solo 9 mesi di galera e poi rapidamente liberato. Benchè noto alla Polizia e alle autorità, aveva avuto tutto l’agio di procurarsi armi micidiali, come il fucile d’assalto AK 47 e la pistola Tokarev, e di frequentare gruppi radicalizzati come i cosiddetti Leoni dei Balcani. Intorno a questa organizzazione, che opera in Austria e Svizzera ed altri paesi, gravitano giovani albanesi di origine Kosovara, Bosniaci musulmani, persino Tagiki dell’Asia centrale. Certamente alcuni di questi hanno partecipato all’attentato e sono uccel di bosco.

La presenza di queste organizzazioni terroriste zeppe di cittadini di origine musulmana balcanica (Albanesi del Kosovo e della minoranza albanese della Macedonia, Bosniaci) non può non ricordarci i tristi avvenimenti del 1999 e degli anni seguenti, durante i quali i membri di un’organizzazione, inizialmente bollata come terrorista, l’UCK (fantomatico Esercito di Liberazione del Kosovo) ed i fondamentalisti bosniaci, infiltrati da Al Qaida sono stati utilizzati dall’Occidente per distruggere quello che restava della vecchia Jugoslavia, dove le varie etnie erano convissute in pace per 50 anni. Sono stati utilizzati anche per abbattere il Governo di Milosevic, eletto in regolari elezioni, reo solo di non allinearsi ai ricatti e gli ultimatum di USA, Germania, ed altri paesi occidentali della NATO.

Oggi gli ex capi dell’UCK, come l’ex primo presidente del Kosovo Hashim Tachi e l’ex Primo Ministro Ramush Haradinaj, sono trascinati davanti al Tribunale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità (come una volta il loro ex grande nemico Milosevic, morto nelle prigioni dell’Aja in circostanze sospette). Evidentemente questi personaggi, una volta spacciati come “combattenti della libertà”, non servono più, ora che il Kosovo, ancora sotto occupazione della NATO, è diventato la più grande base militare USA in Europa, Mediterraneo e Balcani. Intanto i paesi balcanici sono diventati brodo di cultura del terrorismo, come già la Siria, l’Afghanistan, la Libia, ed altri sfortunati paesi in guerra, nel cui ambito possono essere sempre trovati “utili idioti” da utilizzare per gli scopi più loschi. Questa è la situazione. Solo, per favore, una raccomandazione: quando si fanno giuste analisi su questi argomenti, non ci mettiamo dentro anche il COVID, che non c’entra nulla, rischiando di indebolire tutta la sacrosanta denuncia.

 

Roma, 8 novembre 2020, Vincenzo Brandi


Quel di Vienna non viene dal mare:
Nato a #Vienna, origini Europee (Macedonia, Patria di Filippo e Alessandro Magno). Arrestato dalla infedele Turchia per terrorismo, restituito alla cattolica Austria che ben lo conosceva, incarcerato ma presto liberato. Libero di comprarsi un AK47, una Tokarev e sguazzare in Facebook quanto gli pareva, senza censura. Per poi farsi ammazzare in strada come un coglione. Tutto chiaro? Logico? Normale? Isis? Oggi a Vienna strade deserte e porte sbarrate. Isis o Covid, stesso risultato.
Da: https://www.repubblica.it/cronaca/2020/11/07/news/attentato_a_vienna_il_terrorista_faceva_parte_dei_leoni_dei_balcani-273451558/?ref=RHTP-BH-I272215202-P8-S5-T1

Piero Pagliani:

 

Vorrei solo aggiungere a quanto scritto da Enzo, che Milosevic di fatto stava per essere assolto. Gli avvoltoi della presstitute filoimperialista si attaccano coi loro artigli al fatto, ovvio, che la corte dell'Aja non è giunta a nessuna sentenza per via della morte dell'imputato. Quindi, per loro, non ci sarebbe nessuna assoluzione. Seguendo il loro ragionamento possiamo dire che non c'è nemmeno nessuna condanna. Ma non è necessario scimmiottare i marci ragionamenti della presstitute, perché questo è quanto scritto nero su bianco nella sentenza di condanna contro Radovan Karadzic:

“La Camera ha stabilito che non vi erano prove sufficienti presentate in questo caso, per stabilire che Slobodan Milosevic fosse parte di un progetto per scacciare i musulmani bosniaci e i croati bosniaci dal territorio serbo-bosniaco".

Nel processo a Karadzic si è usato ogni e qualsiasi argomento e si è portata ogni e qualsiasi "prova" per arrivare alla condanna preventivamente richiesta dai vertici Nato (un'assoluzione sarebbe stata automaticamente una condanna dell'aggressione imperialista).

Se dunque tra gli strumenti usati per condannare con ogni mezzo Karadzic non si sono trovate prove contro Milosevic è impensabile che si sarebbero trovate per il procedimento contro il presidente serbo.